26 ott 2012

CHAN KOONCHUNG



IL DEMONE DELLA PROSPERITÀ


pubblicato su    lankelot
In occasione della recente assegnazione del Nobel per la letteratura allo scrittore cinese Mo Yan, abbiamo letto commenti ridicoli di intellettuali nostrani che vi hanno visto il solito vizio (paradossalmente provinciale) dell’accademia svedese di privilegiare gli aspetti socio-politici a quelli meramente letterari  (ossia, si vorrebbe tornare a dire, artistici). In questo caso prendendo una toppa clamorosa, non gli svedesi ma i tromboni alla Scurati, che ha commentato: e chi lo conosce, ‘sto Mo Yan?
Povero Scurati. Io non so se Mo Yan meritasse il Nobel, e mi interessa poco, ma è certo uno scrittore superbo (in Italia lo pubblica Einaudi, il che vuol dire che volendo Scurati avrebbe avuto modo di informarsi facilmente, di imbattersi in qualche suo titolo, di spulciarne le pagine sui banchi delle librerie, persino di sbattere il muso contro una recensione: mah). Che Mo Yan sia morbido o meno verso il regime è un fatto culturalmente interessante ma non dirimente per decidere se sia anche un autore di talento. Leggetelo e poi ne riparliamo.
Premessa per ricordare che, ci piaccia o meno, la Cina è molto più vicina dei tempi in cui la frase divenne celebre. Anzi, a sentire Chan Koonchung, autore de Il demone della prosperità, romanzo tradotto ora per Longanesi (ma va detto di riporto dall’originale mandarino), i cinesi  non ci terrebbero nemmeno più a inseguirci; dal punto di vista economico, pensano cioè di aver superato l’Occidente. Ma non è questo il punto.
Il romanzo, a differenza dei libri di Mo Yan, pare interessante più sociologicamente che per intrinseci motivi letterari (almeno, per ciò che attiene a lingua e stile con il triplice passaggio è difficile are un giudizio, ma quel che leggiamo in italiano sembra risentire di un ingombrante impianto giornalistico, connaturato alla scrittura dell’autore, che giornalista lo è in effetti, laddove latita il livello metaforico, se non per il concetto centrale). Resta un documento meritevole di attenzione non tanto perché mostri come la crescita dell’ultimo decennio abbia comportato la percezione della Cina di essere autosufficiente. E nemmeno per il fatto risaputo che il modello di una crescita intensiva basato su una produzione a basso costo abbia costretto l’Occidente a inseguirla su un piano regressivo (rovesciamento di quelli che le filosofie progressiste della storia di solito non si aspettano) - l’ideologia di una “fine della storia” seguita al crollo del comunismo e il conseguente dominio di un sistema capitalistico senza regole avendo fatto il resto.
Sappiamo che la Cina conosce un benessere sempre più esteso ma resta incatenata al governo repressivo del partito comunista, che del nome ha mantenuto lo stigma autoritario e fatto saltare quasi ogni altra traccia del fondatore Karl Marx (così come è vero che in un paese occidentale a caso, l’Italia, di democratico-liberale è rimasto ben poco a parte la dicitura costituzionale).
Chan Koonchung vuole mostrare – l’intento “comunicativo” è sin troppo esplicito – come questo benessere venga pagato a un prezzo che i cinesi non considerano evidentemente troppo caro. Ed è qui che secondo me il suo libro finisce col dire più cose di quelle intenzionate. Racconta che nel vicino 2013 qualcuno si accorge che  un intero mese del 2011 è stato cancellato dal calendario. E dalla memoria comune. Come se non ci fosse mai stato. Non oblio, ma una specie di nulla. Se ne accorgono poche persone, intellettuali per lo più. Siccome sono i soli temono anche di essere in fallo (succede in questi casi, ossia quando si vive in un sistema paranoico per mezzo del quale la stragrande maggioranza è sottratta alla consapevolezza delle cose come sono). Il protagonista Lao Chen, romanziere e giornalista – come l’autore –, si imbatte a un certo punto in un dissidente del partito che sa qualcosa su tutta la faccenda. Sicché Lao Chen rapisce l’ufficiale del Partito comunista che ha organizzato questa singolare “terapia” collettiva che ha consentito a milioni di cinesi affacciati al benessere dei consumi di cassare dalla loro testa il terribile mese incriminato (perché terribile lo è, lo è stato, e nella realtà corrisponde al giugno 1989, ai fatti turpi di piazza Tiananmen, prima e dopo). Confessa l’ufficiale che “per il bene del popolo e della nazione” i dirigenti del partito hanno inquinato gli acquedotti con l’exstasy. Il benessere ha tagliato la testa al toro delle preoccupazioni ideali. Il demone della prosperità è il titolo italiano e rende bene l’idea. Pubblicato a Hong Kong, ha preso a circolare in Cina solo in rete e in maniera clandestina; pare vada a ruba al mercato nero.
Ma che cos’è che dice Chan Koonchung al di là delle intenzioni? Be’, mi sembra chiarissimo. Noi in Occidente, in Italia segnatamente, non saremo messi così. I nostri regimi sono più soft (menano solo alle manifestazioni), e andiamo a votare, pubblichiamo libri contro tizio e caio. Ma pensate al rimosso della nostra storia repubblicana, al dominio forse non più contrastabile del crimine (che coincide – i nomi sono a portata di chiunque – col potere politico), a trent’anni di televisione berlusconiana e insieme all’abbrutimento civile equipaggiato di feticci modaioli di cui è artefice un popolo che tale non è mai stato. Perché ha scelto di essere servo, pur di godere in pace. E ditemi se la Cina è mai stata così vicina.

24 ott 2012

al sottosegretario Polillo


pubblicato su agoravox

Sottosegretario Polillo
(non mi pare sia senatore, che poi stare in un senato pieno di inquisiti sarebbe difficile considerarlo un titolo di merito, no?, e credo nemmeno onorevole - sarebbe un aggravante considerando che non si è nemmeno pensato di abolire per legge questa definizione un po’ grottesca – a meno di non pensarla come il borbonico prefetto di Napoli, che in effetti non ha ricevuto nessuna sanzione); sottosegretario Polillo, dunque, le scrivo perché mi piacerebbe sapere quali sono i meriti che le hanno permesso di guadagnarsi la sua posizione in un governo di “tecnici”.
Tecnicamente parlando, le domando: quali sono i documenti, i testi, le opere che l’hanno fatta salire al trono dei super-esperti cui dovremmo – pare – la salvezza del paese?

Vero che già nel 1994, seppure fra le seconde file, lei avrebbe partecipato a un consimile miracolo, facendo parte dell’allegra compagine di Silvio Berlusconi, del quale lei ha ripetutamente detto che con quella “discesa in campo” (la vostra metafora preferita: ognuno ha l’immaginario che merita) avrebbe salvato l’Italia. Lei c’era. Forse è questo il suo merito? Una naturale vocazione al miracolo, al divino prodigio? Come quella che l’ha fatta passare dal Pci a Craxi, assieme a Cicchitto, e ancora assieme all’amico del cuore da Craxi a Berlusconi? Una quasi immortale carriera politica?

Fra le varie cose che va sostenendo nella sua generosa esposizione televisiva degli ultimi tempi (ringraziamo al riguardo Floris di Ballarò, per dirne uno, che tiene profondamente alle sue opinioni) c’è questa sugli insegnanti: che, dice lei, non si capisce perché non debbano fare 24 ore di lezione a settimana quando i metalmeccanici ne fanno 35 o 40. Ora, temo che non si capisca la differenza fra le persone e le cose, fra il parlare a 150 alunni al giorno in 5 ore diverse su argomenti diversi e avvitare bulloni (o altre fatiche meno semplici che andrebbero comunque adeguatamente retribuite: ma per questa faccenda dovrebbe rivolgersi a Marchionne). Non si capisce perché gli insegnanti a parte le ore di lezione debbano parlare anche con i genitori dei ragazzi, o perché si siano fatti imporre altre ottanta ore annuali di lavoro obbligatorio fra consigli, collegi, riunioni di vario genere, e non si capisce perché quando il buon metalmeccanico torna a casa invece che mettersi a studiare (aggiornamento lo chiamate voi) o a correggere il lavoro della giornata (degli studenti sa?) o a programmare quello delle settimane successive non debba piuttosto rilassarsi davanti al televisore magari proprio in sua compagnia, sottosegretario, che in tv ci va spesso e, a giudicare dal suo giulivo sorrisone un po’ paternalista, volentieri. 
Chi scrive di metalmeccanici qualcosa sa, si fidi: suo padre in fabbrica ci ha lavorato una vita, anche per permettere allo scrivente di studiare – se il verbo ai suoi occhi conserva un po’ di dignità, mi dica lei -, laurearsi, specializzarsi, fare ulteriori concorsi, prendere tre abilitazioni, pubblicare su riviste scientifiche e non...
E non si capisce, vede, perché un insegnante universitario non sia tenuto a svolgere più di un terzo del monte ore di lezione di un collega di un istituto superiore, né perché in media guadagni tre o quattro volte di più (davvero basta aver scritto un pezzullo sulla rivista “Barche”? o su  “Suinicoltura”, o su “Vita cattolica” dell’Arcidiocesi di Udine? E perché sul mio blog no?). Né si capisce quante sarebbero invece le sue ore di lavoro, sottosegretario, le sue di lei intendo, che – risulta dalle cifre che lei stesso ha dichiarato pubblicamente – gode di una pensione che equivale a grosso modo una dozzina di volte lo stipendio di un insegnante (e nemmeno le domando quanto percepisce ora, con l’attuale incarico, ma la somma lei potrebbe agevolmente ricostruirla, altrimenti che tecnico sarebbe?).
Parimenti, non si capisce perché il paragone lei lo faccia con i metalmeccanici e non con altri funzionari dello stato (perché questo sono gli insegnanti, tecnicamente parlando) o addirittura proprio con un politico di professione. A meno che i suoi titoli, si diceva all’inizio, non siano così straordinari da farle meritare financo il paradiso in terra. Ci dica, ci mostri, ci informi. Ci illustri i titoli che hanno convinto autorità persino superiori alla sua a proporle un incarico così significativo in un governo di super-esperti. Ci riassuma in poche righe – ci accontentiamo –  il senso del suo strategico contributo alle buone e magnifiche sorti di questo paese.
Perché non vorremmo affliggerci in un tormento di brutti pensieri. Non vorremmo concludere che per finire nell’Empireo le è bastato stare fianco a fianco a Berlusconi per vent’anni (e proporlo come Presidente della Repubblica). Anche perché, sa, io con la storia mi fermo mica alla Guerra Fredda. Io coi miei ragazzi del quinto arrivo fino alla fine. Se non fino a oggi, fino a ieri (anche con 18 ore...). Per questo mi aggiorno (gratis) guardando lei alla tv, per esempio. Magari qualcuno potrebbe anche sceglierla come argomento a piacere da portare agli esami. Tanto per capire e illustrare alla commissione di stato come e perché siamo arrivati a questo punto.

20 ott 2012

su Landolfi



diario-perpetuo-elzeviri-1967-1978Negli anni sessanta e settanta, in gran parte esaurita la sua vena migliore, Tommaso Landolfi si dette modo di sopravvivere e tenere in piedi un simulacro della sua arte scrivendo elzeviri per il «Corriere della Sera». Nonostante lo scetticismo non privo di angoscia che in questa fase terminale della sua vita tutto investe, fatica della scrittura compresa – o almeno, quella modalità di essa che se non altro richiede convinzione e determinazione: il racconto di storie di una certa lunghezza, per esempio – l’intenzione era di ricavarne un libro.
Diario perpetuo“, ora licenziato da Adelphi con adeguata ricostruzione del progetto interrotto dalla morte dello scrittore, è questo libro.
La contraddizione palmare di questi testi molto brevi (mini racconti dal sapore di apologhi sconsolati, ricordi più o meno fantasiosi di una giovinezza lontana, prose vecchio stile) presi nel loro insieme evidentemente, sta nella rassegna di un pessimismo talmente cupo da risultare a tratti persino didascalico e il costante ridisperdersi delle tracce di uno spirito elusivo, che non fa che sfuggire da tutte le parti. La scrittura vi gioca un ruolo fondamentale, si tratti di recuperare il vocabolo astruso, desueto, o di mascherare la violenza tragica di un destino nero con inserti lessicali o figurazioni sintattiche spiazzanti, tali da lasciare il lettore sospeso come si trovasse di fronte a uno scherzo. Ma sospettoso che il gioco, l’aspetto ludico dell’esercizio scrittorio in effetti sia non tanto la faccia buona del mondo, il polo positivo di una vita dal doppio segno, ma il solo modo di renderlo temporaneamente tollerabile.

Così, dire che Diario Perpetuo è un libro minore è possibile non perché non abbiamo di fronte un’”opera”, un’unica struttura narrativa organizzata intorno alla classica triade trama-stile-personaggi, ma perché mostra una specie di sopravvivenza fittizia dell’autore a se stesso. Esaurimento di quell’incanto, seppur nero, di fronte alla vita, senza il quale nessuna arte probabilmente è possibile e dispiegamento – direi esibizione, anche – dei mezzi stilistici che hanno letteralmente “scritto” la fortuna di un’avventura artistica tra le più significative del ‘900 italiano. Per dire, fare che cosa? Per ripetere il gesto di Sherazade in fondo e allontanare la dipartita definitiva reiterando però un rito paradossale: tenersi ben chiusi, barricati in una stanza, proteggendosi dalla morte che incombe e circonda il fuori scrivendo alfine di lei, delle sue facce infingarde (inganni e autoinganni, fugacità del vivere, illusioni infrante, passioni tanto “bui” quanto futili) inviando missive-elzeviri dall’anticamera dell’inferno ai lettori vuoi distratti vuoi fedeli delle cronache quotidiane. Vista dalla nostra distanza, non solo un’apotropaica messa in scena, ma l’epitaffio ermeneutico alla propria opera, memore di quella che fu un' "intormentita, malinconica, sognante disposizione.

12 ott 2012

La deriva dell’italiano



Uno studio di Massimo Arcangeli

Non solo sulla lingua degli scrittori Massimo Arcangeli si sofferma nel libro Cercasi Dante disperatamente. L’italiano alla deriva (l’editore è Carocci). Guarda soprattutto alla pratica dell’italiano diffuso, meglio, di quel che resta in giro di una lingua che sembra soffrire più di altre l’ondata di barbari che tanto eccita un noto scrittore torinese adorato dalle signore di una certa età anche perché lui l’affaire lo sbriga pescando nel trovarobe della copia “graziosa”, del ricalco mellifluo, della “succedaneità” morigerata.
L’ultimo sostantivo, diciamolo, è davvero brutto, ma all’autore (l’Arcangeli, non l’holden fru-fru) piace talmente tanto da utilizzarlo in proprio nel testo, laddove per fortuna alcune parole si limita a proporle come esempi da sottrarre all’oblio (come l’aggettivo “morigerato”): a mio avviso con qualche rischio. Stante la puntualissima registrazione del disastro in corso, dell’impoverimento drammatico di una lingua che ha smarrito per strada quote gigantesche di un lessico potenzialmente corposo e che sul piano dell’articolazione sintattica (quella che dunque investe la sfera ragionativa) sembra salvarsi soltanto fra sparute nicchie di parlanti, a fronte di tutto questo, le iniziative sulle parole da salvare o da adottare (ce ne sono state diverse negli ultimi anni) e la scelta delle medesime, ovviamente arbitraria, lasciano il dubbio che non possano aiutare la causa più di tanto: ognuno, si tratti del singolo parlante che propone un termine, o dell’associazione culturale, o dell’iniziativa di un giornale, si muove secondo gusto personale e si rischia, assieme al recupero di lemmi necessari, anche il ripristino di oggetti linguistici troppo legati a un’epoca, a un clima, a un mondo “andato” per non risultare involontariamente parodistici (“appropinquare”? “aviostazione?”: mah).
Arcangeli – e potremmo farlo anche noi da un istituto di istruzione superiore – porta la propria testimonianza di insegnante universitario per raccontare e documentare la povertà lessicale inquietante di troppi dei suoi studenti (di linguistica!). Risulta evidente dalla grande mole di dati ed esempi come la lingua italiana abbia toccato il punto più basso della sua storia repubblicana – non troppo casualmente. Lingua ormai insieme “selvaggia”, “triviale”, cui si contrappone nell’uso un ammuffito ma inestirpabile burocratese, per non dire delle idiozie del politicamente corretto (l’“individuo della strada” delle femministe), dei “fatti e misfatti” dell’“itanglese”. Lo studioso non si rassegna e nemmeno accetta l’idea di Franco Brevini di affidarsi pacificamente a un “italiano standard” che troppo rischia di assomigliare alla lingua omologata (scusate la parola davvero abusata) di cui sopra.
Egli vi oppone un italiano della memoria, non dimentico della nostra tradizione letteraria, intenzione forse lodevole ma a suo modo controversa per i motivi citati sopra. A meno che non si tratti di tessere le lodi – non nuove peraltro – di un classico come Pinocchio, “per le presenze che strizzano l’occhio all’espressività tipica dei giovani”, per la sua vivacità: mi permetto di suggerire che persino una lettura improvvisata ad alta voce consente non disagevoli variazioni, all’impronta, per rafforzare quel che di vivo già contiene nel ritmo, nella voce, nel respiro.
Salviamo il salvabile; non volete picchiare il vicino che parla (e/o scrive male)? Tappategli la bocca. Non leggetelo. Ignoratelo.

09 ott 2012


Jim Shepard

Non c'è ritorno

66thand2nd 
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Qualcuno si ricorda di Johan Cruyff? Che cosa premeva davvero al campione dell'Ajax durante una partita? Sentite qua: "Sarebbe stato felice di giocare in un campo lungo due chilometri, senza porte, nient'altro che stupende onde di movimenti che facevano avanti e indietro".
A dircelo, a raccontarcelo è Jim Shepard, eccellente narratore americano, del quale era stato prima tradotto da noi solo un romanzo, Project X, da Meridiano Zero, e viene ora presentato nella solita elegante veste editoriale di 66than2nd in una raccolta costruita per l'occasione selezionando racconti di ambientazione "sportiva". Titolo Non c'è ritorno (cura di Tim Small, revisione di Michele Martino. prefazione Eraldo Affinati).
A parlare nel racconto 'L'Ajax non difende mai' è Velibor Vasovic, difensore del campionato jugoslavo, che ebbe la fortuna di essere acquistato dalla formidabile squadra olandese negli anni che rivoluzionarono la storia del calcio. Il verbo non solo non è esagerato, ma risuona di significati extrasportivi se è vero che lo stesso Cruyff in quegli anni vagheggiava un cambiamento che riguardasse anche la politica – o almeno, i costumi - e se la voce narrante è costretta a misurare le differenze abissali che intercorrono fra quel mondo e la Belgrado degli anni Sessanta.
Shepard mostra al lettore italiano – in questo di certo non abituato dalla letteratura nostrana – come la scrittura possa trovare nello sport un luogo per storie interessanti, un ambito in cui naturalmente agisce quella dimensione conflittuale senza la quale la narrativa non ha grandi spazi di manovra. Ciò che riesce allo scrittore del Connecticut, nato nel 1956, giustamente considerato un rappresentante di prim'ordine nel genere della short story, è il passaggio fluido e stringente al tempo stesso dall'agone sportivo ai casi privati non solo di professionisi ma di gente qualunque che ha da vedersela coi malesseri del quotidiano – un cattivo clima famigliare, per esempio. Perché se la famiglia con le sue pastoie, i suoi cupi pantani, non smette di stare al centro degli interessi della grande letteratura americana, Shepard non fa eccezione.
Entra nelle situazioni con molta agilità, con poche frasi fa percepire al lettore voce e corpo dei personaggi, l'aria ostile che spesso aleggia nelle loro case. Il tutto con una scrittura piana, che fa della semplicità un evidente punto d'arrivo di un accurato lavoro teso più sulle cose – i personaggi innanzitutto – che sull'oltranza dello stile. Una prosa si temperata asciuttezza, uno sguardo rispettoso dei personaggi, benché spesso siano poveri cristi, dalle vite problematiche, spesso tentati da soluzioni drastiche anche in condizioni psicologiche difficili, forse perché lo sport aiuta a costruirsi se non un'etica, un'abitudine alla sconfitta. Qualcosa come un addestramento. Di sicuro favorisce la conoscenza dei propri limiti. E un certo grado di consapevolezza diffusa costituisce un po' una cifra comune di queste storie, le voci dei protagonisti si fanno carico delle loro sconfitte, delle delusioni, che vanno ben oltre lo sport. V'è poi il tifo esasperato, una malattia, una via di fuga dalla realtà, - lo sa e lo riconosce lo stesso Shepard. E prima di lui lo sapevano gli antichi, lo sapeva bene il potere romano. E il nostro, qui e altrove – e anche per questo in Non c'è ritorno conoscerete gente che già conoscevate, ma raramente raccontata così bene.

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