30 gen 2012

Marco Rossari


L’unico scrittore buono è quello morto


copertina del libro

Un divertissement può aspirare a essere qualcosa di più dell’entertainment? Volando basso, ci si può sbellicare dalle risa e nel frattempo farsi venire qualche idea riguardo alla strana umanità condannata da demoni discordi all’esercizio (talora del tutto immaginario) della scrittura? Magari approfittare per rivedere un po’ di aberrazioni in corso trasformate in abitudini ormai considerate normali? E rivederle per es. con un ceffone assestato a mestiere? Provate a leggere questo libro di Marco Rossari e ditemi: non lo fareste, nel caso pur impossibile foste Tolstoj, costretto a vedersela con un paio di esemplari tipici dell’odierna società della comunicazione che fagocita e tira verso le sabbie mobili della stupidità anche un capolavoro della scrittura (che - parrà curioso solo agli incauti - con la comunicazione niente ha da spartire)? Non lo sgancereste un bel ceffone, molto espressivo, foste l’autore della Sonata a Kreutzer, se vi trattassero come una cretinetta che ha firmato l’ennesimo repertorio di ricette, come il giornalista cerchiobottista cui hanno attrezzato un romanzaccio sulle comode scrivanie di una major milanese, come il rocker che è un pianto come musicista e un disastro ambientale come scrittore? Immaginatevelo il buon vecchio Lev Nikolaevič, invitato a Roma in una radio per parlare del suo romanzo, accolto da una sciamannata che fra le altre cose gli domanda cosa sta leggendo in questo periodo e quando sente rispondersi “La Bibbia”, gli fa “E com’è?”, e poi deve vedersela, il vecchio russo, con il garrulo conduttore e gli ascoltatori che fanno a gara a chi gli pone la domanda più idiota…Ma se Tolstoj passa una brutta giornata, pure Shakespeare deve vedersela con un mediocre tutore dell’idiozia, un giudice, che ha deciso di condannarlo per plagio e diffamazione, avendo il grandissimo inglese rubato le sue storie a destra e a manca, con l’aggravante, da lui ingenuamente pensata come sola, onorevole discolpa, di “averci messo la poesia”…Rossari racconta storie così. Brevissime, a volte ridotte a fulminanti battute, a scambi o pensieri non solo di scrittori giganteschi ma di poveri, comici, disgraziati scriventi… Se ai grandi risparmia le reazioni estreme vagheggiate dal comune lettore, dei restanti colleziona immagini definitive. “C’era uno scrittore che aveva letto un solo libro, il suo. E gli era bastato”. E ce n’era un altro “che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro.”Le vicende umane e professionali degli scrittori – di quelli veri e di quelli farlocchi - possono essere tragicomiche, come quelle di chiunque altro, ma godono, si fa per dire, di una peculiare caratteristica: sembrano poggiare sul nulla, non hanno appoggi sicuri, il mestiere in sé può non sembrare un mestiere, non v’è certezza, come dire, statutaria, figuriamoci ontologica; è un’avventura destinata per lo più alla sconfitta, e in nessun altro caso la disfatta è spietata quanto in questo eterno Purgatorio sospeso fra la gloria e l’abisso. Nessuno - è noto - perdona a uno scrittore di non esserlo compiutamente… Epperò, cos’è quella mancanza? che vuol dire? non finire un romanzo, non pubblicarlo, non venderlo? o semplicemente non essere cacato da nessuno - nemmeno dai propri amici? Rossari sa che parlare di scrittori non è come parlare di ingegneri. O, ancor meno, di farmacisti. Ché poi la natura precaria degli scrittori dipende anche dai lettori (e mica sempre con la testa a posto pure loro, a cominciare dalle lettrici che si aspettano di essere scopate a sangue da un ficaccio col proprio nome stampato da qualche parte), dagli editori e via dicendo. Tutto questo complica la faccenda, già poco limpida di suo… Metti a scuola, che ci hanno raccontato di una certa tradizione romantica, che ci sarebbe come “un sentire” dello scrittore… Il narratore di Rossari sa per esempio di uno scrittore isolato in uno sperduto villaggio del cosiddetto Terzo mondo: be’, costui non aveva una penna né un foglio, forse nemmeno una lingua. Così, “se ne stava lì, seduto su una roccia, a contemplare il creato. Eppure era uno scrittore”. Umanità dalle strane caratteristiche, non c’è che dire. E c’era quell’altro – ancora - che “stroncava montagne e partoriva topolini”.

La parodia, modalità stilistica che oggi non gode di grandi apprezzamenti da parte della critica, salvo dimenticare che l’ottanta per cento dei romanzi italiani in circolazione sono involontariamente parodistici, nel libro di Rossari mostra come, nelle mani giuste, possa “dire” senza parere cose mica così frivoli. Non so se l’autore ha qualcosa in comune con lo scrittore-dandy cui l’editore che lo scopre suggerisce di scrivere aforismi, più che romanzi, perché ha un gran talento nello scatto, nella “definizione fulminante, nella battuta salace”. Non ho letto gli altri suoi libri. Certo, se Wilde non ebbe pari nel “paradosso spiazzante”, Rossari (fra l’altro, di questo ho contezza reiterata, ottimo traduttore) non scherza quanto a beffarda lapidarietà. Aspiranti o sfigati scrittori sappiatelo: ce n’era uno “che decise di vivere recluso e non pubblicare più. Nessuno venne a cercarlo”.

21 gen 2012

BERNARD QUIRINY

LE ASSETATE
Le assetate


Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no. Invece questa satira di un femminismo totalitario, realizzazione dai tratti fin troppo noti perché mutuati da esperienze storiche “reali” (credo che l’autore guardasse soprattutto ai paesi dell’est comunista) di un ordinamento distopico che rovescia il secolare potere del maschio è stata immaginata e scritta da un trentacinquenne scrittore belga di lingua francese, 
Bernard Quiriny, professore universitario di filosofia del diritto e bravo narratore, anche se improvvidamente paragonato all'inavvicinabile Bolaño. Siamo in Belgio. Anni ’70. Una rivoluzione femminista di dure e pure quant’altre mai prende il potere e instaura un regime totalitario incuneato nel centro dell’Europa ricca e avanzata. Ovviamente, gli intellettuali coevi – francesi, e non stupisce – trovano l’evento esaltante. Così, non vedono l’ora di andare a vedere di persona cosa accade a Viragoland (così come nella realtà si andava in Cina).
Le assetate di Quiriny (Transeuropa) è costruito con un montaggio che alterna la storia del viaggio (non priva di momenti esilaranti) di questi intellettuali francesi (parte della critica d’oltralpe ha voluto vedervi l’ombra caricaturale dei vari Bernard-Henri Lévy, Philippe Sollers, Julia Kristeva, ma giustamente l’autore nega, anche per non passare guai...) con il diario di una donna che vive  nel neo Impero. L’autrice del diario, un'infermiera, “sa” cosa deve fare per essere una brava militante ma “sa” anche quanto sia astuto il condizionamento che dall’alto pretende di ridurla a una serva del regime. Sarà anche per questo, perché la voce è costruita da un uomo, ma un romanzo potenzialmente esplosivo è in parte disinnescato da una disposizione didascalica, “esterna”, che l’ironia non riesce a nascondere. La faccenda è scoperta. Per dare un’idea, a pagina 20, la narratrice ritorna al momento della presa di potere delle donne a L’Aia, ubriache (eppure l’alcol verrà vietato, fatti salvi i privilegi della nomenklatura…), che si lasciarono andare a eccessi indicibili, “ebbre della loro potenza, braccando gli uomini”… E aggiunge:”questo non lo sentiremmo certo raccontare in televisione”. Esattamente come in qualsiasi dittatura più o meno totalitaria, ma scritto da un uomo la rivelazione in realtà appare, come usava dire fino a qualche tempo fa, “telefonata”… Manca in un certo senso la sorpresa, il valore aggiunto dato dalla scoperta di qualcosa che avremmo faticato a intuire. 
Detto dei limiti, il romanzo è godibile, la satira intelligente, gli intellettuali esagitati che vanno alla scoperta del luogo “magico” - ovviamente un inferno - sono ridicoli secondo lezione fin troppo metabolizzata negli ultimi decenni. Credono di tenere in tasca la verità, si entusiasmano per i motivi sbagliati, distinguono da savi il bene dal male, e quando complicano il codice lo fanno senza grandi necessità etiche o logiche, mostrando uno zelo rivoluzionario messo in crisi qua e là solo dal capriccio (sono intellettuali un po’ en artiste – eccetto le capesse iperfemministe: quelle sono le solite stronze e basta). Quando arrivano in Belgio, qualcuno di loro è scioccato dai metodi rudi delle soldatesse, locali “forze dell’ordine”, le femministe al seguito invece sono febbrili e non fanno un piega quando viene chiesto loro di consegnare orologi e macchine fotografiche. Altrettanto delle dirigenti, che non hanno bisogno eventualmente di esibire rudezza anche di mani, ma sono decisamente altere e carismatiche. Se ne accorge anche l'infermiera, per caso proiettata sui piani più alti della piramide in occasione di una celebrazione “di stato” in onore di Judith, figlia ed erede della Pastora Ingrid, papessa del regno di Viragoland, al cui culto è ovviamente immolato l’intero Impero. Un bell’avanzamento per lei, cui tempo prima avevano ucciso la madre, sospettata di aver tradito la Pastora, costretta a vivere in un regime di diffidenze, di spie appostate ovunque, qualcuna al corrente del fatto che la donna nasconde un figlio maschio in campagna.
Risultato del fanatismo progressista? Dinamiche poliziesche, censure di libri e giornali, divieti d’ogni tipo, inneschi psichici paranoici in virtù (si fa per dire) dei quali un bravo (brava) militante non deve farsi sorprendere da un mutamento in seno al regime (di opinione, di comportamento) perché dovrebbe intuirlo in anticipo da sé… Insomma, quel tratto che resta il più sinistro di ogni dispositivo totalitario, per il quale, passata la fase programmatica della violenza e del consenso, il lavaggio del cervello è arrivato alla conclusione “organica”: un’ideologia da connaturare all’individuo sì che il venir meno ai suoi dettami è pagato attraverso il più mortificante e suicidale senso di colpa. Il peggiore? Farsi passare per la testa che un maschio possa essere attraente, dunque altro dalla condizione di servitù cui è stato relegato. Ma agli intellettuali in trasferta interessa meno la verità che promuoversi come “esploratori” dell’utopia. Ne faranno un racconto non proprio fedele. Il romanzo di Quiriny più che ricordarci una stagione della storia occidentale, ci squaderna davanti un tipo d'"intellettuale" che conosciamo bene. E in fondo, non è colpa di Quiriny se un romanzo del genere non sia stato scritto da una donna.

11 gen 2012

Nabokov, l'incantatore

incantatore-adelphiÈ un bel brano di prosa russa, preciso e limpido”. Che l’autore se lo dica da solo, in astratto, potrebbe sembrare di cattivo gusto. Il fatto è che non puoi dargli torto. “L’incantatore“, piccolo romanzo che Nabokov scrisse nel 1939 nella sua lingua nativa, è persino qualcosa di più: un piccolo gioiello, magari con qualche accelerazione improvvisa, qualche slittamento di troppo negli snodi narrativi – per i quali il curatore e traduttore prima in inglese e poi in italiano Dmitri Nabokov, figlio del grande scrittore, chiama in causa le forme cinematografiche, passione ben nota dell’autore, nel cui racconto i riferimenti al cinema, almeno sul piano metaforico, si sprecano).


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04 gen 2012

SCOTT IN ANTARTIDE


Era il giugno del 1910 quando la nave Terra Nova prese il largo da Londra, in direzione dell’Antartide. Trentuno uomini, selezionati con cura dal capo della spedizione, l’esploratore britannico Robert F. Scott, che azzeccò anche la scelta della nave. L’errore venne dopo, quando dal campo base si trattò di raggiungere il Polo Sud. Scott lo capì solo nel momento in cui il 18 gennaio 1912 fu abbagliato dai colori della bandiera norvegese che l’avversario Roald Amundsen aveva piantato un mese prima nel cuore del continente – e festeggiato la circostanza con bistecca  di foca. Vi era arrivato con sci e cani da slitta, adeguatamente equipaggiato. Scott invece no – preferì i pony della Manciuria e improbabili slitte a motore che avrebbero fatto drammaticamente cilecca. Purtroppo per lui, l’errore non gli costò tanto una sconfitta “sportiva” ma la vita – la vulgata assegna al norvegese uno spirito più competitivo, al britannico, che pure in Antartide era già arrivato una decina di anni prima, più disinteressate ambizioni scientifiche. Difficile dimenticare tuttavia che la sua impresa era, agli occhi dei suoi connazionali, da ascrivere alla mitologia dell’Impero, qualcosa a metà fra il beau geste e l’effrazione territoriale.
Organizzazione razionale contro un eccesso di romanticismo? Fatto sta che la marcia di ritorno fu troppo lenta, e le temperature letali. Scott non fu il solo a lasciarci la pelle. Lo stesso capitò ai quattro uomini che erano con lui.
Storie di un altro mondo, insomma. Per chi volesse farsene un’idea ecco un bel libro fotografico, Scott "In Antartide, La spedizione Terra Nova nelle fotografie di Herbert Ponting," edito da Nutrimenti, nella collana “Tusitala” a cura di Filippo Tuena (che accompagna il volume con un suo scritto, assieme a una brevissima prefazione dello storico Ranulph Fiennes e una nota biografica sul fotografo da parte di H. J. P. Arnold). Ponting partecipò per un bel pezzo alla spedizione. Ne registrò momenti, luoghi, oggetti, persone. La baracca meteorologica, il montaggio di una slitta, il cuoco che impasta il pane, chi cuce una tenda chi i sacchi a pelo. Capo Evans, il monte Erebus, il blizzard e i sastrugi. Le grotte nel ghiaccio, le capanne e le marce. I pony e le slitte. I gabbiani e i pinguini. Gli uomini, soprattutto.
Tuena costeggia le fotografie di Ponting nel suo racconto della spedizione impaginandolo non come una didascalia discorsiva ma come un “a parte” – favorito anche dal formato scelto per l’occasione: la narrazione e le immagini sono due “testi” che possono procedere per proprio conto e nello stesso tempo guadagnano dalla compresenza dell’altro. Ciò che ne emerge in entrambi i casi, a prescindere dal fatto che l’organizzazione norvegese fu alla prova dei fatti molto più efficace, è che un’avventura estrema, del genere di quelle che per loro natura evocano quasi un oltre della fisica proprio perché ne esplorano lo spazio liminare, ha bisogno tuttavia della più ferrea, robusta, minuziosa disposizione alla manovra materiale: al controllo di sé, del proprio corpo, e delle cose. Dal canto suo, Pointing era avvezzo agli spazi insoliti, alle zone pericolose, avendo documentato la guerra russo-giapponese del 1904-1905, perciò stesso meritandosi un’ottima reputazione. Ma la sua parte gloriosa nella storia della fotografia se la guadagnò in questa impresa. Vale la pena ricordare agli eventuali curiosi dell’argomento, che nelle ultime settimane, per il centenario, lo storico Roland Huntford, incline a ridimensionare i meriti di Scott mette a confronto i suoi diari con quelli di Amundsen. Il volume s’intitola "Race. Alla conquista del polo Sud" (Cavallo di Ferro, pagg. 416, euro 23). La battaglia è aperta.



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