26 dic 2011


Oltre il Piano B

Ci sarebbe un modo leggero di leggere il libro di Gianfranco Franchi (L'arte del Piano b): intenderlo come un divertissment, non perché mero esercizio ludico, ma parodico “manuale di sopravvivenza” sentito e insieme ironico, appassionato ma divertito. Forse è il più lecito. Ma intanto non vorrei fare una “normale” recensione: niente libro bello, brutto o così così, secondo categorie che una volta sentii dalla bocca dell’ottimo ma non infallibile Cesare Garboli definire stupide e – questo era un portato d’epoca, sebbene alla sua fine – “piccolo borghesi”. Non per sfuggire all’imbarazzo di scrivere di un amico, nonché sodale di una piccola ma tenace impresa letteraria quale quella del 'Paradiso degli Orchi' (imbarazzo che il giudizio positivo sul libro di un amico non impedisce perché sarebbero facili i sospetti di comunella da piccola società letteraria, laddove chi scrive ha sempre biasimato l’affaire su piccola o larga scala di intrecci letterari di favori reciproci – una più comica e trista versione dei berlusconiani conflitti d’interesse: a sinistra più che a destra - solo perché di scrittori dichiaratamente “di destra” in Italia non se ne vedono e quelli che sì in effetti meglio sorvolare).Piuttosto, il libro di Gianfranco mi offre lo spunto per porgli qualche domanda sperabilmente interessante non solo per lui, ma per i frequentatori della rivista, e interessanti perché, nelle mie modeste intenzioni, a partire dal Piano B si possono aprire domande su questioni più ampie, certo impegnative ma credo necessarie – ripeto, forzando forse le stesse intenzioni dell’autore, al quale ho chiesto preventivamente disponibilità a questo confronto.Un passo indietro. Sulle singole declinazioni (e opinioni implicite) del manualetto si può concordare o dissentire. Per esempio, a me persuade la serie “documentazione, progettazione, sperimentazione, attuazione”, mi piace e molto il richiamo, seppur detto con passo lieve ma tutt’altro che esangue, alla serietà, al rigore, alla concentrazione; l’invito a sgamare i “venditori di culo”, quelli che senza mestiere, dedizione, professionalità vogliono venderti la facilità di una botta di culo, appunto; mi piace l’istinto di Gianfranco che sa guardare oltre la superficie del teatro della vita; e mi piace moltissimo il coraggio di mettersi in gioco. Franchi ha qualcosa del romantico; di non scontata accezione. Il tipo da Piano B nelle intenzioni dell’autore è un individuo lucido, freddo. Uno stratega, a suo modo. Termini tutti che non sembrano consegnarlo a un’immagine romantica, almeno a dar retta alla vulgata. Che difatti mica è tanto sballata: è solo che Franchi lo è, romantico, come può esserlo un uomo di questi anni, che non sono evidentemente quelli di Novalis. Come può esserlo un uomo ossimorico e sufficientemente addestrato non solo alle buone letture, ma consapevole della complessità strutturale del mondo in cui vive: un mondo che non cambia con una manifestazione, figuriamoci con una poesia.Non sono sicuro invece del sentimento con cui Gianfranco riprende il motivo dell’eccezionalità italiana, dell’essere versati al Piano B (gli “artifici, gli espedienti, gli escamotage” per sopravvivere ai popoli dominatori): credo che il compiacimento – qualora vi fosse ed è una delle domande che gli pongo - per questa tradizione (vocazione?) non ci faccia bene. E con esso la parola “disfattismo”: evoca brutte storie. Ancora: non so se i Dardenne siano dei vetero-marxisti ma 'Rosetta' è a mio avviso un non piccolo film; e lo sono anche alcuni titoli di Kaurismaki.Ciò detto, vedo una componente romantica nella generosità dell’approccio di Gianfranco alle cose, e agli altri. Romantica – imperturbabile e febbrile insieme - sembra la sua stessa sfida, il suo proprio Piano B (è fin troppo ovvio immaginare che ne abbia uno). L’intrapresa e durata di “Lankelot”, il portale da lui fondato, lo conferma con un’evidenza palmare. L’amore per la letteratura, quella vera, il lavoro e il sostegno alla piccola editoria di qualità - non è una cosa scontata. L’ambiente letterario in Italia, spesso è fatto di gente del cazzo. C’è chi scrive bene - personalmente, se un libro mi convince, tendo a non farmi condizionare dalla biografia dell’autore; mi frega poco se è uno stronzo, e nemmeno se lo è il suo editore; o qualcuno pensa di dar fuoco alla moltitudine di capolavori della storia dell’arte firmati da emeriti figli di puttana? – Però, c’è chi scrive bene ma resta un odioso opportunista, un ipocrita arrivista, un servile intrallazzatore. E quanto questo faccia male al paese non dovrebbe esserci bisogno di ricordarlo. Di berlusconismo editoriale e “letterario” son piene le pagine de “la Repubblica”, per esempio. Sono le imprese come 'Lankelot', o il 'PDO' che state leggendo – del tutto sottratte a qualsiasi logica commerciale – a tenere in piedi quel po’ che resta di salute “letteraria” contro le pile di merda che occupano militarmente le librerie sponsorizzate da recensori compiacenti etc…Insomma, mi parrebbe quello di Gianfranco un romanticismo robusto ma temperato (ne partecipa anche la “zemanite”, che non è una malattia di malinconici “perdenti” per il semplice fatto che la sconfitta è solo l’esito apparecchiato per chi non ha occhi per la bellezza). Invece mi disorienta l’abbraccio pop con “il sovrano artefice delle coincidenze”, con il Dio cui conviene credere secondo antica utilitaristica disposizione pascaliana. E sulla stessa via, antitragica, mi sembra il riferimento alla Dissimulazione Onesta dell’Accetto, compagno di viaggio del tipo da Piano B.Ora, non so se si tratti di aporie testuali, di legittime oscillazioni biografiche, o di imperizia ermeneutica del lettore. Ma v’è una zona di complicazione centrifuga che forse sussume alcuni dei punti a mio avviso dilemmatici, ed è quella che qui vorrei aprire all’attenzione di Gianfranco e dei lettori. Parlo della “politica”: metto le virgolette perché non intendo la parola come adesione eventuale o già implicita a un partito, ma a un’interrogazione delle categorie politiche il cui sommario abbandono a mio avviso non sarebbe un buon viatico per avvicinare il futuro (che è già ora). A latere di altri libri, di recente abbiamo io e Franchi abbozzato qualche frammento di possibile discussione intorno alla generazione dei trentenni, io lamentando, molto alla grossa, una certa qual vaghezza di propositi, un’opacità “politica” che al fondo sembra sapere quello che non vuole (il rifiuto in blocco di schemi ideologici del passato) ma non pare altrettanto sicura (o addirittura seriamente interessata) nel proporre nuovi indici (cauti, flessibili ma forti) per un progetto di più ampio respiro. Mancando il quale trovo difficile immaginare cambiamenti significativi (naturalmente, qui riassumo al netto di un’altra evidenza: sono fuori causa gli slogan rimasticati senza lucidità dai cosiddetti “indignados”, quando pure autentici - parlo delle insorgenze più spettacolari, quelle in superficie, forse costrette esse stesse da schemi giornalistici a formulazioni sbrigative). Mi domando se non si annidi una sorta di rifiuto pregiudiziale delle categorie del politico, come se il loro lascito novecentesco fosse soltanto un cumulo di morti e di macerie.La domanda sincera insomma è: può un 'Piano B' fare a meno di una progettualità politica che, appresa dal passato la lezione di quanto sia catastrofico irreggimentare il mondo in una interpretazione che lo contenga interamente (uno dei peccati capitali di Marx cui intanto sfugge l’irripetibilità non deterministica di ogni vita umana), sappia tuttavia articolare convinzioni e intenzioni – duttili, sempre auto-critiche, certo - che eccedendo la pura teoria oltrepassino insieme la dimensione meramente individuale del vivere? È possibile concepire vite in astratto, ossia avulse dai contesti materiali, economici, fattuali del mondo in cui siamo immersi? Ricorderò una cosa molto semplice. In natura la democrazia non esiste. Non v’è niente, ma niente, nella storia d’Occidente, di quello che consideriamo civile, appena giusto, “democratico” (legislazioni sociali, diritto a un vita dignitosa, la stessa “libera” partecipazione alla vita politica: sapete tutti che potrei continuare per interi volumi) che non sia stato conquistato, con durezza estrema spesso, a costo della vita. Non è retorica, è l’abc della storia dei padri. Anche e soprattutto di quelli più ravvicinati, del secolo scorso. Perciò chiedo a Gianfranco se al di là delle fondamentali risorse individuali - della “disposizione spirituale”, dello “stato mentale” di un Piano B, propedeutici a qualsiasi svolta della storia - non riterrà davvero che si è sempre e comunque artefici del proprio destino. Se crede che basti l’onestà – necessaria, certo, la stessa che muove questo mio intervento. Se, per tornare all’Italia, l’antropologia evocata dal suo libro non meriterebbe di farsi non solo civismo (esempio individuale, rispetto delle regole, pagare le tasse eh…) ma rinnovata vita pubblica ossia politica in un paese che ne è privo con somma disgrazia di tutti. Non meriterebbe il paese un Piano B da Trieste a Palermo? E se sì, questo non significa abbozzare risposte proposte idee concrete, traduzioni di aperte ma non deboli “visioni del mondo” che soltanto un’ideologia massiva, la presente e nascosta e spacciata per “natura” dal delinquenziale iper-capitalismo finanziario biasima come “ideologiche”?
Con stima e affetto

pubblicata sul paradisodegliorchi

23 dic 2011

Philip Ball


L’istinto musicale. 


copertina del libro
Occorre del tempo per leggere il voluminoso L’istinto musicale (Come e perché abbiamo la musica dentro), complesso ma niente affatto pesante, persino didascalico. Non solo per la mole. Se è vero che cerca di tracciare una mappatura la più esaustiva possibile di una nozione così prensile e al tempo stesso sfuggente come quella indicata nel titolo avvalendosi di prospettive differenti - diciamo banalmente interdisciplinari – ognuna delle quali foriera di spunti anche utilizzabili in sé, è solo l’insieme intrecciato e così vasto di contributi che può davvero avvicinare una risposta al sottotitolo. Philip Ball è un divulgatore scientifico d’indubbia intelligenza, dalle conoscenze evidentemente massicce, non solo musicali, il che gli consente un approccio prismatico all’argomento – intanto, ottimo per sgombrare il campo da una serie di banalità e luoghi comuni anche stupidi intorno all’arte per eccellenza. A partire dall’equivalenza della musica con la matematica, disciplina che con la musica ha certo a che fare ma non può coincidere con essa (piuttosto, essa “è la più notevole combinazione di arte e scienza, logica ed emozione, fisica e psicologia”). La matematica serve invece all’autore per avvicinare l’oggetto del suo studio non più di altri apporti quali quelli delle scienze cognitive, della psicologia, della neurologia, della filosofia, della semiotica. Ma soprattutto è la stessa teoria musicale a orientarci, declinata però dentro un campionario storico-geografico di molteplici possibilità, tali da non garantire certezze esaustive al riguardo. Non è compito di questo libro ma da esso emerge con definitiva dimostrazione (e direi implicita soddisfazione del lettore) che il salto verso un orizzonte extraoccidentale è definitivamente compiuto, non solo perché musiche estranee alla notazione “classica”, europea, aspirano a uno stato di pari dignità, ma perché i ragionamenti persino più scontati che facciamo intorno agli aspetti emozionali della musica possono essere preventivamente problematizzati dalla domanda: “di che cosa parliamo quando parliamo di emozioni musicali”? Per un ascoltatore subsahariano ha lo stesso significato?Che questo sia un aspetto non secondario della faccenda lo ricorda nell’introduzione al volume il semiologo Franco Fabbri: “L’identificazione della musica eurocolta con la musica tout court (…) ha fortemente influenzato l’attività scientifica nelle discipline sperimentali”. Ecco, l’antropologia culturale basterebbe per sapere che le categorie concettuali che utilizziamo per studiare questo o quell’aspetto della musica presuppongono che l’impostazione delle stesse domande sia tutt’altro che pacifica. Anche le più immediate: cosa sono le note musicali? La musica è un linguaggio? Ha un significato (vexata quaestio)?
Se a qualcosa di definitivo giunge lo studio di Ball (degli apporti etnografici si è detto, ma non mancano exempla da Bach a Bacharac, dai Beatles a D. Ellington, da Ligeti a Copland) è l’idea che l’essenza della musicalità “quasi tutti la possediamo”, a prescindere dall’essere musicisti (anche dilettanti, evidentemente). Perché la “musica non è un fenomeno naturale, ma un concetto umano”. Ed è certo che non si danno notizie di società “prive di una qualche forma di musica”, pur di intenderla – questo è il punto imprescindibile – attraverso modalità che possono essere lontanissime da quelle cui siamo abituati. Per gli Igbo nigeriani non esiste un concetto di musica estraneo alla danza (il che è un di più rispetto al pensare una musica “per la danza”); i “talking drums” comunicano informazioni specifiche; per Boezio la musica aveva da fare con la ragione e non con i sensi, era una roba filosofica; Margaret Mead negava la vecchia convinzione che la musica balinese fosse meramente utilitaristica, ma indubbiamente il piacere del gamelan è più legato alla sua esecuzione che alla musica in sé (per quel che vale, confermo l’impressione). Probabile, come sosteneva Darwin, che non abbia un valore adattivo, ma è certo che farne uno “zuccherino” come vorrebbe il neo-cognitivista S.Pinker è una cosa che fa ridere. Stiamo piuttosto con Nietzsche, per il quale la musica “è qualcosa per cui vale la pena vivere sulla Terra”.

in lettura

..."le cose che aveva sempre pensato a proposito delle confraternite e dei loro membri: che la loro attrattiva nasceva da un bisogno di protezione primitivo (clan di neandertaliani che si coalizzavano contro neandertaliani di altri clan)...
 da "la trama dl matrimonio" - jeffrey eugenides

20 dic 2011


Rocco Carbone

Il padre americano


copertina del libro
Il padre americano dello scrittore prematuramente scomparso Rocco Carbone è un romanzo di affetti, di pudori e premure sempre contenute in un contegno fermo, perplesso e malinconico. Romanzo inedito, scritto prima di Per il tuo bene, l’altro titolo pubblicato postumo, esce ora a tre anni dall’incidente automobilistico che tolse la vita allo scrittore calabrese. Ci pensa l’editrice Cavallo di Ferro di Romana Petri, scrittrice che fu amica dello scrittore e a lui dedicò un breve racconto aggiunto in appendice a questa bella edizione.Poiché “Dopo una certa età è difficile per un uomo non dare ragione a una donna giovane e bella”, la storia inizia con un inopinato viaggio in America del narratore, convinto dalla ragazza con cui ha una relazione a prendere un aereo e lasciarsi alle spalle la mestizia di un lutto, quello del padre, cui l’uomo fa appena in tempo a organizzare un funerale. Non sembrerebbe una persona particolarmente attenta ai bisogni altrui, la ragazza, tant’è che si capisce presto l’aria che tira. Per quanto innamorata possa dirsi di lui, è capace di lasciarlo di stucco con parole sgradevoli dette con un eccesso di disinvoltura. E di abbandonarlo a un certo punto senza tante spiegazioni. Del resto lo aveva fatto egli stesso, anni prima, con la moglie – a chiederselo, il perché, non saprebbe rispondere con sicurezza nemmeno lui. Un po’ opaco l’intero paesaggio affettivo implicato in questa vita, insomma. Cui il protagonista non fa che ripensare, a partire dal rigore non sempre perspicuo del padre, un giudice calabrese che non ha nessuna intenzione di abbandonare quella terra triste e malsicura: è lì che servono quelli come lui, quelli che ci credono. Piuttosto aveva mandato lui, il ragazzo, lontano, a Roma, perché la minaccia di una vendetta della ‘ndrangheta non si era fatta attendere. Il romanzo dunque cambia di continuo luogo e tempo con evidente abilità e scorrevolezza, costruendo con sagacia un tessuto narrativo che si fa più stretto man mano che si procede nella lettura. Il ricordo e la consapevolezza - che cresce con il tempo - di una regione, la Calabria (terra d’origine anche dell’autore) saccheggiata dalla malavita, dall’abusivismo, espropriata della legge, s’intreccia con gli anni romani del narratore, capace studente universitario, timido con le ragazze, fulminato dall’amicizia di Ernesto, giovane svagato e inconcludente prima, ben presto futuro ottimo scrittore afflitto dalla classica sindrome bipolare che si accanisce non di rado sulle menti molto creative. Ma la relazione decisiva, quella intorno alla quale si stringono i nodi fondamentali della vita del narratore, ha da fare con il padre. Che, anziano, non può più farcela da solo, perde colpi e forse per questo con la senilità inizia ad aprire le porte prima sempre serrate alla cauta ma sorprendente rivelazione di vitali storie di famiglia. Un uomo insomma che ha fatto dell’onestà un principio basilare della sua vita, eppure è meno trasparente di quanto non sembri, avendogli tenuto nascosta la storia del padre – del nonno del narratore. Un uomo che aveva vissuto per qualche anno proprio in America. Ecco che il viaggio del nipote diventa l’occasione inaspettata per ricostruire un passato ignoto e scoprire segreti insospettabili.
Una scrittura denotativa e più che asciutta, persino grigia quella di Carbone, con un modesto indice di metaforizzazione, senza guizzi stilistici. Però di pregevole tenuta ritmica, passo regolare, antispettacolare ma in grado di rendere bene il clima non di rado angusto, disagevole, di apprensione trattenuta a fatica, di non detto che tedia le relazioni fra i personaggi. Una scrittura di cose e non di parole insomma, sebbene non vi accadano moltissimi fatti e parte non esigua del materiale narrativo sia di tipo psicologico, pensato oltre che vissuto. Un buon libro con un sapore molto tradizionale.

15 dic 2011

Il Pinocchio di De Pascalis

da  alibionline



Mentre annuncia che dal 2012 presenterà una nuova collana di fumetti (specie misterythriller e favole), la piccola casa editrice La Lepre di Roma manda in libreria un bella edizione del Pinocchio rivisto dallo scrittore nonché – qui è proprio il caso di sottolinearlo – grafico, illustratore, pittore Luigi De Pascalis, del quale ci siamo occupati su ALIBI in occasione del romanzo La pazzia di Dio.

Si tratta per l’occasione di una graphic novel ispirata ai passi più noti del gran libro e anche ad alcuni meno noti. Disegnata (direttamente su lastre di acetato) con gusto inconsueto perché insieme stilizzato e “popolare”, con un color seppia il cui umore antico è bilanciato da un tratto nervoso, come a suggerire il temperamento febbrile dell’imprendibile ragazzino di legno, una storia sospesa nella sua unicità e nello stesso tempo – sono le parole dell’autore – ben dentro la Toscana di fine Ottocento. Il seppia in fondo rievoca il legno di cui è fatto Pinocchio e suggerisce con efficacia l’oscurità di certa campagna toscana, non quella vagheggiata dai ricchi inglesi che acquistano ville e casolari evidentemente.PinocchioOscurità che è anche un po’ il tragico che De Pascalis legge (interpreta) nella presunta favola, ché l’aerea fiducia di Pinocchio è messa a dura prova da un paesaggio di comprimari – umani e non – tutt’altro che rassicuranti, spietati nel ricondurre il ragazzino di legno a un principio di realtà molto poco poetico, va da sé. E il tragico sta nel fatto che per smettere di penare, Pinocchio è costretto a diventare altro da ciò che è. Pinocchio può trovare il suo posto tranquillo nel mondo solo pagando un prezzo incalcolabile – la bellezza della sua libertà.Insomma, che si tratti di scrivere o disegnare, De Pascalis sa che una storia è detta intanto dal suo “come” – e l’atmosfera non è l’ultima delle sue preoccupazioni stilistiche. Anche come pittore e illustratore, potendo vantare ormai un’esperienza di diversi decenni.L’edizione è bella, dunque: difficile che un adulto possa regalarla a un giovinetto senza volerne una copia anche per sé.

14 dic 2011

Il carattere nazionale


Forse c'è una cosa peggiore della lagna non richiesta delle poetesse avventizie che popolano la rete: i cantanti. Non so altrove, ma è difficile
immaginare tanta idiozia tutta assieme (una sorta di parodico rovesciamento del rinascimento, ridicolmente macchiettistico): jovanotti, vascorossi, antonellovenditti...

08 dic 2011

Operazione Massacro

Rodolfo  Walsh  


Dopo la traduzione Sellerio del 2002, esce nella medesima versione di Elena Rolla ma presso i tipi de lanuovafrontiera (benemerita casa specializzata in letteratura sudamericana) un classico del giornalismo investigativo e in un certo senso, da chiarire,  “letterario”. Operazione massacro dell’argentino Rodolfo Walsh, a suo tempo (successivo agli eventi raccontati nel piccolo libro) guerrigliero della sinistra peronista, ebbe l’idea, nemmeno tanto determinata all’inizio, poi sempre più imposta alla sua coscienza dall’intuizione dei fatti, di guardare a fondo in una storiaccia del 1956: a margine, si fa per dire, della presa di potere da parte dei militari, e contemporaneamente al fallito tentativo dei peronisti di ribaltare la situazione con un putsch, un gruppo di civili fu massacrato dalla polizia alla periferia di Buenos Aires.  

Uno degli uomini scampati a quel terribile 9 giugno gli racconta quello che ha visto. L’allora un po’ vago scrittore di storie fantastiche e soprattutto poliziesche trova modo di ricostruire la storia e pubblicarla di straforo sul foglio sindacale Revolucion Nacional, prima  di farne un libro nel 1957. Il “letterario” evocato prima va inteso come apporto a un genere che coniuga cronaca e finzione: un anticipo di quel new journalism del quale tutti ricordano il capitale A sangue freddo di Truman Capote.

Ecco, Operazione massacro rivela agli argentini la violenza inaudita di un crimine nascosto (sui giornali dell’epoca non v’è alcuna traccia di quella notte), restituisce nobiltà al mestiere del giornalista – anche se qui non si tratta più di mero giornalismo, vale da esempio purtroppo seguito da pochi eroi (e non dovremmo avere bisogno di eroi no?) e, last but not least, dispiega un modello di scrittura pregevole. Nelle prime pagine è evidente lo schema strutturale che ri-costruisce gli eventi, avvicinando uno a uno le vittime, riesumandone alcuni tratti decisivi della personalità, intrecciandone i destini fatali poco a poco, infine stringendo il racconto verso il suo esito drammatico.

La scrittura di un capitolo nero della purtroppo cupa storia argentina (politicamente parlando) fa del libretto di Walsh un classico della “non-fiction”, come potremmo anche definire il genere – ce lo ricorda Alessandro Leogrande, autore dell’introduzione, a sua volta un rappresentante del modello in questione. Che trova giustamente lo specifico di Operazione Massacro nell’intuizione di Walsh – quella che lo spingerà alla rischiosa intrapresa - che polizia periferica e potere militare centrale erano parti di uno stesso sistema criminale.

Per questo, il crimine va letto con un approccio narrativo che superi le secchie della mera cronaca per diventare conoscenza più profonda degli umori e delle dinamiche di potere di un paese. L’altro paradigma duale, rovesciato, riguarda lo stesso Walsh, che cerca per tutta la vita di tenere insieme etica e scrittura. Non solo sarà lui a scoprire la preparazione americana dell’attacco alla Baia dei Porci – per dire il suo talento di giornalista d’inchiesta -  ma negli anni a seguire farà parte dei Montoneros, partecipando attivamente alla lotta democratica del suo paese contro i militari. Nel marzo del 1977, infine, scrive una celebre lettera aperta alla Giunta militare (come tutti sanno, siamo nella fase peggiore di una dittatura ferocissima), che accusa di detenere un potere illegittimo e sanguinario, di aver ucciso e torturato migliaia di persone. Che non fa attendere la propria reazione. Il giorno dopo, lo prendono, Walsh. In un certo senso è fortunato, se consideriamo che l’ordine era di torturarlo per qualche anno prima di farlo crepare. Il giornalista e scrittore reagisce all’imboscata sparando. Ferisce un soldato. Sono “costretti” a sparargli.

Muore a cinquant’anni.


01 dic 2011

Il carattere nazionale



Roma cominciava a incarognirsi con quella nuova frenesia del giubileo. Si favoleggiava di giganteschi progetti che avrebbero finito di straziarla in nome dell’ illuminata visione del mondo vaticana. Pochi avevano da obiettare qualcosa. Non era più di moda, porre obiezioni. Eccepire, veniva ormai considerato uno sport obsoleto di vecchi barbogi che la menavano ancora col materialismo, l’ideologia etc. Del resto, anche lui con Perduro si mostrava intollerante, sebbene del vecchio fosse l’ipocrisia a dargli fastidio. Eleganti pensatori sedicenti di sinistra si erano innamorati del papa polacco - e questo Livio lo considerava curioso fino a un certo punto: in questo paese, quando muoiono le parole d’ordine sempre là va a finire. Per decenni, vedi milioni di creature invasate di utopie, poi, tutt’assieme, crollano i castelli di sabbia e non trovi neanche un imbecille che non sia in afasia - un cavolo di sturdellone sfaccendato capace di inoltrare in Vaticano due paroline sensate fuori dal vecchio compitino imparato a memoria e poi dimenticato quando non è più buono. E quelli carini con tanto di cariche politico-istituzionali si pascevano e preparavano per la grande festa mediatica che avrebbe celebrato carità cristiana e brillante iniziativa economica. Un efficientismo capital-clericale da veri snob. 

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