29 apr 2010

rivisti, riletti - THE MOTHER



Regia:Roger Michell

Sceneggiatura: Hanif Kureishi


Gran Bretagna

Film sgradevole, dissero molti all'epoca (2003). La critica era (è) incline 
ad appassionarsi a filmetti certo più  eleganti di questo ma 
francamente anodini, frigidi, incapaci di rischiare. 
Una relazione fra una donna anziana, vedova di fresco, con un falotico 
giovanotto, fidanzato della figlia isterichetta e noiosa:
questo il centro narrativo dell’opera. Crudo il richiamo 
erotico, il desiderio esplicitamente manifestato e dalla mdp mostrato 
senza edulcorare l’immagine ma lasciandola sempre secca, spoglia, fatta di 
luci naturali, letti quotidiani, prese sessuali da dietro e fellatio nel cortile 
con la protagonista genuflessa sulla patta del ganzo. Ricordava lo scrittore 
anglopakistano Hanif Kureishi, autore (oltreché dello splendido romanzo 
Il budda delle periferie) della sceneggiatura che è 
il vero corpo del film, la difficoltà di trovare un produttore disposto a 
investirvi una sterlina. Non stupisce; qui allo spettatore non si regala niente.
Quello che dice (il diritto al piacere in un corpo invecchiato, l’esplosione 
delle norme sociali causata dall’imprevedibilità dell’attrazione fisica, 
il bisogno rivelato dell’amore, qualsiasi cosa esso significhi) lo mostra senza 
ornamenti che ci rendano il messaggio - si fa per dire - più gradevole e rassicurante.
Per questo, va visto. Perché è una lezione sulla forma senza cosmesi.

26 apr 2010

Alfredo Ronci al Paradiso


Ferroni e gli scrittori alla moda

Copertina
E’ appena uscito in libreria un libello di Giulio Ferroni Scritture a perdere. La letteratura negli anni zero (Laterza) dove l’insigne professore spara appunto a zero contro la letteratura contemporanea e spesso giovanile. Posizione poi questa riassunta in modo mirabile nel titolo che l’inserto domenicale de Il sole 24 ore dedicava all’evento: ‘Scrittori-spettacolo’ io vi detesto.
Ci piace dunque pensare che in questo marasma editoriale non siamo i soli a pensarlo.
Ma cosa dice di così tanto truce il professore?
Riportiamo degli stralci: 
La letteratura che va per la maggiore, che imperversa nei media, nei premi e nei festival, continua ad essere quella romanzesca o presunta tale, anche con romanzi fluviali, la cui velocità di scrittura è resa particolarmente agevole dal computer, che tra l’altro permette anche giochi di copia-incolla, con la possibilità di appropriazioni e riciclaggi da Internet di testi di varia origine raramente identificabili.
Ma il biasimo del professore non si limita alla constatazione di un uso ‘improprio’ della tecnica narrativa, ma di una vera e propria visione del mondo che ormai si è dilatata verso una rappresentazione solo fotografica della realtà. E fa finalmente dei nomi.
Paolo Giordano per esempio, l’autore de 
La solitudine dei numeri primi.
continua qui


Per Alan Sillitoe


E' morto lo scrittore inglese Alan Sillitoe.
qui la lettura del romanzo La solitudine del maratoneta

25 apr 2010

rivisti, riletti - Osama



Regia di  Siddik Barmak


Afghanistan
2003

Nella Kabul martoriata dai talebani e dalla guerra anche il lavoro è un problema drammatico. In una famiglia in cui gli uomini sono stati ammazzati le donne non possono uscire e dunque non dispongono di mezzi per sopravvivere. Così, l’unica soluzione diventa quella di travestire una piccola dodicenne da maschio e farla prendere dal lattaio come assistente. Non sempre è successo nel cinema asiatico che negli ultimi due decenni ha visto l’acritico favore dell'ingenuo pubblico di casa nostra, ma qui la storia benché semplice ti afferra alla gola e ti toglie il fiato, per virtù di forza narrativa e meraviglia d’interpretazione in un girato di stampo neorealistico, quasi documentaristico eppure vigorosamente emozionale. Un pezzo della recente storia della follia declinata fra le macerie di un oriente antropologico che fa a gara con l’omologo occidentale per secernere veleni truculenti: l’oltranza della barbarie che riesce a festeggiarsi e a godere solo in un mondo ridotto a scannatoio.






23 apr 2010

Genio italico

La Lega impone un esame di italiano agli immigrati che vogliono intraprendere un'attività da noi. Ma a loro, a Calderoli, Bossi padre e figlio, Salvini etc chi glielo fa? La Meloni? La Gelmini? La Russa? Gasparri?

Joshua Ferris - Non conosco il tuo nome

Neri Pozza
apparso su www.paradisodegliorchi.com
Autore del romanzo E poi siamo arrivati alla fine (Neri Pozza 2006), best seller internazionale tradotto in 24 lingue, vincitore del PEN/Hemingway Award e finalista al National Book Award, Joshua Ferris è considerato uno dei migliori scrittori americani dell’ultima generazione. 
In questo secondo libro, Non conosco il tuo nome, il titolo fa riferimento alla singolarissima, sconosciuta  malattia del protagonista.L’avvocato Tim Farnsworth infatti, qualsiasi cosa stia facendo, in qualsiasi momento, ovunque si trovi, è costretto da una misteriosa patologia che si palesa all’improvviso a mettersi in cammino – senza meta e senza motivo.  Qualcosa dentro di lui ordina alle sue gambe di mettersi in moto e andare. Nessuno sa perché, medici di vario orientamento cercano spiegazioni ognuna delle quali finisce per franare nel nulla di una ragione insondabile. 
Non si sa come chiamarla, questa malattia, nemmeno si riesce a capire se si tratti di un’affezione fisica o psicologica. In uno stato che assomiglia alla trance, Tim abbandona quello che sta facendo e inizia a camminare per ore, per giorni interi, fino a schiantarsi. La moglie lo aiuta, lo cerca, lo va a riprendere, gli sta vicino, poi a un certo punto, dopo anni di angoscia, non ce la fa più. La figlia, alle prese con i soliti problemi adolescenziali, all’inizio lo detesta, crede che il padre stia bluffando per farsi i cavoli suoi. Poi pian piano prende il posto di sua madre – forse è il personaggio più interessante del libro.
Per ovvie ragioni culturali, l’infelice protagonista spera che la sua non sia una vera malattia psichica, spera cioè di non essere semplicemente andato di testa. Ma analisi cliniche, laboratori, caschi muniti di elettrodi che monitorano l’attività cerebrale non danno risultati significativi. Problemi organici, nemmeno a parlarne. Le cose si mettono male anche sul lavoro, nell’importante studio legale newyorkese in cui Tim per anni aveva goduto di grande stima. All’inizio Tim inventa scuse più o meno clamorose per celare il suo dramma, visto che nel suo mondo, il nostro mondo occidentale, il lavoro risulta un fattore identitario irrinunciabile -  Italia a parte. Forse gli brucia più quello che il disastro familiare; ed è una questione più psicologica che economica. Il fatto è che alla fin fine non sa nemmeno lui se ciò che gli succede è un problema o una liberazione. E certo non lo sa il lettore.
In soldoni, la storia è questa. In un libro recente, Come funzionano i romanzi, il critico del “New Yorker” James Wood sostiene che l’osservazione dei dettagli è uno delle prerogative di un buon romanzo. Orbene, quello di Ferris è pieno di dettagli, vividi, efficaci, ma difficilmente mandano avanti la storia. Anche i dialoghi sono buoni, ma l’impressione generale è di un lavoro molto dilatato, e la ragione che ne sta alla base, l’alterità del protagonista rispetto al mondo dovuto all’assurda condizione cui soggiace avrebbe trovato ben altri esiti se fosse stata nelle mani di un De Lillo, autore cui lo scrittore dice di ispirarsi caldeggiando però una dizione forse più comunicativa, ma anche meno geniale. Ecco, a me sembra più che altro questo, che Ferris svolga in una maniera più leggibile ed emotiva temi e modelli  letterari giù visti - l’apologo sulla perdita di senso e la battaglia per tenere in vita la vita.
Non stupisce leggere in giro recensioni un tantino livorose che tirano in mezzo Philip Roth e sostanzialmente esclamano: Meno male che si cambia musica. A me non pare che si sia guadagnato qualcosa – il romanzo non è privo di belle pagine, anche molto dense, però altrettanto spesso si gira a vuoto, il dramma invece di inchiodarti gli occhi sul libro si disperde, come il protagonista. Abbastanza sopravvalutato, direi.

21 apr 2010

In Argentina, un bordello intitolato a Berlusconi


In Argentina dedicano un night club a Silvio Berlusconi









Una volta a Palmiro Togliatti dedicarono una città. Nel 1964 in Russia, nei pressi del Volga, la città di Stravopol mutò il nome in Togliattigrad. Un segno della stima che i bolscevichi nutrivano nei confronti del capo dei comunisti italiani. Ma anche, e forse soprattutto, un modo per attirare gli investimenti della Fiat, che infatti fino agli anni ’80 si avvalse della collaborazione della Vaz, casa automobilistica con sede proprio a Togliattigrad. Oggi, quasi cinquant’anni dopo, in un altro paese straniero si è deciso di omaggiare uno statista italiano (sic). O per meglio dire, uno che grazie alla sua carriera politica verrà – con buona pace dei vari De Gasperi, Einaudi e dello stesso Togliatti - considerato come uno statista. Si tratta del premier italiano Silvio Berlusconi.



E’ accaduto a Rosario, seconda città dell’Argentina della presidentessa Cristina Kirchner. (...) Il "palazzo Berlusconi" ha una destinazione d’uso tutta particolare. Non è la sede dell’ambasciata, né un palazzo del governo, né tantomeno un pala congressi: "Palazzo Berlusconi" è invece un locale notturno.

rivisti, riletti - Di questa vita menzognera




GIUSEPPE MONTESANO
Di questa vita menzognera
Feltrinelli 2003

Di questa vita menzognera è titolo esplicito e finanche didascalico non di un libro ma davvero di un’epoca, forse non solo italiana ma che qui da noi trova un tristissimo valore paradigmatico. C’è una famiglia di imprenditori napoletani, gente che fa il bello e il cattivo tempo, selvaggi e feroci come te li aspetti. Hanno in testa un progetto delirante, come è la loro vita, sceneggiata all’interno di un palazzo settecentesco, pseudo-borbonico, con tanto di corte (precettori, segretari, ecclesiastici...). Non paghi di essere già i padroni della città, progettano di venderla, assieme al Golfo e al Vesuvio. Sulle rovine della Napoli “reale” sognano insomma di costruirne un’altra, Eternapoli, una sorta di enorme parco tematico.
L’esercizio del paradosso, l’estetismo incongruo, macchiettistico che pervadono la storia e i caratteri dei personaggi, sono asserviti – con una magistrale variazione di segno - alla volgarità di un potere tanto cafone quanto incontrastabile. Un mondo rovinoso di derive logiche diretto da una feccia umana che riscrive il tempo e la storia secondo una impazzita volontà di potenza, megalomane e criminale, pronta a radere al suolo un’intera città per ricostruirla secondo un passato falso o verosimile poco importa comunque come giocattolo da vivere per indigeni e turisti.
Il delirio (che non supera di molto la realtà stravolta che è poi il paese di questi anni) investe qui un popolo in carne e ossa e il concreto spazio che abita. Napoli è ridotta a un’immonda accozzaglia di servi e padroni, chiusa nel sacro recinto di una postborbonica famiglia italiana - moderna solo nella delinquenziale disinvoltura necessaria a “vendere l’esperienza reale di mondi che non esistono più”. Una Neapolis allucinata in cui “ricostruire la vita di un tempo”, dopo averne azzerato carne e spirito vivente, per recitarvi, se il caso, pure il terremoto, e morire, alla fine, per contratto: per il piacere dei clienti-turisti, delle anime morte di oggi.



18 apr 2010

Alcofribas 5 - Giovanni Versu

ancora una lettura dell'amico scomparso Alcofribas

Giovanni Versu
L’affossamento dei secondi
Alba Nuova Editore,  Pag 154  Euro 13,00

Tutti  avrebbero voluto essere i primi nella vita, ma in realtà si sprecano i secondi, essendo i terzi e via declinando non partecipanti a pieno titolo ma convenuti per fare da pubblico quando va bene, carne da macello perlopiù. I primi, si sa, sono talmente pochi che soffrono in solitudine, fatta eccezione per quelli che riescono ad assurgere a immaginario di chi li contempla nei libri di successo – quelli soffrono sì, ma ricevono per empatia trasmessa e restituita al mittente una solidarietà sentimentale, al limite dello psicotico, così struggente da intenerire persino i cinici  professionisti della cultura: dopo la condanna a quel destino infelice, esser vincitori nei premi letterari che contano, è il minimo.
Ma che ne è dei secondi, di questa pletora di sganasciati stremati moribondi che si affannano senza soluzione di continuità e senza ricevere le soddisfazioni che meritano? Ivi si racconta il destino di uno di loro, Maurizio Salvo, politico di lingua italiana – si fa per dire - accoppato alla nascita da una bruttezza imbarazzante, reso guercio e più ammaccato ancora da cofane di palate allorché aveva ai bei tempi andati azzardato collusioni in prima persona nei gentili rendez-vous fra estremisti di destra e sinistra, fuoriuscito dal mondo del giornalismo per incontrovertibile inferiorità e miracolato da un Signore cui uno come lui a quel punto non poté fare a meno di credere, e trascinato da questa teleologica botta di culo a portavoce di un aggressivo squadrone politico.
Nell’agile romanzetto - a chiave fino a un certo punto, quello in cui devi arrenderti all’idea che tutto questo possa essere davvero “reale” - lo vedi tutti i santi giorni anfanare come un piccolo mulo ottuso, scoreggiare con tutta la forza che ha in corpo, sbraitare con la bava alla bocca, lui, munito di due labbrucce vezzose capaci di trasformarsi subitaneamente in sguaiato latrato e ti chiedi come ciò sia possibile - se lo domanda lo stesso narratore, il navigato Giovanni Versu, man mano che ce lo racconta. Perché uno che dovrebbe esser pacificato, sofisticato da questa ormai lunga frequentazione del potere, proprio non ce la fa? Perché uno che fino a una dozzina di anni fa marciva nelle fogne della nostalgia littoria e ora si ritrova come un’immaginetta buddista – vero, non di prima scelta quanto a gradevolezza estetica – a ogni ora del giorno e della notte nelle case di quel curioso popolo che si definisce italiano, non si accontenta dei risultati raggiunti?
In un lavoro che ha le movenze del romanzo di s-formazione la domanda si fa talmente pressante che il tono acquista via via la tensione del thriller – diciamo che in questo, Giovanni Versu, mostra di sapere il fatto suo: tira e molla, accelera, rallenta, stringe e a tratti scivola in lunghe digressioni che poi si chiudono secche e taglienti approssimando sempre più la rivelazione definitiva. Che però non mantiene tutte le sue promesse, perché il sospetto alla fine è che il rebus si sciolga con troppa facilità. L’affossamento decennale nella geenna ha lasciato il segno, è questa la rivelazione poco originale e peraltro poco sorprendente. Ma se è vero che anni di cloaca non si fanno redimere da nessuna ascesi futura, non ci si potrebbe qualche volta risparmiare esempi di realismo così greve?  Non li si potrebbe accontentare questi eterni secondi(ni) una buona volta e anticipare loro la via non del primato ma della santità?

Alcofribas




17 apr 2010

Intervista al filosofo Mario Perniola

Dal paradisodegliorchi.com
Gentile professore, il suo ultimo interessantissimo libro, 'Miracoli e traumi della comunicazione', è anche denso di snodi concettuali a prima vista non sempre ovvi. La prima domanda è questa: l'epoca della comunicazione (questo regime, in sintesi, dell'opinione in cui siamo immersi, che svaluta il sapere e l'esercizio illuministico della critica in favore della pubblicità e della chiacchiera) secondo lei comincerebbe esattamente quando? Con la fine della seconda guerra mondiale o con il '68? E quali, eventualmente, le differenze?
A differenza di pensatori ai quali sono stato spesso assimilato, che ritengono di vivere in un mondo fatto solo di finzioni, il mio punto di vista è realistico nel senso politico del termine: dalla Seconda guerra mondiale ad oggi, nulla di sostanziale è cambiato, poiché sono i cinque vincitori di quella guerra a tenere tuttora il mondo sotto controllo. Fino agli anni Sessanta tuttavia questo controllo era esercitato mediante le armi tradizionali della propaganda. E' stata la "contro-cultura", che in Italia chiamiamo "contestazione" a introdurre un altro regime, quello della comunicazione mass-mediatica, la quale poi è stata assimilata e fatta propria da coloro che voleva combattere. Del resto, la stessa cosa è avvenuta nell'economia: la new-economy, come mostra Boltanski, è il ricupero delle istanze di autonomia, di libertà e di creatività a favore del capitalismo. Anche l'oscurantismo nella forma che conosciamo nasce proprio negli anni Sessanta, mediante la confusione tra autoritarismo e autorevolezza. Esso ri-presenta in una forma soft in Occidente e in una forma hard in Oriente (la rivoluzione culturale maoista e il regime dei Khmer Rossi in Cambogia).continua qui  qui invece la recensione al suo libro



16 apr 2010

Da L'onda


Di cosa potesse parlare in classe, era materia d’invenzione quotidiana.
- Ma tu ce la fai?
- Fra un po’ ci pisciano in testa – rispose Fausto.
- Da me hanno già provveduto.
- Ma secondo te, tutta questa merda ce la siamo tirati addosso da soli?
- Voi insegnanti, vuoi dire?
- Dimenticavo, tu sei un artista. Non bene identificato, ma un artista.
- Avete fatto del vostro meglio.
- Come una zona grigia.
- Almeno.
- Ma tu i ragazzi li fai leggere?
- No, niente libri obbligatori.  Ci ho provato ed è stato un disastro.
- Come obbligarli a fare l’amore.
- Già.  E il sesso dovuto è una cosa da depravati.
- Ogni riferimento.
- E del gobbo, che gli dici tu quando parli del gobbo?
- Io il gobbo quasi lo evito. Il gobbo è troppo per loro, Livio.
- Il gobbo è troppo per tutti.  



14 apr 2010

rivisti, riletti - Il Miracolo






Regia: Edoardo Winspeare

Italia 2003

Storia di un ragazzino che in seguito a un incidente d’auto si pensa abbia imparato a fare miracoli, il terzo film di Winspeare è un’elegia su quell'età di  confine che passa fra l’infanzia e la preadolesceza. E' uno sguardo prolungato sull’irriducibile distanza che separa gli adulti dai figli, sulle  poetiche ragioni dei secondi e quelle economiche dei primi, ottusi e incapaci di comprenderli, di amarli davvero.
Si tratta di un lavoro a tratti commovente, a tratti noioso e corrivo, un po' televisivo e sostanzialmente irrisolto; nella prima parte sembra impastato in un lievito saporito, fatto di una grazia triste ma vitale. Nella seconda invece smarrisce la tensione necessaria non tanto a rendere credibile una vicenda che non può esserlo ma a farsi seguire sino in fondo per il modo troppo facile e indulgente di raccontarsi. 



07 apr 2010

rivisti, riletti - Lost in translation

riletture un po' casuali un po' no di libri 
letti qualche anno fa. E qualche film.

Regia di Sofia Coppola  USA  2003

Film gradevole di cui certa critica parlò in termini di capolavoro forse perché a qualcuno l’idea che la figlia di Coppola - esaurito ormai il genio del padre – potesse approssimare l’eccellenza, doveva aver fatto tenerezza, Lost in translation  è in realtà un’ operina garbata, perfidamente  malinconica  e pregna di delicatezze come una sfoglia fatta di crema sottile, uno sfizietto da rinfresco camp, un assaggino - una storia d’amore  frenata prima che sia troppo  tardi fra un vecchio attore un po’ rinco in viaggio  di lavoro in Giappone e una giovane fanciulla troppo presto sposata a un ambizioso fotografo che la lascia sempre sola in un albergo di Tokio. Dove casca l’asino della critica corriva è, a parte l’estenuata ripetitività delle situazioni nonché l’uso ruffiano della musica usata come riempitivo  drammatico  ogni qualvolta la storia non ce la fa ad andare  avanti da sola, proprio il milieu giapponese, così stereotipato  negli usi e costumi che avremmo potuto vederne di identici in un film della premiata ditta Boldi- De Sica.







06 apr 2010

Erik Satie “Quaderni di un mammifero”







Singolare esempio di musicista, Satie.
Definito mediocre dal cattivissimo Adorno, introdotto con una certa ironia nei manualetti di storia della musica, riscattato con insolita passione da John Cage e ricicciato con molta disinvoltura da Brian Eno, Satie incarnò come pochi lo spirito inquieto della Parigi di fine Ottocento e dei primi vent’anni del Novecento, percorrendo un itinerario eccentrico, decifrabile solo per il suo andamento falotico e discontinuo – cosa che fece mirabilmente A. Guarnieri Corazzol in un bel libro fuori catalogo edito da Marsilio, nel 1979 “E. Satie, tra ricerca e provocazione”. La monografia svolgeva l’esperienza composita dell’autore delle Gnossiennes in tre momenti fondamentali, registrabili attraverso una rigorosa analisi delle partiture e un ricco inventario critico-storiografico che scortava sapide implicazioni culturali. A un primo momento misticheggiante, Satie ne accompagnò un secondo più popolare e un terzo umoristico e dada.
Di questa sostanza una e trina, il lettore curioso e non totalmente rincoglionito dalle odierne querelles fondate sul nulla del Premio Strega, può farsi una divertente idea sfogliando – se ha la fortuna di trovarlo – Quaderni di un mammifero, volume intelligentemente messo su da Ornella Volta con il beneplacito del non ancora declinante Roberto Calasso, anno 1983.
“Monsieur le Pauvre” infatti non scrisse alcun libro ma la Volta si prese la briga di riordinare e assemblare quattromila bigliettini sparsi e ritrovati nella casa di Satie dopo la sua morte (assieme ai sette ombrelli ancora incellophanati che lui non apriva nemmeno sotto la pioggia per non rovinarli). Lo stesso titolo fu rubato all’autore da una rubrica che teneva per diverse riviste dell’epoca. Il materiale, accumulato con irridente nonchalance, è fatto di riflessioni più o meno svagate sulla musica coeva, commedie liriche, folgoranti boutades e articoli effimeri sugli argomenti più disparati,  nonché autoinviti a improbabili cerimonie di cui il musicista era il solo partecipante.
Perché leggerlo, allora? Perché il segno distintivo di questa prosa ludica è uno humour spiazzante, mai cameratesco o gruppettaro ma sempre da un’altra parte persino rispetto a se stesso. Nel pieno bric à brac delle avanguardie storiche, Satie se ne infischia delle conventicole, seppur iconoclaste. La sua intemperanza non è d’ordinanza, l’autoironia qui non è un vestitino da salotto, né soffre della sterile e postmoderna contaminazione dei linguaggi – come recitano le note di copertina, “Satie possedeva un’eccentricità profonda che va ben più in là di quella, sempre un po’ militaresca e squillante, delle avanguardie che lo circondavano”. Insomma, Satie paga di persona. E come avremmo imparato da Sandro Penna, chi è diverso, lo è sino in fondo. “Signore, lei non è che un culo, ma un culo senza musica”, scrisse Satie a un critico mediamente dotato cioè pochissimo nel 1917. Un tribunale lo condannò.
Non era più tenero con gli amici, se necessario – e parliamo di Debussy, di Cocteau. Nonostante il tono spesso caustico delle sue invettive, preferiva però dire la propria giocando, come fa con un altro critico-censore prendendolo per i fondelli con un finto panegirico - Ravel lo definì un bambinone. Si difendeva bene, insomma, eppure traspare qualcosa di immensamente amabile in quest’uomo solo e musicista singolare. Dall’ovvio, scarno frammentismo della scrittura e quello meno scontato della sua musica, emerge una modestia rara. Antiromantico, antieroe, distante anni luce dall’artista drammatico e quasi mitico (il tipo Wagner diciamo), antiaccademico d’istinto prima che di programma, Satie segue il proprio capriccio e se ne infischia della “società stretta” degli addetti ai lavori. “J’emmerde l’art”, scrive, lui, autore di musiche bellissime (ancorché forse semplici e prive di strutture poderose).
Impossibilitato a legarsi a qualcosa, o a qualcuno, negato a una vita sentimentale, passeggiatore incredibile, eretico discepolo dei Rosa-Croce, disgregatore di dogmi e, avrebbe detto Jarry, di rovine, Satie è un unicum nella storia della musica, e, direi, dell’espressività umana. Il libro aiuta a farsene un’idea. Di che cosa può significare un’antiretorica umiltà, per esempio – che nulla concede al gusto dei più e nemmeno si glorifica di segni fastosi. Più che iper-razionalismo o intellettualismo come hanno voluto credere molti esegeti, in quest’assenza di clangori assordanti e presenza viva, sempre all’erta, di un’intelligenza acuminata sembra di intravedere la storia di un’anonima tragicità – musica, idiosincrasie e scrittura intrecciate in un’esperienza da custodire nel proprio bagaglio dei bei ricordi, delle belle e buone cose di una vita.

Edizione considerata

Adelphi  1980 ,
a cura di Ornella Volta
pp. 368






Ma i cattolici perbene non hanno nulla da dire?



Marco d’Eramo


L’autogol del Papa



«Ma hanno perso la brocca?» mi chiede preoccupato un amico, cattolico praticante. È una domanda che molti credenti si pongono davanti alle uscite del Vaticano - sempre più scomposte e più autolesioniste - sullo scandalo della pedofilia ecclesiastica.
leggi


e anche qui nello specifico della situazione italiana


oppure le riflessioni di un teologo come Hans Kung


ma soprattutto questo, ossia un 


ordine scritto, emanato dallo stesso Ratzinger nel giugno 2001 ai vescovi di tutto il mondo di tacere alle autorità civili qualunque caso di pedofilia e di adescamento di maggiorenni durante la confessione. 






Testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:
«LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001
Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.
Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica emanata come motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
- I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:
1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:
2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;
3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;
4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
- Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;
2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;
3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
- Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.
Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
Joseph card. Ratzinger, prefetto.
Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»

Sul problema di fondo, un trucco sistemico, un sabotaggio osceno della legge questo commento mi sembra definitivo
(e aggiungerei per traslato cultural-antropologico, ottimo per intendere un'attitudine che in duemila anni di storia ha contribuito a costruire la psicologia dell'italiano medio) http://temi.repubblica.it/micromega-online/flores-darcais-perche-ratzinger-e-wojtyla-sono-responsabili-per-la-peste-pedofila/


05 apr 2010

rivisti, riletti - Cronaca della fine

Posterò in questa sezione brevi note di riletture un po' casuali un po' no - alcuni libri e qualche film.

Antonio Franchini
Marsilio 2003

Il libro di Franchini raccontava la vicenda editoriale (e quella umana a essa legata) del romanzo La distruzione di Dante Virgili, uscito da Mondadori nel 1970 e poi ripubblicato da Pequod (con inutile fragorosa grancassa di Giuseppe Genna)
Quanto annoia l’opera di Virgili - scrittore giustamente sconosciuto se non fosse che troppi meno interessanti di lui hanno goduto di onori spropositati ma del tutto ovvii nella micragna del conformismo culturale italiano – opera che si voleva esplosiva per l’apologia del nazismo che vi era incarnata e l’oltranzismo erotico da frustrato pedicelloso,  tanto la passione cauta e ostinata con cui Franchini ne narrava le traversie editoriali avvince e suscita ammirazione per la qualità della scrittura e per lo sguardo lucido e coraggioso con cui svela miseria e nobiltà della scrittura stessa e degli uomini che vi si affannano intorno. Cronaca inchiesta romanzo a sua volta (cosa può dirsi oggi che non sia romanzo?), poco importa, l’opera di Franchini nel 2003 confermava che se pulsa qualcosa di vitale nella letteratura italiana bisognava cercarla, contrariamente alla nuova vulgata, fuori dai generi e che era ora di piantarla con la acritica esaltazione di qualsiasi caccoletta noir solo perché noir. Peccato che Franchini nel frattempo abbia cambiato sport, mostrando di preferire l’invenzione di casi editoriali nulli, come Giordano, D’Avenia e consimili pruriti tardo-adolescenziali.


03 apr 2010

"L'idiotie en politique", De Matteo - Lerner - Revelli


Non vivo nel nord. Mi chiedevo in questi giorni che cosa significasse veramente questa storia che la Lega sarebbe radicata nel territorio. Mi chiedevo: sì, ma che cosa ci fa? In che cosa consiste questo lavoro nel territorio? Avevo dei sospetti, al riguardo. Non erano infondati.
leggi qui

qui l'analisi di marco revelli


02 apr 2010

Italiani...


Non c’è niente da fare, il paese è questo.
Agli italiani piace così.
Non so se Etienne de La Boétie quando scrisse Il Discorso sulla servitù volontaria (ne parleremo) pensava all’Italia ma avrebbe potuto farlo per cercare i motivi di una più ostinata nequizie, di una più proterva soddisfazione nel farsi fottere per fottere i più deboli.
Nel resto d’Europa, se pensano a noi si grattano i coglioni. Poeti, santi e navigatori tracciamo le rotte, produciamo sogni, generiamo fedeli. S’innamorano di noi non volendo, virtù civiche e repubblicane sufficientemente organizzate favorirebbero ironia e distacco, ma al fascino dello stronzo, specie di un amabile stronzo, feroce all’occorrenza, lirico in apparenza, alla lunga non si resiste. Benito Mussolini disse a proposito degli italiani: "E' facile farsi padroni di un popolo di servi." Non so se è un ossimoro, ma correggerei l’affermazione del tragico farlocco: gli italiani, in grande maggioranza, sono dei servi-stronzi.





Cerca nel blog