07 mag 2011

Cambogia - Splendore e miseria

Posto qui - ma stavolta interamente, e per una doppia occasione - un reportage sulla Cambogia già uscito qualche anno fa su l'Unità e  ripubblicato  ora nel numero 13-14 della rivista di letteratura internazionale "Crocevia" (Besa Editrice) . Consiglio anche di leggere Il sorriso di Pol Pot di PETER FRÖBERG IDLING   (a presto una recensione)
        

Lungofiume a Sisowath Road, dentro uno sfondo di luce ocra, che sembra già filtrata per un film, cui il grigio vapore del fiume aggiunge ondate di riverbero scalfite dalle palme e dall’indaffararsi rilassato di centinaia di persone, di tutte le età - gente che passeggia, perde tempo, mangia. Perlopiù nel sud-est asiatico mangiano a qualsiasi ora, quando hanno fame, quando ne hanno voglia. Alcuni palleggiano con uno strambo affarino di gomma, che rimbalza elasticamente e consente ai giocatori virtuosistici scambi (colpi di tacco, volèè) che nel calcio mondiale di oggi – specie nella squadra campione del mondo – difficilmente si possono gustare… E poi ragazze e donne in pigiama – pigiami indossati come completini casual. Una donna seduta per terra, che il pigiama non può permetterselo, ha accanto a sé una bilancia scassata, rimediata chissà dove: uno passa, si pesa e le lascia qualcosa. Chissà se a Napoli qualcuno ci aveva mai pensato.

Oggi è sabato, e forse per questo, nella zona orientale di Phnom Penh, la vita sembra avere la meglio. Il presente,  la naturale, buddistica capacità di vivere il presente (che non è un traguardo dialettico, una liberazione che si ottiene ideologicamente come in Occidente, il risultato di uno sforzo da chierichetti di sinistra, da Breton al ’77 – per poi finire, palmare esempio di eterogenesi dei fini, con i mignottai dei reality show), il presente ha la meglio sul dramma che non ha smesso di incombere su questa terra. Da Sisowath fino ai giardini prospicienti il Palazzo Reale (quello che contiene la cosiddetta Pagoda d’Argento: poche decine di metri quadrati in cui si concentra una ricchezza materiale – fra ori, diamanti, smeraldi etc – formidabile, tanto per introdursi in questo ossimoro vivente che è la Cambogia, un raro concentrato di splendore e miseria), circondati da un impazzimento di motorini e di automobili, che in strada seguono traiettorie imprevedibili in virtù di un approssimativo codice della strada (i motorini non è raro vederli carichi di quattro, cinque persone, nei camioncini si stipano come scimmie una sull’altra a dozzine – le guide sconsigliano il noleggio di mezzi di trasporto), oggi intere famigliole si stendono su stuoie colorate che alcuni vendono lì per lì, e mangiano, riso ovviamente e volatili infilzati dentro oli di sconosciuta provenienza e infinita cottura: piccoli uccelli rossi, la cui consistenza plastica e cromatica come di rame, o legno laccato ti fa venire per un momento il dubbio che siano statuette: Spiccano per la vivacità del colore in mezzo al latte di cocco, alle cosce di rana, ai lunghissimi fagiolini crudi, agli intrugli e alle salse improbabili. Le cavallette invece di solito le vendono a parte, accatastate su piccole montagnole che suscitano insieme la curiosità e il ribrezzo di qualsiasi occidentale. Mentre queste famigliole, che vengono dalla campagna, qualcuna addirittura dal vicino Vietnam, mangiano allegramente, fotografi avventizi le avvicinano per un ritratto-ricordo. Mi dicono che alla primitiva discrezione negli ultimi tempi va sostituendosi un’intermittente ma sempre più decisa improntitudine – e qui, l’illusione del viandante subisce un duro colpo. Ti pare che l’incubo voglia inseguirti fin quaggiù, così lontano dall’orribile Italia di questi anni: la peste della volgarità, intendo, quella programmatica perché antropologicamente inestirpabile di governo.

No, abbagli o deliri o allucinazioni qui hanno un segno diverso – certo, non stiamo fiancheggiando i campi elisi. Anzi, se c’è un popolo che ha un’idea verosimile dell’inferno è questo. A Phnom Penh, un po’ distante dal centro, appena ti allontani verso la polvere dei quartieri periferici, nel puzzo insopportabile delle discariche a cielo aperto, ti si parano davanti agli occhi le macerie della storia. Nel 1975, la follia del socialismo agrario di Pol Pot obbligò gli abitanti della capitale ad abbandonarla in direzione delle campagne dove l’utopia si trasformò in uno dei più feroci massacri del secolo scorso. A Phnom Penh restarono in pochi, le famiglie vennero maciullate – basti vedere l’ex prigione ora museo di Tuol Sleng. La città ricominciò a popolarsi nel ’79, molto lentamente, con la caduta dei khmer rossi.
E’ in questo lembo slabbrato di terra dove il mondo sembra disfatto, dove quasi la metà della popolazione vive sotto la fatidica soglia di povertà che ti imbatti in migliaia di bambini. Due stracci addosso, la meccanica del loro spazio-tempo ludico è circoscritta a poco materiale accessorio. Mancando i giocattoli, inventano a partire dall’indigenza che veste i loro corpi. Dentro o ai margini di ammassi d’immondizia, ferraglia, scassume, fango, i bambini cambogiani giocano con le loro ciabatte: le lanciano con i piedi, cercando di colpire quelle degli altri, o di raggiungere un punto prestabilito. Ripetono gli stessi gesti per ore.
Be’, diciamolo subito, i bambini, le bambine cambogiane sono splendide; la loro bellezza è assoluta e non teme confronti. E colpisce, per paradosso, l’inoppugnabilità di alcuni riscontri oggettivi. Questi bambini sono i figli dei sopravvissuti ai campi di sterminio di Pol Pot. In molti vivono in mezzo alla spazzatura. I genitori, per chi li ha, possono fare poco per loro. Debbono trovare presto il modo di sopravvivere – le ultime statistiche dicono che uno su dieci non ce la fa. La malnutrizione è la regola; le infezioni anche; le possibilità di cure scarsissime. Eppure la loro bellezza lascia senza fiato; non stupisce che spesso vada perduta dopo l’adolescenza (al contrario di quanto avvenga alle donne thailandesi, per esempio, le cui condizioni di vita sono di solito diverse). Centinaia di loro invece di chiedere l’elemosina, girano per la strada cercando di vendere libri, ognuno portando a tracolla, legato con una corda, un cesto quadrato di plastica; dentro, una quindicina di libri, metà dei quali è costituito dalle famigerate guide lonely planet. I bambini, soprattutto le bambine, puntano l’occidentale in vacanza, lo avvicinano (ti sbucano davanti anche a gruppi di otto, dieci) tirano fuori la loro “Cambodie”, la loro “Burma” (Birmania o Myanmar) e con la loro tipica voce cantilenante ti chiedono dieci, dodici dollari, che presto, in successivi slittamenti di tono, diventano cinque o sei – ho provato, me ne vergogno ma lo confesso, a partecipare a queste contrattazioni, per capire come funzionava la cosa: non scendono mai a meno di tre dollari e mezzo. Il perché me lo ha spiegato uno di loro: le comprano a tre dollari. Giustamente, se insisti a offirne meno di quattro, ti guardano male. E ci ho messo poco per capire che l’unico modo per non riempirsi la borsa di libri inutili è evitare di guardarli negli occhi, questi bambini. Se lo fai, e poi non gli compri qualcosa, la fatica per scrollarti il senso di colpa la senti di sguincio ma inesorabile: l’oppressione dell’afa la senti sulla maglietta bagnata di sudore, da fermo. Lo sai che è sbagliato, che non puoi sganciare dollari a ogni bambino che incontri per strada, eppure sei fregato lo stesso. Quando li trovi a servire in un ristorante – dodici, tredici anni, sorridenti nella loro divisa, una camicia bianca e una gonna al posto degli stracci, in cinque o sei che fanno a gara per versarti l’acqua nel bicchiere, un posto dove stare e un pasto, almeno, al giorno - non sai più se provi rabbia per lo sfruttamento o sollievo per il fatto di non vederli per strada, o nascosti in un garage per il passatempo di avventori indigeni e non. Perché non c’è solo il cosiddetto “turismo sessuale” - etichetta sbrigativa che i decerebrati del politicamente corretto applicano indifferentemente a situazioni diverse. E’ vero che mentre scrivo da uno degli innumerevoli punti internet che trovi ovunque e paghi pochissimo (un dollaro l’ora o poco più, contro i 5 euro pretesi in un qualsiasi bar della Toscana!), il report del browser sulla cronologia recente dei collegamenti non lascia scampo: ricerche sexually oriented di femmine e maschi più o meno cresciuti a Phnom Penh e dintorni. Tuttavia – difatti questo il browser non me lo dice - occorre ricordare che in Cambogia si registra un numero altissimo di stupri sulle bambine da parte dei locali.

Ora, la domanda più pressante e angosciosa è questa: quali sono i racconti con cui crescono i bambini cambogiani? Cos’è che dà forma alla loro immaginazione, li inscrive nel mondo e li prepara al futuro?  Se i loro genitori hanno trent’anni, se i loro genitori nascevano sotto il regime dei khmer rossi (ben prima dei quattro anni alla fine dei Settanta, le bombe americane avevano cominciato le loro esercitazioni; c’era poi stata l’invasione vietnamita; dopo i khmer, non sono mancate stragi da disseminare qua e là assieme alle mine presenti ancora oggi nelle campagne) la domanda vera è: quali sono i miti fondativi con i quali si fabbrica lo spazio mentale di questi bambini? Il racconto dell’inizio – ossia ciò che dà forma ai paradigmi narrativi sui quali si modella qualsiasi vita umana – non è già, qui, da subito, un racconto di morte?

Va da sé che non ci sono solo bambini in Cambogia, sebbene i minori costituiscano il sessanta per cento della popolazione. La presenza massiccia di poveri disgraziati che non ti dà tregua: mutilati, gente che striscia sull’asfalto, donne che portano bambini nati da poco dentro sacche lerce, a volte buttate per terra, a respirare gas di scarico e puzza diffusa di marcio, di vapori culinari sospetti, il caos che in molte parti dell’Asia non finisci di chiederti come si tenga miracolosamente in piedi. Se ciò è possibile nel centro di Phnom Penh, in periferia accade dieci volte di più. Perché se prima c’erano i khmer, ora avanza il capitalismo delle società compartecipate dai paesi del sud-est asiatico, intenzionato a fare della città una nuova Bangkok – e davvero, ne sentono il bisogno solo i palazzinari e i cultori del brutto. A ogni modo, i più indigenti li stanno cacciando dal centro, un po’ come avveniva trent’anni fa. Muovono le fila capitali vietnamiti, coreani, russi e appunto thailandesi, interessati sia ad affari immobiliari che allo sfruttamento di risorse naturali. C’è l’idea di trasformare il bacino del Boeung Kak, il lago di Phnom Penh, che a detta dei soliti geologi rompiscatole (direbbe il Marco Paolini del Vajont che “demoralizzano la truppa”) potrebbe produrre inondazioni catastrofiche e avere conseguenze ambientali disastrose. Gli amministratori locali hanno fiutato l’affare e alla vita degli abitanti del lago preferiscono gli interessi degli speculatori. I cambogiani sembrano perciò destinati a patire senza fine. Chi ha vissuto per secoli nelle palafitte ora non può nemmeno ripararle, impedito dalla polizia locale, così che è costretto ad andarsene per non morire affogato.
Non lontano da Phnom Penh, è avviata la costruzione di una città satellite, con torri all’altezza di una qualunque banale megalopoli asiatica, del tutto fuori tono con la bellezza del Palazzo Reale, della Pagoda d'Argento, del Museo Nazionale, del Wat Phnom e dei palazzi coloniali. Di contro, non c’è nemmeno un servizio di trasporto pubblico, esclusi moto-taxi, ciclo-risciò e tuk-tuk. Gli ingorghi possono essere apocalittici – nulla di più facile che perdere un aereo, a meno di mollare il taxi al suo destino di immobilità, incollarsi il bagaglio sulle spalle e rischiare un’avventurosa cavalcata su un motorino avventizio che non conosce marciapiedi, sensi unici  o semafori rossi.

Negli occhi dei cambogiani a volte non puoi evitare di intuire l’eco di ciò che è stato. E che non sia una pigra fisima da turista informato, che conosce il dovuto, basta passare dalla retina a un computo sommario; fare due conti. Se Pol Pot ne fece fuori un terzo (dell’intera popolazione cambogiana), se non vi fu famiglia che non venne smembrata, se non potevi che stare di qua (e renderti responsabile del genocidio) o di là (e in questo secondo caso, se non morire, vedere altri morire, o essere torturati etc); dunque, se tutto ciò è vero, è difficile immaginare che vi sia un solo cambogiano vivente, come dire, fuori della storia, che possa far parte di un’altra storia, che non abbia, quando non vissuto in prima persona l’orrore, famigliari parenti o amici che l’abbiano vissuto. Quell’orrore ti viene alla mente di continuo, a Phnom Penh, davanti agli occhi sbarrati, come fissati in una sorta di agghiacciata stupefazione di un uomo che ti serve al ristorante, ma anche in quelli di un guidatore di tuk tuk, o di una donna seduta sulla riva del fiume. Sguardi spesso impenetrabili, ossificati fra la  durezza degli zigomi, appena meno allarmati di quelli fotografati che ti sfilano davanti in successione nella prigione di Tuol Sleng. E improvvisi mutismi, o altrettanto abrupti scoppi di risa – a capire davvero, non ci riesci mai.
Nella prigione S-21 per esempio, ora museo del genocidio, non ti decidi mai, fra l’ovvia necessità della testimonianza e della salvaguardia della memoria, e la constatazione che ti trovi lì, a segnare una tappa del tuo viaggio, in una catena sintattica che mette insieme il Tuol Sleng col bellissimo museo khmer costruito dai francesi – tutto di rosso, padiglioni aperti - meno di un secolo fa. C’è qualcosa che non va, in questo. O forse è inevitabile; forse è inevitabile che i cambogiani abbiano fatto un museo di una prigione e si facciano pagare per vederla – poco, a dire il vero. Eppure, la sensazione che le migliaia di fotografie di poveri disgraziati torturati e uccisi dai khmer rossi facciano parte della serie spettacolare delle immagini di un viaggio, mi inquieta assai. Quando, da insegnante, mi sono trovato dinanzi alla proposta di portare i miei studenti ad Auschwitz, ho sempre mostrato perplessità. Tempo che sia un fatto estetizzante: il viaggio in treno, la visita alle celle, non so, non mi convince. Mi dicono che in effetti ormai torme di scolaresche verbigeranti fanno il medesimo, distrattissimo chiasso ad Auschwitz come a Disneyland. Così anche l’ossario nel campo di sterminio di Choeung Ek, a 15 chilometri dalla capitale, su una strada crepata, tutta  polvere e fango: mi vien fatto di pensare a questo più che altro, al fatto che migliaia di militanti e intellettualini qui da noi abbiano scambiato vicende terribili per straordinarie avventure politiche, magari da importare, modelli di quella POLitica POTenziale che quel pazzo ostentava di perseguire. Ma forse anche per questo, la contraddizione resta, e irrisolvibile: a qualcuno, vedere dal vivo le tracce di ciò che è stato può servire, come si dice, a futura memoria, e anche gli ossari necessitano di manutenzione. Nel prodotto interno lordo della Cambogia, se Angkor la fa da padrone, la visita ai killing fields (con tanto di escursioni cinematografiche e riduzione della faccenda all’indutria hollywoodiana) fa da complemento non disprezzabile. Anche la corte di storpi e mutilati dalle mine che ti aspetta davanti a quei luoghi è ormai parte di una specie di “sistema” che sta in piedi sulle proprie macerie – che di quelle macerie vive.

Paese complicato, non c’è che dire. Si dice che i cambogiani siano super-individualisti, ma lì si è fatto il tentativo più mostruoso, violento e astratto di negazione dell’individuo. Persino i matrimoni venivano imposti a caso -  un altro ossimoro. E’ una fesseria, probabilmente, ma per un momento penso che solo una popolazione votata al delirio poteva dar luogo a quella stupefacente visione fatta forma e materia che è Angkor, il complesso monumentale forse più imponente del pianeta, centinaia di formidabili templi immersi nella giungla.
Delirio di onnipotenza, ma delirio visionario di sicuro, grandezza impareggiabile dell’immaginazione: stiamo parlando di questo. Di un’enorme, meravigliosa topografia urbana che i khmer disegnarono fra il IX e il XV secolo dentro un immenso organismo vivente di risaie piantagioni canali dighe all’insegna di una geometria insieme di irripetibile efficienza e spettacolarità. Questo superbo sistema che incastonava nella giungla lo stupendo artificio umano di Angkor è stato nei secoli successivi abbandonato e sommerso dalla foresta. Pol Pot era convinto che il suo fosse un popolo tremendamente interessante, ed è difficile dargli torto. Spietatamente gerarchico, convinto della propria superiorità.
Ora, uno dei modi di definire il genio è la capacità di mettere insieme cose lontane - è la storia della poesia, più o meno. Quando a farlo sono cervelli devastati dalla follia, impegnati in politica, si rischiano catastrofi. Pol Pot, venuto in Europa a confondersi le idee, mescolò inconfessate suggestioni nazistoidi di matrice etnica a fantasiose riletture in chiave rurale del marxismo. Ne conseguì un delirio criminale che provocò milioni di morti e l’invidia di parecchi scrittori di fantascienza di scarsa immaginazione. Perché nella giostra di sinapsi che incapricciava la testa di quel pazzo c’era il disegno di una perfezione sociale, quale che fosse, ma insomma la fabbricazione di un sistema immanente - impossibile e perciò stesso delirante – in cui gli umani fossero ridotti con la violenza alla regola costruttiva di un disegno: gli uomini come frammenti della laterite che impasta l’Angkor Wat (il tempio centrale, di splendida ma non per questo meno misteriosa esattezza geometrica) inerti automi ridotti a blocchi di pietra come quelli che compongono una delle più straordinarie concezioni architettoniche della storia.
Va dato atto a Pol Pot che il suo totalitarismo era, come dire, filologicamente meno scrupoloso di quello nazista, più vorace e ondivago, ma non meno stringente quanto alle vie di fatto. E di nuovo, vengono in mente i volti delle bambine cambogiane – l’eleganza naturale e inavvertita (non il frutto di una complicata sofisticazione intellettuale: insomma ragazzi, qui non c’è trucco), la leggerezza appena indolente nella camminata di corpi di morti di fame bellissimi, e ti chiedi attraverso quale filogenesi si sia giunti a tale perfezione, perché proprio qui, in questa parte di mondo.

A colpire, nella prigione di Tuol Sleng, è l’ossessività nomenclatoria con cui gli aguzzini schedavano le loro vittime. Le facce fotografate perlopiù sono attonite, terrorizzate; ma a volte esibiscono incongrui sorrisi, perlopiù in qualche ragazzino che probabilmente fa un ultimo tentativo di ottenere clemenza. Non si contano le donne, colpevoli, al minimo,  di essere sposate con gente malvista. Il cartellino numerato sul petto, anche loro. E i bambini, molti neppure decenni, delle cui colpevolezze sapevano solo le menti superiori di chi andava fabbricando a colpi d’ascia l’Uomo Nuovo. Le mani quasi sempre dietro la schiena; a volte invece nascoste dentro fasciature che avvolgono entrambe le braccia. Assieme ai temporaneamente vivi, i burocrati della prigione non mancavano di fotografare chi per le torture moriva prima di essere trasferito al campo di sterminio di Choeung Ek. Qui le vittime venivano trasportate a bordo di camion, chi ancora era vivo veniva finito a colpi di bastone o di machete, per risparmiare sulle pallottole; migliaia di persone.
Ora, se a Tuol Sleng, non le celle o gli strumenti di tortura, ma la visione di quei volti, le migliaia di fotografie di morituri o già crepati per le torture (corpi mutilati, scuoiati, carbonizzati) ti lascia tutta la sera tramortito – e imbarazzato dalla tua veste di turista - , davanti allo stupa di Choeung Ek, che conserva i teschi dentro teche di vetro su più piani, davanti a questa cruda rappresentazione della morte in serie, ti chiedi non tanto se tutto questo serva a ricordare o a fare - nel caso qui specifico – trascurabile business ma una cosa forse più oziosa ma molto insistente nel suo rumore di fondo; ossia se serva ad ammonire lo spettatore o piuttosto a consolarlo, a rassicurarlo che a lui tutto questo non accadrà mai, a farlo sentire ingannevolmente migliore.

michele lupo

Cerca nel blog