26 nov 2012

Fenomenologia di youporn




“Cosa resta di tutta l’eccitazione che abbiamo creduto di provare da giovani? Niente, neppure un kleenex incartapecorito” (sì, è proprio l’incipit rivisitato di quel gran libro d’esordio di Aldo Busi che è il Seminario sulla gioventù).
La parodia, il “quasi come”, è una modalità del comico. Non la sola presente neldivertissement di Stefano SgambatiFenomenologia di youporn, “seriocomico” esercizio di lettura e analisi del godimento (della malattia?) sessuale nell’epoca della rete. Parodia che più che avvicinare gli eccessi del carnevalesco bachtiniano, utilizza un’ironia colta e ricca di richiami, ammiccamenti, sottotesti che poi si permette di sprofondare senza parere nelle piccole polle di sperma di una sega, di una polluzione, di un’eiaculatio precox di pischelli troppo adusi alla rappresentazione (del sesso femminile) per sentirsi a proprio agio con la carne vera di una donna che magari ha pure il difetto di essere mentalmente presente e volere il suo.
Una “fenomenologia”, quella di Sgambati, che all’inizio lascia un po’ perplessi visto che parrebbe corteggiare l’idea che il sesso della rete (la sua estrema fruibilità) sia stata una “rivoluzione” (lo fa ironicamente, va bene: ma non sarà un modo un po’ facile quello dell’ironia di dire e non dire? di uscirne sempre incolumi, non responsabili di fronte a ciò che sosteniamo?). Non convince il credito eccessivo concesso a una presunta “libertà” ignara del fatto che la generazione prima della sua – di Sgambati - non faticava a strappare paginette (a colori eh) dai giornali giusti, sparpagliare le foto porno per terra, dargli un po’ di movimento e andarsene con dio – credo si tratti di un’enfasi (tardo)giovanile che aspetta soltanto di fare il suo tempo. 
Difatti accade quasi in diretta, sotto gli occhi del lettore, se, attraversato il centro nevralgico del libretto (un’“analisi filologica e post-strutturalista del video pornoamatoriale di Belén Rodriguez”), Sgambati pensa bene di doversi rivolgere a uno psicoterapeuta, preoccupato che la sua (la nostra) sia ormai una condizione insana: una dipendenza, non so quanto diversa dalla più generale rinuncia a una vita “vera”, in favore del mondo “altro” della rete. 
Più che all’Eco della paradigmatica analisi di Mike Buongiorno, riferimento che di tutta prima parrebbe obbligato, Sgambati pare guardare ai Diari minimi (e l’eco di comici migliori di Eco risuonano diffusi nel testo). Perché più che il valore veritativo di una fenomenologia che si voglia “seria” – una fenomenologia radicata su un terreno filosofico - Sgambati enfatizza comicamente l’emozione della visione (la fica dell’argentina spalancata davanti ai suoi occhi) utilizzando insieme le figure dell’iperbole e dell’enumerazione; se la prima reazione è l’erezione e la seconda l’euforia, poi il narratore spicca un volo che lo allontana dall’oggetto e lo lancia sul palcoscenico di una performance attoriale: “mi sono messo a pensare a Gesù Cristo, ecco, alla giustizia divina, a Togliatti, Pasolini, Omero, alla strage di Bologna, agli amici morti, agli amori che mi hanno distrutto la vita, ai fallimenti, alle ingiustizie. Mi sono messo a pensare alle cose enormi e a quelle infinitesimali, mi sono messo a pensare perfino all’Africa, all’affitto, al Terzo Mondo, a quei poveri bambini con i ventri gonfi come le pance delle asine gravide” etc (non è finito).
Il che, se aumenta il divertimento di qualche lettore, rende meno stringente l’indagine sul “fenomeno” porno in rete (peraltro, il clamore per il video di una donna che potrebbe anche essere la più desiderata del mondo non tiene conto che quel video è la cosa meno eccitante di tutta la storia del porno). Nel che non v’è alcun male, va da sé. Lo diciamo per chiarire meglio al lettore che tipo di testo abbiamo davanti; ma anche per segnalare quello che è un po’ il limite di un autore non privo di talento: il desiderio di far ridere a tutti i costi. Con due conseguenze, a mio avviso. La prima è che se Sgambati è capace di una scrittura brillante, crepitante, arguta, l’ansia di far ridere, di portare palla e dribblare anche le bandierine, gliela fa perdere banalmente. Per un sommario regesto: l’aggettivo “kafkiane” lo si vorrebbe abolito dalla comunicazione colta; oppure le facce trasformate in “raccapriccianti urli di Munch”, o ancora “l’esistenza di dio” provata dal video di Belen: suonano un po’ troppo da liceale che “sa” ma dimentica che “sanno”, già, anche gli altri.
Vero è che la scrittura da performer di molte di queste pagine ben si adatta all’andazzo di questi ultimi anni in cui molti scrittori passano più tempo a leggere per locali che a scrivere. Succede soprattutto nella piccola editoria, che tenta di sopperire alla scarsezza di mezzi e agli ovvi problemi di visibilità. La scrittura si mette in scena, lo scrittore si fa attore, non sempre a proposito (il più delle volte le letture pubbliche sono noiose assai). Ecco, la “fenomenologia” di Sgambati invece la vedrei bene recitata su un palcoscenico – ma è solo un mio parere. L’altra conseguenza del voler far ridere a tutti i costi, è che l’autore afferra dove può. Sgambati conosce le migliori battute di Woody Allen a memoria e diverse ne usa qua sopra, un po’ mascherandole nel testo. Ora, sulle Postille al Nome della rosa,  per tornare a Eco, Sgambati avrebbe potuto leggere che “i debiti si pagano”. Nella pagina finale su “fonti e ispirazioni” (che sono anche un modo per ringraziare chi ci ha insegnato il mestiere) il nome di W.A. brilla per la sua assenza.
Il libro (una fantasiosa confezione delle Miraggi Edizioni), non si esaurisce qui. Contiene infatti quattro brevissimi contributi di Enrico Remmert, Gaja Cenciarelli, Roberto Moroni e dell’assai briosa Carolina Cutolo: dai quali emerge un senso di disillusione rispetto al paradiso promesso del porno in rete. Com’è giusto. Perché, se il porno è tutto qui e ora, l’uso massiccio che ne consente la rete finisce per decretare non la fine della Storia, ma delle piccole grandi storie con cui tessiamo la tela delle nostre vite – lo faceva notare anche un articolo di qualche settimana fa di Marco Mancassola. Chissà se Nietzsche ne sarebbe stato contento.

21 nov 2012

Roth e il desiderio



I desiderantes di Giulio Cesare e Philip Roth. Dobbiamo ad Antonio Monda, alla sua introduzione al saggio di Luciano De Fiore (Philip Roth. Fantasmi del desiderio, Editori Riuniti) l’accostamento fra i soldati che aspettavano sotto le stelle il ritorno incerto dei compagni in battaglia e il più grande scrittore vivente.
Il tema del desiderio dà un’impronta fortissima – determinante - all’opera di Roth. Intorno a questa evidenza lavora il saggio di De Fiore, studioso attento ai rapporti tra letteratura, psicoanalisi e filosofia. Giova innanzitutto il fatto che De Fiore rinverdendo i modi di un’onesta critica tematica – seppure oltrepassando i confini del fatto letterario, poco preoccupandosi di questioni di lingua e stile ma consapevole della pregnanza conoscitiva dell’arte romanzesca, pregnanza senza la quale essa si riduce a mero diversivo intercambiabile con l’uncinetto delle nonne e il cazzeggio al bar – e centrando al cuore la poetica del grandissimo autore di Newark, De Fiore, si diceva, sgombra subito il terreno dalla sequela di sarcastiche sbuffate che la critica nostrana ha riservato all’americano negli ultimi anni. Infastidita dal ritorno ossessivo e per alcuni indigeribilmente malinconico intorno ai motivi del deperimento, della vecchiaia (a dimostrazione ulteriore di quanto essa sia il vero rimosso delle società opulenti) molta critica dimentica che essi mostrano l’altra faccia del desiderio. E che se tutto si stringe nel cerchio fra vita (e desiderio) e suo entropico destino finale, ancor più interessante si fa la faccenda nel caso di un personaggio classico dell’iconologia rothiana: il libertino. Che non ne ha mai abbastanza di vivere e per il quale, ovvio, l’esaurirsi delle energie vitali adombra la tragedia che è il vero contrassegno del passaggio dell’uomo sulla terra – spesso sono gli stessi lettori incapaci di comprendere quale abisso fosse in grado di spalancare il comico di Portnoy (sarebbe bastato aspettare il falstaffiano, terribilmente divertente ma tragico Sabbath, “monaco della scopata” di uno dei suoi romanzi migliori).
Infastidita, specie la critica nostrana, anche dalla chiara valenza autobiografica di molti titoli rothiani. Tormentone stupidissimo, ché con questo metro avremmo dovuto seppellire qualche centinaio di capolavori, da Proust in giù, e che soprattutto non comprende come in Roth l’autobiografia sia persino un valore aggiunto. Perché in nessun altro fra i contemporanei si mostra una tale acutezza, un così lucido impegno nella messinscena di un dilemma vertiginoso che coinvolge e intreccia un’antropologia dell’uomo come scrittore, l’estetica, la storia della scrittura romanzesca. Per un autore come lui ciò che è in questione è la necessità di mettere tutto (tutta la - impossibile? - verità) sulla pagina scritta. Con il rischio di contraccolpi micidiali. Biografici. “Non si può essere fedeli insieme e senza attriti alla propria vita affettiva (il padre, la comunità ebraica, la tradizione, la radice profonda della propria vita) e all’impegno letterario” ricorda De Fiore a proposito di Zuckermann e Lo scrittore fantasma.
Ora, se da Goodbye Columbus alle ultime opere, dalla giovinezza oltranzista di una vita che senza desiderio vita non è, alla malattia, dalle donne sedotte e seducenti alle mogli mai definitive, ai padri e ai fratelli, all’America di un mezzo secolo di storia, al conflitto inesausto e tutt’altro che riposante con gli ambienti e l’originaria cultura ebraica, se l’intera narrativa di Roth si pone in “un rapporto complesso con il desiderio”, egli sembra voler scommettere (e non solo attraverso i suoi molteplici alter-ego, in una tensione dialettica mai conclusa fra vita e Controvita) con la possibilità di avere la meglio sulla finzione. E se lo scacco è inevitabile, ché la verità resta un miraggio, vale la pena sottolineare quanto sia sideralmente lontano il suo approccio dal mero gioco del postmoderno.
Io ho rinunciato a vivere per scrivere vite” scrive Malamud, un altro dei grandi ebrei americani. Per Roth l’asserzione non è pacifica. Non lo sarebbe per Zuckermann, o per Kepesh. Per questo la sua scrittura è anche il racconto di questo paradosso. Ché il desiderio non si esaurisce mai, nemmeno con la scrittura, nemmeno con la vecchiaia. Chissà se Roth ha mai letto Leopardi.


Ora ha smesso di scrivere. Lo ringraziamo di cuore perché senza i suoi libri la nostra vita si sarebbe persa qualcosa di bello e importante. Gli auguriamo serenità.

16 nov 2012

ora, dal momento che l'hanno vinta, hanno dichiarato conclusa la lotta di classe; lo hanno fatto teorizzare nelle facoltà di economia, hanno reso il messaggio "gradevole" inventandosi le "scienze dalla comunicazione"; hanno fatto divulgare il verbo ai falliti delle lettere e della filosofia (per esempio scorrete gli editoriali del corsera degli ultimi trent'anni); e via di questo passo. Naturalmente, contro coloro che non lo avessero capito, non alzano le mani direttamente, a maggior ragione se sono sciccone cascanti come le tre grazie (Cancellieri, Severino, Fornero: "se non ora quando" cosa?) - i manganelli li lasciano alla servitù volontaria, ai secondini, ai cani da guardia

14 nov 2012

Giovanni Mariotti - L'amore lungo

L'amore lungoScrittore appartato, per vocazione e scelta non certo per marginalità dell'opera, Giovanni Mariotti ci regala un racconto di rara sensibilità e nessun patetismo (scrittrici italiane, imparate come si fa) sull'età liminare della vita, condizione esistenziale che da noi in Italia soffre di una dimenticanza sociale avvilente – e mal compensata dalla gerontocrazia politica. Un romanzo brevissimo, una casa che è l'ultima, quella in cui finiranno per morire, una coppia di anziani che vi si aggira quasi sottovoce, la donna che non smette di disegnare piantine (un'altra casa, un'altra vita, un'altra possibilità?). Tutto con acuminato discernimento di ogni attimo di vita sensibile, non solo quella residua ma quella già vissuta da giovani, dai due che, come ogni umano quotidianamente partecipe anche di una vita altrui – vita con la quale ha condiviso sogni, noia e inevitabili delusioni –, fanno dell’esistenza un flusso continuo in cui ogni cosa è mescolata con le altre, ogni attimo con il passato, e soprattutto vividissima anche da morta. Bello di una grazia rara.

su linsolito

11 nov 2012

“Il Supermaschio”


Alfred Jarry

su flanerì

«Il Supermaschio è probabilmente il più bel romanzo Art Nouveau».
Così scrisse il dimenticato Alfredo Giuliani, critico troppo libero per poter fare scuola, non casualmente a suo agio con un irregolare come Alfred Jarry (1873-1907), scrittore assimilato dai posteri alle prime avanguardie europee e in realtà battitore libero che, nonostante gli apprezzamenti smaccati, sarebbe stato stretto nei dettami surrealisti di A. Breton.
Per alcuni aspetti nei suoi libri presuppone qualcosa del surrealismo, lo anticipa, lo indovina. Ma Jarry vale un po’ tutto il surrealismo letterario preso in blocco (almeno quello che ufficialmente si proclamava tale). Perché nel movimento di Breton, come spesso accadeva con le avanguardie, non si seppero evitare quelle soluzioni didascaliche, dimostrative, che sono sempre state il limite di un movimento, di una corrente che per aderire ai suoi stessi principi finisce non raramente per ingabbiare la creatività dei singoli.
A Jarry non poteva succedere. Perché egli era l’antidoto di se stesso. Si autoscavalcava, non per frenesia ideologica, ma per inclinazione naturale alla rivolta. «Non avremo distrutto nulla finché non avremo distrutto anche le rovine» scrisse da qualche parte. Nicciano in versione stramba e deforme, ma ludica, sapeva che – ben lo dice Giorgio Agamben nella postfazione a questa bella edizione de Il Supermaschio – affermazione e distruzione coesistono, che la massima potenza di un sesso infinito, replicabile senza posa, coincide con il vuoto, con il nulla: laddove resta solo il riso.
Jarry è noto a un pubblico più vasto (si fa per dire) soprattutto per l’invenzione del mostruoso Ubu, il re fuori misura, grottesco, rablesiano che farà la gioia del teatro novecentesco (ma nasce nell’Ottocento, Jarry era poco più che un ragazzino) e per la patafisica del dottor Faustroll. In realtà sono molti i personaggi pazzeschi e abnormi creati dalla fantasia di Jarry. Fra essi, Il Supermaschio accentra su di sé il principio portante della modernità: l’energia tesa verso l’infinito, l’inesausta vitalità della ripetizione erotica che però, proprio perché può replicarsi senza posa, perde di significato; che per questo rende le fatiche dell’eroe inutili, comiche. Curioso destino per un uomo (per l’uomo) che, ancora modernisticamente, niccianamente, concentra nell’ispirazione di una virilità illimitata, il destino della tecnica fatta dio. Dove lo scacco che lo aspetta non è il risultato di un fallimento, di una riuscita impossibile, ma della scoperta della sua inutilità.
Ma il lettore vorrebbe forse informazioni più semplici. Bon, sappia che troverà motivi di divertimento in questo libro. Che André Marcueil trascorrerà l’infanzia e l’adolescenza cercando prima di combattere la sua deformità, poi di comprenderla facendo anche «esperienze contro natura, salvo accorgersi di quale abisso separasse la sua forza da quella degli altri uomini». Sottoponendosi alla scommessa del secolo: superare il numero di amplessi dell’indiano descritto da Teofrasto. Mentre accadono, accanto a lui, cose altrettanto straordinarie. Tra l’assurdo, la fantascienza e le chiacchiere del gran mondo francese di fine Ottocento.

07 nov 2012

L'ultimo comunista


Potrei sbagliarmi ma mi pare che nessun editore qui da noi si sia mai preso la briga di tradurre Ronald M. Schernikau, eccentrico scrittore tedesco scomparso nel 1991 a soli trentuno anni. E purtroppo non leggo il tedesco. Sarebbe stato più interessante confrontarne la tenuta letteraria con la biografia a lui dedicata da Matthias Frings (L'ultimo comunista) in libreria per i tipi di Voland. Il titolo risuona di un’enfasi non incongrua perché la vicenda di Schernikau è singolare (ed è il caso di dire: il modo è tutto). Frings, scrittore a sua volta (curioso, antenne mobilissime per le situazioni e i personaggi), giornalista, autore televisivo e teatrale, movimentista della sinistra radicale tedesca, fu amico di Schernikau nei vibranti anni Ottanta berlinesi. Berlino al solito più “macro-personaggio” che semplice fondale di mode, locali e tendenze artistiche vuoi interessanti vuoi al tutto farlocche. Da una parte il chiudersi della stagione della cosiddette controculture nell’epoca in cui W. Brand interdiva i pubblici uffici agli iscritti all’estrema sinistra - il finire dei Settanta -, dall’altro l’inizio dell’irresistibile attrazione degli europei più svegli verso la città tedesca. Quando Frings e compagni (un po’ meno asfissiati dagli aspetti più grossolani dell’ideologia) oseranno mettersi “persino” qualche cravatta (“solo poco tempo prima ci avrebbero sparato per molto meno”).


In un paesaggio così vitale la figura di Schernikau si guadagnò subito un interesse particolare. Veniva dall’Est, nato a Magdeburgo da una ragazza-madre; a diciannove anni dava alle stampe la sua Kleinstadtnovelle, in cui raccontava le vicende, non poco autobiografiche, e non prive di humour (il che in terra tedesca non è per niente scontato) di un ragazzo gay (l’omosessualità peraltro ebbe il suo ruolo nell’amicizia fra Schernikau e Frings, anch’egli passato alle cronache per un libro sull’argomento).


Giunto a Berlino, indossati presto i panni della star - una sorta di dandy en travesti, un incrocio fra Bowie e Milva -  marcò la propria antistorica differenza con l’ambiente procedendo “in direzione ostinata e contraria”. Perché se il crollo del comunismo era imminente, e a tutti era noto cosa ne fosse stato nella pratica dei regimi dell’Europa orientale, Schernikau si proclamava orgogliosamente comunista. E politica la faceva da attivista. Iscritto al SEW, guardava alla Germania dell’Est come al luogo d’elezione, quello in cui tornare, e da prendere come riferimento politico. Il che nel suo caso appariva ancora più bizzarro visti gli atteggiamenti, l’estetismo congenito, vita notturna e attitudini sessuali esibite. E, ciò che lasciava perplesso il pubblico, è che la sua non fosse mera idealizzazione, visto che sarebbe tornato nella DDR quando gli altri si sarebbero dati alla fuga. Solo lì, poco prima di morire riuscirà a scrivere il libro cui aspirava da anni. Per lui il comunismo era la via per realizzare se stesso. Che è un punto di vista oggi come allora incomprensibile ai più, come quello che vedeva in Gorbaciov un nemico, “la peggiore incarnazione della socialdemocrazia”. Ma tant’è.Frings in tutta evidenza sa quel che racconta, la sua biografia, a prescindere dal montaggio romanzato, è  credibile anche per ciò che attiene agli anni in cui non poteva frequentare l’eccentrico scrittore, perché si avvale delle testimonianze della madre, infermiera, anche lei convinta sostenitrice della DDR, la cui storia Frings intervalla agli anni berlinesi. L’amicizia con Schernikau fu tale che ne ricevette in consegna i manoscritti inediti, prima che l’autore morisse del male che in quegli anni costò caro a migliaia di persone che probabilmente preferirono l’amore alla guerra.Al di là del personaggio, resta da dire che Frings, nonostante qualche momento di cedevolezza nella scrittura, ci lascia un affresco interessante sugli anni in cui la storia cambiava per davvero, non solo quella tedesca. Perché assieme agli avvenimenti politici, ci sono questioni culturali, modi di pensare e di essere, ambienti, che lavori come questo sanno tracciare meglio di un saggio storico.  

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