30 apr 2012

Osip Mandel’štam



rum
Prima del Viaggio in Armenia (che compì nel 1930, e fu l’ultimo da uomo libero, nove anni prima che scomparisse in un gulag) negli anni Venti del secolo scorso Osip Mandel’štam, scrittore purissimo (sbadatamente passato in secondo piano rispetto al poeta), firmò alcune prose di vertiginosa bellezza stilistica. Qui raccolte, prendono il titolo dalla prima. Il Rumore del tempo (l’editore è Adelphi) è quello della Russia a cavallo fra Otto e Novecento, restituito nella maniera laterale di un divagatore in apparenza capriccioso ma acuto come pochi, e auscultato dall’interno delle proprie vicende biografiche.
Mandel’stam, ebreo, vi era giunto piccolissimo dalla Polonia in cui era nato. La sua famiglia si fermò per un po’ a Pavlovsk, un villaggio a una trentina di chilometri da Pietroburgo. Ivi, nella sua fetida stazione sembrano racchiusi i peggiori miasmi di una Russia che non ama, la “quiete malsana, il profondo provincialismo” di quel mondo di fine secolo. Le descrizioni del futuro poeta che il regime staliniano farà morire in Siberia, sono micidiali. “L’aria umida dei parchi mucidi, l’odore delle serre marcescenti e delle rose coltivate e i miasmi del buffet, l’acre tanfo dei sigari”.
Non risparmia sarcasmi a nessuno, Mandel’stam, bambino dallo sguardo vitreo, osservatore di minuzie e dettagli rivelatori, che però è capace di impattare la bellezza, anche, e di erigervi un laicissimo altare. Affascinato da Pietroburgo, il cui centro gli appare di una magnificenza solenne, ne coglie gli aspetti razionalisti, molto compatibili col suo gusto. Gli procura uno strano sentimento che definirà di un “imperialismo infantile” (anche la scuola che frequenta è all’avanguardia; gli insegnanti dell’Istituto Tenisev diventano i suoi mentori).
Questa bellezza disciplinata, per il ragazzino un po’ superbo e fin troppo sveglio, rappresenta come un argine a difesa del caos “giudaico” che avverte nella sua famiglia – negli stessi arredi della casa, nel loro “sapore dolciastro”, nell’invadente odore della pelle conciata che dava da vivere al padre, nella stessa composizione sfrangiata della libreria domestica, “nell’artiglieria di scatoloni e ingombranti salmerie domestiche”.
Difficile trovare una concomitanza così febbrilmente esatta di sguardo e scrittura – la prosa di Mandel’stam è di una precisione abbagliante, implacabile, al limite della freddezza. Che cerca probabilmente modelli fuori dalla letteratura – utile al riguardo leggere le pagine dedicate ai concerti di Hofmann e Kubelik, esecuzioni fatte di “impervie e gelide vette di virtuosismo”.
Il volume adelphiano contiene in tutto quattro testi, ritagli di un viaggio in Crimea (“Teodosia”), una storia d’invenzione sullo sfondo della Rivoluzione d’Ottobre (“Il francobollo egiziano”) e un’ultima prosa violentemente virata contro il potere sovietico che non potrà tollerare l’esistenza di una mente così fervida, indipendente, una “memoria spinta dall’ostilità”: in questo caso con evidenti quarti di ragione. Scritta fra il ’29 e il ’30, dopo le altre, inizierà a circolare come samidzat solo quarant’anni dopo. Nel frattempo,L’Epigramma a Stalin gli sarà costato carissimo.

18 apr 2012

Chi ha paura della critica musicale?



Copertina
Si utilizzano facilmente parole pesanti per dire il commercio di favori e impudenze e porcherie assortite che infestano il mondo editoriale – compreso l’indotto di letture, silenzi sospetti, e marchette vendute per recensioni. Si parla di mafia, per dire. Che stona un po’ – essendo la sua storia tout court quella tragica dell’Italia che moderna non è stata mai.Non che non siano configurabili come crimini quelli dell’editoria nostrana afflitta da quarantenni che scrivono come adolescenti (rockettari preferibilmente) e signore lagnose che lamentano di non essere morte da piccole. Saltati i confini (incerti per definizione) fra letteratura e ciò che letteratura non è, lo stesso è successo con la musica, ma per motivi meno ignobili, interni alla cosa in sé. Si è rivisto il concetto stesso di musica colta, si è compreso e dimostrato come da Bach a Mozart il discrimine fra l’intrattenimento e l’arte non sempre sia stato così perspicuo – e via di questo passo, senza peraltro temere l’indistinto ciarlìo e l’assai imbarazzante confusione che ha finito per mettere tutto sullo stesso piano. A ciò hanno contribuito migliaia di entusiasti non del tutto alfabetizzati che hanno scritto e scrivono di musica extracolta affidandosi a opache locuzioni (da quanti “tappeti sonori” sono state afflitte le tipografie italiane?) e soprattutto a insensate profusioni di affetti e sentimenti scambiati per critica – quello emotivo avanzando diritti planetari come “discorso” inconfutabile e apodittico, pena passare per barbogi accademici anche quando l’università ha smesso persino di essere un ricordo.Ora, l’editore romano Carocci, nei Quality paperbacks, ha pensato una collana, “La canzone d’autore, fra musica e poesia”, diretta da Stefano La Via, dedicata al genere della canzone d’autore, che tiene conto della interazione fra l’aspetto letterario e quello musicale in una prospettiva che non si ha timore di definire “colta” sebbene in “un linguaggio comprensibile anche ai non addetti ai lavori”. Qui non è tanto questione di divulgazione alta, quanto - questo lo diciamo noi - di rovesciare il paradigma in auge in questi anni deprimenti in cui un riccioluto furbetto del quartierino mediologico-musicale come G.Allevi può far credere di essere un musicista che “riaggiorna la classicità” (???), facendo il paio con l’ignoranza diffusa di chi scrivendo di musica se la cava con “sogni, energia, sentimenti”… Qui invece di (s)parlare per via di mere impressioni (quando va bene) si tenta la via dell’analisi – opinabile sempre, ma con cognizione di causa. Difatti, nei volumi dedicati a Fabrizio De André, Cantastorie fra parole e musica (di Claudio Cosi e Federica Ivaldi), Bob Dylan, Un percorso in sedici canzoni (di Alessandro Bratus), e Paolo Conte, Un rebus di musica e parole (di Mauro Bico e Massimiliano Guido), usciti alla fine del 2011, il lavoro è fatto da musicologi, italianisti, ricercatori. Che mica si vuol dire una garanzia a prescindere – ma intanto, assicurare un minimo di “basi filologiche per fondare un’esperienza analitica e interpretativa quantomeno solida” (La Via nella prefazione al volume su De André). Che vuol dire? Vuol dire argomentare, per esempio. Nella tragicommedia per cui tutti scrivono e nessuno legge va ricordato che non c’è critica senza capacità di argomentazione – e questo si fa sui testi. E sulla tradizione che li precede, ne è implicata, nello specifico quella letteraria e quella musicale. Si tratta di linguaggi, non di mozioni degli affetti. Né mancano in ogni volume esaustive discografia, bibliografia, indici analitici… Inutile dire che sulla stampa non ne ha parlato nessuno. Se il volume dedicato a De André ne percorre l’opera attraverso capitoli tematico-cronologici, fra una poetica dei “miserabili” e la rielaborazione di uno schema di cantata tedesca del ‘700 ('Tutti morimmo a stento') o una rilettura del Volume VIII, in cui l’influenza di Bob Dylan è mostrata attraverso l’utilizzo di nuove linee melodiche, nuove soluzioni ritmiche e intervalli inopinati, nel libro sull’americano lo studio si concentra su sedici canzoni “esemplari”, mentre sei sono i pezzi che bastano ai due autori del lavoro su Paolo Conte lungo la linea dell’intera carriera per costruirne un profilo artistico plausibile. L’analisi del racconto musicale investe in tutti i casi strutture metriche e cifre ritmico-melodico-armoniche, tecnicamente investigate nei rapporti reciproci fra testo e partitura, versi e musica. Ottima iniziativa. Ottimo Carocci.
Si astengano i pigri e gli accidiosi.

12 apr 2012

Gianni Solla

IL FIUTO DELLO SQUALO

Gianni Solla ha scritto un libro spassoso e insieme funesto, di carne maleodorante e diffusa,di quell’umorismo nero di vecchia ma validissima accezione moraviana per cui si finisce col ridere della morte. "Il fiuto dello squalo" racconta in prima persona la storiaccia di una vita infame, grottesca quanto si vuole ma in fondo non più tanto del “reale” prodigiosamente osceno che è oggi il nostro paese regredito a un grado zero di tutto. Una storiaccia napoletana, in cui Sergio Scozzacane (questo il vero nome del protagonista) è un impresario di pseudocantanti e gruppetti straordinariamente votati al fallimento.
Poveri sciagurati insomma, che l’uomo intorta mostrando loro presunti dischi di platino, in realtà “patacche fatte produrre da un fabbro a sette euro”, illudendoli che la sua casa discografica, la Musica Blue Records (a pagamento…) darà prima o poi il successo agognato. Gente come lo squalo, è noto, non si accontenta di fregare il prossimo. I soldi non gli bastano mai. Anche se vive in una sordida pensione, circondato da una laidezza totale, e da donne terrificanti. È uno che i debiti se li va a cercare. E a Napoli basta contattare un camorrista per inguaiarsi ulteriormente – il peggio è fatto in un attimo. Perché poi i debiti si pagano, specie in questi casi. Altrimenti, si viene convinti attraverso metodi molto persuasivi. Con lui cominciano tagliandogli un dito del piede, per dire.
Lo squalo è messo così quando scopre che Mattia, una volta tanto un ragazzo che la voce ce l’ha, si guadagna un riconoscimento importante in televisione. Considerando che ce l’ha sotto contratto per altri due mesi, pensa che questa sia l’ultima occasione per venir fuori dalla sua vita di merda – anche perché i soldi da restituire alla camorra sono tanti. Solo che Mattia sa cantare quasi senza saperlo, è un ritardato, difatti ha una sorella, cieca, che pensa a lui. Il viaggio che li porterà a Sanremo – illusoria svolta di tre vite disperate - declina in versione esilarante ma amarissima non un impossibile on the road né tantomeno un ultimo cammino della speranza ma una deriva drammatica di poveracci qualunque.
Con il che arriviamo al punto di questo strano romanzo. In giro se ne parla come di un pulp  – e va bene, ma la tragicommedia nera che mette in scena, meglio ancora, la voce che la scrive – focalizzazione che più interna non si può -  sembrano, rispetto alla realtà di questo paese – gli ultimi vent’anni sotto gli occhi di tutti – persino “verosimili”. L’orrore è a portata di mano, Napoli-Italia oggi, fuori dal libro, non è meno raccapricciante. Diverte il libro, e molto, anche se forse qualcosa non convince del tutto. Romanzi del genere sono difficili da tenere per duecento pagine senza essere ripetitivi – rischio che "Il fiuto dello squalo" nei momenti di raccordo della storia dove si tratta di tirare il fiato fra una scena importante e l’altra, non può evitare. Le pause di riflessione di questo fallito consapevole, figuro di una sinistra tenerezza, insudiciato nei suoi letti schifosi, nei suoi abiti maleodoranti, nell'orrore fisico che lo tiene in piedi come una somma sbilenca di croste e moccoli, a volte sono prolisse, e il ritmo rallenta. Inoltre, qualche impennata linguistica ti domandi se sarebbe davvero a disposizione del suo vocabolario. Ma forse è inutile farsi domande teoriche sul grado di mimesi del romanzo – è sicuro che il paesaggio sociale che descrive è più diffuso di quanto siamo disposti ad ammettere. Quando entra nel vivo dell’azione, quando il grottesco emerge per necessità e non solo per mero artificio letterario, questo romanzo è davvero avvincente.

05 apr 2012

www.alibionline.it


Se non v’è chi non consideri Giuseppe Bonura un minore del Novecento italiano, su Ottiero Ottieri il giudizio appare più variegato. Qualcuno lo considera un grande minore, qualcuno forse un grande e basta, qualcun altro vola decisamente più basso. Perché metterli insieme, oltretutto dentro una stupida competizione come questa? Perché sono appena usciti due libri dalla casa editrice Hacca, che continua il suo lavoro di ripescaggio di autori novecenteschi, più o meno legati al mondo industriale come nel caso di Tempi stretti di Ottieri (prima edizione Einaudi nei “Gettoni” di Elio Vittorini, 1957) o, come per Bonura, alle prese con un libro a tutti gli effetti “nuovo”, Racconti del giorno e della notte, testi brevi in parte inediti in parte no, per la prima volta riuniti in volume.


Ora, accanto a una storia della scrittura, esiste una storia della lettura, dunque, dell’interpretazione o, più semplicemente, del gusto; per ragioni inerenti alle tematiche, al loro rapporto con il clima del tempo in cui l’opera è stata scritta e con quello ulteriore, di un’epoca successiva, la lettura cambia. Ma anche la pagina in sé, la forma estetica che la struttura, la voce che la tiene può rivelarsi proficua o viceversa esiziale nel dialogare con un tempo nuovo (ma è anche vero che la maggior parte dei racconti di Bonura non hanno più di vent’anni).Il libro di Ottieri è un classico della cosiddetta “letteratura industriale”; fatto salvo il valore di testimonianza storica, di saggio sociologico, insomma di documento che per la sua natura concorre alla stesura di un possibile canone, ecco, rileggere Tempi strettiassieme ai Racconti di Bonura procura al lettore un effetto di straniamento che rischia di ribaltare i suoi archiviati, più o meno consolidati, più o meno distratti, giudizi sull’uno e sull’altro.Intendiamoci, Tempi stretti oggi può vantare motivi persino  cogenti di interesse extraletterario: c’è l’azienda, c’è il padrone, uno stronzo d’ordinanza che dice di considerare la sua piccola azienda e coloro che vi lavorano come la “nostra grande famiglia” salvo venderla con tanti saluti a tutti - quei tutti che rischiano di diventare rottami con l’unico inconveniente di essere vivi. C’è quella terra di mezzo (oggi mangiata viva da un assalto proto-ottocentesco a qualsiasi diritto del lavoratore) fra partecipazione politica e le lusinghe della carriera. C’è il ritmo delle macchine (del fatturato) che determina quello di chi vi lavora, salariato costretto a delegare l’aspirazione a una vita felice a chi lo tiene in pugno. Insomma, il lavoro fra azienda e capitale che Ottieri seppe raccontare come pochi altri, ma qui tenuto dentro una scrittura documentaria i cui limiti il prefatore Giuseppe Lupo ricorda facendo ricorso alle note coeve poco entusiastiche dello stesso Calvino e di Pasolini.



Certamente risulta lettura più amena quella dei Racconti di Bonura. Senza un filo comune se non quello dell’impostare una voce, di delegare a prime persone di narratori via via briosi o malinconici, capziosi o candidi il racconto di piccoli o grandi travagli, declinati principalmente in una tonalità grottesca ma educata – in minore, diremmo. A cominciare dall’esorcista del primo racconto, mesteriante delle tenebre piuttosto avventizio, e un po’ grezzo nel suo esercizio, munito di un candelabro d’oro che sferra sulle teste dei suoi pazienti. Metodo eterodosso ma efficace, se il conto in banca sale con la fama dei suoi servigi, al punto che l’uomo si trova persino costretto a rifiutare qualche cliente troppo frettoloso e intemperante. Con conseguenze imprevedibili.
BonuraSono voci di personaggi non privi di bizzarrie, costretti per esempio a imitare gli altri per entrare in empatia con loro, che guardano con sano scetticismo alle differenze di classe, alle roboanti promesse di felicità della società di massa, industriale e postindustriale, che quanto più sollecita l’individualismo presunto delle persone tanto più ne dimentica o tenta di azzerare la peculiari e idiosincratiche manie - quelle qui in carico a personaggi falotici che si sforzano di tenere sotto controllo l’assurdo della vita, o paiono accettarlo con rassegnato fatalismo. Il ritmo, la misura nonché l’evidenza cristallina dei ritratti fanno di alcuni di questi testi piccole macchine di godimento.
Copertine di Maurizio Ceccato, come sempre – bellissima quella del libro di Bonura.


03 apr 2012

povera italia

dite quel che vi pare, ma a me, in una situazione del genere, con poveri cristi che si danno fuoco, e la merda che non galleggia più ma si estende in rocciose concrezioni sempre più massicce, imponenti, e nomi e cognomi che sanno tutti, che vedi ogni giorno, quelli che lo solidificano ogni giorno, 'st'enorme cemento di merda che ha seppellito un paese ormai patetico, nomi e cognomi di figuri penosi che non temono di uscire per strada - e dovrebbero, eccome, se dovrebbero - e piuttosto ostentano la certezza più lussuosa di tutte, quella dell'impunità, ecco, che tutto ancora non esploda, ma davvero, proprio non mi pare un indizio di salute...

02 apr 2012

Gipi


L'ultimo terrestre



Copertina
Per chi se lo fosse perso, vale la pena segnalare l’uscita in dvd di un film insolito, non del tutto riuscito, ma certo interessante e non privo di una sua periclitante grazia – parliamo de L’ultimo terrestre, opera prima di Gipi, nome d’arte del fumettista Gianni Alfonso Pacinotti. Tutto comincia con uno sfondo di cielo stellato e la messa in onda di una nota trasmissione radiofonica. Le frequenze arrivano nella radio di una piccola utilitaria malmessa e isolata in uno spazio urbano desolante. Dentro, un uomo che ha tutto dello sfigato: faccia, portamento, camicia e giubbetto – sempre gli stessi come vedremo, improbabili. Ascolta distratto la conversazione strampalata fra il conduttore e gli ascoltatori – parlano di una possibile invasione di alieni e intrecciano l’argomento in maniera assurda, comica, illogica con altre faccende. L’uomo ascolta ma in realtà è impegnato al telefono nel tentativo di rimediare prostitute al cellulare con cui passare la serata. Ecco, lo intuisci dall’inizio che è un’opera virtualmente aperta verso tentazioni formali, stilistiche e narrative tutte da decifrare. Ispirato a un fumetto non dell’autore, ma di Giacomo Monti, di cui Gipi adatta liberamente il lavoroNessuno mi farà del male, prodotto dalla Fandango, uscito nelle sale nel 2011 e ora in dvd Cecchi Gori, il film percorre la storia di un uomo tanto dimesso quanto lunare, Luca Bertacci, colta in un breve periodo durante il quale sono tutti in attesa di uno sbarco sulla terra degli alieni.L’uomo non sa più nulla della madre da quando era bambino, e la cosa in tutta evidenza non lo ha aiutato, soprattutto quanto a rapporti con l’altro sesso. Lavora come cameriere al Bingo, vive in un appartamento tristissimo in un caseggiato da fine della storia – solo un po’ più triste di una possibile new town da suicidio, vuoto come l’assenza di senso che sembra connotare questi cascami di vita occidentale – periferia italiana ormai poverissima in cui soltanto uno humour sbilenco e una certa fissazione per il sesso sembrano tenere in piedi i più (“Lo stile italiano è saper servire” dice un altro cameriere, frase che andrebbe studiata a memoria, ma del resto questo è il paese del Cortigiano e delle buone maniere di Monsignor della Casa).Luca ha una vicina che sembra sconvolta dallo scoprire che lui le appare come “la cosa più brutta” che abbia mai visto. Nel corso del film, cambierà idea. E darà forse una svolta a un’esistenza che sembra ruotare intorno al lenocinio come sola possibilità di renderla sopportabile. Non per altro, le puttane del film sono surreali, forse letteralmente oniriche, e i trans quanto di meno eccentrico sia rimasto in giro.
L’idea bizzarra quanto accattivante di mettere insieme il travaglio di un personaggio malandato e un evento - la possibile invasione degli alieni (dei quali in realtà non pochi sospettano che non potranno essere peggiori degli italiani) - sbilancia la storia verso una narrazione grottesca, a tratti poetica, fatta di incubi e fantasie a volte riuscite altre meno, giocati in una luce un po’ straniante, all’inizio quasi livida, di quelle che non concedono molto alla speranza di sottrarsi alla disperazione. Tanto che la sola luce naturale amichevole, rassicurante, di tutto il film inquadra una campagna dove in effetti accade l’impossibile - testimone il bravo Roberto Herlitzka. Film infine eccentrico ma non troppo, satirico e candido nello stesso tempo, comico e amaro, sospeso fra convenzione e invenzione, cinema e graphic novel. Il che ha fatto storcere la bocca ai “puristi” - di cinema, arte bastarda quanto nessun’altra. Mah.

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