30 giu 2011

Michael Nyman - La musica sperimentale



lamusicasperimentaleC’era l’avanguardia, una volta. Anche in musica. E c’era la musica sperimentale. Almeno, così la definì quello che sarebbe diventato un suo protagonista, non sempre strepitoso,Michael Nyman, autore di un testo, La musica sperimentale, che porta la data ormai lontana de 1974 ma soltanto ora appare tradotto in italiano grazie alle meritorie Edizioni Shake.
Molti hanno superficialmente inteso le espressioni avanguardia e sperimentalismo allo stesso modo. Qui invece si definiscono in antitesi. La musica cui si riferisce Nyman è per lo più di provenienza angloamericana, si concentra essenzialmente, almeno all’inizio, intorno alla figura di John Cage che quando scoprì la farragine affaticata della serie dodecafonica si domandò se il caos avesse bisogno di tanto artificio, in modo non dissimile dal monaco zen che evita di camminare sulle acque e passa tranquillamente il guado.

28 giu 2011

Sacha Naspini





copertina del libro
Due libri dello scrittore Sacha Naspini pubblicati qualche anno fa sono ora di nuovo in libreria.In particolare ne ho apprezzato uno, Cento per cento, un lungo racconto ambientato nel mondo del pugilato, apparso dapprima nelle Edizioni Historica (collana Short-Cuts - 2009) e ora riproposto nella collana “Arrembaggi” di Perdisa Pop.
Colpisce per una cosa innanzitutto: sul piano del ritmo non sbaglia una virgola. L’ho letto soprattutto come un esercizio sulla frase e sulla punteggiatura, le cui scansioni seguono il respiro del personaggio al centro della storia, l’ex pugile Dino Carrisi, immigrato italiano in America destinato a diventare campione del mondo. 
Mai una parola di troppo, un aggettivo o peggio un avverbio inutile (molti scrittori italiani non sembrano aver capito che gli avverbi andrebbero ridotti all’inevitabile). Vengono in mente diversi nomi a leggerla, questa storia, il ricalco da certa letteratura americana è evidente, ma la maniera non disturba affatto, perché nonostante la voce ripeta moduli già visti (“Sapete, se il capo di una cricca concludeva un affare con il tuo capo, non è che venivano a chiederti cosa pensavi a proposito della faccenda”), Naspini la regola mirabilmente, e mette l’esercizio a disposizione di una storia e di un bel personaggio, un ceffo assurdo e perciò letterariamente interessantissimo, a suo modo divertente nonostante racconti, va da sé, una storiaccia – con tanto di ko finale. Il ritmo simula anche il suo antico passo da boxeur; perché ora che non può più menare pugni, dà un’ultima prova del suo talento in un’intervista magistrale. Per un bel paccotto di soldi, la racconta in televisione, questa sua vita da pugile talentuoso e sfigato, costretto a tornare nelle fogne da cui veniva, concedendo l’intervista al cretino presentatore di turno e dettando modi e tempi - come se fosse sul ring. Ha un suo senso estetico, lui, una sua idea della forma che vent’anni di galera e le tragedie che lo hanno colpito non sono stati capaci di sottrargli. Un racconto coi fiocchi, e bene ha fatto Perdisa a rimetterlo in circolazione.
L’altro libro è L’ingrato, “novella di Maremma”. Si tratta dell’esordio letterario di Naspini, uscito dapprima con la effequ di Orbetello nel 2006 e da poco ripubblicato nelle edizioni Il Foglio. 
La storia, ambientata in un paesino maremmano, è quella del maestro elementare Luigi Calamaio, un uomo prossimo alla pensione che ha amato l’insegnamento ormai agli sgoccioli e non meno la pittura – segnatamente quella di Toulouse-Lautrec. Ora, lui fiorentino, sconta la chiusura di un mondo lesto a vedere il male dappertutto, che soprattutto non gradisce la sua passione di dipingere bambine nude. L’uomo non nutre desideri granché peccaminosi, lo dice e lo ripete, spia le bimbe in bagno ma solo per riprodurle con la massima fedeltà possibile. Vallo a spiegare ai peasani. La lingua non aveva ancora l’esattezza di Cento per Cento, in compenso da subito era evidente l’abilità del narratore. Da leggere, Sacha Naspini.

26 giu 2011

Intervista a Tommaso Pincio

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=intervista&Chiave=171



di Michele Lupo


Tommaso Pincio
Vorrei intanto che mi dicessi la tua su una notizia recente. Lo “Standard Hotel” di Manhattan, un albergo che stando ai giornali vorrebbe “caratterizzarsi per il suo profilo culturale”, ha commissionato a Salman Rushdie la selezione di alcuni titoli da lasciare in ogni camera, accanto alla Bibbia, “per allietare il soggiorno degli ospiti”, Nella scelta dello scrittore anglo-indiano troviamo classici come "L’urlo e il furore" di Faulkner, "Il grande Gatsby" di Fitzgerald, "Il dono di Humboldt" di Bellow, "Il lamento di Portnoy" di Roth, etc. Il frequentatore di alberghi Tommaso Pincio come reagirebbe? Non sarebbe come tarpare le ali al narratore di "Hotel a zero stelle", alla sua immaginazione?

Penso agli alberghi come a un luogo simbolico, un'immagine mentale nel quale vedo specchiato un lato importante della mia anima. Mi piace dunque che restino come li immagino, pieni di stanze senza libri fuorché la classica Bibbia nel cassetto, che però si trova perlopiù negli alberghi americani. Quella dello Standard Hotel è una simpatica trovata che però mi lascia indifferente. Forse la mia reazione sarebbe di rubare il libro qualora fosse un'edizione di mio gusto. 

In questa tua erranza fra stanze reali e immaginarie ho notato l’assenza del mondo rock, pure notoriamente importante nella tua storia letteraria. Forse perché le rock-star non frequentano le bettole che sembrano affascinarti maggiormente?

Certamente le rockstar non costituiscono l'ospite tipo delle stamberghe che idealizzo in Hotel a zero stelle. Nel corso degli anni mi è capitato di incontrarne diverse per interviste e quasi tutte le volte la conversazione ha avuto luogo in alberghi più che lussuosi. Non è però questa la ragione della loro assenza. Che io sia uno scrittore rock è un'aberrazione che immagino generata dal fatto di avere scritto un romanzo dedicato a Kurt Cobain. Nei miei altri romanzi — e ne ho dati alle stampe altri quattro — il rock o è del tutto assente, vedi Lo spazio sfinito o Cinacittà, o vi compare come motivo di sfondo, ed è il caso di La ragazza che non era lei. Non voglio affatto negare le mie passioni musicali, ma solo precisare che esse non costituiscono il centro primigenio e imprescindibile del mio immaginario.Hotel a zero stelle è una sorta di piccola autobiografia spirituale nella quale racconto come da una vocazione perduta, quella della pittura, ne è scaturita un'altra ovvero, per dirla alla Wallace, come da un fallimento di gioventù sia nata una piccola vittoria della maturità o quantomeno una pacificazione dell'anima. Non per nulla nel libro parlo molto degli scrittori che mi hanno aiutato lungo il cammino e un poco anche di pittura e pittori.

Sulla frase attribuita a Balzac e poi commentata a proposito di Simenon sui bravi romanzieri che hanno spesso un cattivo rapporto con la madre. La ritieni plausibile? 

Non sono in grado di confermare se la frase sia da attribuire veramente a Balzac. Malgrado gli sforzi non sono riuscito a risalire alla fonte e mi piace pertanto pensare che si tratti di una frase pescata chissà dove e che Simenon ha finito col tempo per deformare a sua immagine e somiglianza attribuendola a Balzac per pudore o magari per uno di quegli scherzi che l'inconscio spesso fa alla memoria. Ciò che essa esprime è comunque molto plausibile. La madre è all'origine di tutto. Resta ovviamente da intendersi: “cattivo rapporto” non significa necessariamente la reciproca e acerrima diffidenza che divideva Simenon dalla propria genitrice. Può bastare soltanto un rapporto morboso o non risolto per far sì che in un individuo insorgano quei conflitti affettivi che indubbiamente costituiscono la benzina di molte narrazioni. 

Nell’attrazione del narratore di "Hotel a zero stelle" per l’Oriente dicevamo non manca il motivo delle donne, specie vietnamite.
Leggendoti mi è tornato in mente un titolo arcinoto, "Di che cosa parliamo quando parliamo d’amore": è una domanda che passa mi pare da Goffredo Parise a Graham Green quando faticano – se capisco bene – a liquidare come puttane le ragazze vietnamite che svolgono il mestiere con una dolcezza spiazzante. Sembrerebbe quasi (è qui il recupero del titolo carveriano) un bell’esercizio per mettere a repentaglio le nostre certezze sulla natura dell’amore. 

Farei una distinzione. Graham Greene era un puttaniere inveterato, tant'è che meditò più volte di aprire un bordello arrivando anche al punto di dar corso ai suoi propositi. Parise era uomo di altra pasta: aveva una concezione meno utilitaristica dell'universo femminile. Erano però attratti entrambi dal modo in cui le donne orientali esercitano il mestiere, ma qui entrano in gioco codici culturali e le vie attraverso cui i sentimenti prendono forma. Gli asiatici hanno una diversa idea dell'individuo. Non concependo l'io come perno centrale e irrinunciabile della persona non hanno la nostra stessa inclinazione a confondere in un grande calderone chiamato amore cose e sentimenti spesso in contrasto tra loro. Per essere più chiari, la loro morale non prevede il peccato così come noi lo intendiamo e la cosa ha i suoi inevitabili riflessi sul modo di considerare l'esercizio della prostituzione. Naturalmente, l'estremo oriente è un mondo vastissimo e le differenze tra un paese e l'altro possono essere abissali. Limitandosi a un generico sguardo dall'alto e per quel che un simile sguardo può valere, direi che la prostituta orientale riesce a esercitare la professione con divertita noncuranza. Ciò non significa che soffra meno, sebbene a molti uomini occidentali faccia comodo pensarlo. 

Pensi si potrebbero dire cose analoghe su Bellow o Houellebecq a proposito delle ragazze thailandesi?

Non credo. La donna vietnamita ha una propensione all'amore romantico pressoché sconosciuta a quella thailandese. Peraltro la nostra visione del mondo thailandese è in buona parte confinata agli effetti determinati dal turismo sessuale, che in Vietnam non esiste o perlomeno non viene esercitato in termini altrettanto espliciti. Giusto per rimanere in tema di alberghi, la legge vietnamita proibisce che un uomo occidentale prenda una stanza insieme a un'indigena in assenza di una relazione chiara. Al tempo stesso, è abbastanza significativo che per sposare una vietnamita sia richiesto un certificato di sanità mentale. Venendo ai due autori che nomini, ho la sensazione che, soprattutto per quanto concerne Houellebecq, le ragazze orientali non costituiscano il vero oggetto delle loro attenzioni ma semplicemente un pretesto, la cartina di tornasole per meglio mostrare aspetti dell'abiezione di noi occidentali. 

Importante nel tuo libro il tema dell’impostura. Ricordi la domanda che Foster Wallace rivolge a se stesso, se voglia davvero essere una brava persona o soltanto sembrarla. In fondo questa roba c’è tutta nella tradizione italiana antiaccademica del primo novecento. Prima che a Pirandello, penserei a "La Coscienza di Zeno" che è uno dei pochi libri che possiamo confrontare con – e uso il termine solo per comodità – il canone europeo di quel periodo. O in DFW c’è dell’altro?

Se ricordo bene David Foster Wallace scrisse quella frase in margine a una lunga riflessione su Dostoevkij. Possiamo dunque considerarla un retaggio del canone europeo. A questo proposito me ne viene in mente anche una di Simone Weil la cui esistenza fu spesa tra il Nuovo e il Vecchio Mondo: “L'uomo intelligente che va fiero della propria intelligenza è come un condannato che va fiero dell'ampiezza della propria cella”. È un pensiero che sarebbe stato benissimo in testa a Wallace. Quel che voglio dire è che non credo a una geografia o un canone dell'impostura. Si tratta di una tipica ossessione della mente depressa, attenente a quello speciale tipo di eccesso di consapevolezza con cui spesso gli scrittori di ogni tempo e paese debbono fare i conti.

Ecco, i lettori ti conoscono per la tua formazione chiaramente “americana”. Influenze e interessi dalla nostra storia letteraria invece?

La faccenda della mia formazione americana è sopravvalutata o perlomeno non tiene conto di richiami, talvolta anche involontari ma forse proprio per questo ancor più significativi, alla nostra letteratura o meglio a un modo di vedere molto italiano. Lo spazio sfinito mette in scena un teatrino con figuranti sfacciatamente americani — Marilyn, Kerouac, la Coca-Cola e via dicendo — ma in sottotraccia si muove anche altro. La situazione in cui si trova il protagonista, ovvero il ritrovarsi a orbitare intorno al pianeta Terra in un'eterna contemplazione del nulla, è molto simile a quella proposta da Landolfi in Cancroregina. Marcatamente italiana è poi l'atmosfera fiabesca, trasognata, in cui la storia prende forma trasfigurando miti e icone del mondo reale. Come ho spiegato più volte, l'innegabile influenza che letteratura e cultura americane hanno esercitato su di me è dovuta alla lunga frequentazione di quel paese per ragioni che non avevano a che fare con lo scrivere. Poco più che ventenne mi impiegai presso una galleria d'arte newyorchese, un'esperienza protrattasi per quasi due decenni che mi ha segnato moltissimo. Ma non venivo dal nulla. Letture italiane ne avevo già fatte, ovviamente. E anche di queste è rimasto qualcosa. Le influenze e gli interessi sono quelli che si possono immaginare. Landolfi, Buzzati, il Brancati più malinconico e visionario. Ho amato molto Gadda, e non soltanto quello del Pasticciaccio. E poi Leopardi, Dante. I soli noti, insomma. A parte i sonetti del Belli, ma qui entra in gioco la romanità.

E tutto questo – compreso il lavoro di traduzione – che cosa ha implicato nella ricerca di una tua lingua peculiare?

La lingua di un narratore è in continua evoluzione. Muta a seconda del libro su cui si sta lavorando. Conta moltissimo l'ambientazione, ma anche il punto di vista. La confessione nevrotica di un romanzo come Cinacittàimpone un registro più svaccato, per così dire, dell'occhio anonimo che osserva dall'esterno le disavventure di Homer Alienson in Un amore dell'altro mondo. Il lavoro di traduzione è una palestra utilissima perché impone una costante ricerca del migliore compromesso possibile. E la lingua cui tende un narratore dovrebbe essere proprio questo: il migliore compromesso possibile tra l'idioma esclusivo e personalissimo in cui egli scriverebbe se tutti fossero come lui e il cicaleccio assordante del mondo e del tempo in cui si trova costretto a vivere. 

25 giu 2011

La Lega non vuole il decreto sui rifiuti

Io i napoletani non li capisco. Bastano due ore di macchina per arrivare a Roma. Si sono alleati con la Lega per vent'anni. Ora vivono praticamente nella merda e a nessuno che venga in mente di circondare Montecitorio. 

24 giu 2011

Radiohead - Staircase

http://www.youtube.com/watch?v=tFTLxkMmY4M&feature=player_embedded

robe come KID A e AMNESIAC non le faranno più ma io a questi voglio bene lo stesso

Leopardi e Cordero





discorsosopra-leopardiPiccolo grandissimo opus imprescindibile della nostra storia culturale, il Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” (Bollati Boringhieri, 2011) di Giacomo Leopardi è un pamphlet essenziale per capire una volta per tutte di cosa parliamo quanto parliamo di noi. Un libretto che negli ultimi venti anni si è guadagnato la conoscenza necessaria dei più attenti e che ora andrebbe mostrato ai restanti milioni con la promessa di un impegno: renderlo anacronistico.

23 giu 2011

Italians

Per lui è questione di vita o di morte: interessi prima che pecuniari si chiamano galera sì o no: mai come qui e ora questo paese avrebbe bisogno di una rivoluzione: non ci sarà, non ne siamo capaci, la parola ci fa ridere, come diceva il più grande di tutti, in Italia siamo tutti filosofi, sommamente i napoletani: ottimo! paese di esteti, cinici e dandies: tenemmuce 'a munnezza



22 giu 2011

Grazie a Giovanni Turi per questa lettura del mio primo romanzo


Su PugliaLibre
Riscoperte: “L’onda sulla pellicola” di Michele Lupo

Dalla Rubrica LaPugliaChePubblica
Scritto da Redazione
L’ambiguo protagonista del romanzo d’esordio di Michele LupoL’onda sulla pellicola (Besa Editrice, pp. 386, euro 15), è Livio Viola: inetto per scelta e vocazione, docente per necessità; mentre sogna di scrivere la sceneggiatura di un film post-surrealista, o quantomeno di fare l’attore, la sua vita è un susseguirsi di passioni sfrenate per donne diverse. Forse è il suo modo di sentirsi vivo, «ogni nuova puttanella che incontrava, incontrandolo sembrava dirgli: esisti. Tu esisti»; forse è il tentativo di esorcizzare l’orrore per la famiglia, che i suoi genitori gli hanno dimostrato essere inevitabile campo di tensioni e ipocrisie; forse è il tentativo di sfogare l’umiliazione di insegnare per pochi spiccioli in una scuola privata, dove la massima aspirazione di un docente è quella di non farsi sodomizzare.
Livio vorrebbe protrarre all’infinito la sua adolescenza, ma l’incontro con Giulia è un sommovimento destabilizzante: il suo odore, le linee del suo corpo lo irretiscono come mai gli era capitato prima; che sia davvero amore? Entrambi si abbandonano senza inibizioni all’attrazione reciproca, ma di mezzo c’è Giorgio: alunno di Livio e figlio di Giulia, ormai separata dal marito; lui intuisce nel ragazzo quel talento nella scrittura che probabilmente gli manca, lei non può sedare i sensi di colpa per averlo lasciato in affidamento al (presunto) padre. Gradualmente non potrà dunque che riproporsi l’assioma su cui Livio ha fondato le sue relazioni: «da solo, ognuno di noi riesce a barcamenarsi nella propria debolezza. Ma quando due corpi fragili provano a compattarsi, l’instabile equilibrio che prima regolava le rispettive solitudini rischia di saltare del tutto. Si finisce in una bolla di vetro e lì, ogni minima scheggia è un attacco alla carne dell’altro».
Resta sullo sfondo l’Italietta clericale e della cattiva politica, delle raccomandazioni e dell’irresponsabilità di giovani e adulti, dei prepotenti e dei furbetti che in un modo o nell’altro raggiungono sempre i propri fini, del capitalismo onnivoro; ma a stridere con questa realtà non è tanto la condotta accidiosa e velleitaria di Livio, quanto l’ingenua integrità di chi come Giorgio subisce ignaro queste brutture: le pagine estratte dal suo diario, che interrompono la narrazione in terza persona, sono forse le più intense e delicate, poiché prive di filtri critici.
Se nei racconti raccolti sotto il titolo I fuoriusciti (Stilo Editrice) prevalgono la concentrazione e la sintesi, nell’Onda sulla pellicola invece è la sovrabbondanza a caratterizzare la scrittura di Michele Lupo; pur sempre ironica e grottesca, capace di improvvise epifanie sulla realtà che ci attornia, ma soprattutto di attingere a svariati registri linguistici, senza alcuno stridore nel tracciare uno stile inconfondibile: penetrante e irriverente.
Giovanni Turi





fra non molto: L'Orca Nella Rete (cumshort 01)












 Per un racconto in ebook

20 giu 2011

La paura e la Grande Guerra


lapaura-adelphiPubblicato la prima volta nel 1930, ritirato dalle librerie nel ’39, vede ora la luce in italiano un gran libro, “La paura” di Gabriel Chevallier, tradotto per Adelphi da Leopoldo Carra. Uno dei meriti della buona letteratura è farci tornare su qualcosa, un tema, un fatto del passato, un luogo della geografia che abbiamo frequentato o di cui viceversa non ci siamo mai occupati davvero, e scoprire quanto possa essere appassionante il suo racconto.

Non credo per esempio che siano moltissimi i lettori di vicende riguardanti la prima guerra mondiale – di sicuro la seconda ha goduto di più interesse negli scorsi decenni, per ragioni di cui non conta occuparsi in questa sede. Provate invece a leggere 
La paura

18 giu 2011

E invece c'è poco da ridere - ITALIA CRIMINALE

Un divertissment


LEON  ROOKE

IL CANE DI SHAKESPEARE

http://www.lankelot.eu/letteratura/rooke-leon-il-cane-di-shakespeare.html
Si diceva tempo fa che dell’intrattenimento in letteratura si potrebbe tranquillamente fare a meno. Ci sono molte cose con cui divertirsi, passare il tempo, crogiolarsi. L’assunto, senza voler essere una inutile quanto pomposa dichiarazione di guerra, resta valido. Resta, anzi torna necessario l’esercizio del discernimento – sebbene non sia l’estetico il regno delle certezze, men che meno la letteratura. Insomma sarebbe il caso di sforzarsi volta per volta per cercare quel punto di rottura rispetto alla semplice gradevolezza che ci consenta di definire come letteratura un romanzo, poniamo, rispetto ad oggetti consimili. Il che è facile a dirsi, molto meno… Vero anche che non tutto l’intrattenimento può esser messo sullo stesso piano.
"Il cane di Shakespeare" di Leon Rooke è un libro divertente, appunto, e a tratti delizioso, una fantasia molto ben scritta sul presunto cane del grande inglese: invenzione che ci consente di guardarlo da una prospettiva comica, bizzarra, che è quella del cane stesso. Perché la storia è lui che ce la racconta, è lui che dura fatica per convincere l’illustre padrone che è la scrittura il luogo privilegiato della sua arte, non il palcoscenico. Perché si dà il caso che Shakespeare ci metta del tempo a capire che come attore non vale un millesimo di quello che è destinato a diventare come scrittore. Il cane, sveglio, spiritoso, acutissimo, nonché impelagato in mille altre faccende, un poco indisponente anche se ci tiene a passare per una bestiola tranquilla, vittimista al punto giusto ossia mai patetico ma gran figlio di buona cagna, infoiato anzichenò, si impegnerà affinché il Bardo non si dimostri anche “tardo” di comprendonio: il che, per essere anche il più grande scrittore di tutti i tempi o giù di lì, è uno scherzetto mica da poco.
Per raccontare un tale scandaloso paradosso occorre uno sguardo intelligente, fuori dalla portata degli umani, ma anche una lingua agile, spregiudicata, degna del miglior repertorio umoristico anglosassone. Chi meglio di un cane, allora? Non si fa scrupoli a tratteggiare il suo padrone con spunti poco lusinghieri, a prenderlo in giro, a giudicarlo “preda di un piatto conformismo”. Ce lo racconta alle prese con la classica contraddizione di molti artisti, divisi fra gli obblighi e le responsabilità della famiglia e la necessità di seguire la propria vocazione, il che vuol dire talvolta allontanarsi anche fisicamente da un’altra parte. A Will Due Zampe – così lo chiama il cane – capita in sorte una moglie petulante che non si rende conto sino in fondo del suo valore – il genio disconosciuto in casa è un topos molto frequentato anch’esso ma sempre irresistibile per la conflittualità ricca di spunti che mette in scena. La donna fa di tutto per tenerlo a sé, per non farlo partire (per Londra, ovvio, dove il poeta attore drammaturgo spera giustamente di sfondare). I dialoghi fra i due sono spassosissimi. Se ne dicono di tutti i colori. Gli insulti fioccano e una bella lingua oscena la fa da padrona.
Leon Rooke, scrittore canadese, ha dedicato il libro al famigerato Gordon Lish, scrittore in proprio ma più conosciuto come l’inventore di un falso Carver. Il primo pensava di saperne sul secondo più del secondo su se stesso. Come il cane di Shakespeare. Ottimo intrattenimento, dunque, anche se l’editore Elliot anni fa ha licenziato qualcosa di meglio: lo straordinario "Augustus Carp" di Henry H. Bashford. Se parliamo di umorismo: insuperabile.

Cimento del tempo libero


Sono le quattro del pomeriggio e Matteo è steso sul divano, il giornale sul pancione, gli occhi chiusi e la bocca semiaperta.
Incisi dalle persiane, affilati fasci di luce attraversano la stanza e s'insinuano fra le palpebre, come liquide opalescenze che gli ondeggiano negli occhi, immergendolo in una nuvola di vetro. Sta sognando – fatine gentili e colorate che con le dita gli fanno vieni vieni.
Sogna di staccarsi da sé e non sentirne più il peso.

I fuoriusciti

17 giu 2011

Un classico del '900

http://www.lankelot.eu/letteratura/baraka-amiri-leroi-jones-il-popolo-del-blues.html

AMIRI BARAKA


IL POPOLO DEL BLUES 

Questo libro (sottotitolo “Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz”) è davvero un classico; se però riprendiamo la nozione calviniana fin troppo nota non so se facciamo un favore al lettore, perché dalla narrativa alla saggistica le cose cambiano: ciò che dà valore alla proposizione di Calvino è il fatto che parlava di letteratura. E la letteratura - il paradosso è solo apparente - si salva, quando si salva, e dura nel tempo (alcuni suoi frutti diventano “classici”) in virtù e per lo più della sua rinuncia a pronunciare delle verità assolute. I personaggi si muovono in situazione, sono contraddittori, ci parlano in modo diverso perché anche noi cambiamo come lettori nel tempo e alle diverse latitudini; le storie, benché si assomiglino tutte, proprio come quelle degli esseri umani, sono ogni volta uniche, irripetibili. Insomma, il regime della letteratura vera e propria è il possibile, l’immaginario, la contraddizione (compresa quelle delle interpretazioni). Per la saggistica tutto questo vale meno (si parla ovviamente alla grossa). Il quoziente di verità di uno studio sulle classi sociali nell’Inghilterra dell’Ottocento, o sulla genesi o la “sociologia degli afroamericani attraverso il jazz” (sottotitolo di questo libro) è curiosamente meno stabile di una poesia d’amore di Catullo. Dunque, né lo spazio né il contesto generale ci impegnano qui a “misurare” la tenuta nel tempo delle convinzioni di Amiri Baraka (nome originario: LeRoi Jones) a proposito de “Il popolo del blues”, unanimemente (a prescindere dalle valutazioni che potrebbero farne al riguardo specialisti di varia provenienza) considerato un fortino degli studi sulla musica afroamericana.
Il libro uscì nell’ormai lontano 1963 e ora lo ripubblica la Shake in una bella edizione ricca di fotografie (ci sono tutti, Muddy Waters, Ida Cox, Ornette Coleman, la Holiday, Armstrong e disegni e foto di aste di schiavi, locali di Harlem etc). Baraka, nato nel 1934, poeta e saggista, movimentista politico, promotore della Black Community Development and Defense Organization, fondatore della casa editrice Totem Press che ebbe un ruolo importante nello sviluppo della Beat Generation, poi convertitosi all’Islam, svolgeva una ricerca densissima che includeva il fatto musicale in una storia molto più complessa. Intesa come storia sociale ovviamente, persino politica.
Questa cifra “politica” è messa in questione ancora oggi, in una prefazione scritta molti anni dopo proprio per i lettori italiani: e chiama in causa precisi orientamenti dell’autore, vicino com’è stato nella sua vita a un originale intreccio di marxismo e ottiche afroamericane. In questa lettura, blues e jazz partecipano di vicende sociali e culturali che li determinano, e se le radici di questa musica sono nere, poi essa si articola attraverso l’indubbio meticciato con il mondo americano. “L'estetica del blues non ha solo valore storico ma anche sociale – scrive Baraka. – E deve riguardare il come e il cosa sia l'esistenza nera e il modo in cui si riflette su se stessa". Estetica che non si arresta ai prodromi della schiavitù, ma s’incrocia e modifica con ciò che incontra via via, rimanendo tuttavia, a suo avviso, una forma peculiare di emozione, un sentimento. Qualcosa che ha da essere studiato non solo nei suoi elementi stilistico-strutturali dunque; e ricordando che “l’estetica blues è solo un aspetto della totalità dell’estetica afroamericana”.
Ora, prima ancora di giungere alla dialettica delle influenze reciproche, v’è un’anima del continente nero da cui origina tutto. Questa “natura” africana per Baraka è espressione di una visione animistica, consiste in un “trasporto, un possesso dell’anima” grazie al quale l’individuo ricompone il se stesso più profondo con il ‘Tutto’”; le stesse poliritmie sarebbero l’ovvia conseguenza di un’apertura di quelle genti verso l’altro. Per tutto questo, ci troveremmo davanti a un linguaggio, una forma dello stile che traducono senza mediazione un sentimento per sua natura “politico”. La libertà espressiva di questa musica, dai suoi albori, non farebbe che rappresentare un anelito alla libertà tout court. Da una parte insomma nell’intellettuale LeRoi Jones scorgiamo le tracce di una persuasa equivalenza ideologia=linguaggio che ha fatto la fortuna di certe poetiche vicine al marxismo, dall’altra le note che abbiamo appuntato precedentemente parrebbero la spia di una rivelazione estatica del nero che si àncora alle proprie radici mitiche. La contraddizione forse è solo negli occhi di chi guarda, i nostri; dagli schiavi “proprietà” dei bianchi colonizzatori alle brass band di New Orleans, dagli spirituals allo swinging, da Bessie Smith al be-bop di Parker, e dall’impatto di musicisti diversi con contesti sociali sempre differenti, quello che è in gioco per Baraka in questa storia è sempre un dissidio, un conflitto fecondo senza il quale non esiste né pensiero né forma ma solo una logica del dominio. Comunque la si pensi, non fosse che per la straordinaria ricchezza dei riferimenti storici, dell’analisi dei moduli ritmico-stilistici a confronto con il mondo bianco specie nei primi anni del ‘900, questo è un libro che non può mancare in una bibliografia essenziale della storia moderna, non soltanto musicale.
EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE
Amiri Baraka (LeRoi Jones) poeta, intellettuale e militante afroamericano, è nato nel 1934 a Newark, New Jersey. Nel 1961 ha pubblicato Preface to a Twenty Volume Suicide Note e successivamente con la sua casa editrice ha fatto conoscere Allen Ginsberg, Jack Kerouac e altri autori della Beat Generation. Vicino ai movimenti neri e al marxismo, ha scritto anche: Four Black Revolutionary Plays (1969), The Autobiography of LeRoi Jones (1984), The Music: Reflections on Jazz and Blues (1987), Somebody Blew Up America (2001).

14 giu 2011

lupo bazzicalupo

eroidella-libertaTutto comincia con una disobbedienza” scrive la studiosa Laura Bazzicalupo nel volumetto denso di exempla (è proprio il caso di dire) “Eroi della libertà (Storie di rivolta contro il potere)” (Il Mulino, 2011). Un percorso lungo secoli che attraversa latitudini lontane, comprese zone extraterritoriali rispetto all’anima geopolitica europea che costituisce i nostri riferimenti immediati. La parola “libertà” segnatamente da noi ha perso qualsiasi verosimiglianza dopo vent’anni di abuso, per usare un eufemismo. Impastoiata in una menzogna semantica che ha prodotto risultati drammatici (e comici se non fosse che in politica non ci sarebbe nulla da ridere), la parola va recuperata a una nozione probante, se non definitiva essa implicando forse troppe letture filosofiche per esser esaurita qui: ma un punto di partenza intano. La scena di ciò che chiamiamo libertà per Bazzicalupo ha da fare con il coraggio, la responsabilità, la rottura di un paradigma veritativo in realtà tutt’altro che legittimo (in altre parole, il potere).

12 giu 2011

Giuseppe Mazzaglia - Ricordo di Anna Paola Spadoni

http://www.ilrecensore.com/wp2/2011/05/ricordo-di-anna-paola-spadoni/

Ricordo di Anna Paola Spadoni” è un romanzo del 1969. Fu pubblicato da Rizzoli, ed era il secondo libro di Giuseppe Mazzaglia, scrittore ottantacinquenne, siciliano. Torna ora nelle edizioni Isbn in una bella collana, “Novecento italiano”, curata da Guido Davico Bonino proprio allo scopo di riscoprire opere dimenticate o trascurate del secolo passato.
Autore di libri come La pietra di Malandino (1976), e Principi generali (1993), Mazzaglia, che a suo tempo sedusse scrittori del calibro di Bassani, Caproni, Flaiano, lavora in questo romanzo il tema della fascinazione erotica in una singolare sfera mitico-ironica (e già questa sintesi all’apparenza impossibile mi pare di estremo interesse), nella quale la donna è un archetipo, un segno di per se stesso destabilizzante prima di volgersi in una qualsiasi tipologia estetica, bella o brutta etc.
ricordo-di-anna-paola-spadoni

Salutiamo un uomo bello - un italiano, pensa

Giorgio Celli

11 giu 2011

Italia e Dumbocracy

Chi non va a votare quattro sì è un testa di minchia. Un imbecille. Non certo un mio amico.




10 giu 2011

Sull'Hotel di Tommaso Pincio



Tommaso Pincio

Hotel a zero stelle

Laterza, Pag. 229 Euro 12,00


copertina del libro
Il viaggio, l’altrove, sono temi da sempre presenti nella narrativa di Tommaso Pincio, variamente declinati e destinati a confluire in un motivo che al viaggio sta per inevitabile struttura: l’hotel. Motivo che in questa obliqua autobiografia, Hotel a zero stelle, va inteso in un senso non solo letterale. Perché se alla precaria dimora che esso rappresenta non senza offrire al narratore e all’autore empirico molteplici seduzioni, anche infime, l’hotel dello scrittore romano si fa pensare e descrivere come “viaggio” esso stesso: spazio da attraversare dall’irrequieta selva oscura del primo piano al paradiso dell’ultimo, dalla scoperta della menzogna come “condizione inevitabile dell’esistenza” alla “necessità di ribellarsi alla morte” per trovare un qualche senso alla vita. Poiché il viaggio di Pincio intreccia (con lodevole abilità) vita e scrittura, finisce per imbattersi nelle unità proprie agli alberghi, le stanze: in esse incrocia i destini di scrittori inquieti e trepidanti: da Kerouac a Fitzgerald a Simenon, da Dick a Landolfi a Pasolini. 
Intanto gli alberghi partecipano di una “natura” precaria, fantasmatica. In essi la “realtà” sembra messa fra parentesi, come le vetrine dei negozi d’arredamento che ammaliavano l’autore da ragazzino, prima di capire che erano avvincenti proprio perché improbabili. Astratte.
Le bettole soprattutto hanno un loro fascino, e qualcosa può sempre capitare. Pincio è affascinato dall’imprevedibile; ci racconta di aver rinunciato a un lavoro sicuro e ben retribuito per cercare una propria strada di artista - non il pittore che pensava in un primo momento, evidentemente. A partire dal celeberrimo quadro di E.Hopper, 'Nottambuli' (ancora: niente di solido, fisso, borghese, determinato) difatti prende dolorosamente consapevolezza del vero rapporto che un artista ha con i suoi simili: scopre come la malìa del dipinto per lui non abbia niente da spartire con il portato esegetico messo a disposizione dagli studiosi. Il fascino di 'Nottambuli' per Pincio sta nel fatto che avrebbe voluto farlo lui. In occasioni come queste, ci sentiamo defraudati di qualcosa che uno spiritello sinistro ci fa sentire come nostro; direi che il passaggio verso il momento in cui dovremo capire che non abbiamo il talento necessario a fare quella roba lì è una possibile declinazione del viaggio: non la più divertente. 
Dalla rinuncia alla pittura alla cogitazione più estesa sulle tracce del fallimento (l’inferno del secondo piano, lo spettro che inquieta il narratore), dell’impostura, della menzogna, il cammino si fa però interessante. L’ambiguità contrassegna la vita di molti scrittori (è quello che Pincio ama in Kerouac, conservatore e cattolico molto meno disinvolto di quanto si sia abituati a pensare). In questa insistente ricerca di segni perturbanti o ingannevoli ma non propriamente evasivi, non stupisce che il luogo (terrestre) d’elezione sia l’Oriente. In esso, nell’indicibilità di città impossibili come Bangkok o Saigon (confermiamo), chi vive perennemente come in esilio trova qualcosa che gli assomiglia – lo sapevano Parise o Graham Green. Quanto al fallimento, da Simenon a ritroso fino a Balzac (due lavoratori mostruosi!) forse la stessa riuscita letteraria ne caldeggia un altro, non artistico ma morale, affettivo: i bravi romanzieri hanno spesso un cattivo rapporto con la madre, pare. E il fallimento è ad avviso di Pincio il tratto decisivo dei personaggi dello scrittore francese (per questo, sostiene, in fondo i suoi romanzi si assomigliano tutti). 
L’autore de Lo spazio sfinito in questo libro dall’andamento piano, avvolgente - una tonalità in minore impastata in una prosa limpidissima - ci parla di sé quasi scusandosi, comparendo con carsica discrezione mentre cerca di mettere a fuoco nuclei decisivi di altre esperienze umane e letterarie. E elabora una sorta di involontaria trama della letteratura novecentesca. Dove non può mancare David Foster Wallace, il cui fallimento ha i tratti grandiosi di una storia da cui forse per molti anni non potremo prescindere. Intanto, l’uomo in grado di concepire architetture concettuali e linguistiche senza paragoni con gli scrittori della sua generazione, non riuscì a tenere a bada il male che partiva dalla stessa mente artefice delle prime; di più, tutto il suo lavoro sembrava ispirato a una domanda che oggi sembra essere la domanda politica (letto bene: politica) per eccellenza: perché, visto che siamo in grado di riconoscere questo tempo come un tempo sovranamente stupido, non siamo in grado di allontanarcene? 

09 giu 2011

è giovedì, no?


Il Tribunale dell’Aja  e certi crimini a bassa intensità


Ora tocca a Mladic vedersela con il Tribunale internazionale dell’Aja.
Un criminale vero, non andrei troppo per le lunghe.
Resta però opinione diffusa che il politico occidentale più stupido degli ultimi cinquant’anni sia stato Bush, il piccoletto. Una maldicenza dei comunisti lo faceva passare anche per uno dei più pericolosi.


Il Tribunale dell’Aja

07 giu 2011

Dubus - per chi avesse dimenticato che cosa può fare la letteratura

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=1033


copertina del libro
Ho già scritto altrove a proposito del trittico di racconti Non abitiamo più qui che Andre Dubus non è stato certo uno scrittore spettacolare, che era lontanissimo dagli effetti speciali, e che era piuttosto uno scrittore sobrio, ma terribile. 
Avevo anche scritto che le sue “sono storie normali e amare di rapporti coniugali fallimentari, di vie di fuga, di illusioni, di tradimenti, di gelosie e rimorsi più o meno convinti”. E che era “un grande ermeneuta di personaggi comuni, di gente che mette a rischio il proprio equilibrio e quello domestico perché non sa rinunciare non tanto al sesso come potrebbe sembrare a prima vista, quanto a un minimo di vitalità all’interno della relazione coniugale”. Ecco, in questo tremendo racconto lungo che è Voci dalla luna anch’esso tradotto da Nicola Manuppelli, anch’esso da Mattioli 1885, qualcosa cambia. E aggiusterei il tiro. Di normalità è più difficile parlare, anche se la relazione coniugale resta al centro del racconto. Solo che è un centro collassato. Uno spazio difficilmente abitabile, se non forse da qualcuno che per farlo rischia tutto quello che resta, salute mentale compresa, almeno quella che gli consenta di tirare avanti. 
Ricorda Manuppelli nell’introduzione che nelle storie di questo ideale, geniale discepolo di Cechov, “pochissimo succede nei fatti, ma moltissimo succede nelle teste e soprattutto nei cuori dei personaggi”. Non so se ci abbia lasciato qualcosa di più rispetto a Carver o Yeats (del secondo fu allievo), cui è stato avvicinato da molti. Certo, nulla di meno.
In Voci dalla luna nelle trame di una famiglia scassata e molto americana, seppur cattolica invece che protestante, poche figure scolpite in una materia ponderosa si affannano a cercare la loro personalissima salvezza a patto di tagliare i ponti con le sorti altrui: le rispettive traiettorie non si incrociano se non urtando violentemente una contro l’altra. 
Il giovane Richie che vorrebbe farsi prete ha un bel lottare contro la sua vocazione, in una famiglia nella quale il padre decide prima di scoparsi poi addirittura di sposare Brenda, l’ex nuora, ossia la cognata del ragazzo. Prega di farcela, ma non ne è affatto sicuro. Quando entra in casa, l’ansia di trovarsi di fronte il peccato in carne e ossa e il bisogno insopprimibile di amare tutti indistintamente, ne sferzano la fibra come una frusta di corda spessa. Il cuore gli batte forte, gli ci vorrà del tempo per farsi venire il dubbio che se Cristo ha portato scompiglio e scandalo in quella famiglia non è stato per tirargli un brutto scherzo ma per saggiarne la resistenza. Essere tristi è la croce, si dirà a un certo punto della storia. E si sforzerà di combatterla, quella tristezza, con un esito finale che preferisco sia il lettore a scoprire – sono tre o quattro pagine da custodire come un dono prezioso.
Del resto il padre cerca di non farsi mancare niente, non si accontenta di godere dell’ex moglie del figlio Larry. Sogna pure di lasciare la sua attività commerciale, che così tanto bene gli ha reso, ma non può farlo. Di lì, il “riemergere di una tristezza che lo forzava a essere brusco”. Cerca di spiegare a Larry che è solo “colpa del divorzio”; se lui fosse rimasto con sua moglie non sarebbe successo nulla. Il rendez-vous fra i due è di un’intensità rara, il lettore avverte persino il peso dei corpi che si muovono appena nella stanza. “La volontà è per quegli stronzi che scrivono libri” dice il padre, la volontà non ha potuto nulla né nel fallimento del suo matrimonio, né in quello di suo figlio. Così nulla ha da fare ora con il legame che si è costruito fra lui e Brenda: “è successo”, dice Greg. E sembra persino crederci. 
Dubus guarda e racconta tutto, per larghe scene, entrando meravigliosamente nei recessi psichici più remoti dei suoi personaggi, senza mai un giudizio esterno, mai niente di detto che non sia il frutto dei loro pensieri o degli altri che li guardano a loro volta. Così assistiamo quasi traumatizzati dall’emozione al flashback che ci riporta alla crisi fra Larry e Brenda, al sinistro gioco che aveva preso loro la mano di portarsi a casa uomini sconosciuti: Brenda li faceva godere e godeva con loro, Larry si toccava immaginando e sentendo tutto in un’altra stanza: la donna alla lunga non regge e trova rifugio nelle braccia del suocero. 
Ciò che colpisce nel racconto di Dubus è che nemmeno fra loro in fondo si giudicano – fanno quello che possono, si lasciano per lo più, ma cercano di capirsi, o di perdonarsi. Non è solo compassione, visto il male che si fanno a vicenda. E’ come se comprendessero l’inevitabile irriducibilità di ogni singola esistenza, delle ragioni insopprimibili di ognuna. C’è in questa scrittura una forma di accettazione della vita che è una lezione quasi insostenibile. Vale non solo per i sentimenti. Greg sa che a volte le persone, e pensa al figlio ballerino e attore, all’altro più piccolo che vuole farsi prete, alla stessa Brenda che sarebbe potuta diventare una ballerina professionista, “hanno queste doti e non sono tenute a farci dei soldi. E’ una cosa che devono fare, perché il rischio è quello di perdersi. Se gli levi quella cosa, continueranno a sopravvivere, potrai toccarli e parlare con loro. Ti risponderanno, anche. Ma nessuno sarà più se stesso”. Nessuno lo sa meglio di uno scrittore – e Dubus di cose ne sapeva molte, e le raccontava da dio.

06 giu 2011

VLS su LPLES ultima puntata

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/06/06/vivalascuola-85/

Fine anno, voglia di consuntivi: nessuna. Sorvolando sulle sorti probabili dellamascotte mostruosamente invecchiata in tre anni – muove a sincera pena -, il bilancio a portata di un insegnante con una storia lavorativa media, diciamo una quindicina d’anni di servizio in ruolo, segna circa venticinquemila euro al passivo, sommando blocco contratto, blocco scatti di carriera (carriera! oh yes), presumibili ricadute fra pensione (oh, i guasti dell’immaginario!) e liquidazione (un errore nell’iperuranio platonico). Tutto da ascrivere al salvatore della patria Giulio Tremonti – per tale lo fanno passare. Per i soldati inviati al fronte, molti dei quali si ostinano a preferire un libro a una baionetta, quell’uomo invece è un nemico dell’umanità. Ma si sa, i soldati al fronte hanno sempre l’umore cattivo.

03 giu 2011

Giovanni Orelli - Il sogno di Walacek


L'ho scritta su Lankelot

Giovanni Orelli, scrittore e intellettuale svizzero, nato nel 1928, è autore di diverse opere in lingua italiana e questo Il sogno di Walacek ripubblicato ora dalle eleganti edizioni romane 66THAND2ND uscì per Einaudi 1991, nella collana Nuovi Coralli. Un nome non notissimo al pubblico italiano, una vita trascorsa  a Lugano, dove ha insegnato come professore di liceo. L’esordio letterario avvenne nel 1965 con il romanzo L’anno della valanga, con prefazione di Vittorio Sereni.
Impegnato in politica nel Partito socialista autonomo appare come un intellettuale e scrittore non facilmente inquadrabile – e per fortuna, avendo chi scrive un debole per gli irregolari purché di talento – in uno schema, una categoria letteraria, fatta salva l’inclinazione per un genere di racconto centrifugo, indifferente, almeno in questo libro, alla classica triade stile-trama-personaggi in cui secondo i più si delineano in caratteri di un buon romanzo.
Non è uno scrittore per tutti, ma se al romanzo viceversa concediamo il benefit di una potenzialità ulteriore, di una forma aperta in cui il racconto può includere non tanto la digressione – che è ovvia – ma un principio di imprevedibilità buono a farne una scrittura da sperimentare in diverse direzioni, ecco che questo libro può trovare lettori inattesi. Purché curiosi, meglio colti, direi, pazienti: perché soprattutto all’inizio ci si muove con un po’ di fatica. L’affabulazione, attentissima sul piano stilistico, appare protesa a divagare, poco disposta a disciplinarsi in una trama, più speculativa che propriamente narrativa.
La storia, ammesso che sia possibile parlare di storia, volteggia e plana per poi risalire fino a un punto di vertigine intorno a un lavoro di Paul Klee, che il 19 aprile 1938 decide di dipingere servendosi di una pagina di giornale, precisamente la pagina 13 del «National Zeitung» di Basilea. Ivi si racconta la finale di Coppa di Svizzera tra il Grasshopper e il Servette del giorno precedente. Nel disegno del grande artista, uno dei massimi del secolo scorso, uno di quelli che i nazisti riterranno responsabili della famigerata arte degenerata da additare all’Europa con il massimo di severo disprezzo, compare una grande O che adombra il nome di Walacek, prestigioso giocatore del Servette che pochi mesi più tardi ai mondiali di Francia sarà artefice della vittoria degli elvetici sulla Germania. Su questo fatto (ricordiamo che nella collana Attese dell’editore lo sport è il punto di partenza), sul senso che potrebbe nascondere,  il narratore apre e conduce le danze  di un esercizio ermeneutico nel quale si confrontano personaggi inventati del tutto e figure storiche come Bertrand Russell o Arthur Schopenhauer. In un’osteria fantasmatica, essi discutono con agile e sfuggente libertà di argomenti disparati: il calcio, il nazismo, la psicoanalisi, l’arte. Aggiungono aneddoti saltando da un fatto all’altro seguendo le linee di una geometria mobile, non sempre agevole, nel quale l’acutezza degli interpreti regna sovrana, il dettato a tratti si scioglie felicemente per poi arcuarsi rapsodico e sconnesso. Come un padrone di casa raffinato e gentile che però non rinuncia minimamente ai suoi tratti originali per venirti incontro. Garbato ed eccentrico. Il testo si costruisce come un tessuto inesauribile di variazioni, a volte prolisse, estenuanti, la congettura sul caso Klee devìa da una tratta all’altra senza avvertirti, apre parentesi ed erra fra i casi dell’epoca sostando a piacimento un po’ qua un po’ là. Direi che Pindaro, più volte citato nel testo, non sembra un nome casuale.
Nel saggio aggiunto al testo, Il volo leggero dell’angelo di Rossana Dedola, viene chiamato in causa il genere musicale dello “scherzo”, apparentemente  leggero, divagante, ma non per questo frivolo: la libera associazione che permette al narratore uno “schema” di lavoro non estraneo all’epoca ivi raccontata, il “collage” – seppure non più all’ordine del giorno – è tesa a recuperare un senso alla storia di Klee e della mezzala Walacek, il cui nome viene mutilato dal tratto del pittore: in entrambi, per vie imprevedibili, è forse possibile recuperare una traccia della storia europea. Sembra un divertissment per lettori “forti”, ma è qualcosa di più.


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