28 feb 2010

Alcofribas 3 - Gianluca Forse


Un'altra recensione dell'amico scomparso da poco.

Gianluca Forse

L’Isola dei fumosi

Bianchetto editore  Pag 201


Poiché qualcuno ci ha velatamente lanciato un’accusa di piaggeria, ci costa molto dover recensire questo brutto libro dell’editore Bianchetto. Stroncare proprio adesso un titolo dell’editore viterbese potrebbe sembrare una dimostrazione che la coda è di paglia.
Be’, pensate un po’ quello che volete – non è da oggi che dimostriamo la nostra indipendenza di giudizio. E’ che effettivamente più che un passo falso ci sembra un vero salto nel vuoto quello compiuto da Gianluca Forse – e, of course, da chi ha creduto in lui. Il romanzo corale è un genere impegnativo, si sa, difficile, e non è che uno può cavarsela dicendo ma è un esordiente: e chi se ne frega. Perdonateci, non glielo abbiamo mica chiesto. Poteva cominciare come tutti con un diario, una letterina alla nonna, una porcatella adolescenziale. Quando poi vi si aggiungono inspiegabili tratti fantasy diventa davvero un capriccio indigeribile.
Forse ha voluto strafare, ha voluto scrivere un romanzo corale e fantasy insieme, un’opera ambiziosissima ci è parso sui temi dell’esclusione e dell’ingiustizia e dentro per non sbagliarsi ci ha messo tutto: la Cgil, l’avatar di Galilei apparso abrupto su Facebook, Massimo Cacciari, un certo D’Orrico che si spaccia per Dorry Cojons, gli intoccabili di Calcutta cacciati da Facebook, Hillary Clinton, i precari dell’industria del porno, Concita e Forza Nuova, la redazione del Paradiso degli Orchi al completo in un tentativo di captatio benevolentiae piuttosto ingenuo – o è l’editor che ci ha messo lo zampino?
Una fantasia sfrenata e debordante si evince dalla struttura allegorica mutuata con tanto di dedica da Milan Kundera, la cui triste, recente vicenda incombe come un nume severo su tutto il lavoro, che però non era francamente alla portata di Forse, forse un tantino spregiudicato. Ma gli editor, perbacco, gli editor che ci stanno a fare? Forse ci sembra il classico caso di ragazzo non privo di talento ma come dire ineducato, acerbo e nello stesso tempo troppo ambizioso. Il genere di libro che aveva intenzione di scrivere potrà forse, scusate il gioco di parole, riuscirgli fra qualche anno ma se voli troppo alto quando hai da poco lasciato il nido rischi di sfracellarti per terra. Le storie non si intrecciano se non con molte forzature, Facebook come unità di luogo (si fa per dire) dell’intera seconda parte (il libro è diviso in quattro parti) non convince e quando il laovoro s’imballa del tutto lasciando personaggi e lettore come stoccafissi immobili, la trovata di Cacciari come deus ex machina si rivela perdente, il personaggio dimostrandosi stitico più che statico, incapace di mandare avanti la storia, troppo vecchio per capire la rete e troppo giovane per aspirare alla santità. Né c’entrano qui le faccende personali degli estensori di questa rivista, nemmeno tanto lusingati di essere stati scelti come estremi risolutori della tormentata vicenda che porta i personaggi del libro in una remotissima Isola dei fumosi; tuttavia, ci è parso improbabile immaginare il direttore che plana a bordo di un elicottero per portarli in salvo. E’ pigro, ha il suo bel caratterino e tante cose da fare. Hillary Clinton poi non è il suo tipo – bastava fare una telefonata – cosa che Forse avrebbe potuto intuire se poco poco avesse riletto i fiacchi dialoghi fra i due; se non hanno nulla da dirsi, non possono tenere la scena per nove pagine di seguito, a meno di non mandare a quel paese qualsiasi scrupolo di political corretness, cosa che alla moglie di Bill non riesce granché.

Alcofribas





26 feb 2010

La scuola. Ancora un De Profundis.






Filippo La Porta, nell’introduzione a un volumetto di scrittori-insegnanti sulla scuola, Consiglio di Classe, uscito da poco per Ediesse, scrive che “Non si ragiona abbastanza sul conflitto che si è formato tra la scuola e la società (come si è andato configurando nell’ultimo decennio)”.
Ora, la maggioranza dei critici (lo dico in senso lato, visto che un senso proprio oggi non si vede, includendovi nominalmente recensori, promoters di ex-terze pagine e via di seguito) è ben più distratta di La Porta, al quale succede di entrare spesso nel vivo delle discussioni culturali (e non do qui giudizi di merito), di recensire libri di editori non di primo piano, insomma di essere attento. Epperò La Porta non sa che invece quello da lui sottolineato è proprio il punto noto a tutti, a tutti coloro che – ancora non burnout, secondo la gentile espressione con cui si sta liquidando un’intera categoria agli occhi del mondo – nella scuola ci lavorano con lucidità, e a tutti quelli che non vi pensano solo quando incontrano in metropolitana un vecchio amico sfigato preoccupato di non arrivare in ritardo mentre la dirigente di turno aspetta di cazziarlo al cancello.
Lo scollamento, il conflitto come giustamente lo chiama La Porta, sono talmente clamorosi che bisogna davvero essere distratti per non accorgersene – e se la cultura italiana più che distratta è spensierata, il conflitto fra scuola e società data molto più di un decennio. Personalmente, se mi è consentito un riferimento autobiografico, ho visto la macchina dell’annientamento al lavoro nella sua versione strutturale dalla fine degli anni ottanta, lavorando in alcune scuole private, dove, prima del tracollo di Tangentopoli, l’aziendalismo straccione già dettava legge – esentasse, in totale allegria fiscale com’è ovvio – e mandava a puttane qualsiasi idea di alfabetizzazione, di formazione, di educazione civile. Secondo il principio che in questo paese viene considerato naturale: tu paghi e io ti promuovo. Ho visto, negli stessi anni, sposare questo sistema anche nelle scuole cattoliche. Suore e signore timorate di dio pronte a puntare il dito contro l’alunna cui si proibiva di andare al bagno e sotto il broncio nascondeva il peccato di un’imprecazione immaginabilissima ma trattenuta a denti stretti. Ho visto le stesse suore promuovere la ragazzina al terzo magistrale nonostante non avesse fatto un tubo tutto l’anno - per puro menefreghismo e disinteresse, alimentato dalla pochezza culturale delle sue insegnanti e dalla stizza di fare solo quattro ore con il sottoscritto, imboscato e avventizio docente di italiano ivi finito per una serie non replicabile di accidenti. Il sottoscritto, lusingato dall’apprezzamento, non ne fu commosso fino al punto di votare per la sua promozione (e perciò stesso fu subito chiaro che la sua supplenza l’anno successivo non si sarebbe ripetuta). Si dava il caso infatti che la ragazza in questione fosse soltanto l’ultima di tre sorelle che un manager ancora ignaro di rimanere incastrato dentro i giri troppo stretti delle mazzette (piena Tangentopoli) aveva assicurato alle casse della madre superiora. Ho visto poco dopo – al netto di immediati interessi economici e per motivi diversi – confermata l’arrendevolezza di molti insegnanti, la faciloneria, in troppi casi l’ignoranza, il senso di disfatta e quello di colpa per non essere all’altezza di Marta de Filippi (o Maria, sarà uguale, no?)
Notavano fra gli altri alcuni anni fa Luc Boltanski  o Serge Halimi che si era verificata una perversa coincidenza fra pensiero libertario e liberismo aziendale. Oggi, professori che ancora insistono sulle povere creature che non vanno mai bocciate, secondo un pensiero antiautoritario che non ha più senso, non si rendono conto che proseguono a scuola il dettato liberista (la cui versione italiana è la peggiore in circolazione) dell’assenza di regole. Non è quello il campo di battaglia contro le truppe che si nascondono dietro la Gelmini (che è solo una mascotte) – non sono più i tempi dello Starnone d’antan: onore ai suoi vecchi libretti, ma adesso è davvero tutta un’altra storia.
Caro La Porta, mica è secondario che la scuola sia diventata una faccenda quasi solo di femmine, e non sempre delle migliori: la scuola non solo dà stipendi da fame; la scuola allo stato attuale, invece di assumere quel conflitto a schiena dritta tende a replicare il potere in forme edulcorate o rassegnate. La femminilizzazione della scuola comporta (o implica?) una sudditanza analoga a quella visibile fuori – “la Repubblica” perde la battaglia sulle Noemi e il risveglio del “dibattito” femminile che si era affacciato qua e là sembra già rientrato. Resta il vittimismo.
Se si è ancora convinti che il cambiamento passi dall’alfabetizzazione, se davvero vogliamo farcene carico per riaccendere un’idea di futuro (fateci caso, dopo anni che ci si è lamentati del contrario, adesso non possiamo nemmeno più ironizzare sulla demagogia elettorale che infilava i giovani nella bocca di qualsiasi stronzo smanioso di poltrone: i giovani sono spariti dal discorso pubblico - fine della storia), be’, smettiamola con il vittimismo - altrimenti ci saremo meritati il peggio. Se l’Italia delle persone colte, scrittori in primis (cittadini che dovrebbero fabbricare lingua prima di storie!, immaginario prima che colpi di scena!) non se ne rende conto, tutto è perduto.
Per queste ragioni, in Consiglio di Classe gli scritti più interessanti sono quelli che deviano dal linguaggio didattico-didascalico-pedagogistico. Come succede a Edoardo Albinati, per esempio, che riprende il racconto della sua esperienza in carcere del romanzo Maggio Selvaggio; è evidente che il modo in cui cerca il contatto con i detenuti studenti non può prescindere, anche se lui per pudore forse non lo direbbe, da un certo carisma. Bene, lasciando da parte il prestanome Gelmini (assunta al ruolo come si fa con le reclute della guardia di finanza – pescate in massa dai diplomifici) e con esso il massacro in atto a opera di Publitalia, Confindustria e Santa Romana Chiesa, volgiamo lo sguardo a sinistra. Non vedete nulla, d’accordo, però sappiate, non addetti ai lavori, che il suo ectoplasma in questi anni ha lavorato da perfetto collaborazionista: scelte concrete a parte, il carisma è stato guardato con sospetto, senza capire nemmeno l’essenziale, ossia che imparo solo se vengo sedotto: lì scatta l’emulazione, senza la cui spinta non c’è alcuna attività educativa. A forza di osteggiarne il principio stesso, alla fine si sono fatti sedurre dall’imbonitore per eccellenza. Un capolavoro. Inoltre, il carisma, e anche un certo senso virile (nell’accezione leopardiana) della vita, imprescindibili oggi che la scuola viene attaccata da tutte parti, non si può imparare per decreto, né ricevere con un attestato in un corso tutta fuffa tenuto dal pedagogista ammanicato con i partiti. I Vertecchi e i Maragliano, molto vicini all’area diessina ulivista insomma al Partito Dolorante, non hanno fatto meno danni di Tremonti. I tre articoli del critico de “il manifesto”, Massimo Raffaeli, sebbene scritti una decina di anni fa, sono ancora utili per chi, fuori della scuola, volesse farsene un’idea (panaziendalismo, pseudomeritocrazia in salsa berlingueriana etc). E credo lo sappia bene il paesologo Franco Arminio che nel suo raccontino conia per sé una nuova definizione: il maestro sabotatore. Arminio rifiuta sanamente i triti e ritriti clichè pedagogistici degli ultimi infami decenni. Fategli sentire il verbo “interagire” e vedete come reagisce.
Va da sé che la scuola dovrebbe mostrare ben altra forza per uscire dall’angolo in cui l’hanno cacciata. Non la si dovrebbe lasciare a Mastrocola. Poiché invece i tempi sono questi, alla Mastrocola le si riconosce persino lo status di scrittrice. Se la scuola la raccontiamo ai cani secondo me c’è qualcosa che non va. Non bastano i libretti furbi alla Cotroneo sulle frescacce raccontate ai bambini? Continuiamo a fregarcene della scuola, lettori del Paradiso, e poi ci stuferemo anche di leggerci fra noi. Di scuola si sono occupati tutti i grandi filosofi della storia. Ci sarà un motivo?
Leggete ciò che scrive l’ex maestro di strada Mario Rossi Doria. Vedete con quale disincanto e presenza (avremo mica paura di un ossimoro?) prova a ricostruire quotidianamente un filo fra scuola e mondo, ben sapendo che è una sfida bellissima solo perché impossibile. Guardatelo mentre insegue le storie dei nuovi flaneur, barbari e paradossali, letteralmente schizzati rispetto al vagabondaggio culto de Baudelaire e Benjamin. Guardate quanta vita si annida lì dentro.
Così, è certo un’esperienza importante quella di Eraldo Affinati, impegnato nella “Città dei ragazzi”, scuola multietnica romana. Ma il suo breve scritto svolge considerazioni un po’ generiche d’impianto pedagogistico sull’”originalità indissolubile” di ogni studente e la necessità di valutarlo a partire da questo: e non capisce Affinati che ciò può andare bene in quel contesto, o nelle situazioni più difficili, ma oggi in Italia con ciò si rischia di rinunciare, secondo l’imperante dogma dell’opinione, a qualsiasi standard linguistico e formativo minimo, ossia a un vocabolario di conoscenze imprescindibili. La via da lui indicata, se presa come un assoluto, fa il gioco delle mille scuole diverse che atomizzano l’insegnamento in totale discrezionalità. A quel punto, piantiamola di parlare di Costituzione, di significati condivisi. Se in ballo, fra le altre cose, v’è anche la nuova dissonanza fra il mondo repubblicano, laico, liberal-democratico dell’occidente europeo e le culture degli immigrati, non bastano formule rassicuranti. Né fuori, né dentro la scuola. Altrimenti, aboliamola, sul serio. Chi ha più mezzi per vendere la sua idea di mondo – per venderti il suo mondo, sarà il padrone. Come sempre.



20 feb 2010

Era ora.



http://antefatto.ilcannocchiale.it/glamware/blogs/blog.aspx?id_blog=96578&id_blogdoc=2442166

Perché la faccenda non riguarda Marco Travaglio e morta lì. Si vedano anche le elementari considerazioni di Flores D'Arcais http://temi.repubblica.it/micromega-online/e-ora-di-dire-basta-allo-squadrismo-tv/?com=9829#scrivicommenti

Appunto, tutto molto elementare. E aggiungiamo ai Santoro che non ce la fanno, la regia, i cameramen e il sistematico spostarsi dell'inquadratura sulle faccette ammaestrate che fanno no no no quando parla un altro. E le patetiche compagnie al seguito - in verità sempre più trucide dietro agli esemplari di mammiferi in libertà che chiamano ministri o onorevoli (maddeche?!) - in quella partitella simulacro di democrazia che porta il nome di Ballarò. E le intere redazioni dei telegiornali no?, non sarà troppo facile additare il Minchiolino come il mostro e considerare i suoi sottoposti bambini dell'asilo?




18 feb 2010

Intervista a Guido Crainz




In un paese avvilente, che si è reso ostaggio di un uomo, dei suoi interessi  - oggi lo spettacolo penoso alla camera del "legittimo impedimento" - un paese pieno di sé e che nel contempo ne ha una stima scarsissima, che non sa pensarsi politicamente e che si è lasciato pappare il cervello da un piazzista che modifica a suo piacimento l’ordinamento istituzionale per farla franca e lucrare sul nostro lavoro – la vita, né più né meno -, dalle parti di questo popolo di entusiasti analfabeti insomma c’è qualcuno che prova non solo a resistere ma a rovesciare l’esito della partita: altrimenti a che serve la cultura?
Nell’ultima risposta all’intervista che mi ha rilasciato lo storico Guido Crainz mi piacerebbe scorgere una traccia di questo ribaltamento – nonostante il pessimismo, che condivido. La mappa è complessa, l’esame non sempre coincidente ma l’urgenza civile, il bisogno di capire e di mettere in circolo i contrappesi di cui parla lo storico dovrebbero essere anche i nostri.

Dunque professore, nel suo libro Autobiografia di una Repubblica, lei più che cercare costanti antropologiche nel carattere degli italiani - che pure non nega - trova nel fascismo una matrice decisiva della storia successiva fino a oggi. La guerra se lo portò via, il fascismo, ma di lì a poco si concluse sostanzialmente anche l'esperienza del Partito d'Azione. Pensa che la sua scomparsa dalla scena politica abbia avuto un significato e/o delle conseguenze rilevanti?

Quando penso al Partito d’Azione penso all’Italia laica, schiacciata dalle “due Chiese” che hanno dominato tutta la prima parte della storia della Repubblica. Per capire quello che abbiamo perso basta leggere quel che scriveva Bobbio nel 1955: essere laici significa sì impegnarsi nella lotta, ma al tempo stesso metter in discussione i termini della lotta così come sono posti, interrogarli criticamente.

17 feb 2010

Oddio, Francesco Piccolo noooo!

Tanto per capire, quest'uomo che ci fa la lezioncina ("bisogna saper guardare Sanremo"! ) va scrivendo il cinema italiano di oggi. Appunto.
http://www.unita.it/news/italia/95144/mediaset_e_sanremo_parlare_allaltra_parte_e_cercare_di_capire




Da L'onda sulla pellicola

La "preside" approfittava delle assenze di Livio per dar la stura al suo cruccio preferito: 
le piaceva salire in cattedra, professoressa emerita, e fare la supplenza di italiano. 
Machiavelli, la sua passione. Perché al solito si trattava di un Machiavelli vulgato 
a propria immagine e somiglianza, del potere canagliesco, naturalmente. Una 
mattina Livio torna a scuola dopo tre giorni di assenza e un ragazzo tutto d’un 
fiato gli fa: - Oh prof, finalmente l’abbiamo capito ‘sto Machiavelli. Ce l’ha 
spiegato la preside. Ha detto che la faccenda stringi stringi sta tutta in due 
paroline chiave, il leone e la volpe, nulla più, e che però gli italiani sono una
 massa di cretini e non se lo meritano per niente un autore di quel calibro visto 
che l’hanno fatta tanto lunga con mani pulite non volendo capire che un 
principe ci avrà pure il diritto di fare come gli pare altrimenti non è un principe 
ma un coglione.

14 feb 2010

Riccardo Bocca


Gli Anni Feroci


Rizzoli 
(apparso su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl )
Detto che in questo romanzo sono tutti stronzi – e un limite del libro è già contenuto nel titolo, troppo programmatico – la parte del leone la fa la voce narrante, anche protagonista della storia. Parliamo di un genere che conosciamo bene: l’ex studente di sinistra poco convinto che per un caso fortunato – ride in faccia ad Andreotti durante una manifestazione negli anni Ottanta – viene cooptato dalla televisione per farne una star della beceraggine ancora in corso. Insomma, un epigono di ciò che anni fa si chiamava rampantismo e adesso non ha più nome perché quattro quinti degli italiani sono diventati così. Un cinico narcisista bacato dall’ossessione del dominio e travolto dal proprio nulla risolto nel simulacro dell’immagine.

Di questi fasti ci vengono raccontati pochi momenti, l’incontro con Renzo Arbore e altre figure ammorbanti che hanno colonizzato il cervello degli italiani. Dopo aver guadagnato soldi a palate e aver sentito l’ebbrezza dell’onnipotenza, il tizio viene cacciato dalla Rai perché per errore, un caso – un altro -, pesta i piedi di qualcuno che conta. Riciclatosi come manager – e ti pareva - continua a far soldi, ma non accetta la caduta. Frequenta criminaloidi peggiori di lui, e non riesce a darsi pace: o si è una star televisiva o non si è niente. Difatti, è un marito fallito, un padre inetto nonché a sua volta figlio coglioncello anzichenò.

Gli anni sono feroci, è vero, e non lo si dirà mai abbastanza, ma - sarà la formazione giornalistica dell’autore - credo che un romanzo debba fare un passo ulteriore, se non proprio diverso, rispetto al semplice reperto di un mondo. Voglio dire, il libro di Bocca non sorprende granché, la ferocia del denaro e dell’essere qualcuno a tutti i costi, anche un pezzo di merda ma meglio di niente, ce la racconta la sola presenza – esistenza – di un Fabrizio Corona (e lui lo sa benissimo). E non basta sfondare il piano della cronaca; se si tratta di raccontare la condizione umana di in un determinato momento storico, se la narrativa vuole esibirsi nella messinscena del crollo antropologico dal di dentro deve inventare qualcosa che nessuno ha mai nominato prima. Insomma, oltreché nella prevedibilità dei personaggi, il limite principale di questo romanzo sta nella lingua – un po’ troppo di servizio, anche se occultato dal martellamento paratattico, dalla punteggiatura insistita, dai frequenti a capo. Autore fra le altre cose di un importante libro-inchiesta sulla strage di Bologna e di una biografia di Maurizio Costanzo esemplare quale racconto della mediocrità al potere – fra amici piduisti, salamelecchi berlusconiani, femminoidi messe a disposizione per (dis)fare la (in)cultura di questo tristissimo paese - ecco, Bocca scrive come dovrebbe fare un bravo giornalista, quale difatti egli è. Peccato che questo sia un romanzo, e il tentativo di Giuseppe Genna di inscriverlo in una grande controstoria italiana di questi anni mettendolo assieme a Siti, Vasta, Falco etc è piuttosto fuori tono.




04 feb 2010

Scuola De Profundis



Oggi, 4 febbraio 2010 - lo ha annunciato con  tortuosi giri di frase il prestanome del Ministero ex Pubblica Istruzione, tale Gelmini - si mette la parola fine alla scuola pubblica. Tutti a Sanremo - in attesa dello Strega.





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