31 mag 2011

Rinvio uscita del romanzo

Falsa partenza - i miei lettori sono più degli (e)lettori di Mastella, che non si è suicidato nonostante le promesse; non vedo perché debba farlo chi non vedeva l'ora di trovarsi Rosso In Fuga fra le mani (dice l'editore che non è una lettura adatta all'ombrellone, e magari ha ragione, non so); aspetterete l'autunno, pazienza - o no?

ps - se lasciate la mail sul link di ibs vi avvertono loro (nel caso sciagurato doveste dimenticarvene nel frattempo)
http://www.ibs.it/code/9788863920871/lupo-michele/rosso-fuga.html

30 mag 2011

Dan Vyleta L' uomo di Berlino



Il paesaggio, per dir così, di una città come Berlino appena successivo alla catastrofe della seconda guerra mondiale è un motivo di fascino noto. Non v’è chi non sia stato emotivamente coinvolto, fors’anche soggiogato dai lugubri documentari russi girati fra le rovine di una città tragica e terribilmente affascinante. Il luogo, il periodo del romanzo d’esordio di Dan Vyleta, sono quelli. L’uomo di Berlino, (Longanesi, traduzione di Paola Merla) offre lo stesso continuum grigio eppure ricco di gradazioni sulla stessa tonalità che le immagini storiche  hanno sedimentato nella nostra memoria.


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28 mag 2011

Renzo Paris e la banda Apollinaire



copertina del libro
Nasce a Roma il poeta dei Calligrammes, sotto il segno capzioso della Vergine, da madre polacca, nobildonna e mignotta elegantissima con il gusto del gioco d’azzardo. Per un po’ di tempo gli piacque far credere che il padre fosse un alto prelato. Aveva un certo gusto del travestimento, Apollinaire, adattissimo a uno dei periodi più straordinari della storia moderna, quelli tra la fine dell’Ottocento e i primi due decenni del Novecento (straordinari, s’intende, dal punto di vista delle innovazioni del linguaggio - poesia, arte, musica). Sono anni quelli delle avanguardie segnati da uno scompaginamento vitalissimo, beffardo, teatrale delle stesse pratiche del vivere comune. Tutto noto: vite da bohémiens, sperimentalismi che rimescolano in modo inopinato i codici separati di arte e vita in una riscrittura reiterata e mai conclusa, sintesi spettacolare che va oltre la cifra maudit di metà Ottocento e poi wildiana (il grande aforista pagò comunque a caro prezzo la propria omosessualità – e questo non è un fatto in sé immune da implicazioni in senso lato “politiche”) per aprire prospettive più ampie sul piano sociale, oltre che culturale. 
Montmartre, Montparnasse, fauve e cubismo, ma anche molto cazzeggio, va detto. Il libro di Renzo Paris ci riporta a una stagione singolare: da una parte ormai così lontana da poterla considerare una forma di paradossale classicismo (sappiamo tutto sulle avanguardie destinate a finire nei musei), dall’altra, occorre rilevare che molte delle pratiche del tempo, almeno a guardarle dalla prospettiva con cui Paris rilegge Apollinaire, sembrano tutte qui, nel presente debordante dell’ipercomunicazione. 
Storie di bande parigine: artisti, pittori, cabarettisti, poeti innovatori e perduti, tricksters, ideologi trasognati e poco convinti, sciamannati di genio, oppiomani e puttanieri. Uno slittamento storico significativo rispetto alle esperienze solitarie dei Baudelaire e dei Rimbaud; i gruppettari della Belle Epoque sono più agguerriti, Apollinaire e gli altri inventano forme e gesti dirompenti, più ludici che drammatici. Il presunto ribaltamento dei paradigmi borghesi arriva poi alle stagioni degli ultimi decenni spesso finendo invece per acclimatarsi nello stesso comodo regime dello spettacolo funzionale a quello che chiamavano “sistema”.
Ma questo è un altro discorso.
Pur non dissimulando affatto l’amore per Apollinaire e il clima di quegli anni, Paris, che – ahilui – non è da un pezzo un ingenuo giovanotto, non manca di raccontare quanto banale veleno potesse scorrere fra il poeta diAlcools e i vari amici e compagni di sbronze e d’avventure artistiche e umane. Gli scazzi con Picasso e Jacob e Cravan, i duelli schivati all’ultimo momento, la prigione, l’accusa di aver rubato la Gioconda (e Picasso: e chi lo conosce quello!) .Paris non manca di ricordarci certi plateali sogni d’amore, le smanie occasionali per una famiglia normale, che non escludevano frequentazioni allegre di bordelli – l’erotismo giocando in Apollinaire un ruolo centralissimo nella poesia come nella vita tout court. Un erotismo sentimentale, si potrebbe dire. Ci sono tratti nella sua personalità che ricordano quelli di Casanova: entrambi pronti a innamorarsi (a modo loro), truffatori, capaci di mascherarsi a seconda delle circostanze, costretti a reinventarsi di continuo per vivere all’altezza dei propri sogni; entrambi figli di donne allegre in perenne difficoltà economiche. Certi stampi psicologici hanno un loro valore. 
Segnatamente, la madre di Apollinaire, zoccola di gran classe devota alla madonna, lesta a truffare chiunque se ne innamori, sempre in viaggio (ricorda Paris che nelle opere di Apollinaire – del quale è navigato conoscitore - si sente lo sferragliare dei treni), e niente affatto contenta di questo ragazzo che si ostina a voler fare il poeta, be’, la donna da sola varrebbe un romanzo (le parole sono dell’autore, ma le confermo). Il figlio d’altro canto, aduso all’oppio e alla mescalina, fumatore di pipa, en artiste, in seguito si sarebbe voluto “papa” (almeno di quel grande fermento parigino di storie e situazionismi avant la lettre) ma non mancò di bazzicare tipi poco raccomandabili, e di aggiustare cena e letto per dormire accompagnando occupazioni misteriose al lavoro di “nègre di un autore di feilleuttons a corto di ispirazione”. 
Il giornalismo era un’altra sua fissazione; si spacciava per grande conoscitore di faccende geopolitiche, riutilizzava i propri materiali in altre direzioni: e certo, la tecnica del collage allora era una costante, ma Paris vi vede l’immagine di un blogger nostro contemporaneo e simile, nonché un anticipatore di quel genere particolare di narrazione che chiamiamo autofiction (che lo stesso Paris ha praticato, come del resto Houellebecq che Paris liquida come “un povero idiota”: e qui lo scrivente dissente: diverse cose lo lasciano perplesso, ma considera lo scrittore francese autore di almeno due grandi romanzi). 
Insomma, una stagione eccezionale, quella raccontata da Paris, che ha davvero segnato il Novecento – e smettiamola di dire che è stato il secolo delle ideologie, primo perché nell’ideologia ci stiamo ancora immersi fino al collo, e non si chiama comunismo, e secondo perché quella reinvenzione del mondo non ha smesso di produrre effetti, per decenni.
Forse dopo non abbiamo inventato niente.

27 mag 2011

su Massimo Donà

http://www.lankelot.eu/letteratura/donà-massimo-abitare-la-soglia-cinema-e-filosofia.html#comment-66519

ABITARE LA SOGLIA - CINEMA E FILOSOFIA



Non so cosa pensi della musica come esperienza, Massimo Donà, filosofo per così dire eccentrico, non foss’altro perché oltre a scrivere libri densi dal punto di vista del linguaggio e del pensiero (altrimenti che filosofo sarebbe?) è musicista professionista – trombettista jazz,  per la precisione (ha collaborato con Enrico Rava e Dizzy Gillespie, tanto per chiarire eventuali dubbi). Ha scritto una Filosofia della musica che mi spiace di non aver letto, a questo punto. Perché attraversare come fa lui musica, filosofia e cinema, con indubbia disposizione “alta” e pratica “viva” insieme, mi pare cosa rimarchevole.
ABITARE LA SOGLIA – Cinema e filosofia è il titolo del bel libro uscito da poco per Mimesis Edizioni. Direi che quando ci si pone davanti all’oggetto d’indagine in maniera così soggettivamente implicata, quel che conta non è una filosofia come sistema di risposte alle domande che lo stesso esercizio di pensare con metodo potrebbe imporre: sono le domande stesse a risultare interessanti. Qui vengono formulate nel cuore di una ragione che mi pare investire il corpo, inteso come totalità psico-fisica dell’uomo - segnatamente, dello spettatore cinematografico (a prescindere dalle sue possibilità culturali, dal suo immaginario, dalle sue aspettative estetiche). Meglio: di un qualsiasi spettatore all’interno di una qualsiasi esperienza filmica (a prescindere dalla sua segnaletica storico-stilistico-espressiva, mi par di capire, purché dignitosa: e questa potrebbe essere una delle aporie del libro).
Convinzione di Donà – autore fra le altre cose qualche anno fa di una “Filosofia del vino” - insomma è che del cinema si possa parlare (almeno, è quello che egli fa in questo lavoro) più che come categoria estetica in sé, in quanto luogo e momento di un’esperienza che mette in gioco tutto di noi in quello spazio-tempo transitorio della visione che ci porta in un altrove niente affatto evasivo ma pregno di senso (filosofico). Senso tuttavia paradossale: in quanto  rivelazione del ni-ente che è oltre il reale, ciò che potremmo dire dell’omerico canto delle sirene.
Una fenomenologia del guardare cinema, in cui sembra centrale la nozione di  “spossessamento”. Ciò di cui parla Donà, ciò in cui si trasforma la nostra vita per quell’ora o due di visione del film, non è dunque qualcosa che riguardi il filosofo, ma l’uomo comune (ammesso che a sua volta l’espressione significhi qualcosa: com’è noto, appunto, entrare in un discorso filosofico significa aprire domande più che trovare risposte…). A ogni modo è comune a chiunque – a tutti – il fatto di non essere più “soggetti” davanti a un film: “il cinema viene vissuto”, dunque “finiamo sempre per dimenticare la nostra soggettività empirica”. Salta la distinzione Io-Mondo, quando “sei dentro” un film. Solo che, lo impariamo abbastanza presto da bambini, essere tristi al cinema non vuol dire essere “davvero” tristi, soffriamo magari ma “liberi da rischi”.
Non siamo mai veramente in pericolo, al cinema. Non siamo attaccati alle cose, al cinema, non “possediamo” niente di quello che appare sullo schermo: non v’è dualità, perché nulla può tornare “utile” e nulla ci può davvero danneggiare. Piuttosto, l’esperienza del cinema rappresenta una sorta di ritorno all’in-differenziato. Lì davvero siamo, secondo Donà, “uno, nessuno e centomila”. Il cinema appare così ai suoi occhi come l’arte più nietzscheana della modernità.  Il cinema come lo spazio-tempo in cui ognuno di noi fa esperienza del non-finito, in cui “vive” una specie di godimento che è libertà dalla nostra finitezza. Che è difficile non definirla esperienza non filosofica, non vi pare? Un pharmakon, per Donà, che non ha paragoni nella vita dell'uomo contemporaneo. 

Intervista al sottoscritto di lucia tosi


Intervista a Michele Lupo di Lucia Tosi
su LPELS

Michele, hai scritto un romanzo, L’onda sulla pellicola, pubblicato nel 2004, dei racconti, I fuoriusciti, 2010, a breve uscirà un secondo romanzo: qual è la forma attualmente più consona a Michele Lupo e quale quella ai lettori d’oggi, ai quali si voglia dare delle storie che si facciano leggere e dei contenuti etici? Per esempio, Giulio Ferroni invita gli scrittori a cimentarsi con il racconto ritenendolo la forma più adatta, oggi, a confrontarsi “con la complessa contradditorietà del presente“.
Mah, a me queste proposizioni lapidarie su quello che “oggi sarebbe” etc mi hanno sempre fatto un po’ ridere. Perché il racconto dovrebbe sapersi confrontare meglio “con la complessa contradditorietà del presente” e non invece un romanzo di mille pagine? Per quanto mi riguarda, mi sento maggiormente a mio agio con testi più lunghi dei racconti, sebbene recentemente abbia scritto anche cose brevissime. Tutto qui.
Non so più dove, ma ricordo di aver letto che tu non sei del tutto d’accordo con chi ti definisce barocco (forse perché fa paronomasia con Baricco?): io stessa nel recensire L’onda e I fuoriusciti qui equi ho trovato, al contrario, delle parentele con la linea Gadda/nipotini di, vale a dire Manganelli, Ceresa, Arbasino. Tu ti definisci piuttosto espressionista. A me pare che le due cose si combinino, tuttavia: puoi spiegare le differenze?
La lettura di Manganelli, o dello stesso Arbasino (che ha smesso di dire qualcosa di interessante da più di trent’anni) è stata a suo tempo importante. Ma ero giovane. I maestri vanno traditi e forse anche dimenticati. Per quanto mi riguarda, mi definisco in qualche modo proprio se debbo. Solo dopo questa precisazione, aggiungerei: più espressionista che barocco. Mi pare fosse stato proprio Arbasino a dire che l’espressionismo, rispetto al barocco, aderisce a un dettato più corporale, basso. Direi che una scrittura espressionista dal punto di vista stilistico presenta una gamma di variazioni più ampia di quella barocca, meno automaticamente assimibilabile a una sintassi enfatica, per esempio. Meno obbligata a un dettato spettacolare, ma di sicuro più imprevedibile.
Per restare in tema di ascendenze: diversi scrittori tengono a sottolineare con orgoglio di avere Carver come riferimento, forse perché la loro scrittura tende al grado zero. In un’intervista che hai rilasciato di recente si è fatto il nome di Carver: dunque, quanto c’entra questo scrittore con la tua formazione?
Non credo molto. Ma ho una vera venerazione per alcuni suoi racconti. Con o senza la mano di Gordon Lish.
Quanto incide, secondo te, nella vita di uno scrittore la comunicazione internettiana: ha un’azione di feedback, è di disturbo, di crescita, offre delle opportunità legate alla scrittura (intendendo non solo quelle di visibilità e di carattere promozionale)?
Entrambe le cose. Opportunità e distrazioni. Spazi vitali altrimenti chiusi, ma anche grossi abbagli. Ci sono fior di scrittori in Italia che sopravvivono grazie alla rete, che Fazio e la Dandini non inviteranno mai; e ci sono migliaia di scrittori e poeti sedicenti verso i quali invece la rete, per la sua stessa “natura” aperta, è oltremodo generosa. Il paradigma “google” che privilegia la quantità e non la qualità (e che non a caso tanto piace a Baricco – non a caso destinato a tramontare con Berlusconi), non è il massimo della vita.
Quello che si percepisce di te è che conservi in età matura un notevole grado di incazzatura nei confronti dell’esistente. La scrittura la filtra, le conferisce razionalità, ma tuttavia si avverte chiaramente.
Non mi sono rassegnato all’orrore della stupidità e del potere, alla volgarità e alla ferocia di questo paese cinico e sentimentale – segno che qualcosa non va in me.
Non si finirà mai di parlarne (e tuttavia il rischio, secondo me, è che l’argomento che segue cada in prescrizione): l’editoria in Italia, tra piccoli e grandi editori, premi letterari, mostre del libro, sconti sugli acquisti on-line, quali prospettive offre alla narrativa, e alla saggistica, di restare su un livello di qualità almeno buono?
Dipende molto dalle persone che lavorano intorno ai libri. Dovrebbero aiutare il talento vero, difenderlo contro lo strapotere del mercato, l’acquiescenza dei grandi giornali e dei premi importanti – economicamente importanti. Ma si dà il caso che i nomi implicati siano sempre gli stessi, gli interessi anche. Perciò…
Tu accosti alla scrittura creativa frequentemente quella di recensore. Quali sono gli ingredienti, o i segreti, per una buona recensione? Ritieni che l’arte della (buona) stroncatura vada recuperata? Che si possa fare, cioè, senza certo cinismo internettiano, senza sfregio, demolendo per costruire?
La stroncatura non è un’arte particolare. Come dire, adesso vi mostro come si fa a pezzi un libro. Messa in questi termini, resta un gioco. Basterebbe recuperare il coraggio di dire quello che si pensa, a proposito di un libro. Stando sul testo. Cosa che oggi molti evitano di fare, per non precludersi favori, attenzioni, appoggi. Ma prima ancora servirebbe che si tornasse a studiare. La rete da questo punto di vista favorisce colossali malintesi. Molti giovani iniziano presto a cimentarsi con un esercizio che richiederebbe prima qualche centinaio di chili di buone letture. Invece scrivono di cose che non conoscono, fanno “i critici” senza sapere molto altro, a parte aver letto Avallone, Giordano, o qualche nome americano che ci sta sempre bene.
A giugno sarà in libreria per Cult Editore il tuo nuovo romanzo, Rosso In Fuga. Un’anticipazione?
Rosso In Fuga è stato scritto ormai sei anni fa. È un romanzo di sentimenti estremi sul tema del fascino, della malia nera che può distruggere una vita. Una doppia storia che si intreccia all’interno di una struttura che recupera forme canoniche della tradizione musicale occidentale, nonché, parodisticamente, stilemi del noir e del melò. Alcuni editors se la son presa perché racconto anche un sottobosco editoriale di frustrati in cui qualcuno si è a torto riconosciuto. E prendo in giro il mondo della letteratura di genere che in quegli anni ci ammorbava con la storiella che fosse la sola a raccontare seriamente la società. Ora hanno smesso, hanno fatto fortuna.

Sul grande Manga


Lo hanno già scritto altri ed è ovvio perché non è che di scrittori così ne nascano a dozzine, magari di imitatori sì, ma questo è un altro discorso. Hanno scritto anche altri che per gli estimatori appassionati di un autore grandissimo come il sulfureo Giorgio Manganelli trovarsi fra le mani degli inediti fa un certo effetto. Ti ucciderò, mia capitale è il titolo scelto dall’editore per questa raccolta.
Perché parliamo di racconti, un profluvio di storie e microstorie, avventure mentali, divagazioni angosciate, vagheggiamenti lirici o grotteschi, brevissime peripezie, tour de force espressivi che si intensificano via via che dal 1940 al 1982 Manganelli disciplina (si fa per dire) la propria scrittura.


continua 
http://www.ilrecensore.com/wp2/2011/05/ti-uccidero-mia-capitale-manganelli-inedito/

25 mag 2011

Intervista a Adrian Bravi

paradiso italo-argentino


di Michele Lupo


Adrian Bravi
Dunque, miei motivi personali acuiscono la curiosità per la tua storia di argentino immigrato che a un certo punto decide di cimentarsi con la lingua d’arrivo. Ma prima di entrare nello specifico letterario mi interessa il tuo, ovviamente semplificato, punto di vista sulla situazione argentina dopo gli sconquassi di qualche anno fa.

Per l’Argentina, secondo me, è già stato un traguardo importante essere riuscita a liberarsi da un presidente come Menen. Adesso tocca liberarsi dal menemismo. A parte questo, credo che dopo la crisi economica del 2001 si è aperto un nuovo panorama nella politica e nella cultura argentina.

Come sei arrivato alla scelta di scrivere in italiano?

Non saprei bene, perché in realtà dopo essere arrivato in Italia, ed essermi radicato definitivamente qui, ho continuato a scrivere in spagnolo (sarebbe meglio dire in castellano), tant’è vero che il mio primo libro l’ho pubblicato a Buenos Aires quando vivevo in Italia da una decina d’anni. Quindi, diciamo così, il mio cambio di lingua è piuttosto recente, da quando ho cominciato a scrivere Restituiscimi il cappotto. Ma c’è una ragione ancora più radicale. Nell’anno duemila è nato mio figlio, e prima della sua nascita vivevo ancora con un piede in Argentina e un altro in Italia, o meglio, con la testa in Argentina e con i piedi in Italia. Dopo la sua nascita, insomma, ho capito che questo era il mio posto e d’allora ho cominciato a scrivere in italiano e adesso vivo con la testa e con i piedi qui.

Ovviamente, pensando a un argentino che scrive in italiano, viene in mente Wilcock. Una certa stramberia di fondo accomuna le tue storie alle sue, anche se la tua mi sembra più contenuta, i tuoi personaggi più tradizionali. Sbaglio?

È vero. Io però la stramberia di cui parli in Wilcock la sento di più nella sua lingua, piuttosto che nella costruzione dei personaggi. Wilcock ha questa capacità quasi unica di portare il lettore su un piano narrativo, ma tenendosi fuori da questo con una lingua e un registro saggistico. Basti pensare a La sinagoga degli iconoclasti, un testo meraviglioso dove si raccontano le storie di una serie di personaggi che si muovono su delle basi scientifiche strampalate. Un altro libro che rientra in questo registro, che si tiene tra la narrativa e il saggio, è Fatti inquietanti. Comunque, questo non toglie che i suoi libri strettamente narrativi siano meno belli, anzi, trovo cheIl caos (una raccolta di racconti), uscito in Italia nel 1960 e purtroppo un po’ dimenticato, sia un testo stupendo. Una cosa sulla quale bisognerebbe riflettere nell’opera di Wilcock è il tema dell’autotraduzione. Il racconto “Il caos” era stato scritto in spagnolo e pubblicato nella rivista “Sur” e poi autotradotto all’italiano, anche le Poesie spagnole, uscite per Guanda nel 1963, sono autotraduzioni di libri già pubblicati in Argentina. Ecco, io penso che autotradursi sia un’impresa molto difficile che solo alcuni sono riusciti a compiere.

Anni fa hai scritto romanzi anche nella tua lingua d’origine. Avrai avuto i tuoi scrittori di riferimento, argentini intendo. Ti chiederei intanto quali sono stati e per quali, sintetiche ragioni. E se poi hanno continuato ad agire nel passaggio alla nuova lingua.

Questa domanda mi ricorda quel saggio memorabile di Borges che si chiama Kafka y sus precursores, dove si dice che ogni autore si crea i propri precursori, o come dici tu, i suoi scrittori di riferimento. Io mi sono sempre sentito e mi sento tutt’ora legato alla tradizione letteraria argentina. Certo, se ti dovessi fare un nome su tutti non esiterei a dirti che Borges è stato sempre un punto di riferimento, per me e per tante generazioni d’argentini, soprattutto perché ha introdotto una nuova lettura di tutta la letteratura mondiale, sia occidentale che orientale. Mi sento legato anche a autori come Ricardo Güiraldes (per il modo in cui ripesca la tradizione gauchesca); Roberto Arlt (sarebbe impossibile per un argentino non fare i conti con Arlt, I sette pazziIl giocattolo rabbioso e tanti altri dei suoi libri sono stati fondamentali); Ezequiel Martínez Estrada (per il ritratto puntuale che fa dell’Argentina, ricordo La cabeza de GoliatRadiografia de la Pampa); Horacio Quiroga (anche se lui era uruguaiano, i suoi libri sulla giungla, Anaconda o Cuentos de la selva, mi hanno incantato da piccolo - era ed è il nostro Kipling, se posso fare un paragone); Cortázar (perché lo leggo e rileggo tutt’ora). La lista potrebbe continuare - come non aggiungere Juan Carlos Onetti, uruguaiano come Quiroga, ma facciamo finta che sia argentino anche lui, o Leopoldo Marechal, di cui recentemente hanno tradotto in italiano il monumentale Adán Buenosayres?), o ancora Adolfo Bioy Casares e Silvina Ocampo (due monumenti della letteratura argentina). E Puig e Juan José Saer, non li vogliamo ricordare? La Nottetempo ha pubblicato un libro bello di Saer, Luogo

I più da noi conoscono i grandi argentini degli ultimi decenni, compreso Ernesto Sábato appena scomparso. Hai qualche nome da farci fra le nuove generazioni di narratori del tuo paese, tradotti ma poco noti, o da suggerire agli editori?

Ernesto Sábato! Sono stato vicino di casa sua per otto anni, a Santos Lugares. Il giardino davanti a casa sua era il luogo prediletto per nascondermi, quando giocavo a nascondino con gli amici. Era un giardino alla Gilles Clémant, con una varietà di piante incredibile, che venivano su da sole, incuranti e rigogliose. La facciata di casa sua, dietro a questo giardino (lo ricordo immenso, ma quando l’ho rivisto dopo tanti anni mi sono accorto che non è tanto grande) era tutta coperta d’edera. Per venire alla tua domanda. Ci sono autori importanti che seguo attentamente, tra questi, faccio il nome di César Aira, per esempio. In Italia si sono pubblicati solo tre dei suoi libri, è un autore relativamente giovane e molto prolifico, al quale mi sento vicino: Come diventai monaca, trovo che sia un libro bellissimo. Ricardo Piglia, già noto al pubblico italiano per due romanzi di un certo successo, Soldi bruciati e il recente Bersaglio notturno (ricordo anche un libro di saggistica molto bello che si chiama L’ultimo lettore). Da quanto mi risulta non è stato ancora tradotto un altro libro di saggi, che varrebbe la pena tradurre, si chiama Formas breves, sempre di Piglia. C’è anche il grande Fogwill che purtroppo è venuto a mancare di recente (uno dei suoi libri, Los pichiciegos, dovrebbe uscire nella nuova collana “Sur” di Minum fax). Anche Sergio Bizzio trovo interessante. Alcune cose di Bizzio sono state già tradotte in Italia. C’è un libro che ho letto di recente di Bizzio, il titolo è Aiwa, che parla di un paese completamente isolato dove agli uomini crescono le tette, molto bello. C’è un autore, uruguaiano ma facciamo finta che sia argentino anche lui, che si chiama Felisberto Hernández (1902-1964) che io non mi spiego come mai non abbiano ancora tradotto. Era uscita negli ’70 un’antologia per Einaudi curata da Italo Calvino e poi il silenzio. Ho un libro qui accanto di Felisberto Hernández, Las Hortencias, rieditato di recente, dove leggo nella quarta di copertina (traduco alla meglio): “Se non avessi letto le storie di Felisberto Hernández nel 1950, oggi non sarei lo scrittore che sono” e questo l’ha detto García Márquez.

Veniamo a 'Il riporto' (edizioni nottetempo) il tuo ultimo, quarto romanzo in italiano. Racconta sostanzialmente una fuga. L’idea di approfittare di un’occasione qualsiasi – qui lo sberleffo di uno studente a un professore che osa andare in giro con un riporto alla Giulio Cesare – per sparire e cambiare vita. Più Pirandello che Borges…

Ho cominciato a pensare alla storia di Il riporto dopo che ho letto un interessante articolo di Léna Mauger, uscito sull’Internazionale, verso la fine di ottobre del 2009. L’articolo, intitolato 'Evaporati nel nulla', parlava di alcune persone che decidono di scomparire per costruirsi una nuova vita e chiudere col passato. In Giappone sono chiamati “johatsu”, che vuol dire evaporare, sfumare nel nulla. Quando lessi quell’articolo mi sentii un tristezza addosso, specie per la storia di un certo Kazufumi Kuni (una sorta di eroe della fuga), il quale un giorno esce dal lavoro e non torna più a casa, scompare per sempre. Dopo anni però conserva ancora la sua vecchia carta d’identità, con un nome che non esiste più, un nome al quale non corrisponde più un passato. Allora mi sono venuti in mente alcuni racconti: il 'Wakefild' di Hawthorne, una specie di “johatsu” americano della prima metà dell’800. Mi è venuto in mente quel romanzo straordinario di Paasilinna, 'L’anno della lepre' (la storia di Vatanen, giornalista a Helsinki, che una sera tornando a casa in macchina con un amico fotografo investono una lepre sulla strada, allora Vatanen scende, cerca la lepre nel bosco e la trova con una zampa rotta che penzola. Da quel momento in poi sparisce con la lepre nel bosco, e si mette a vagabondare). Mi è venuto in mente il 'Brooksmith' di Henry James, forse il personaggio letterario che più riesco a pensare come un “johatsu” giapponese (una sera esce come al solito per andare a servire a tavola, col bianco panciotto, e non torna più a casa). Ma c’è un’altra storia simile a queste ed è la storia di San Gerolamo (traduttore della Bibbia in latino, ci ha messo 55 anni e sei mesi per tradurla). Si racconta nella Legenda aurea che San Gerolamo un giorno si sveglia presto per recitare il mattutino e trova accanto al letto una veste da donna, che alcuni monaci invidiosi avevano messo lì per prenderlo in giro; credendo che fosse la sua, Gerolamo l’indossa ed entra in chiesa (i monaci avevano fatto questo per far credere che Gerolamo tenesse una donna nel suo letto). Quando Gerolamo si accorge dell’accaduto, decide di andare da Gregorio Nazianzeno, vescovo di Costantinopoli e dopo aver da lui appreso le lettere sacre, si ritira nel deserto. Certo, come non ricordare il Fu Mattia Pascal di Pirandello? Dunque, per primo sono partito dall’idea della fuga, poi ho pensato che se un maniaco del riporto cesariano si trovasse davanti a una platea di studenti e all’improvviso uno di questi si alzasse per scoperchiargli la testa, ecco questo gesto sarebbe un buon motivo per abbandonare tutto, famiglia, lavoro, e partire. Aggiungo che il riporto prima o poi tornerà di moda, e allora bisognerà fare i conti con Arduino Gherarducci (protagonista del mio romanzo).

Nel paesaggio letterario italiano attuale, c’è qualcuno che ti sembra particolarmente interessante?

Ci sono molti autori che mi piacciono e che leggo con interesse. Ermanno Cavazzoni è uno di questi, anche Gianni Celati. Mi piacciono le letture pubbliche di Paolo Nori (i suoi “pubblici discorsi”), i saggi di Claudio Magris (e anche i suoi romanzi), o di Antonio Prete (e anche i suoi racconti). Adesso sto leggendo Fare scene di Domenico Starnone, un libro molto bello. Io trovo interessante il panorama letterario italiano e anche quello dei nuovi autori stranieri che scrivono in italiano, la così detta letteratura della migrazione. 

Che rapporto hai con la “società letteraria” italiana? Frequenti il mondo editoriale, altri scrittori?

In verità io esco molto poco da Recanati, il posto dove abito. Faccio fatica a muovermi. Un periodo andavo alle riunioni di una rivista, “L’accalappiacani”, a Reggio Emilia. Ho degli amici che scrivono e che apprezzo moltissimo, ogni tanto ci vediamo, ma in linea di massima passo molto tempo da solo (non lo dico mica per lamentarmi).

24 mag 2011

Meridione d'Inchiostro


Giovanni Turi, editor nemmeno trentenne di Alberobello (locus amoenus che conosce fino all'ultima pietra e nel quale sa accompagnarti con garbo e gentilezza rare prima di offrirti un ottimo gelato locale) è un ragazzo che merita. Intanto, ha pubblicato i racconti del sottoscritto, il che dice della sua intelligenza e del suo buon gusto; non pago, ha insistito nel dare alle stampe racconti, in un paese, questo nostro sciagurato, che li rifiuta a chiunque (difatti me li avevano rifiutati, ah!). Ora Giovanni nella collana "Nuove lettere" che dirige per la Stilo Editrice ha raccolto nove storie in un'antologia, Meridione d’inchiostro. Racconti inediti di scrittori del Sud” 


23 mag 2011

politica e scuola 2


Campagna elettorale - Milano (Italia)

Ai professori di destra è stato promesso che per decreto si diventerà maggiorenni a quindici anni, specie nel caso che le pischelle oggetto della loro attenzione dovessero superare le prove di miss “Milano in allegria” – a Napoli non ci si formalizzava già da prima, difatti Noemi Letizia non ha mai capito tutto quel can-can mediatico (ma aveva un’attenuante: non aveva da un pezzo l’insegnante di sostegno, per via dei tagli di Tremonti).
Ai professori di sinistra invece,  una volta sbattuti a San Vittore, verrà garantito l’utilizzo delle escort in eccedenza: una volta al mese, una sveltina con le cozze di scarto.

politica e scuola



Vivalascuola su LPELS
Come (non) parlare di politica a scuola - con un pezzo di lucia tosi, un racconto fantapolitico (ma non troppo) di alex cartoni, e il richiamo a penne illustri su un tema di freschissima attualità








- Dovrebbe smetterla con la politica, professore. I ragazzi non vengono a scuola per sentire comizi.
- Scusi?
- Ho detto che dovrebbe smetterla di fare politica a scuola.
- Infatti, sto solamente facendo lezione, mica propaganda a nessuno. O vorrebbe che saltassi anche il nazismo?
[...]
- Senta, mi risulta che lei ultimamente faccia chiudere i libri e si mette a parlare di Veltroni e Berlusconi e compagnia bella. E’ vero?
- Quali libri? Comunque. Diciamo che mi limito a spiegar loro quello che l’informazione si guarda bene dal raccontare – disse, pensoso.
(L’onda sulla pellicola - pubblicato nel 2003, scritto quattro, cinque anni prima, ambientato nel 1994-'95: così, per dire)


21 mag 2011

Un paese e una vocazione



Copertina
Un noto politico che da un pezzo fa il bello e il cattivo tempo in questo paese, si beccò un coccolone pare a causa di un eccesso di zelo sessuale. Si dice anche che si accompagnasse nella circostanza a una zoccola di quelle che rischiavano la clandestinità non in termini di legge varata guarda un po’ dalle stesse parti, ma di visibilità televisiva – che per molte italiane oggi è un dramma pesantissimo. Si dice anche che per anni al noto politico infoiato come il giovane Mallarmé di cui solo a scuola si tace l’imbarazzato priapismo certo per la nota sensiblerie delle nostre professoresse, si dice che già da tempo, prima dell’incidente vascolare, al politico i suoi militanti portassero in dote temporanea – una notte, un’ora, una sveltina-ina – le proprie mogli, marcando così la differenza fra gli elettori semplici e quelli più fattivamente disposti alla causa: il motivo di orgoglio assicurava un comprensibile scarto di qualità rispetto alla crocetta in cabina elettorale. 



continua sul paradiso
http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=attualita&Chiave=227


20 mag 2011

Strega - qualcuno ha memoria del Kitsch?


Molte cose a sproposito si son dette su Settanta acrilico, trenta lana di Viola Di Grado (Edizioni e/o), giovanissima scrittrice che hanno paragonato a Amelie Nothomb e che rischia purtroppo di assomigliare a Isabella Santacroce. Il suo libro racconta una storia molto dark ambientata a Leeds, una città "dove l'inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c'era prima".
La Di Grado probabilmente non è priva di talento (la sua scrittura, che a molti è sembrata audace, a tratti non è priva di spunti interessanti), ma fa pensare a certi talenti calcistici bruciati da giovani - spacciati troppo presto per fuoriclasse. Così non si vorrebbe nemmeno fare l’errore contrario e sottoporre il testo a un’analisi impietosa che ne evidenziasse le soluzioni sconcertanti, i salti nel vuoto: “Il cielo è soltanto un remake a basso budget dei suoi occhi.” Oppure, “Quanto al sole, poveraccio, era soltanto un puntino” etc – sole poveraccio? Sui vestiti che non le stanno bene: “Le scollature mi prendevano in giro”. Giovanissima, la Di Grado, e paleofreak.

18 mag 2011

Rosso In Fuga - a giugno in libreria


E Cardo scoprì che il fiato di quella bambina  sapeva di un odore che non aveva mai sentito prima – un  odore che gli riempì la bocca e gli fece tremare il cervello  – così gli sembrava – e sbattere dentro, da qualche parte, in una regione sconosciuta.

17 mag 2011

Canti in paradiso



Kevin Canty

Dove sono andati a finire i soldi

Minimum fax, Pag. 187 Euro 13,50


copertina del libro
Kevin Canty è un bravo scrittore che non aggiunge però molto al già visto e al già detto da una grande tradizione letteraria, quella americana degli ultimi sessant’anni, che sulla famiglia ha esercitato una riflessione ricchissima, imprescindibile non solo per qualsiasi scrittore volesse a sua volta misurarsi con l’argomento, ma buona per qualsiasi lettore giustamente afflitto dall’inconsistenza teorica (perché letteraria) di centinaia di manualetti di psicologia che hanno volta per volta seguito questa o quella scuola ripetendone deliranti schemetti interpretativi salvo buttarli dalla finestra una volta passati di moda.
Le famiglie messe in scena da Canty assomigliano a quelle di Carter, Yates, Dubus, che sembrano nascere già precarie, orientativamente liberal più che destrorse, tentate a volte, all’apparenza, da modelli aperti, progressisti. Famiglie altre volte svagate, di quelle che s’illudono di conoscere le trappole della vita borghese, che sanno come evitarle e ci finiscono dentro con un di più di tragica ironia. Perché naturalmente si sbagliano. E famiglie ipotetiche, morte sul nascere.
Dal primo racconto, brevissimo, che dà anche il titolo alla raccolta, 'Dove sono andati a finire i soldi' emerge la capacità da parte di Canty di predisporre con poche immagini tutto il senso di una distanza irrimediabile, di un fallimento senza vie di scampo di una coppia scoppiata. I maschi e i bambini sembrano più ancora delle donne soffrire di una cupa fragilità. Nel racconto “Terra bruciata” un bambino che gioca male a pallone fa vergognare sua madre, non esattamente la mamma ideale, che vorrebbe sentirsi all’altezza degli altri genitori non a caso interessati solo al fatto che i figli vincano, appunto, più che giocare e divertirsi. L’amante della donna, che però non è il di lui padre – non solo per motivi biologici ma per manifesta inettitudine al ruolo, essendo uno sbandato senz’arte né parte - cerca di riscattarsi in un pomeriggio diverso dagli altri sforzandosi di essere l’uomo che non è mai riuscito a essere.
Nel racconto “Non c’è posto per te a questo mondo”, un altro bambino non riesce a non mordere i suoi simili all’asilo e questo semplice motivo tira a sé, come dentro una buia voragine, tutto ciò che lo circonda. 
Vero che certi tagli obliqui delle storie, il recupero di dettagli apparentemente marginali e poi collocati in un punto strategico della vicenda non sembrano particolarmente originali; vero che insomma Canty si fa leggere non senza gradevolezza (sebbene si tratti sempre di tristi storie) ma vero anche che sembra abbastanza epigonico rispetto alla tradizione nominata prima. L’oppressione della famiglia con tutti i suoi corollari quotidiani di cose da fare e faccende da sbrigare nella speranza di dare il senso stesso a una vita che invece non ce l’ha, perché aspetta solo il momento della catastrofe, ecco è qualcosa che conosciamo fin troppo bene.
L’ingombro che grava su queste vite è quasi sempre risaputo insomma, e riguarda in uguale modo uomini e donne, genitori e figli. Cercano di sfuggirvi, si aggrappano a un momento qualsiasi di speranza, come se da uno sguardo dipendesse la possibilità di riprovarci, perché anche quando all’esterno va tutto bene, dentro questi personaggi si macerano di brutto. Il narratore ha l’orecchio fine, questo è chiaro, sente i suoi personaggi fin dentro le fibre emotive più nascoste. La disperazione è gelida, senza ritorno. L’angoscia esistenziale, irrecuperabile. Certi scivoloni della traduzione invece si potevano evitare, non è necessario star dietro a qualsiasi cascame della lingua: che bisogno c’è di espressioni tipo “da paura” per dare il senso del parlato, della vividezza di una lingua? Suona finto, invece.

15 mag 2011

Giacomo Sartori - Cielo Nero

http://www.lankelot.eu/letteratura/sartori-giacomo-cielo-nero.html#comment-66209


"Cielo Nero" di Giacomo Sartori (Gaffi Editore) è un romanzo storico cupissimo e intenso, quasi un dramma da camera - benché qui in realtà ci si trovi in una cella, la numero 27 del carcere degli Scalzi dove nell’autunno del 1943 sta per consumarsi la vita di Galeazzo Ciano, genero di Mussolini. Sta pagando il tradimento del duce, l’appoggio alla mozione del 25 luglio che ha cambiato la storia d’Italia.
All’inizio, Ciano è lo sbruffone irriverente di sempre. Visto dall’esterno, sembra che quasi non creda sino in fondo alla sorte che lo aspetta Non è abituato a soccombere. Mostra “la stessa faccia tosta” di quando prendeva in giro Mussolini “nei salotti romani, in presenza dei diplomatici degli altri paesi, nel letto delle amanti”. Ai suoi occhi, difatti, il suocero non è molto di più di una bestia infoiata - in effetti sembra un gara fra tipici galletti italiani.
Sempre stato così peraltro, Ciano, borioso e vanesio, non meno dell’odiato suocero, del quale però resta intimamente succube, nonostante sberleffi e prese per il culo. Lo stesso giudizio che ne dà il suo ex segretario è severo: uno che la gente trovava ridicolo nel suo tentativo di assomigliare al Duce. Il marchese Pucci, al momento intimo di Edda Ciano, ci va giù ancora più duro: niente più che uno squallido opportunista, per lui, ingiustificatamente feroce in molte occasioni militari per esempio. E molto incline a divertirsi. Donne soprattutto, e fascinose.
Ciano non è solo in questa storia. La co-protagonista è la spia della Gestapo Felicitas Beetz (morta peraltro pochi mesi fa), mandata lì a stanare gli ultimi segreti dell’ex ministro, compreso il diario in cui Ciano descriveva il suocero come un servitore dei tedeschi. Il fatto è che Felicitas cade nella trappola di Ciano, cede al suo fascino, è attratta proprio dal suo lato più “galante e sbruffone”, più infantile che superomistico: profondamente italiano. Se ne innamora, fa l’amore con lui, una voragine di verità li fa sprofondare in un pianto incontrollabile (lui, il grande capo e lei, la freddissima spia). Il romanzo di Sartori racconta tutto questo restituendo molto bene la tensione di quei giorni, la pressione insostenibile che grava sui protagonisti e che sembra poter esplodere in ogni momento. Una forza compressa, potenzialmente devastante che Sartori racconta con la sua consueta lingua precisa, sensibilissima agli umori corporali. Questa tensione è la forza maggiore del libro, la capacità del narratore, passo misurato ma dirompente, di registrare il sudore e l’afrore animaleschi della gabbia.
Sartori non cerca chissà quali ragioni storiche sconosciute ma percorre anfratti oscuri della psiche dei personaggi, sensibilissimo al di più di non detto, all’intemperanza dei corpi costretti in uno spazio non solo angusto ma definitivo; gli preme vedere un uomo in una situazione estrema in cui tutto quello che c’è in lui è costretto a uscir fuori.
Non si respira un’aria meno pesante negli esterni, nelle trattative fallimentari della moglie Edda per salvare Ciano. A sua volta Edda era la donna pazzesca che era, una che le corna a Ciano le restituiva con gli interessi, una che diceva quello che pensava con un coraggio o un’incoscienza uniche, una che sapeva perfettamente che razza di sceneggiata fosse Salò. Provò a barattare la libertà dell’ex ministro con i diari scritti sui quaderni della Croce Rossa; e non comprese però la forza di Felicita. La spia che rischiò la pelle ogni giorno per salvare, anche lei, quella dell’uomo.
Nell’arco di alcune settimane fra l’ottobre del ’43 e l’11 gennaio del ’44, mentre il processo e la fucilazione di Ciano si avvicinano, assistiamo però a uno slittamento progressivo verso una profondità del personaggio che non ci aspetteremmo, pur restando Ciano l’uomo irresponsabile e cialtronesco di sempre; in un patetico memoriale, tenta di discolparsi dall’accusa di tradimento arrivando a sostenere che non immaginava le conseguenze del 25 luglio.  Non smette di mentire dunque, ma una delle cose che può fare la letteratura che prova a volare alto è questa: dare aria alla vita seppellita dal legittimo o addirittura sacrosanto giudizio della storia. E così il gesto finale e decisivo della sua vita, quello che spera lo nobiliti agli occhi dei figli, arriva proprio all’ultima pagina – non lo riveliamo. L’idea che soggiace alla pratica scrittoria di Sartori, sospetto sia già nella scelta dell’epigrafe, da W. Gombrowicz: “La letteratura seria non è fatta per facilitare la vita, ma per complicarla”. Altro che mainstream.

13 mag 2011

beppe salvia




Abbiamo nel cuore un solitario
amore, nostra vita infinita,
e negli occhi il cielo per nostro vario
cammino. Le spiagge i cieli, la riva
su cui sassi e rovi e il solitario
equisèto, e colli erbosi grassi
rioni, città dispiegate come
belle bandiere, e nude prigioni.
Questa è la nostra vita. Questi nostri
volti vagabondi come musi
di cani ci somigliano. Il vento
il sole le corolle rosse e blu,
i sogni mai sognati i nostri sogni.
Questa è la nostra vita e nulla più.


Invalsi ai politici

https://www.facebook.com/home.php?sk=group_200507559984937

Esame obbligatorio per qualsiasi aspirante al parlamento, al consiglio dei ministri,
alla giunta comunale, all'amministrazione del condominio.

11 mag 2011

SOSPENDERE FABIO GARAGNANI DALLA REPUBBLICA ITALIANA

http://www.repubblica.it/scuola/2011/05/11/news/professori_politicizzati_sospensione_per_3_mesi-16101869/?ref=HREC1-2
cosa vuol dire essere politicizzati?  parlar male di Montesquieu? parlar bene della Repubblica di Salò? sostenere che la P2 è un'invenzione della stampa? ricordare che non risultano titoli di merito che giustifichino l'occupazione del palazzone di viale Trastevere da parte della signora Gelmini? sostenere che Craxi è stato un grande statista? e anche er Trota? rubricare la strategia della tensione come una sindrome da complotto? non fare la preghiera in classe tutte le mattine? assicurare che ci si è appena lavati anche se è vero, la barba è una gran rottura di coglioni? 

Jack london & harry grey


Due libri di cui non si è troppo parlato e vorremmo farlo ora. Due libri di un editore che ne fa di splendidi, Mattioli1885, legati da un insospettabile filo rosso. Il primo. L’autore si chiamava Harry Goldberg, o forse, secondo altri, David Aaronson, ma si firmava Harry Grey. La malavita l’aveva conosciuta da vicino. Bazzicata in proprio, diciamo. Poi si decise a scriverne.
Fra gli altri, saccheggiando i propri ricordi, in un romanzo intitolato The Hoods. Sergio Leone s’innamorò di quelle storie e ne trasse molto liberamente un film fin troppo famoso, C’era una volta in America. L'altro è di Jack London   continua  http://www.ilrecensore.com/wp2/2011/05/lalcool-il-proibizionismo-e-due-libri-belli

10 mag 2011

C. Duggan e una storia controversa

laforzadeldestino-dugganI giudizi di Christopher Duggan contenuti ne “La Forza del Destino. Storia d’Italia dal 1796 ad oggi“, pubblicazione laterziana oggi nella collana Robinson dopo la precedente uscita nel 2007, sono spesso così severi nei confronti di questo nostro tristo paese, che lo storico inglese si è a sua volta guadagnato la cattiva fama di autore convenzionale e inadeguato, fin troppo dentro la tradizione storiografica anglosassone che ci riguarda.
Non so se contribuisce alla partita il fatto che Duggan, sebbene non immune da errori di prospettiva, dica chiaramente quello che da vent’anni in molti (non ultime certe firme della pubblicistica sedicente liberale di alcuni importanti quotidiani) affermano e poi smentiscono. Oppure occorre ricordare il revisionismo allegro di alcuni libri imbarazzanti ma di successo? Esiste oppure no “la tendenza a non vedere distinzioni morali e politiche tra quanti supportarono il regime fascista e quanti diedero il loro supporto alla Resistenza”? Come smentirlo, lo storico inglese? E anche quando dice: “Accade così che il fatto che il Fascismo fosse per la guerra, razzista e illiberale, viene dimenticato; vi è una sorta di coro nell’opinione pubblica per sostenere che il Fascismo non fosse così male“: qualcuno potrebbe confutarlo?
continua
http://www.ilrecensore.com/wp2/2011/04/duggan-e-una-storia-controversa/


09 mag 2011

Habemus papam? - No, ego te absolvo




È l'umidore sulle dita dei fedeli a infastidirmi. Non ho mai tollerato l'impudicizia del corpo. La carne che deperisce, lo spettacolo vischioso delle piaghe che si aprono, il sangue che si rapprende e compatta in croste destinate a sbriciolarsi daccapo. Credo se lo ricorderà: qualche anno fa le persone colte parlavano di entropia: si illudevano con quella parola magica di esorcizzare il male, forse di renderlo interessante, esteticamente accettabile.

I premi si sprecano: meritocrazia

Il governo Berlusconi anni fa partorì un libretto sull’Aids pensato apposta per le scuole. Vi profuse alacre e sottilissimo impegno il duo delle meraviglie Sirchia-Moratti, ministri rispettivamente della Sanità e dell’Istruzione – due giganti, va detto. Fra le altre cose il manualetto etico conteneva perle di questo tipo: “L’unico modo per proteggerti davvero è non avere rapporti sessuali“. Oppure: “Che cosa puoi aspettarti da una relazione nata per caso, magari in discoteca?“


Il finale della storia (e della nota) è facile: per questo, chi nei commenti azzecca il migliore, vince un premio.

07 mag 2011

ROSSO IN FUGA prossimamente in libreria



- Forse serve un po’ di sana stupidità per raccontare storie.
O forse lo stava prendendo un’altra volta per i fondelli.
- Crederci, appassionarsi ai personaggi.
Rosso se la ricorda bene la scena, un paio di anni prima, perché era stata l’ultima volta che si erano visti. Lo aveva incontrato in libreria, a Roma, poi Mauro lo aveva fatto salire sulla sua spider nera, una meraviglia assoluta, e si erano diretti verso il mare.
- Ma se la letteratura è solo gioco, tanto vale una partita di rugby.
- E’ questo il tuo guaio. Non riuscirai mai a scrivere una vera storia se sei il primo a non crederci. 



Cambogia - Splendore e miseria

Posto qui - ma stavolta interamente, e per una doppia occasione - un reportage sulla Cambogia già uscito qualche anno fa su l'Unità e  ripubblicato  ora nel numero 13-14 della rivista di letteratura internazionale "Crocevia" (Besa Editrice) . Consiglio anche di leggere Il sorriso di Pol Pot di PETER FRÖBERG IDLING   (a presto una recensione)
        

Lungofiume a Sisowath Road, dentro uno sfondo di luce ocra, che sembra già filtrata per un film, cui il grigio vapore del fiume aggiunge ondate di riverbero scalfite dalle palme e dall’indaffararsi rilassato di centinaia di persone, di tutte le età - gente che passeggia, perde tempo, mangia. Perlopiù nel sud-est asiatico mangiano a qualsiasi ora, quando hanno fame, quando ne hanno voglia. Alcuni palleggiano con uno strambo affarino di gomma, che rimbalza elasticamente e consente ai giocatori virtuosistici scambi (colpi di tacco, volèè) che nel calcio mondiale di oggi – specie nella squadra campione del mondo – difficilmente si possono gustare… E poi ragazze e donne in pigiama – pigiami indossati come completini casual. Una donna seduta per terra, che il pigiama non può permetterselo, ha accanto a sé una bilancia scassata, rimediata chissà dove: uno passa, si pesa e le lascia qualcosa. Chissà se a Napoli qualcuno ci aveva mai pensato.

Oggi è sabato, e forse per questo, nella zona orientale di Phnom Penh, la vita sembra avere la meglio. Il presente,  la naturale, buddistica capacità di vivere il presente (che non è un traguardo dialettico, una liberazione che si ottiene ideologicamente come in Occidente, il risultato di uno sforzo da chierichetti di sinistra, da Breton al ’77 – per poi finire, palmare esempio di eterogenesi dei fini, con i mignottai dei reality show), il presente ha la meglio sul dramma che non ha smesso di incombere su questa terra. Da Sisowath fino ai giardini prospicienti il Palazzo Reale (quello che contiene la cosiddetta Pagoda d’Argento: poche decine di metri quadrati in cui si concentra una ricchezza materiale – fra ori, diamanti, smeraldi etc – formidabile, tanto per introdursi in questo ossimoro vivente che è la Cambogia, un raro concentrato di splendore e miseria), circondati da un impazzimento di motorini e di automobili, che in strada seguono traiettorie imprevedibili in virtù di un approssimativo codice della strada (i motorini non è raro vederli carichi di quattro, cinque persone, nei camioncini si stipano come scimmie una sull’altra a dozzine – le guide sconsigliano il noleggio di mezzi di trasporto), oggi intere famigliole si stendono su stuoie colorate che alcuni vendono lì per lì, e mangiano, riso ovviamente e volatili infilzati dentro oli di sconosciuta provenienza e infinita cottura: piccoli uccelli rossi, la cui consistenza plastica e cromatica come di rame, o legno laccato ti fa venire per un momento il dubbio che siano statuette: Spiccano per la vivacità del colore in mezzo al latte di cocco, alle cosce di rana, ai lunghissimi fagiolini crudi, agli intrugli e alle salse improbabili. Le cavallette invece di solito le vendono a parte, accatastate su piccole montagnole che suscitano insieme la curiosità e il ribrezzo di qualsiasi occidentale. Mentre queste famigliole, che vengono dalla campagna, qualcuna addirittura dal vicino Vietnam, mangiano allegramente, fotografi avventizi le avvicinano per un ritratto-ricordo. Mi dicono che alla primitiva discrezione negli ultimi tempi va sostituendosi un’intermittente ma sempre più decisa improntitudine – e qui, l’illusione del viandante subisce un duro colpo. Ti pare che l’incubo voglia inseguirti fin quaggiù, così lontano dall’orribile Italia di questi anni: la peste della volgarità, intendo, quella programmatica perché antropologicamente inestirpabile di governo.

No, abbagli o deliri o allucinazioni qui hanno un segno diverso – certo, non stiamo fiancheggiando i campi elisi. Anzi, se c’è un popolo che ha un’idea verosimile dell’inferno è questo. A Phnom Penh, un po’ distante dal centro, appena ti allontani verso la polvere dei quartieri periferici, nel puzzo insopportabile delle discariche a cielo aperto, ti si parano davanti agli occhi le macerie della storia. Nel 1975, la follia del socialismo agrario di Pol Pot obbligò gli abitanti della capitale ad abbandonarla in direzione delle campagne dove l’utopia si trasformò in uno dei più feroci massacri del secolo scorso. A Phnom Penh restarono in pochi, le famiglie vennero maciullate – basti vedere l’ex prigione ora museo di Tuol Sleng. La città ricominciò a popolarsi nel ’79, molto lentamente, con la caduta dei khmer rossi.
E’ in questo lembo slabbrato di terra dove il mondo sembra disfatto, dove quasi la metà della popolazione vive sotto la fatidica soglia di povertà che ti imbatti in migliaia di bambini. Due stracci addosso, la meccanica del loro spazio-tempo ludico è circoscritta a poco materiale accessorio. Mancando i giocattoli, inventano a partire dall’indigenza che veste i loro corpi. Dentro o ai margini di ammassi d’immondizia, ferraglia, scassume, fango, i bambini cambogiani giocano con le loro ciabatte: le lanciano con i piedi, cercando di colpire quelle degli altri, o di raggiungere un punto prestabilito. Ripetono gli stessi gesti per ore.
Be’, diciamolo subito, i bambini, le bambine cambogiane sono splendide; la loro bellezza è assoluta e non teme confronti. E colpisce, per paradosso, l’inoppugnabilità di alcuni riscontri oggettivi. Questi bambini sono i figli dei sopravvissuti ai campi di sterminio di Pol Pot. In molti vivono in mezzo alla spazzatura. I genitori, per chi li ha, possono fare poco per loro. Debbono trovare presto il modo di sopravvivere – le ultime statistiche dicono che uno su dieci non ce la fa. La malnutrizione è la regola; le infezioni anche; le possibilità di cure scarsissime. Eppure la loro bellezza lascia senza fiato; non stupisce che spesso vada perduta dopo l’adolescenza (al contrario di quanto avvenga alle donne thailandesi, per esempio, le cui condizioni di vita sono di solito diverse). Centinaia di loro invece di chiedere l’elemosina, girano per la strada cercando di vendere libri, ognuno portando a tracolla, legato con una corda, un cesto quadrato di plastica; dentro, una quindicina di libri, metà dei quali è costituito dalle famigerate guide lonely planet. I bambini, soprattutto le bambine, puntano l’occidentale in vacanza, lo avvicinano (ti sbucano davanti anche a gruppi di otto, dieci) tirano fuori la loro “Cambodie”, la loro “Burma” (Birmania o Myanmar) e con la loro tipica voce cantilenante ti chiedono dieci, dodici dollari, che presto, in successivi slittamenti di tono, diventano cinque o sei – ho provato, me ne vergogno ma lo confesso, a partecipare a queste contrattazioni, per capire come funzionava la cosa: non scendono mai a meno di tre dollari e mezzo. Il perché me lo ha spiegato uno di loro: le comprano a tre dollari. Giustamente, se insisti a offirne meno di quattro, ti guardano male. E ci ho messo poco per capire che l’unico modo per non riempirsi la borsa di libri inutili è evitare di guardarli negli occhi, questi bambini. Se lo fai, e poi non gli compri qualcosa, la fatica per scrollarti il senso di colpa la senti di sguincio ma inesorabile: l’oppressione dell’afa la senti sulla maglietta bagnata di sudore, da fermo. Lo sai che è sbagliato, che non puoi sganciare dollari a ogni bambino che incontri per strada, eppure sei fregato lo stesso. Quando li trovi a servire in un ristorante – dodici, tredici anni, sorridenti nella loro divisa, una camicia bianca e una gonna al posto degli stracci, in cinque o sei che fanno a gara per versarti l’acqua nel bicchiere, un posto dove stare e un pasto, almeno, al giorno - non sai più se provi rabbia per lo sfruttamento o sollievo per il fatto di non vederli per strada, o nascosti in un garage per il passatempo di avventori indigeni e non. Perché non c’è solo il cosiddetto “turismo sessuale” - etichetta sbrigativa che i decerebrati del politicamente corretto applicano indifferentemente a situazioni diverse. E’ vero che mentre scrivo da uno degli innumerevoli punti internet che trovi ovunque e paghi pochissimo (un dollaro l’ora o poco più, contro i 5 euro pretesi in un qualsiasi bar della Toscana!), il report del browser sulla cronologia recente dei collegamenti non lascia scampo: ricerche sexually oriented di femmine e maschi più o meno cresciuti a Phnom Penh e dintorni. Tuttavia – difatti questo il browser non me lo dice - occorre ricordare che in Cambogia si registra un numero altissimo di stupri sulle bambine da parte dei locali.

Ora, la domanda più pressante e angosciosa è questa: quali sono i racconti con cui crescono i bambini cambogiani? Cos’è che dà forma alla loro immaginazione, li inscrive nel mondo e li prepara al futuro?  Se i loro genitori hanno trent’anni, se i loro genitori nascevano sotto il regime dei khmer rossi (ben prima dei quattro anni alla fine dei Settanta, le bombe americane avevano cominciato le loro esercitazioni; c’era poi stata l’invasione vietnamita; dopo i khmer, non sono mancate stragi da disseminare qua e là assieme alle mine presenti ancora oggi nelle campagne) la domanda vera è: quali sono i miti fondativi con i quali si fabbrica lo spazio mentale di questi bambini? Il racconto dell’inizio – ossia ciò che dà forma ai paradigmi narrativi sui quali si modella qualsiasi vita umana – non è già, qui, da subito, un racconto di morte?

Va da sé che non ci sono solo bambini in Cambogia, sebbene i minori costituiscano il sessanta per cento della popolazione. La presenza massiccia di poveri disgraziati che non ti dà tregua: mutilati, gente che striscia sull’asfalto, donne che portano bambini nati da poco dentro sacche lerce, a volte buttate per terra, a respirare gas di scarico e puzza diffusa di marcio, di vapori culinari sospetti, il caos che in molte parti dell’Asia non finisci di chiederti come si tenga miracolosamente in piedi. Se ciò è possibile nel centro di Phnom Penh, in periferia accade dieci volte di più. Perché se prima c’erano i khmer, ora avanza il capitalismo delle società compartecipate dai paesi del sud-est asiatico, intenzionato a fare della città una nuova Bangkok – e davvero, ne sentono il bisogno solo i palazzinari e i cultori del brutto. A ogni modo, i più indigenti li stanno cacciando dal centro, un po’ come avveniva trent’anni fa. Muovono le fila capitali vietnamiti, coreani, russi e appunto thailandesi, interessati sia ad affari immobiliari che allo sfruttamento di risorse naturali. C’è l’idea di trasformare il bacino del Boeung Kak, il lago di Phnom Penh, che a detta dei soliti geologi rompiscatole (direbbe il Marco Paolini del Vajont che “demoralizzano la truppa”) potrebbe produrre inondazioni catastrofiche e avere conseguenze ambientali disastrose. Gli amministratori locali hanno fiutato l’affare e alla vita degli abitanti del lago preferiscono gli interessi degli speculatori. I cambogiani sembrano perciò destinati a patire senza fine. Chi ha vissuto per secoli nelle palafitte ora non può nemmeno ripararle, impedito dalla polizia locale, così che è costretto ad andarsene per non morire affogato.
Non lontano da Phnom Penh, è avviata la costruzione di una città satellite, con torri all’altezza di una qualunque banale megalopoli asiatica, del tutto fuori tono con la bellezza del Palazzo Reale, della Pagoda d'Argento, del Museo Nazionale, del Wat Phnom e dei palazzi coloniali. Di contro, non c’è nemmeno un servizio di trasporto pubblico, esclusi moto-taxi, ciclo-risciò e tuk-tuk. Gli ingorghi possono essere apocalittici – nulla di più facile che perdere un aereo, a meno di mollare il taxi al suo destino di immobilità, incollarsi il bagaglio sulle spalle e rischiare un’avventurosa cavalcata su un motorino avventizio che non conosce marciapiedi, sensi unici  o semafori rossi.

Negli occhi dei cambogiani a volte non puoi evitare di intuire l’eco di ciò che è stato. E che non sia una pigra fisima da turista informato, che conosce il dovuto, basta passare dalla retina a un computo sommario; fare due conti. Se Pol Pot ne fece fuori un terzo (dell’intera popolazione cambogiana), se non vi fu famiglia che non venne smembrata, se non potevi che stare di qua (e renderti responsabile del genocidio) o di là (e in questo secondo caso, se non morire, vedere altri morire, o essere torturati etc); dunque, se tutto ciò è vero, è difficile immaginare che vi sia un solo cambogiano vivente, come dire, fuori della storia, che possa far parte di un’altra storia, che non abbia, quando non vissuto in prima persona l’orrore, famigliari parenti o amici che l’abbiano vissuto. Quell’orrore ti viene alla mente di continuo, a Phnom Penh, davanti agli occhi sbarrati, come fissati in una sorta di agghiacciata stupefazione di un uomo che ti serve al ristorante, ma anche in quelli di un guidatore di tuk tuk, o di una donna seduta sulla riva del fiume. Sguardi spesso impenetrabili, ossificati fra la  durezza degli zigomi, appena meno allarmati di quelli fotografati che ti sfilano davanti in successione nella prigione di Tuol Sleng. E improvvisi mutismi, o altrettanto abrupti scoppi di risa – a capire davvero, non ci riesci mai.
Nella prigione S-21 per esempio, ora museo del genocidio, non ti decidi mai, fra l’ovvia necessità della testimonianza e della salvaguardia della memoria, e la constatazione che ti trovi lì, a segnare una tappa del tuo viaggio, in una catena sintattica che mette insieme il Tuol Sleng col bellissimo museo khmer costruito dai francesi – tutto di rosso, padiglioni aperti - meno di un secolo fa. C’è qualcosa che non va, in questo. O forse è inevitabile; forse è inevitabile che i cambogiani abbiano fatto un museo di una prigione e si facciano pagare per vederla – poco, a dire il vero. Eppure, la sensazione che le migliaia di fotografie di poveri disgraziati torturati e uccisi dai khmer rossi facciano parte della serie spettacolare delle immagini di un viaggio, mi inquieta assai. Quando, da insegnante, mi sono trovato dinanzi alla proposta di portare i miei studenti ad Auschwitz, ho sempre mostrato perplessità. Tempo che sia un fatto estetizzante: il viaggio in treno, la visita alle celle, non so, non mi convince. Mi dicono che in effetti ormai torme di scolaresche verbigeranti fanno il medesimo, distrattissimo chiasso ad Auschwitz come a Disneyland. Così anche l’ossario nel campo di sterminio di Choeung Ek, a 15 chilometri dalla capitale, su una strada crepata, tutta  polvere e fango: mi vien fatto di pensare a questo più che altro, al fatto che migliaia di militanti e intellettualini qui da noi abbiano scambiato vicende terribili per straordinarie avventure politiche, magari da importare, modelli di quella POLitica POTenziale che quel pazzo ostentava di perseguire. Ma forse anche per questo, la contraddizione resta, e irrisolvibile: a qualcuno, vedere dal vivo le tracce di ciò che è stato può servire, come si dice, a futura memoria, e anche gli ossari necessitano di manutenzione. Nel prodotto interno lordo della Cambogia, se Angkor la fa da padrone, la visita ai killing fields (con tanto di escursioni cinematografiche e riduzione della faccenda all’indutria hollywoodiana) fa da complemento non disprezzabile. Anche la corte di storpi e mutilati dalle mine che ti aspetta davanti a quei luoghi è ormai parte di una specie di “sistema” che sta in piedi sulle proprie macerie – che di quelle macerie vive.

Paese complicato, non c’è che dire. Si dice che i cambogiani siano super-individualisti, ma lì si è fatto il tentativo più mostruoso, violento e astratto di negazione dell’individuo. Persino i matrimoni venivano imposti a caso -  un altro ossimoro. E’ una fesseria, probabilmente, ma per un momento penso che solo una popolazione votata al delirio poteva dar luogo a quella stupefacente visione fatta forma e materia che è Angkor, il complesso monumentale forse più imponente del pianeta, centinaia di formidabili templi immersi nella giungla.
Delirio di onnipotenza, ma delirio visionario di sicuro, grandezza impareggiabile dell’immaginazione: stiamo parlando di questo. Di un’enorme, meravigliosa topografia urbana che i khmer disegnarono fra il IX e il XV secolo dentro un immenso organismo vivente di risaie piantagioni canali dighe all’insegna di una geometria insieme di irripetibile efficienza e spettacolarità. Questo superbo sistema che incastonava nella giungla lo stupendo artificio umano di Angkor è stato nei secoli successivi abbandonato e sommerso dalla foresta. Pol Pot era convinto che il suo fosse un popolo tremendamente interessante, ed è difficile dargli torto. Spietatamente gerarchico, convinto della propria superiorità.
Ora, uno dei modi di definire il genio è la capacità di mettere insieme cose lontane - è la storia della poesia, più o meno. Quando a farlo sono cervelli devastati dalla follia, impegnati in politica, si rischiano catastrofi. Pol Pot, venuto in Europa a confondersi le idee, mescolò inconfessate suggestioni nazistoidi di matrice etnica a fantasiose riletture in chiave rurale del marxismo. Ne conseguì un delirio criminale che provocò milioni di morti e l’invidia di parecchi scrittori di fantascienza di scarsa immaginazione. Perché nella giostra di sinapsi che incapricciava la testa di quel pazzo c’era il disegno di una perfezione sociale, quale che fosse, ma insomma la fabbricazione di un sistema immanente - impossibile e perciò stesso delirante – in cui gli umani fossero ridotti con la violenza alla regola costruttiva di un disegno: gli uomini come frammenti della laterite che impasta l’Angkor Wat (il tempio centrale, di splendida ma non per questo meno misteriosa esattezza geometrica) inerti automi ridotti a blocchi di pietra come quelli che compongono una delle più straordinarie concezioni architettoniche della storia.
Va dato atto a Pol Pot che il suo totalitarismo era, come dire, filologicamente meno scrupoloso di quello nazista, più vorace e ondivago, ma non meno stringente quanto alle vie di fatto. E di nuovo, vengono in mente i volti delle bambine cambogiane – l’eleganza naturale e inavvertita (non il frutto di una complicata sofisticazione intellettuale: insomma ragazzi, qui non c’è trucco), la leggerezza appena indolente nella camminata di corpi di morti di fame bellissimi, e ti chiedi attraverso quale filogenesi si sia giunti a tale perfezione, perché proprio qui, in questa parte di mondo.

A colpire, nella prigione di Tuol Sleng, è l’ossessività nomenclatoria con cui gli aguzzini schedavano le loro vittime. Le facce fotografate perlopiù sono attonite, terrorizzate; ma a volte esibiscono incongrui sorrisi, perlopiù in qualche ragazzino che probabilmente fa un ultimo tentativo di ottenere clemenza. Non si contano le donne, colpevoli, al minimo,  di essere sposate con gente malvista. Il cartellino numerato sul petto, anche loro. E i bambini, molti neppure decenni, delle cui colpevolezze sapevano solo le menti superiori di chi andava fabbricando a colpi d’ascia l’Uomo Nuovo. Le mani quasi sempre dietro la schiena; a volte invece nascoste dentro fasciature che avvolgono entrambe le braccia. Assieme ai temporaneamente vivi, i burocrati della prigione non mancavano di fotografare chi per le torture moriva prima di essere trasferito al campo di sterminio di Choeung Ek. Qui le vittime venivano trasportate a bordo di camion, chi ancora era vivo veniva finito a colpi di bastone o di machete, per risparmiare sulle pallottole; migliaia di persone.
Ora, se a Tuol Sleng, non le celle o gli strumenti di tortura, ma la visione di quei volti, le migliaia di fotografie di morituri o già crepati per le torture (corpi mutilati, scuoiati, carbonizzati) ti lascia tutta la sera tramortito – e imbarazzato dalla tua veste di turista - , davanti allo stupa di Choeung Ek, che conserva i teschi dentro teche di vetro su più piani, davanti a questa cruda rappresentazione della morte in serie, ti chiedi non tanto se tutto questo serva a ricordare o a fare - nel caso qui specifico – trascurabile business ma una cosa forse più oziosa ma molto insistente nel suo rumore di fondo; ossia se serva ad ammonire lo spettatore o piuttosto a consolarlo, a rassicurarlo che a lui tutto questo non accadrà mai, a farlo sentire ingannevolmente migliore.

michele lupo

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