31 gen 2010

Alan Sillitoe




La solitudine del maratoneta
minimum fax Pag. 223 Euro 11,50


Provate a immaginare un singolare incrocio fra Rosso Malpelo e il giovane Holden, aggiungete un’iniezione di rabbia supplementare e avrete un personaggio straordinario, uno splendido ceffo da riformatorio, ribelle, malinconico e strafottente, cui Alan Sillitoe dà vita con grazia ammirevole e resistentissima agli anni. La solitudine del maratoneta, racconto eponimo di questa bella raccolta che la casa editrice romana invia in libreria con la vecchia ma viva anch’essa traduzione di Vincenzo Mantovani, ha ormai cinquant’anni ma davvero non li dimostra. Chissà, forse ha fatto bene all’autore prendere le distanze dal gruppo degli “Angry Young Men” della scena inglese cui fu accostato, forse è meglio che se ne sia infischiato del progetto poetico dei vari Osborne e Larkin e del Free Cinema coevo – cui pure partecipò (non v’è bisogno di ricordare il film tratto dal suo libro, da lui stesso adattato, o altri lavori dell’epoca).
S’intende, Sillitoe non sprecò troppe chiacchiere di poetica e si è concentrato per tutta la vita sulla pagina da scrivere. Se la sua regge benissimo il tempo e degli altri non sempre può dirsi lo stesso, ha avuto ragione lui. E’ un fatto che la rabbia che accomunava il gruppo, in questo libro è tanto spietata quanto piena di energia. Respiri leggendola uno humour beffardo e una carica vitalissima. Attraverso la fibra nervosa della scrittura di Sillitoe entriamo negli squallidi slums di Nottingham di mezzo secolo fa, fra operai, sbandati, ladruncoli e famiglie che campano alla meno peggio. La grandezza di Sillitoe è la grandezza paradossale del maratoneta che gli aguzzini del riformatorio vogliono spingere a vincere la gara per farsi belli e usurparne gloria e vantaggi. Ma il rognosissimo Smith, pischello fatto uomo troppo presto, sa che la gara “è una presa in giro”, così, poco prima di tagliare il traguardo, decide di mollare, fa finta di non farcela e si lascia superare, perché sa che quella non sarebbe la sua vittoria ma il surrettizio, disonesto trionfo dei suoi aguzzini. Smith non accetta il destino costruito per lui da chi lo ha messo in gabbia, e in tal modo sceglie da sé la propria disperazione. E’ una disperazione più alta, a suo modo nobile ed eroica – come sempre quando si decide da sé di che morte morire. La classicità di Sillitoe ha qualcosa dell’energia rock nel suo tono d’antan – una musica ormai morta che ha segnato però una stagione importante del ‘900. E’ quello che senti qua dentro, in questa scrittura secca e veloce, nella voce di questo personaggio bellissimo come nel sound degli anni buoni del rock: l’urgenza di una domanda forse inconsapevole, pre-politica, un desiderio di libertà e giustizia che si esprime come una potenza necessaria, primigenia. Nella corsa solitaria del maratoneta che decide di perdere perché sa che quello è il solo gesto di libertà che può permettersi (gesto che non ha intenzione di barattare con niente) c’è uno dei modi di declinarsi della letteratura: la sorpresa di trovare più ragionevoli le parole solitarie di un ragazzo che accetta la sfida del male (sa che una volta fuori, ricomincerà a rubare e non fa troppe storie), e vi si immerge e partecipa con le sue sole forze, che quelle di editorialisti “democratici” che accettano le retoriche imposte dal potere. Qui è in gioco la vita nuda e cruda, anche nella versione malinconica (altrimenti che rock sarebbe?) assolutamente perdente degli altri personaggi della raccolta, vittime e carnefici di una violenza che è la lingua stessa del mondo fabbricato da chi delle fabbriche (londinesi e non) era (è) padrone. Soli, non abbassano mai la cresta, e anche quando sono patetici, lo sono con stile. Miracolo di un grande scrittore.
michele lupo




30 gen 2010

Alessandro Gilioli L'Espresso


La verità su B. raccontata dal suo ex avvocato

ghedini01G
«Conosco bene il modo con cui Berlusconi chiede ai suoi legali di fare le leggi ad personam, perché fino a pochi anni fa lo chiedeva a me. E, contrariamente a quello che sostiene in pubblico, con i suoi avvocati non ha alcun problema a dire che sono leggi per lui. Per questo oggi lo affermo con piena cognizione di causa: quelle che stanno facendo sono norme ad personam».
Carlo Taormina, 70 anni, è stato uno dei legali di punta del Cavaliere fino al 2008, quando ha mollato il premier e il suo giro – uscendo anche dal Parlamento – a seguito di quella che lui ora chiama «una crisi morale». Ormai libero da vincoli politici, in questa intervista a Piovonorane dice quello che pensa e che sa su Berlusconi e le sue leggi.


Avvocato, qual è il suo parere sulle due norme che il premier sta facendo passare in questi giorni, il processo breve e il legittimo impedimento?
«La correggo: le norme che gli servono per completare il suo disegno sono tre. Lei ha dimenticato il Lodo Alfano Bis, da approvare come legge costituzionale, che è fondamentale».


Mi spieghi meglio.
«Iniziamo dal processo breve: si tratta solo di un ballon d’essai, di una minaccia che Berlusconi usa per ottenere il legittimo impedimento. Il processo breve è stato approvato al Senato ma scommetterei che alla Camera non lo calendarizzeranno neanche, insomma finirà in un cassetto».



continua




29 gen 2010

La scuola dall'onda

Per la cura di  Giorgio Morale una riscrittura minima di alcune pagine del mio romanzo L'onda sulla pellicola



Immaginate di trovarvi nell’immediata periferia di Roma, in una specie di scantinato prossimo a sprofondare nell’Aniene, parente povero del Tevere. Immaginate un edificio fatiscente, una specie di prolasso in cemento che slitta poco sotto il fiume sotto i vostri occhi da una finestra che pare quasi un oblò. Immaginate che davanti a voi, una trentina di tifosi dai quindici ai venticinque-sei anni più o meno, senza una lingua a disposizione che non sia vaffanculo e pezzo de merda, in attesa della domenica starnazzino lì, in uno stanzone gelido in cui consiste l’aula più grande ancorché approssimativa di una scuola privata. Immaginate che altre grida schiocchino nei corridoi e affoghino nel buio. Immaginate raffiche di muffa e di orina. Porte che sbattono. Vetri che si frantumano, qualche volta.
Ecco, provatevi poi in questo spazio abbrutito, fra motori rombanti sul cortile, gente che entra e esce come vuole, provatevi a impostare la voce più ferma possibile e cercate di dargli un senso mentre raccontate le ansie amorose dell’Ortis– be’, se riuscite a non farla sbriciolare come polistirolo sotto la macchina dura del loro rumore per poi tornare a casa sani e salvi, che cosa dirvi, avreste tutto il diritto di chiedere una medaglia al valore.


Se però la salute è precaria, vi sconsiglierei di accettare la sfida. In questa specie di budello sotterraneo, in questa sorta di spurgo gastroenterico della capitale d’Italia, si gela. Mentre mi stringo la sciarpa intorno al collo mi domando se avrà o no un significato il fatto che una scuola sia messa in un posto come questo. Si chiamano domande retoriche, e l’ho imparato non in un covo per delinquere come questo, ma in una scuola pubblica, sono passati tanti anni e molte cose – sarà l’età – mi sembrano peggiori.

24 gen 2010

Alcofribas 2 - Simone Fiatocorto



Simone Fiatocorto
La vita che ritorna
Bianchetto editore,  Pag. 249  Euro 16,00



Continua la ricerca di esordienti di valore da parte di Bianchetto editore. E’ un’attività rischiosa quella dell’editore, specie se crede ai libri più che al denaro. Bianchetto si segnala per una ricerca coraggiosa e per certi versi singolare. Dopo l’ottimo esordio del critico pentito Dorry Cojons ecco il romanzo di s-formazione di Simone Fiatocorto, sfigato (fino ad ora) e oscuro outsider della scrittura. Anche in questo secondo titolo dell’editore viterbese il tentativo di coniugare alta temperatura letteraria e leggibilità del dettato passa attraverso la riscoperta – diremmo, riscrittura – di lingue se non dialettali almeno regionali da un canto, e densità di contenuti emozionali dall’altro. Nel libro di Fiatocorto la loro convergenza è il frutto di una discesa agli inferi di un io solipsista, mediamente avvilito e pericolosamente prossimo al suicidio. Le duecento e passa pagine del romanzo, benché inclini a guardarsi spesso e volentieri l’ombelico, qualche volta si avventurano un po’ più giù e non sembra un bel vedere - C’avessi avuto un po’ de culo nella vita! dice a un certo punto il narratore, e il riferimento slitta con apprezzabile wit stilistico dalla metafora a quella cosa lì, non sufficientemente all’altezza, pare. Ciò che per fortuna non si può dire del lavoro in sé, che ci sembra definire nettamente il carattere di questa avventura editoriale: potremmo forse chiamarla una poetica della sincerità. Nulla di corrivo al gusto viscerale di lettori da confidenze intime ma piuttosto il coraggio di superare l’annosa questione autobiografia-autofiction-vedo-nonvedo-dico-nondico finalmente esauritasi con i libri di Walter Siti. La vita che ritorna è un romanzo che consegna quelle fisime agli esegeti della letteratura, per rivolgersi a un pubblico di lettori avveduti ma senza la puzza sotto il naso, quelli che nei libri cercano vita e non letteratura che parli di letteratura. Il racconto di Fiatocorto avvince per la franchezza con cui vengono srotolati alcuni avvenimenti capitali della sua vita, una serie di disavventure che inizia con la morte prematura e imbarazzante dei genitori (fu lui stesso a trovarli nudi esanimi nel letto, a quattro anni), una travagliata vita scolastica durata 12 anni dalle elementari alle medie inferiori, un’infelice teoria di defaillances erotiche e il culmine di un suicidio fallito per uno sciopero dei treni di cui il protagonista non era informato. Davvero commuove la descrizione della sera in cui, confitto per bene il collo su un binario che da Roma porta a Fidene, in aperta campagna, il narratore si rassegna al temporale che picchia sulla schiena in attesa del regionale che gli farà volare via la testa e con essa tutte le paturnie di una vita impossibile. Commuove vederlo addormentarsi, ignaro della biscia che gli si infila nel maglione e dell’alzata di scudi dei soliti fannulloni del trasporto che manderanno a puttane i suoi progetti. Commuove vederlo risvegliarsi all’alba, gli occhi sprimacciati dalla cacca del cane che lo saluta scodinzolando nella nebbia.
Desta qualche perplessità invece che il nostro abbia interpretato la cosa come un segno-sogno, quello che aveva appena fatto, di diventare un bravo scrittore e riscattare la vita vissuta fino allora. Così come non mancano sbavature e cedimenti della lingua - maddeche! e anvedi questo! (rivolto a se stesso davanti allo specchio) ripetuti come mantra un po’ uggiosi - ma nel complesso si tratta di un lavoro coraggioso che promette bene per il futuro. Ah, se non ci fosse la piccola editoria!

Alcofribas


17 gen 2010

Gli italiani e l’arte dell’auto-assoluzione

michele lupo (da www.paradisodegliorchi.com)







Copertina
Che quella italiana sia un’anomalia, è convinzione diffusa. Che sia un’anomalia di cui essere orgogliosi, ahimé anche, sebbene questo sia poco detto da un certo genere di ‘intellettuali’, sconosciuto a un pubblico internazionale per il semplice fatto che è incline meno allo studio che al trombonesco cazzeggio giornalistico. Gli editorialisti che fiancheggiano, orientano, giustificano il peggio dell’italica stirpe lo fanno nei modi democristiani che hanno fatto scuola, dissimulando poco onestamente e sparando contro il fantasma del comunismo – tralascio i Feltri perché allo schifo non si comanda. Tanto di che si tratta lo sappiamo: l’anomalia che si compiace di se stessa e se ne vanta, l’anomalia apologia magnificazione del furto e della truffa, del favore e della pacca sulla spalla, del disprezzo delle regole pubbliche e del privatissimo paraculo cuore di mamma che pompa il sentire dell’italiano e permette la sua circolazione dal nord al sud del suo corpo sbilenco – solidali nell’omertà, comprensivi nella ferocia reciproca (cecchinaggio incluso: se qualcuno ha presente Moresco e, cito malamente a memoria, le cantine da cui si sentono le grida dei morti ammazzati mentre al piano di sopra va in scena la solita festa italiana)
Guido Crainz, storico di quelli che il pubblico televisivo (il pubblico, via! la carne da macello elettorale) conosce poco o punto, autore di Autobiografia Di Una Repubblica (Le radici dell’Italia attuale), uscito da Donzelli, ha vedute più ampie di chi scrive. Non si fida fino in fondo dell’esegesi antropologica, di quella lettura che da Guicciardini a Leopardi al “paese senza” di Arbasino (a proposito, peccato che da trent’anni Arbasino sia rimasto ‘senza’ altro da dire) vede il male italiano segnato da un carattere inestirpabile, totalmente immune da preoccupazioni etiche, ignaro della polis, sensibile al solo familistico ‘particulare’.
Per Crainz, esistono “diversi modi di essere italiani”. Ricorda giustamente il buono che per questo paese hanno fatto il sindacalismo e il movimento socialista fino all’avvento del fascismo, i combattenti della Resistenza, gli stessi operai che ancora negli anni cinquanta pagavano di persona il fatto di essere iscritti a un sindacato. E l’apporto più o meno attivo di una parte dell’intellighentsia nella costruzione della repubblica (è vero del resto, questo lo aggiungo io, che anni fa Ian McEwan diceva di non poter incontrare uno scrittore italiano senza che questi gli parlasse di politica).
Più ancora che dentro le note storture di un passato lontano - l’irrimediabile vocazione trasformistica, l’endemica carenza di senso civico, l’abitudine al servaggio, la questione meridionale - che studiosi anche stranieri hanno cercato di recuperare a una segnaletica di cause ed effetti da far risalire addirittura al Medioevo, Crainz cerca le radici del crollo in anni più recenti (perché il nostro è un crollo, vertiginoso, senza speranza, e da esso è possibile salvarsi solo venendo commissariati come popolo: ora che nemmeno l’Europa pare in salute, converrebbe affidarsi alla potenza di un altro pianeta).
Per Crainz, tre sembrano i momenti decisivi che hanno provocato il peggio della scena odierna. Il primo è il fascismo. Se, con Giustino Fortunato, esso è “rivelazione di quel che veramente è, di quel che realmente vale l’Italia”, “autobiografia della nazione” per il giovane geniale Gobetti, approdo necessitato da una storia italiana precedente insomma, è anche vero che nel suo potere ventennale verranno tracciate le linee di condotta della cosa pubblica, persino nella successiva variante repubblicana e ‘democratica’ oggi terremotata nella farsa videocratica che fa scompisciare il mondo.
Nel fascismo gli italiani cominciano a confondere lo stato con il partito e a identificarsi con il secondo – ce li educano, va da sé, con esempi pratici, includendo o cacciando fuori a mazzate. Tutto questo i sudditi lo trovano normale; ci piaccia o meno, il consenso c’era eccome, tanto che prima della fine della guerra, mentre molti italiani scrivono la pagina più nobile del nostro paese con la lotta partigiana (checché ne pensi il povero, patetico Pansa), esce un giornale, “L’uomo Qualunque”, che ribadisce il solito mantra del “famose i cazzi nostri”: triste spettacolo della nostra eterna stanchezza civile, dell’atavico disinteresse per le regole, dell’impressionante mancanza di immaginazione - il volersene stare tranquilli cifrati malinconicamente nel triviale “Franza o Spagna purché se magna” (a scuola ancora oggi si possono sentire moltitudini di ragazzini - mi perdoni Toni Negri questa scivolata terra-terra ma altre moltitudini non le vedo in giro, e mai che a sinistra ne azzecchino una - ripetere l’altro commovente ritornello “So daa pagnotta”…).
Il partito-Stato del ventennio si replica secondo Crainz dopo la guerra nell’articolazione pluripartitica che non dissuade gli italiani dal cercare nell’appartenenza (spesso opportunistica) a un colore politico e non nella legge, nella Costituzione, le mappe di riferimento dell’agire sociale. La cosa pubblica in Italia si definisce perciò non come il campo aperto dalle possibilità di una compiuta democrazia (liberale o socialista) e di converso uno spazio circoscritto da regole condivise, ma piuttosto una prateria da occupare per forza di partito: con esso l’italiano medio(cre) fa i conti per sbrigare la sua parte civica di rottura di palle. La convinzione è largamente diffusa: da noi non si è cittadini di uno stato ma componenti di una grande famiglia (cos’è il partito se non l’estensione sociale della famiglia, che per gli italiani è tutto?): lì l’esemplare si rivolge, lì trova la garanzia di un posto e di una carriera.
Del resto l’auto-assoluzione sul fascismo fu generale. Si chiamarono tutti fuori e provarono a trattarlo come un accidente della storia; l’amnistia, il condono morale e politico (ancora grazie, Togliatti) non era forse ovvio in un popolo aduso all’indulgenza verso se stesso? Di fatto, dopo la guerra, le magistrature restarono ai loro posti, il codice Rocco non lo toccò nessuno, non perse vigore il Casellario politico centrale di origina crispina, i partiti si spartirono la loro fetta di potere, gli italiani si adeguarono, gli azionisti (i soli veri laici e libertari di questo paese) vennero fatti fuori. Lo stesso partito comunista non consentiva sufficienti libertà di idee e movimenti ai suoi iscritti, e che non si volesse proseguire sulla via di una vera democratizzazione della vita politica si sarebbe visto nei decenni successivi, quando nel momento di maggior presenza della sinistra nella vita del paese Berlinguer fece il suo errore capitale: il compromesso storico (ora, a forza di aver paura di se stessa la sinistra è morta definitivamente).
Va da sé che l’eredità di questa malattia si è protratta fino al corpo moribondo di oggi, passando per il terzo momento fondamentale della storia novecentesca: gli anni di Craxi. Per i quali, curiosamente, l’esame di coscienza postumo è lo stesso ed è cronaca di questi giorni.
Intanto però, ricorda Crainz, con la fine della sinistra, l’uccisione di Moro, e l’avventura di Ghino di Tacco, l’interrogazione sulle croniche mancanze nazionali, sul delinquere come gesto ordinario, occulto o palese delle sue classi dirigenti, ma anche dell’italiano medio, si fece più seria. Finalmente, dopo anni di auto-mitopoiesi (per chi ne fosse ancora contagiato consiglierei i lavori di Del Boca o Bidussa sugli italiani brava gente) qualcuno comprese che cercare e concedere raccomandazioni non fosse uno scherzetto da preti ma la pratica poco domestica di un potere strutturalmente illegale (mafioso lo diranno in pochi e in ritardo e sempre con una buona dose di peperoncino proprio lì, e anche Sciascia fece il suo errore capitale proprio nel momento in cui la mafia entrava nel vocabolario corrente e si concepivano strategie giudiziarie serie per combatterla – poi arrivarono le bombe e se oggi Gomorradiventa un libro e un film di successo ma non finiamo di precipitare in questa nostra “vita idiotamente ‘felicitosa’”, come la definì Giovanni Raboni, è segno che qualcosa proprio non va).
Evasione fiscale e mazzette e inciuci diventano le pratiche di base; ai nostri commentatori ciò comincia a fare una certa impressione. Epperò, ci domandiamo se il Galli Della Loggia che oggi ci ammorba sul comunismo fosse la stessa persona che negli anni ottanta scriveva della classe dirigente italiana che si era costituita “come realtà extra-giuridica, non tanto contro la legge ma fuori della legge”. L’editorialista del “Corriere della Sera” (oggi di gran lunga il più brutto giornale italiano) sembrava replicare il Codice di Prezzolini che descriveva, da destra, l’attitudine balorda degli italiani, immorale, al proprio particulare.
Più tardi, poco affascinato dai giudici di Tangentopoli, immune dall’illusione di un’impossibile palingenesi, G.D.L., persuaso che la politica in Italia fosse concepita sempre e solo come “dimensione di esclusivo potere”, scriveva che “ogni rigenerazione morale, per essere tale, deve cominciare da se stessi”. Era pessimista, l’uomo. E poiché gli parve impossibile anche questo auspicio, decise di trascorrere gli ultimi quindici anni cercando di convincerci della legittimità del potere berlusconiano, dimenticando, per esempio – e dimenticare non dovrebbe essere consentito a uno storico - che secondo una legge del ’57 ai titolari di concessioni pubbliche è vietato fare politica. Il resto, avesse voluto, G.D.L. avrebbe potuto vederlo agevolmente, come tutti, senza neppure la strumentazione privilegiata di uno storico, o la severità di un uomo particolarmente sensibile all’etica pubblica – saranno state le cattive frequentazioni.
Mi sono dilungato su G.D.L. perché rappresenta bene un crocevia emblematico del discorso di Crainz: l’intersezione di un tessuto causale che dà ragione dell’oggi a partire dagli ultimi decenni, dopo quelli della strategia della tensione e dei servizi segreti dei soliti noti, in cui passando per il discorso di Craxi al Parlamento poco prima di darsi alla macchia (in sintesi: è vero, c’è una rete di corruttele in alto e in basso, ma proprio perché c’è ovunque la magistratura non può far saltare il sistema: un genio, no?), l’illegalità sistemica s’incrocia con l’auto-rappresentazione indulgente degli italiani (media in primis) i quali oggi trattano il piduista al governo come un ‘normale’ attore politico (i corifei del “Corriere” che si vogliono ‘terzisti’ in questo rappresentando la parte peggiore proprio perché ufficialmente non schierata, accademicamente ‘nobilitata’ da professori universitari etc)
Non casualmente, oggi trovano normale la riabilitazione di Craxi (un uomo che sottraendosi alla magistratura disconosce di fatto lo stato di diritto e le sue istituzioni) persino i vernacolieri della Lega e dell’ex Msi, all’epoca i suoi più feroci nemici, subito dopo alleati di Berlusconi che di Craxi era politicamente fratello. Non casualmente, oggi ritornano i suoi tormentoni: riforme e modernizzazione. L’uomo di Hammamet non spiegò mai cosa significassero. Lo si vide benissimo, però: assecondare (e approfittare del) l’allergia di questo popolo infantile e feroce al rispetto delle regole. In ordine sparso: voto di scambio, compagnie di malaffare, individualismo protetto dei ceti emergenti, disinvoltura fiscale, debito pubblico che cresce fino al crollo: il cuore del libro di Crainz è qui. Le radici della disfatta sono queste. Delinquere è stato il collante che ha tenuto insieme Craxi e Berlusconi, dalle tangenti allo scudo fiscale.
In un libro comunque denso, fittissimo di analisi, non tutto è condivisibile. Il giudizio sbrigativo sul ’77, per esempio, lo scarso approfondimento sulla ‘carriera’ di imprenditore di Berlusconi e sul soccorso che gli venne dall’ex partito comunista (D’Alema e Violante tapparono la bocca ai giudici, eludendo la sentenza della Corte Costituzionale che indeboliva la posizione dominante dell’uomo di Arcore sulle frequenze televisive, per esempio: tanto per stare al diritto); la mancata riflessione sull’intreccio affaristico che ha legato mafia, stato e Chiesa.
Recentemente ricordavo come l’attività giudiziaria del pool di Milano si fosse infranta contro gli scogli della banca vaticana che custodiva silente i frutti del malaffare. Crainz forse diffida dell’antropologia, ma ammette anche lui che gli italiani diversi sono sempre stati in netta minoranza. Ora, siamo sicuri che la pratica del confessionale, che l’(in)educazione rannicchiata nel salvifico codice che permette di delinquere pur di confessarlo a mozzichi e bocconi a un prete, non abbia rappresentato nella storia italica un micragnoso ma potentissimo dispositivo che garantendo l’indulgenza ha finito con il fabbricare un abito mentale, un’inclinazione, una tradizione?

Emir Kusturica


una lezione


13 gen 2010

Alcofribas 1 - Dorry Cojons


Rendo omaggio all'amico Alcofribas da poco scomparso pubblicando qui le recensioni che aveva cominciato a scrivere da pochi mesi a questa parte. In seguito alla sua scomparsa la rivista che le ospitava ha deciso di chiudere la sua pagina  più letta. Alcofribas meditava di raccogliere i suoi brevi articoli in un volumetto che desse conto del primo decennio letterario di questo nuovo secolo (peraltro non entusiasmante, se è vero che a parte il noiosissimo 11 settembre, i neo-teo-con, il Pd e altre disgrazie si è aggiunto il frontale che ha spiaccicato il mio caro amico contro un cavallo anziano di quelli citati nella famigerata telefonata fra Mangano e Dell'Utri e chissà come fuggito dalla villa di Arcore).

Dorry Cojons
Ecce opus
Bianchetto editore, Pag 137

Me so’ rotto er cazzo.
L’incipit è, come usa dire, fulminante. Non solo per – perdonate l’arcaismo – l’icasticità del dettato ma soprattutto perché il senario compendia come meglio non potrebbe il senso complessivo di questa opera prima, inattesa quanto perentoria. Inattesa - e viscerale assai -, ché il nostro lo conoscevamo quale recensore distaccato e blasé di libri altrui (blasé pure loro ma di tanto in tanto inopinatamente pecorecci). Dalle malelingue irriso come una specie di Emilio Fede della critica, Dorry Cojons ci aveva abituato a giudizi moderni e spregiudicati da quando lui, figlio di un diplomatico americano trapiantato nella bella Italy, aveva occupato stabilmente le colonne del Magazzino Letterario, inserto settimanale di un noto quotidiano, e di lì aveva preso a parlar male di tutti i presunti grandi del ‘900 (Kafka, Joyce e compagnia bella) per indicarci le nuove frontiere della letteratura: Pipperne, Faccette, Cappelle, Colombelle, Barbiturici, gente che nessuno prima del nostro s’era accorto che grandi scrittori che fossero. Senonché, a un certo punto Cojons si è tolto la maschera e serci duri dalle scarpe mostrando che era lui, il vero misconosciuto eroe delle patrie lettere, in questo romanzo autobiografico breve ma virulento, di mirabolante oltranza linguistica, insieme istintivo e metaletterario. Cojons racconta che aver tirato per anni la carretta altrui lo aveva sfiancato; la soddisfazione di essere considerato un critico per il solo fatto di scrivere su un giornale importante lo sottoponeva a sollecitazioni estenuanti di scrittori che stampavano il loro libro on demand e speravano di svoltare anche loro. Per non dire dell’eterogenesi dei fini che l’aspettava dietro l’angolo: cani e porci avevano fatto carriera grazie a lui, e lui cosa si era ritrovato in cambio?
Io c’avevo un gran bisogno di dormire e questi me chiamavano a tutte le ore; aho, ce sta un capolavoro. Devo dormì, je facevo, so le tre de notte. Eh, ma questo è un capolavoro davero, e ce serve che scrivi il pezzo subito.
Che fra l’altro era un sintomo evidente che stavo per esaurire, il fatto di esprimermi in romanesco voglio dire, ma poi mi sono reso conto che era l’Es, il mio naturalmente, a parlare per me, così ho capito che quella era la mia strada – e, per paradigma, la strada della vera scrittura, la sincerità a tutti i costi: bastava tirarla fuori.
Adesso, appunto, s’era rotto il cazzo. Be’, c’è poco da dire: salutiamo un vero scrittore.

Alcofribas


11 gen 2010

Richard Price


La vita facile
Giano Editore, Pag 505  Euro 19

“Vuoi un movente? Eccolo. Gli uomini reagiscono in modo eccessivo al dolore”.
Basterebbero queste parole scambiate fra due agenti alle prese con un omicidio la cui soluzione appare solo alla fine di cinquecento pagine per iniziarci a un’idea del noir ancora sostenibile. Una racconto poliziesco, quello di Richard Price, non intenzionato a infliggerci i clichè del genere quanto l’ambizione di raccontarci brani di mondo con lo sguardo acuto di chi sa osservarlo e restituirlo sulla pagina senza le pretese sociologiche delle militanze corrive o le fumisterie scambiate per epica dai mandarini nostrani (si sa, da noi quando manca la scrittura, la si butta in poetica).
Ne La vita facile, crime-story ambientata nel Lower East Side di Manhattan, storico quartiere newyorkese ad altissimo  tasso di immigrazione dove confliggono mondi diversi tra loro, lo scrittore-sceneggiatore americano (una rispettabile carriera nel cinema, dal Cocker di Spike Lee a Il colore dei soldi) - si è ispirato a un omicidio realmente avvenuto. E’ evidente che se sfangarsela spesso significa sconfinare nel crimine, e se basta un “dolore eccessivo” per saltare il fosso, la letteratura non è obbligata a compiacersi di spettacoli ematici né a lambiccarsi nell’indagine poliziesca fine a se stessa (benché in questo caso appassionante per la strepitosa bravura dello scrittore). Invece di un meccano al servizio di una lettura da passatempo, ciò che preme raccontare a Price è l’odierna balzacchiana competizione per la vita di bianchi, neri, ispanici, e disgraziati di diverso colore che sono costretti a vivere fianco a fianco senza amarsi nemmeno un po’ in un luogo della terra che, crisi americana o meno, costituisce ancora un centro dell’immaginario di molti. Questa ambizione “realistica” da noi oggi è molto vagheggiata e sponsorizzata, ma assai poco soddisfatta. Ché, alla fin fine, le buone intenzioni non fanno la qualità della scrittura. In quella di Price - ottimamente tradotta da Stefano Bortolussi - avvertiamo un suono molto realistico, attento com’è alla lingua dei personaggi, alla varietà dei loro registri espressivi. Price dice di costruire la sua scrittura partendo dalla strada; lì passa il suo tempo con persone simili a quelle che vuole raccontare. Be’, a farlo bisogna aver talento, ché la pratica è insidiosa e andrebbe sconsigliata ai creduli fan del documento. Difatti, va da sé che un talento come questo non lo fabbrichi stando in strada (quello è solo l’inizio) né tantomeno con due trucchetti da scuola creativa. Leggere per credere: immaginatevi una scena di trenta pagine in cui due poliziotti interrogano un povero cristo, un aspirante scrittore, sospettato di aver a che fare con l’omicidio che costituisce il centro narrativo della storia. Immaginate uno scrittore che sappia tenere una scena del genere costruendo tratto per tratto, battuta per battuta, confessione per confessione e menzogna per menzogna la fisionomia e l’esistenza del personaggio limitando le descrizioni all’essenziale e puntando tutto sul dialogo. Se ci riuscite avrete un premio: una narrazione persuasiva come poche, avvincente, un ritratto spietato dell’umanità deragliata fra armi e droga di quella che ancora oggi è la metropoli per eccellenza. Scusate se è poco. Come ha detto l’autore in un’intervista a Tommaso Pincio apparsa tempo fa sul manifesto: “Il dialogo realistico è frutto di un illusionismo, il trucco consiste nel prendere tutto quel caos verbale e comprimerlo in qualcosa che vada in una direzione, restituendo l'idea di una cosa che in realtà è falsa”.
Per chi volesse, vale mille lezioni di scrittura creativa.




10 gen 2010

In Cambogia


(posto qui un reportage dalla Cambogia pubblicato nel febbraio 2009 su l'Unità)
Lungofiume a Sisowath Road, dentro uno sfondo di luce ocra, che sembra già filtrata per un film, cui il grigio vapore del fiume aggiunge ondate di riverbero scalfite dall’indaffararsi rilassato di centinaia di persone, di tutte le età - gente che passeggia, perde tempo, mangia. Perlopiù nel sud-est asiatico mangiano a qualsiasi ora, quando hanno fame, quando ne hanno voglia. Alcuni palleggiano con uno strambo affarino di gomma, che rimbalza elasticamente e consente ai giocatori virtuosistici scambi (colpi di tacco, volèè) che nel calcio mondiale di oggi – specie nella squadra campione del mondo – difficilmente si possono gustare… E poi ragazze e donne in pigiama – pigiami indossati come completini casual. Una donna seduta per terra, che il pigiama non può permetterselo, ha accanto a sé una bilancia scassata, rimediata chissà dove: uno passa, si pesa e le lascia qualcosa. Chissà se a Napoli qualcuno ci aveva mai pensato.

Richard Yates




Una buona scuola
minimum fax


Diciamolo subito: A good school, breve romanzo in cui il grande Richard Yates raccontò le vicende di una mediocre scuola privata del New England negli anni Quaranta, non è paragonabile a Revolutionary Road, il suo celebre capolavoro (peraltro quasi sconosciuto al pubblico italiano – e non solo -  prima che uscisse l’omonimo film l’anno scorso). Tuttavia, a parte le tracce di un’esperienza biografica mai troppo entusiasmante, segnata com’era dal riconoscibile marchio – fors’anche un luogo comune ma tutt’altro che campato per aria - della peculiare difficoltà di molti scrittori a sfangare la vita, il libro presenta indubbi motivi d’interesse legati al complesso mondo dell’adolescenza, all’ambiguo e tormentato rapporto degli studenti con quella sorta di universo a parte che è la scuola, e non ultima alla relazione fra loro e gli insegnanti.
Scritto in uno dei periodi peggiori di Yates (che non ebbe certo una vita facile, anche perché la sua grandezza non venne riconosciuta in vita se non da altri, pochi, scrittori), A good school è una storia corale costruita, più che su un vero e proprio intreccio, sull’andamento rapsodico e a volte enigmatico che scandisce la vita di ragazzi di volta in volta perplessi o fantasiosi, e professori sfigati ma non sempre disposti ad arrendersi. Molti fra i primi vivono in un’impossibile costellazione di sogni destinati a infrangersi sull’immagine allo specchio futuro che viene loro restituita dalla vita che di lì a poco li metterà di fronte alla terribilità della guerra (il secondo conflitto mondiale). I secondi, avendo passato la linea d’ombra, sembrano aspettarsi solo che il destino porti a termine quello che ha iniziato molto tempo prima – cercando di stare dignitosamente dentro il ruolo che quel destino ha ritagliato per loro. Ma quella che sembra una deriva lenta e già saputa esplode invece in una catastrofe di cui la stessa scuola si farà carico finendo per trasformarsi in un centro di accoglienza dei soldati feriti.
Pur concedendo il dovuto alla narrazione dell’ovvio, rituale sistema di amicizie e rivalità, del contrassegno tipicamente adolescenziale della guerra per bande e del confronto ludico e serio insieme fra giovani intenti a primeggiare, a conquistare cuori femminili, il racconto di A good school rinuncia all’implacabile ferocia con cui Yates abitualmente ci racconta le sue storie. Qui il punto di vista del narratore sembra girovagare con uno sguardo elegiaco, a volte umoristico, altre malinconico, da un punto all’altro di questo college rattoppato, come per salvare il tempo che precede la perdita dell’innocenza dal saccheggio implacabile della verità. Yates svela in questo romanzo un tono più tenero del solito, quasi di simpatia per i suoi adolescenti confusi, incerti, senza però mai diventare stucchevole (Yates disprezzava, parole sue, l’ottimismo sentimentale e facilone degli americani). E’ come se volesse dirci che all’adolescenza possiamo perdonare tutto, anche di averci ingannato. Del resto non manca il tratto del grande maestro, che è poi, trattandosi di Yeats, il racconto per nulla ostentato o manieristico della crudeltà; si veda l’episodio in cui William Grove, il personaggio più in vista del romanzo, di confessata matrice autobiografica, il più sfigato di tutti, il più goffo, il più timoroso, viene preso dai soliti tre o quattro teppistelli, denudato, deriso e masturbato a forza. La scena è forte ma credibile e quasi domestica nella verosimiglianza descrittiva. Ciò detto, è un racconto che rifiuta la spettacolarizzazione, quindi quanto di più vicino al vero si possa pretendere da un romanzo. Grove troverà nella scrittura, sia pure solo quella del giornale della scuola, lo strumento per riacquistare un minimo di prestigio, ma soprattutto rispetto di sé. Che era poi la sola salvezza consentita al grande scrittore americano, ciò di cui aveva bisogno per combattere il suo male oscuro e scrivere i suoi libri. A questo genere di sacrificio, i bravi insegnanti sono molto sensibili. Come tutti i veri lettori, del resto.









Sergej Nosov



  
Il volo dei corvi
Voland, Pag. 265 Euro 14,00
Pietroburgo e l’arte contemporanea sono il cuore del divertente anche se a tratti prolisso romanzo di Sergej Nosov. Una Pietroburgo umbratile e lutulenta, così satura di clima da determinare non solo il carattere delle persone ma persino l’umore esistenziale che li teatra - quasi che gli individui ne derivino come meri epifenomeni. In questa Pietroburgo che non ha nulla di oleografico (un paesaggio fatto di strade e vicoli ciechi, cimiteri abbandonati, misteriosi capannoni industriali e romantiche ferrovie che si disperdono nelle periferie), la vita sembra sia arte in sé. Non un ambiente cavo che alloggi pratiche aduse o marginali degli anni Novanta (performance, installazioni, mail-art) ma artefice essa stessa, la città - divinità mefitica e derisoria che sembra esserci apposta per obbligarci alla domanda radicale fra tutte: che cos’è l’arte?
Se lo chiedono di continuo i tre protagonisti del libro - tre amici falotici e malinconici come si vuole nella migliore tradizione russa – obbligati da incerte inclinazioni personali e soprattutto da un’invenzione giornalistica che bussa alla porta del loro destino con la precisa intenzione di trasformarli in artisti, senza che sappiano approfittarne sino in fondo. Le conversazioni che intrattengono con altri (spesso reali) personaggi della scena pietroburghese contemporanea  mirano a risolvere questioni ormai annose. Com’è che a uno che abbia ucciso un gatto e intenzionato nominalmente il gesto come fatto artistico, non si darebbero due anni di galera ma “un riconoscimento per un progetto innovativo”?  Quale che sia il gesto incriminato, è il pensarlo come estetico a renderlo tale: sta tutta lì la differenza fra il precipitato intestinale di chi la mattina va al bagno di corsa e chi la merda la fa d’artista.
La faccenda, si sa, involge ormai noiosamente gran parte dell’arte contemporanea ma i personaggi del libro per fortuna esibiscono un tono grottesco e a volte alterato dalla vodka che ce la rendono di nuovo spassosa – benché serissima, come avviene nella discussione sulla “forma zero” del Quadrato nero di Malevic. Lì si rischia di avvicinarsi all’essenza stessa dell’arte – sebbene enucleata nella imperscrutabile categoria del miracolo (“Il quadrato nero è idealmente identico al proprio nome: Quadrato nero!”), salvo poi rendersi conto che la teca di vetro a protezione del quadro, riflettendo l’immagine di chi lo guarda, di fatto lo modifica.
Nonostante gli sforzi, perciò, i tre non vengono mai a capo di nulla. Sicché, perduti in uno scettico stupore, non sanno cogliere l’occasione di una svolta che cambierebbe la loro vita. E’ un’intraprendente critica austriaca a decidere che una loro remota pisciata collettiva dal ponte sul fiume Neva non era stata una bravata ma un vero gesto artistico, inconsapevole  e prodigioso, propedeutico a una lunga serie di esempi, peraltro minori, di quella che lei considera arte concettuale. Ma la timidezza, o forse l’ironia (un’ironia niente affatto postmoderna) trattengono i tre dall’approfittare della chance, condannandoli definitivamente all’anonimato. Non senza un corollario tragicomico: ciò che resta depositato nella vita dei singoli individui, quelli in cui ancora agonizza il moribondo mito dell’artista, è un probabile destino di sconfitta. Lo sa bene uno dei tre protagonisti del romanzo, incompreso dalla moglie e dai colleghi di lavoro, ignari non solo del suo ineffabile talento ma soprattutto del fatto che l’arte contemporanea non esiste senza i media che la inventano. Verità che in fondo egli stesso stenta ad accettare, altrimenti dovrebbe ricavarne la conseguenza orrifica che la sola arte che esprima davvero lo spirito del tempo è proprio il marketing. E che l’artista è il venditore. Anche a Pietroburgo, alla fine del secolo scorso, fra le macerie di un altro incubo.



09 gen 2010

Can - Mushroom

Pochi come loro. Per i più giovani.





Scrittrici italiane. Il piagnisteo al lavoro.



Posto qui un articolo scritto per il paradiso tempo fa.




Vorrei aggiungere un paio di riflessioni a quelle che ha fatto Alfredo Ronci a proposito del libro di Cesarina Vighy, L’ultima estate.
Ronci scrive che ormai in Italia non si ha più “rispetto per il lettore”. Fa segnatamente riferimento alla triste situazione della letteratura femminile, landa di garrule prefiche, opportunamente inserita nel miserevole andazzo in corso di politiche markettare scambiate per rovello critico, brutture insipide vendute come capolavori e via discorrendo – e mi permetterei di aggiungere, di difficoltà di pubblicare con editori robusti quando, con Niccolò Franco, si scrive come si deve, ossia dicendo “pane al pane e cazzo al cazzo”.
Chiedo a Ronci e ai lettori del “Paradiso” di provare a rovesciare la questione, cioè a focalizzare l’attenzione sull’implicito pubblico dei lettori (verosimilmente, delle lettrici). Per far questo occorre attenersi nel ragionamento alle signore che vendono di più – l’unico che mi sento di fare anche perché non conosco abbastanza scrittrici fra quelle che vendono poco.
Be’, io credo che la letteratura femminile in Italia non esiste perché non esiste una società declinata al femminile che abbia il coraggio di prendere le distanze dal modello in auge della fica a domicilio, che sia quello privato di un privato, di un privato che usa un palazzo dello Stato, di un privato che usa la televisione che fu sua e quella di Stato che lo è diventata – di farlo cioè senza scivolare nel patetismo della vittima. Senza cioè accampare in letteratura e non solo l’incongrua virtù di una debolezza ontologica che le sussume loro malgrado nel ruolo della vittima. 

07 gen 2010

Cimento del tempo libero


Cimento del tempo libero


(qui le prime pagine di un lungo racconto uscito nel num.6 di "tabula rasa", rivista della besa editrice

Quattro del pomeriggio. 
Matteo è steso sul divano, il giornale sulla grossa pancia, gli occhi chiusi e la bocca semiaperta. 
Incisi dalle persiane, affilati fasci di luce fendono la stanza e s'insinuano fra le palpebre, come liquide opalescenze, filamenti mobili che gli ondeggiano negli occhi immergendolo in una nuvola di vetro. Sta sognando - fatine gentili e colorate che con le dita gli fanno vieni vieni. 
Sogna di staccarsi da sé e non sentirne più il peso.


Prima di perdere il lavoro, la lavatrice l'aveva usata pochissimo. La lavanderia a monoprezzo sotto casa favoriva l'ozio per cui una vita vale la pena di essere vissuta. Un ozio fatto di libri, non di nulla. Il nulla era troppo anche per lui, a meno che non avesse deciso di fantasticare un'oretta su una vita migliore.
Quando la sirena dell'ambulanza si fa assordante, Matteo si alza e caracolla verso il balcone. Pesano quei rotoli sui fianchi. Di sotto, la macchina parcheggiata in seconda fila finalmente si sposta e l'ambulanza sgomma via nervosa. Lui apre l'oblò della lavatrice e tira fuori i panni - se li rigira fra le mani e impreca. Uno straccio per la cucina bucherellato, un pigiama che ha cambiato colore, un paio di jeans rinsecchiti. Uno scherzo del cazzo, come se quella macchina infernale avesse voluto succhiarne l'anima per restituirne soltanto la fibra grezza. 
Si alza soffiando uno sbuffo d'aria pesante. Sfrigola ancora nella testa il vapore del sogno, la mente chiusa in un campo magnetico di attrazioni neuronali sbarrato come una proprietà privata decisa a difendersi dall'esterno. 
La lavatrice era vecchia, incrostata di calcare - regalo di addio di una ex vicina di casa, una donna più anziana e più grassa di lui, dallo sguardo un po' torbido, velato.
Più che altro un ingombro, la lavatrice, per tutti e due.
        
O forse no. 
Forse lei lo considerò un omaggio a uno strambo quarto d'ora cui Matteo si era lasciato andare perché ci sono momenti in cui se ti ficchi dentro una situazione sgradevole è solo per uscirne il prima possibile. 
Il marito era impegnato a Chianciano Terme in un tour di riabilitazioni. - Fegato reni polmoni! Sa, non gli regge più niente, ormai! 
- Capisco.
- Senta - lo aveva fermato per le scale - per quella cosa… sempre se non le reca troppo disturbo, s’intende.
- No, s’immagini – si affrettò a raggiungere il portone. Quella donna lo aveva sempre messo un po' a disagio. 
- Magari passerei questa sera…
Matteo udì solo parte della frase. Sperò tutto il giorno che non si facesse viva. Quella sera c’era il film. Quando bussarono alla porta, poco dopo le nove, non aveva ancora fatto in tempo a credersi De Niro. Imprecò, si concesse qualche secondo per allestire una faccia presentabile e andò ad aprire. Ci fu un momento di imbarazzo delle due pance sulla soglia, poi la donna ebbe uno scatto deciso e fu dentro. Dietro il velo molle degli occhi Matteo intuì la domestica determinazione di chi fra quattro pareti detta legge.
- Vuole qualcosa da bere?
- Non vorrei disturbare – disse lei sedendosi sul divano. - Oh i libri… - sospirò. - Non trova?
- Prego?
- Voglio dire… cosa c’è di meglio di un buon libro? 
Matteo vide la faccia incarognita di De Niro. Non aveva niente in comune con la sua. – Già – disse.
- Peccato che il tempo è poco, e poi mio marito non è mica... Oh be', lasciamo perdere - la donna si era presentata con una camiciola d’organza semitrasparente e discretamente slacciata sul davanti. Si guardò intorno compiaciuta. Gli chiese se quei libri li aveva letti tutti, se una vita sola fosse sufficiente  per farlo.
 - Temo di no - Matteo si sedette e accennò un sorriso. Le versò il Porto. 
- Possiamo darci del tu? - lo incalzò. 
- Credo di sì. 
- Non ne avevo mai visti tanti insieme. Sei un collezionista? 
- Insomma 
- Ho detto una stupidaggine, come al solito. 
- Si figuri - non se la sarebbe cavata in dieci minuti. 
- Certo non un semplice commesso di libreria, ci scommetto.   
- E’ il mio lavoro - balbettò lui. Non era mai riuscito a vedere quel film. Un De Niro in forma strepitosa. Gigione, ma grande.
- Deve essere stata un'avventura ammucchiare questa fortuna... - la donna intonò un accento vagamente malizioso, gli suonò così all'orecchio, una specie di affrettata affettuosità incapace di nascondere l'intenzione insinuante. Ma il guaio di Matteo era la sua faccia gentile  - sorrise, un po’ a cazzo. Vide la donna scorrere con l’indice i dorsi dei volumi come se questo l’aiutasse a leggere meglio titoli e nomi degli autori. 
- Pensa che mio marito mi aveva quasi convinta con i suoi sospetti.
- Cosa? – Matteo si alzò, ma non sapendo bene dove andare fece un giro su se stesso e si risedette. Data la mole, non fu una faccenda rapidissima.
- Che tu non gliela contavi giusta, insomma. 
- E perché? 
- Sai come sono gli anziani. Si fissano -. La signora Viviana - come lui l'aveva sempre chiamata – prese un volume, lo sfogliò, farfugliò qualcosa, lo rimise al suo posto, ne prese un altro. C'era qualcosa di inquietante in quell' entusiasmo. Neanche i denti un po' ingialliti riuscivano a mortificarlo. Lui che era una persona colta, sapeva spiegarglielo perché aveva sognato di trovarsi assieme al marito in una specie di tubo metallico, o meglio in un affare come la macchina per la tac, ma più lungo, e più stretto, come un cunicolo di plexiglas ecco, e l'aveva colpito più volte con un coltello da macellaio che le aveva regalato la suocera per il matrimonio trent'anni fa? Lui che era un lettore professionista, sapeva dargliela una spiegazione?
Matteo gonfiò le guance in un sorriso eccessivamente premuroso che gliele stava incatramando.- Be', davvero non saprei cosa dire - ingoiò una polla di saliva e cominciò a sudare. Matteo sudava con una certa facilità, non appena la vita lo costringeva a un impegno imprevisto. Escluse di rimanere in canottiera e per tutta la serata anfanò nel tentativo di mostrarsi moderatamente garbato, ma poco dopo mezzanotte si lasciò accostare fino a quando la vena d'aria rancida che esalava dalla boccuccia della donna si mescolò al suo sospiro di maschio perplesso e concitato e per alcuni raccapriccianti minuti diventarono una cosa sola.
Cape Fear era destinato a restare un mistero, per lui.



04 gen 2010

Patrie lettere: meglio i cazzari o i tromboni? (nessuna ironia)

apparso con lo stesso titolo su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl 
Una scarpinata rapsodica fra le approssimative, interessate questioni non sai quanto di marketing o di poetica messe in vetrina nelle recenti querelles letterarie nostrane può offrire qualche utile motivo di riflessione. Nell’implacabile discesa verso il fondo di senso, verso l’azzeramento delle attese riguardanti la letteratura, una specola di osservazione interessante è offerta dal maneggio approssimativo di parole e concetti più complessi di quanto non vogliano le contingenti urgenze personali. La faccenda dell’ironia è una di queste.
Torno su un coté ebraico dopo il bel Kalooki Nights  di Howard Jacobson. Il libro del giovane scrittore americano Shalom Auslander, Il lamento del prepuzio (Guanda) è
 un memoir ed è stato avvicinato dalla critica indovinate a chi? a Roth, naturalmente, Philip. Laddove c’è una voce narrante che rimesta nei clichè dell’ebreitudine, dei codici di quel mondo, e lo fa in chiave umoristica, si tira fuori il grande vecchio. Dimenticando che l’umorismo ebraico non lo ha inventato lui, evidentemente. Sono fra quelli, chi per convinzione (personalmente da quando è morto Saul Bellow), chi per luogo comune cui non è estraneo lo sbalordito e ogni volta rinnovato stupore per la pure stucchevole storiaccia del Nobel, che ritengono l’autore di Pastorale Americana (per dire, una cosa che con quello di cui stiamo parlando non c’entra niente) il più grande scrittore vivente. Tirarlo fuori ogni volta, però, sembra un tic autistico della critica, spesso ignorante non di cose ebraiche – il che non è un reato – ma di letteratura tout court, la qual cosa invece è grave se pretendi di scriverne. Col che si finisce per attribuire parentele rothiane a qualsiasi libro in cui sia presente un io a metà fra il finto ingenuo e il malandrino, abbastanza spiritoso e ossessionato dalla fica (e più spesso dal proprio uccello per lunghi, sfibranti solitari) – addirittura, da noi, a leggere Dorry Cojons, per iscriversi alla casata di Newark basta infilare due battutine ironiche; direi, basta fare l’ironico, ossia prendere le distanze da ciò che si fa e/o si dice: non per mantenersi sobri rispetto a se stessi e tenere a bada il fanatismo dell’ego, ma per cifrare proprio nell’ironia il proprio modo di rappresentarsi: guardate me quanto sono ironico, quanto sono fico proprio perché ironico, quanto sono superiore a far finta di non prendermi sul serio!
Ora, se l’ironia costruisce una distanza dalla propria voce, l’ironico per partito preso, l’ironico integrale, senza accorgersene nel suo falsetto dice di sé che non è nulla, che non può non essere epigonico, flatus vocis, pallida copia: inutile. Tanto è vero che in Italia - questo locus amoenus fatto apposta per le cazzate - se uno viene beneficiato della parentela con Roth, quando sente fare delle obiezioni al riguardo, s’incazza. Non se la prende tanto per gli appunti mossi a ciò che scrive in sé, o a come lo fa, ma perché si contesta che quella parentela stia in piedi. Ovvio che se un Cojons qualunque su un giornale non qualunque ti dà quel genere di calcio in culo per farti volare nell’apprezzamento dei lettori e magari del mercato, ci metti volentieri la vaselina. Meno ovvio è non rendersi conto che per Roth, l’ironia o il comico sono forme attraverso cui passa il tragico – così fai venire il sospetto che davvero non hai capito niente, di Roth e non solo, e che è proprio per questo che ci tieni a quella parentela; ci tieni perché il massimo per te è “essere come”, “assomigliare a”, “fare la figura di”. L’essere (verbo) è tragico, chi non è mai e in nessun modo non può che presentarsi come un ironico per partito preso – più un cazzone che un cazzaro, scrittore solo nominalmente.
Auslander, figlio di una coppia di ebrei ortodossi autoritari e autolesionisti nella più classica, castrante versione del dio vetero-testamentario, per liberarsi da quelle fisime è costretto a rifugiarsi da uno psichiatra.Su suo consiglio, avendo deciso di chiudere con la propria famiglia - Monsey, stato di New York -per tenere in piedi la nuova con una moglie e un figlio prende a raccontare la terribile educazione che ha cercato di schiacciarlo in uno stato di minorità psicologica mortificante. La scrittura assume qui un valore apotropaico e non di mero intrattenimento. Se l’humour è nei tempi, nel ritmo della scrittura (a volte pedante nell’elencazione di riti e obblighi della comunità di appartenenza), l’assurdo è nelle situazioni stesse, laddove il tragico è l’intermittente voglia di suicidarsi da cui Auslander si salva appunto scrivendo: solo così può riuscirgli la paradossale impresa dell’ennesimo, ribelle figlio di Mosè: portare (suo) figlio a una Terra Promessa dove non c'è alcun Dio. Personalmente glielo auguro, perché qui, è bene ricordarlo, non c’è un Portnoy inventato, ma la storia dell’autore, con nome e cognome, almeno i propri. “Suicidarsi – ha rivelato da qualche parte Auslander, che scrive sul «New Yorker» e lavora alla radio – è la sola soluzione sensata quando hai la testa piena di cose che rendono ogni momento della tua vita insopportabilmente doloroso. Per sua fortuna ha trovato come rimediare. “L'umorismo – ha detto anche - è l'unica cosa che renda la vita sopportabile”, il che non gli è bastato per non andarsene assieme a moglie e figlio lontano dai suoi luoghi d’origine, in un posto in cui, se è vero che in “una sola eiaculazione muoiono cinquanta milioni di spermatozoi” l’equivalente di “circa nove olocausti”, può anche masturbarsi senza per questo rendersi agli occhi dei vicini “colpevole di genocidio dalle tre alle quattro volte al giorno”.
 Ma non dev’essere finita lì, visto che Auslander ha ricevuto molte e-mail minacciose e intrise d'odio per aver riso della soffocante vita in versione ebraico-ortodossa.
Insomma, da ridere c’è, ma come sempre nella buona letteratura siamo dentro una dimensione che inscena un conflitto, indizia una crisi, produce un collasso di senso (del senso comune di chi ti circonda) – e non importa di che genere e in quale modalità (uno scrittore non è tenuto a raccontare il conflitto sociale, o la camorra, altrimenti Saviano sarebbe un gigante e Proust uno gnomo, ma soltanto un demente non vede in Proust, aldilà dello spettacolo mondano, la tragedia della riduzione dell’umano a vacua figurazione scenica).
Da noi, ai cazzari ironisti per contratto, si contrappongono i tromboni, allestitori di poetiche che si dicono rivoluzionarie perché richiamano un sedicente orizzonte epico quale solo percorso possibile della letteratura e ne dettano i principi. Odiano l’ironia.
Secondo il compianto David Foster Wallace, spesso tirato in ballo a cazzo, l’atteggiamento vacuo e annoiato presente nell’ironia era (è) figlio in tutto e per tutto della televisione  (DFW a sua volta citava il critico Lewis Hyde, secondo il quale “l’autoironia è sempre una forma di sincerità interessata”). Come a dire: nel linguaggio stesso della tv, nella sua stessa parola - autoreferenziale, indifferente ai contenuti, ir-responsabile – si produce una strutturale, intrinseca auto-assoluzione. S’ipostatizza il codice interno all’inquadratura come una forma a sé che si definisce come alterità irriducibile alla realtà e perciò a essa indifferente (sino al punto di sostituirvisi per evidente incapacità della seconda di r-esistere fuori dal plasma). L’opera di DFW si situa certo in un punto di frattura tra la fagocitante esperienza postmoderna che nell’ironia trovava una cifra quasi dogmatica (interessante paradosso) e la necessità di recuperare una voce presente a se stessa e responsabile del discorso che fa, senza ricadere in un’impossibile, patetica ingenuità, né in una rozza nozione di realismo.
Da noi si semplifica con una certa disinvoltura. Sui residui spazi rimasti per le discussione letteraria non leggi solo di ironisti per contratto che pesano letterariamente quanto la Littizzetto, ma anche di memorandum di gruppettari che nelle loro liste di appartenenza infilano titoli improbabili, goffi canoni ideologici e dimenticano che Foster Wallace proprio nelle stesse righe scritte, e da essi citate, “contro l’ironia” sostiene che “il guizzo (in letteratura) è personale, idiosincratico”.
Insomma, che si tratti di tromboni o di cazzari, non diversamente da quanto succede in politica, non puoi fare a meno di chiederti se ci sono o ci fanno. Se davvero credono alle loro dichiarazioni di poetica o beccato il pesciolino dello spazio editoriale si tengono stretti l’amo fino a quando non si spezza. Sei costretto a ricordare che l’ironia non è solo quella preventiva, debole, funzionale a un’immagine da vendere a un pubblico avventizio che si fida delle recensionistica marchettara; l’ironia è anche parola dialogica, plurivocità, scetticismo critico, rifiuto dei dogmi – basta scorrere repertori letterari, dizionari di linguistica, storie della filosofia da Socrate in avanti, a meno di non considerare l’ormai dimenticato Bachtin un coglione.
Forse occorre un po’ di ripasso dei fondamentali: quando i mandarini nostrani pretendono di scrivere il verbo decisivo dell’attuale letteratura italiana, prendendosi così maledettamente sul serio da non far caso al fatto principale, la qualità modesta, l’inerzia dei propri testi, l’ironia sorge, come si suol dire, spontanea.






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