09 set 2009

Todd Hasak-Lowy



Prigionieri



Dopo Non parliamo la stessa lingua, una raccolta di racconti uscita in Italia nel 2007 da minimum fax, lo stesso editore pubblica il primo romanzo dell’ebreo americano Todd Hasak-Lowy. Si è gridato all’evento ed evento non è. Prigionieri racconta la storia di Daniel Bloom, sceneggiatore di successo e marito e padre in crisi che, schifato dalla politica americana degli ultimi anni, ne viene a tal punto ossessionato dall’immaginare una storia in cui un tizio comincia a far fuori un bel po’ di gente di potere, perlopiù cagnacci da guardia di multinazionali. Questa urgenza di giustizia sociale coglie di sorpresa lo stesso protagonista, fino a quel momento inserito benissimo nella macchina di Hollywood (i suoi sono film adatti a un pubblico vastissimo purché intrappolato nella banale estetica della violenza spettacolare). Ora, il tentativo di sfogarsi nella scrittura legittimando la violenza sistematica su un piano etico-politico ha da fare i conti non solo con le difficoltà tecnico-espressive del progetto ma anche con i dubbi riguardanti la giustezza dell’implicita posizione ideologica (la legittimità della vendetta, appunto, della violenza politica) assunta da Bloom che mette alle costole dell’omicida un agente per nulla convinto di volerlo prendere. E soprattutto si scontra con la sua crisi personale: marito periclitante, padre assente ed ebreo a disagio con la sua religione. Talché, influenzato da un inquietante esemplare di rabbino aduso all’acido lisergico, decide di partire per Israele, in un viaggio a dir la verità senza capo né coda che culmina in un’improbabile, sostanzialmente isterica palingenesi. Il libro racconta la storia dell’uomo (che verrà lasciato dalla moglie e vedrà il figlio allontanarsi sempre di più) e quella che egli scrive sperando di farne un film che scuoterà gli spettatori dal torpore di questo orribile primo decennio del duemila (politicamente parlando). Naturalmente, tutta la sua crisi si risolve nell’assunzione della banale consapevolezza (e ci mette più di 400 pagine a capirlo) che ciò che gli preme di più è essere lasciato in pace, ossia scrivere senza sensi di colpa per le sorti della famiglia e del mondo che possono andarsene tristemente a puttane. Il problema non è l’esilità della trama ma il tentativo di Todd Hasak-Lowy di volare alto con certe questioni di fondo e soprattutto certi modelli letterari senza possedere, al momento, le ali per farlo. L’allestimento dello spettacolo concernente i travagli interiori di scrittori o film-maker et similia, in cui si intrecciano questioni estetiche, esistenziali e famigliari andrebbe riservato ai grandi: in una rispettabile bibliotechina casalinga sull’argomento c’è abbastanza da godere per dieci anni di lettura. In Prigionieri (si veda il primo capitolo) assistiamo a periodi prolissi e slabbrati che ripetono per troppe pagine le stesse cose con un lessico generico che non aggiunge nulla al detto prima; sembrano esercizi di maniera di uno studente in cerca di applausi, dotato ma non abbastanza da soddisfare le proprie ambizioni. La frase gira spesso su se stessa, fatica ad avvincere, spesso è accademica quando non proprio pleonastica. Roba del genere: “Sebbene le fatiche tutt’altro che trascurabili richieste dallo scrivere e vendere una sceneggiatura di successo fossero, appunto, tutt’altro che trascurabili” etc…: giudicate voi che bisogno c’era di sprecare tempo, suo e nostro, carta, energia…vita, insomma, per aggiungere niente alle prime due righe. Visto il libro nell’insieme, poteva andar meglio. Perché non mancano spunti interessanti. L’inscenarsi nella mente del protagonista del conflitto fra arte e spettacolo per esempio, la messinscena dei meccanismi mitopoietici contemporanei che sostanziano il lavoro creativo, la morsa che lo stringe fra la necessità di fabbricare una storia pensando a milioni di spettatori e il bisogno di raccontare la propria versione del mondo, il contrasto fra il Demiurgo che lo plasma nelle sue forme e gli accidenti temporali macchinati dalla tentacolare onnicomprensiva ragione del denaro. Sarà l’estate, ma ho pensato a quelle gelaterie dall’aspetto tremendamente invitante e al senso di parziale delusione alla fine del cono dal gusto un po’ vago. Coi dialoghi va meglio, a tratti molto buoni ma non di rado manieristici e troppo lunghi. Poiché il romanzo l’ho letto solo in italiano, non saprei dire quante e quali sono le cadute stilistiche dovute alla traduzione. Certo è che, visto che da minimum fax non lesinano civetterie come quella di aggiungere alla fine del libro filmici “titoli di coda” in cui si passano in rassegna non solo i nomi del traduttore ma anche quello di chi la traduzione l’ha rivista, dei redattori, dei correttori di bozze etc, decidano loro di chi è la responsabilità di quell’imbarazzante “molto certamente” di pagina 330. 










01 set 2009

Giorgio Falco



L’ubicazione del bene
Un lettore intemperante davanti all’incipit del secondo libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, potrebbe quasi credere di trovarsi di fronte a una rappresentazione manieristica, alla descrizione di un décor infernale che indulge al capriccio: “I topi annusano di notte lattine compresse nell’asfalto, muovono baffi, fiutano ruote, risalgono nei motori delle auto parcheggiate tra batterie, liquidi di freni e di raffreddamento, imbevono code nell’olio semisintetico, costeggiano marciapiedi, pronti a rifugiarsi nei tombini”. Orbene, le pagine successive smentiscono l’eventuale impressione ingannevole e cambiano di segno all’intero lavoro. Che riguarda l’inferno sì, ma come luogo domestico a noi molto familiare perché è quello che abitiamo nelle nostre depresse, sfilacciate periferie irriducibili a una significazione ancora umana. Questi “animali – dice Falco - sono parte integrante della narrazione, irrompono, la modificano, sono il correlativo oggettivo dei personaggi”. Io aggiungerei, sperando di non forzare le intenzioni dell’autore, che nascondendosi nello stesso spazio in cui vivono gli umani, le bestie ne denotano l’aspetto globale di inganno auto-organizzato: il mondo che ci siamo scelti, che ci rappresentiamo, del quale non sappiamo fare a meno è falso perché la sua faccia notturna è occultata, specie quando si affanna a disegnarci un’idea del bello che è la sola oggi a portata di mano dei più: il brutto delle villette a schiera disseminate attraverso anonimi agglomerati urbani confezionato da chi decide per tutti. Si direbbe che oggi il demiurgo è un cosmico agente immobiliare. E lo scrittore non è dio, lo scrittore è semmai Lucifero che ce ne mostra il fallimento.
La presenza inconciliata e mai doma delle bestie, nonostante patetici tentativi contrari, sembra un contrappunto ribelle alla dispersione urbanistica – umana - che è lo spazio slabbrato in cui si delineano le vicende di questo libro. Precisamente a Cortesforza, immaginario hinterland milanese, piccolo comune in cui si addensano rimanendo disperse e reciprocamente ostili vite inguaribili di famiglie rotte, di coppie subito scoppiate, di imprenditori avventizi di cupa inettitudine che non capiscono il mercato. “Il mercato è tergiversare (…) è saltare il pagamento con un fornitore. Dilazionare. Minimizzare. Usare diminutivi e vezzeggiativi (…) lettere di sollecito. Carte intestate degli studi legali.” Ma il mercato è il mondo così come gli è stato raccontato, a questi personaggi. Sono impossibilitati a fare altro. A immaginarlo, un mondo diverso. Costretti tutti come sono in un presente pesante come l’acciaio, vissuto come se fosse condizione di natura, al punto che nemmeno la morte sembra riguardarli mai da vicino. “Nei luoghi come Cortesforza la morte sembra un’anomalia abusiva”, scrive Falco in uno di questi racconti (al solito, per incrementarne le vendite, qualcuno lo ha definito romanzo). Le case - il bene materiale - in cui cercano rifugio dal planetario apparato aziendale che ha sostituito la vita si disfano e si macerano nell’umidità: formiche, termiti, scarafaggi brulicano nei muri. La rabbia attonita di un fallimento costante, l’esito beffardo di una corsa senza senso non sono la storia di un personaggio particolare ma il destino cui sembra essersi consegnata la piccola ma significativa porzione d’Occidente che è raccontata in queste pagine.
Intorno, l’opacità astiosa di una banale tangenziale, (non) luogo di un passare senza fine (sostantivo da intendersi in entrambi i generi), di catatonica fissità violentemente interrotta da piccole esplosioni di furore in dialoghi compressi come i protagonisti, che sono protagonisti di nulla se non di una coazione a ripetere: vite replicate secondo i modelli dettati dalla narrazione pubblicitaria sedimentata nella pelle di cemento di un paese come tanti, ormai, senza storia, ove il bene – morale - non sembra ubicato da nessuna parte. Un libro importante, necessario. Che rattrista, ma nello stesso tempo rassicura ancora una volta sulla forza della letteratura: che sta nel nominare le cose con la lingua giusta, atto conoscitivo primo fra gli altri, approssimazione alla verità. Il contrario della pubblicità.

Michele Lupo

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