18 mag 2015

scritto per satisfiction Sordi & Sonego

IL CERVELLO DI ALBERTO SORDI. RODOLFO SONEGO E IL SUO CINEMA

Recensione di Michele Lupohttp://www.satisfiction.me/il-cervello-di-alberto-sordi-rodolfo-sonego-e-il-suo-cinema//
Il cervello di Alberto Sordi. Rodolfo Sonego e il suo cinema
“Ve lo meritate Alberto Sordi!” disse una volta Nanni Moretti, il cui cervello al 
tempo era gestito in proprio ed era capace di battute epocali -  ora è in appalto 
a Francesco Piccolo mentre dietro quello di Sordi stava Rodolfo Sonego e chi 
non capisce la differenza si merita Moretti, Piccolo e Piovani con le sue musichette 
tristo-chic. Se Sordi non aveva mai letto un libro in vita sua (buonanima ci 
perdonerà la moderata esagerazione), a scrivergli film che ora dove li trovi 
(Una vita difficile, Lo scopone scientifico, Il vedovo) era un intellettuale bellunese, 
sofisticato, di ottime letture giovanili, con ambizioni iniziali di pittore (“i miei 
miti non si chiamavano Rossellini o Amidei ma Braque, Mondrian, Picasso”) t
enute al caldo negli anni della Resistenza, partigiano con tanto di nome di 
battaglia, ‘Benevento’, e un nome vero, Rodolfo Sonego, che ancora non dice 
granché ai più pur avendo contribuito in misura notevole a fare la storia del cinema italiano. 
Ora, dobbiamo a uno splendido trovarobe di Tatti Sanguineti una conoscenza meno sommaria dello 
sceneggiatore: Il cervello di Alberto Sordi è un volumone che raccoglie note biografiche, interviste, chiacchiere,
 rivelazioni su progetti realizzati o morti per strada che hanno visto la coppia Sordi-Sonego fare il bello e il 
cattivo tempo (non è che tutti i loro film fossero memorabili, anzi, il declino dei due andando di pari passo 
con le fallimentari ambizioni di regista dell’attore) del cinema nostrano – potrebbe forse sorprendere i lettori 
che le storie di una coppia sì smaccatamente nazional-popolare trovi spazio nelle edizioni Adelphi. Ma 
qualcuno saprà che c’era già stata anni fa la piccola edizione del Diario australiano: lì, fra gli appunti di 
viaggio, si buttavano le tracce di un notissimo film girato da Luigi Zampa, Bello, onesto, emigrato 
Australia sposerebbe compaesana illibata, ennesimo titolo fra gli innumerevoli firmati da Sonego. 
Tatti Sanguineti ricostruisce e racconta attraverso la fabbrica dello sceneggiatore una vera summa 
dell’antropologia italiana. Bugiardi, mammoni, papalini, teatranti, infantili figli di puttana, mostri insomma: 
ed è lì, sul racconto di quella mostruosità indigena che si trova il punto di giunzione (l’unico, dice lo 
sceneggiatore) che rende possibile l’avventura Sordi-Sonego. Pure, non è questa la cosa più interessante 
del libro. Che la nostra commedia, quella migliore, comunichi al mondo alcuni dei tratti nazionali è cosa arcinota. 
Né vale la pena insistere sugli aspetti melodrammatici, ridicoli e patetici della faccenda. La sorpresa caso 
mai la offre la lucidità, la cultura illuminista di Sonego che vede con franchezza spietata non priva però di  
amabilità sia nell’uomo che nell’attore (Sordi). Non gli risparmia nulla, a partire dagli inizi, quando conferma 
la versione di Sanguineti al quale risulta che il giovane Sordi rompesse le scatole a tutti pur di lavorare 
(“Quando Sordi canta Te c’hanno mai mannato a quer paese è perché lui in quegli anni a quel paese 
ce lo mannavano spesso”). La durezza realistica anche dell’uomo (Sordi) veniva,  secondo Sonego, dalla 
mancanza di indulgenza che aveva patito sulla propria pelle tentando di farsi strada. Né Sonego si sforza 
granché di negare il qualunquismo dell’attore, la sua incultura piccolo-borghese – laddove lo sceneggiatore 
diceva di sé: “Ecco, io come uomo, sono l’esatto contrario del personaggio che continuo a raccontare e 
al quale presto le battute che Sordi pronuncia da vent’anni sullo schermo”.
Pure, la grandezza dell’attore ne emerge assoluta – e, si direbbe, proprio da quel vuoto: andrebbe riconosciuto 
– ma questa è idea dello scrivente – che l’arte di un attore non necessità di virtù intellettuali. Il mostro Sordi, 
ignaro di biblioteche, ruffiano, italiano al peggio possibile, nostro prossimo vicino, ha trovato qualcuno che 
sapeva farlo “essere”. Che gli ha dato modo di esercitare virtù certo in un attore più decisive: la follia, l’istinto,
 il fiuto da “animale selvaggio”: questa era la verità di Sordi.
Ma non c’è solo lui nello spassoso – e anche utile (per tutte le schede filmiche che contiene) – libro di Sanguineti (Tatti, per fortuna). Sonego parla dei suoi film, dei suoi incontri, delle sue esperienze. Di uomo colto ma affrancato 
da certi schematismi engagé imperanti fra gli anni Cinquanta e Settanta, tanto da non mandarla a dire a un 
critico temutissimo e impantanato nel realismo soviet come Aristarco (benché Sonego fosse nella 
lista dei fantomatici capi comunisti che il golpe sventato del generale De Lorenzo, 1963, prevedeva di 
mandare a svernare in Sardegna). L’Italia gli stava stretta; di lì i numerosi viaggi, l’Africa, l’Estremo Oriente 
(gli Usa non gli portarono solide fortune) -  immaginarselo, in compagnia di quel “monoglotta irriducibile” 
di Sordi, quasi una ripetizione dell’eterna coppia Don Chisciotte- Sancho Panza…
Lapidari poi alcuni ritratti; Vittorio De Sica: “il più grande uomo di cinema del mondo”; Antonioni, 
“un grande fotografo a colori”; Flaiano, “un matematico a caccia di equazioni numeriche; Marco Ferreri, 
“un uomo d’affari molto serio”. E poi Parise, la Loren, Dino Risi, Brigitte Bardot…
. Adelphi 2015, pp. 588, 26,00 euro

08 mag 2015

su satisfiction una conversazione con Orson Welles

A PRANZO CON ORSON. CONVERSAZIONI TRA HENRY JAGLOM E ORSON http://www.satisfiction.me/a-pranzo-con-orson-conversazioni-tra-henry-jaglom-e-orson-welles/ Recensione di Michele Lupo 

A pranzo con Orson. Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles
Non è vero che volesse vendicarsi di lei, della povera, splendida Rita Hayworth. La amava ancora (anche se “non sessualmente… dovevo metterci tutto l’impegno per scoparla”) quando girarono La signora di Shanghai (film che come altri non completò e gli venivano distrutti dalla produzione anche per colpa della sua bulimica inquietudine che lo portava sempre altrove – non che non ci lascino ancora occhi spalancati). Se le fece tagliare i capelli e ne trasformò l’immagine in un modo che non gli fu perdonato era semplicemente perché lui era Orson Welles: gli altri (le altre, anche se si chiamavano Rita Hayworth) solo attori. Ossia funzioni di un’idea estetica il cui solo demiurgo era lui, un regista che scriveva. E se è vero che ne sparava tante, Welles su una cosa aveva indubitabilmente ragione: “L’intelligenza è un handicap per un attore (…) il tipo cerebrale può essere un grande attore ma è più difficile”. 
Il bello del libro ora in uscita per Adelphi A pranzo con Orson Welles, a cura di Peter Biskind, sta nell’evitare sia l’agiografia per un regista fra i tre o quattro decisivi della storia del cinema, sia l’attacco scandalistico teso a denigrare il personaggio poco conforme ai dettami del perbenismo che dall’altare della correttezza politica da decenni ammorba qualsiasi discorso culturale. Sicché teniamoci stretto il genio che preferiva amici di destra ai santini e alle anime belle – ma Eastwood non volle girare per lui in The Big Brass Ring (ultimo tra i film che non gli riuscì di realizzare) “perché troppo di sinistra”. Il libro non è una biografia, ma una serie di interviste fatte da Henry Jaglom, attore e regista a sua volta, che tra il 1983 e il 1985 parlò con lui più volte, con un registratore sotto il tavolo (Welles gli aveva fatto la proposta di registrarlo, ma preferiva dimenticarselo). Erano gli ultimi anni di vita ed era terrorizzato dall’idea che il giovane ammiratore potesse trasmettergli l’Aids.
Interviste dal sapore forte. Se i grandi spesso fra loro non si tollerano – avere una visione forte delle cose, sul senso dell’arte in cui ci si cimenta per esempio, un’idea decisa su ciò che si vuole dal proprio mestiere, tutto ciò può facilmente rendere intollerabile posizioni diverse – nel caso di Orson Welles la personalità straripante gioca un ruolo non secondario. Se provava immediata simpatia per un pianista come Rubinstein perché diceva di non esercitarsi granché (e gli piaceva vivere e godersi la vita), la lista dei suoi nemici (anche immaginari) è lunga. Non tollerava Woody Allen: “Non sopporto nemmeno di parlarci. Ha la sindrome di Chaplin. Quella combinazione unica di arroganza e insicurezza che mi dà l’orticaria”; ma sullo stesso Chaplin il giudizio era più complesso (in sintesi: ”Profondamente cretino per molti aspetti, tutta questa sdolcinata imbecillità inframmezzata da tanti colpi di genio”). E poi Brando (“un salsiccione”), Humphrey Bogart, (“un vigliacco”) la Hepburn (meglio non dire cosa), e ancora Polanski, John Huston, Jean-Paul Sartre. Per non parlare dei giudizi avventati su film bellissimi come Chinatown o La donna che visse due volte). O del razzismo ostentato: “Niente nani etnici. Non voglio gente scura con la faccia strana” si riferiva a Dustin Hoffman, Robert De Niro e Al Pacino. Intemperante, alieno a ogni diplomazia, “famoso per la sua intolleranza alla stupidità”, Welles era incontenibile – in tutti i sensi. Racconta Jaglom di una sera di quegli anni finali di diete tristissime. Welles mangiava insalate e fingeva di accontentarsi del piacere altrui. “Assaggia e dimmi com’è, mi chiedeva. Non immaginavo che al ritorno in albergo avrebbe svegliato lo chef nel cuore della notte per farsi portare quattro bistecche, sette contorni di patate arrosto e un sacco di altra roba”.
Il fatto serio è che le idiosincrasie personali o artistiche di Welles hanno avuto un peso nullo rispetto a quelle che di cui fu vittima lui. Il peccato originale dell’irrefrenabile genio è ovviamente Citizen Kane (“un film troppo sofisticato per un pubblico di massa” dunque un flop commerciale inaudito): non fu tanto il quarto potere a non perdonarlo quanto quella Hollywood di cui aveva un bisogno vitale (perché la peculiare immaginazione filmica del regista del Wisconsin necessitava di risorse economiche diverse da quelle di cui spesso si è accontentato il cinema indipendente – budget impegnativi, insomma). Vien da pensare che un po’ se la sia cercata, Welles, artista vero ma troppo inquieto per finire tutto ciò che gli passava per la testa. Ma il resto è – legge implacabile della storia umana – a carico della stupidità altrui: come Fellini, uno dei pochi che restano a quelle latitudini, morì non trovando chi gli finanziasse i suoi film.
In questi giorni, avrebbe compiuto cento anni. 
Il nostro saluto è devoto.

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