01 mag 2013

John Cage. Una rivoluzione lunga cent'anni


su lankelot

Consultava I Ching, inventava ricette macrobiotiche e partecipava a trasmissioni popolari come “Lascia o raddoppia”. Detta così, potrebbe essere solo una traccia biografica qualunque, magari di un tizio appena un po’ eccentrico. Invece stiamo parlando di John Cage, un eccentrico certo, ma soprattutto rispetto al mondo di cui faceva parte, e del quale ha segnato un momento singolare nella storia del ‘900: la musica. Dal pianoforte preparato all’alea come paradossale “struttura”, dal silenzio come principio fondamentale al rumore che rumore non è, l’esperienza del geniale americano ha attraversato molti snodi del linguaggio artistico (direi prima che meramente musicale) di un tempo che ora sembra lontanissimo solo perché il cosiddetto neoromanticismo degli ultimi trent’anni ha prodotto devastazioni non molto differenti da quelle conosciute dall’Occidente politico. Aperto peraltro, Cage, e non troppo casualmente, anche al pensiero orientale; ma il suo era un interesse scevro dallo stucchevole arredamento estetizzante e facilmente esotico dei più.
Di questo e molto altro si occupa il ponderoso volume a cura di Giacomo Fronzi, edito da Mimesis, John Cage – Una rivoluzione lunga cent’anni, che celebra degnamente il centenario della nascita e si avvale di decine di contributi. A partire da un’inedita – per il pubblico italiano – intervista di Stephen Montage, studiosi come Enrico Fubini, Alessandro Bertinetto, Elio Grazioli e molti altri affrontano l’universo cageano da prospettive diverse. L’eterogeneità d’intenti e argomenti vale di per sé a testimoniare come la figura di Cage abbia terremotato territori espressivi molteplici: giusta l’ovvia definizione di avanguardia, disposizione incline al crocevia di arti, estetiche (non mancando la filosofia): live electronics, danza, arte visiva, happening, teatro, radio. E poi c’è il Cage anarchico, il lettore di Thoreau che però tende a non confondere il momento espressivo con l’adesione a una prassi ideologica - vale la distanza con un compositore per altro interessantissimo come Cornelius Cardew che a un certo punto lo accuserà di aver rinunciato alla rivoluzione. Quella rivoluzione che è invece la cifra individuata dal curatore Fronzi, che di Cage traccia anche un profilo biografico, dalla nascita nel 1912 lungo un percorso che attraverso tutto il secolo ventesimo. Sempre spinto dall’urgenza di sperimentare, convinto che l’arte non sia semplicemente un’azione, un gesto tecnico, né tantomeno un “prodotto finito” ma sempre un processo (Franco Degrassi) ma un modo di percepire il mondo e ridefinire il modo di vivere degli individui, Cage “invita la creatura umana a rimettersi in relazione col proprio ecosistema” secondo quanto scrive la musicologa Fiorella Sassanelli in uno dei saggi più interessanti, dedicato al tema del silenzio visto all’interno di una serie che comprende anche i nomi di Giacinto Scelsi e Salvatore Sciarrino: tema centrale in Cage (e meno ignoto ai più per il celeberrimo 4’33’’: molto banalmente “il silenzio on esiste”) proprio perché più di altri apre un orizzonte “sonoro” che sgretola la cornice in cui a suo avviso si chiudeva la nozione stessa di “musica”.
Incursore spregiudicato in territori sconosciuti, “compositore non intenzionale”, Cage scompagina d’un tratto l’intera tradizione occidentale: con l’agilità di un monaco zen un po’ burlone fa spallucce al lavorio pedante della scuola dodecafonica potendo oltrepassare con un solo salto la dialettica storica fra tonalità e atonalità (una “disincantata libertà” la sua, la definisce Fubini). Microfoni sparsi nell’aria, nastri magnetici, materiali elettronici nei quali ripone forse eccessiva fiducia: punto culminante della modernità e insieme suo epilogo, ad avviso – non so quanto persuasivo - di Marco Gatto. Le opzioni, le letture sono – e non potrebbe essere diversamente – contrastanti, ma, quel che conta, riccamente argomentate. Il corpo di apparati che segue (bibliografia, discografie, interviste, scritti, video) contribuisce a fare del volume un’opera fondamentale per conoscere Cage, rilanciarne la figura all’interno di una storia non solo musicale dopo la quale niente è più stato come prima.

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