21 dic 2012

tom waits

pubblicata su alibionline

È il 14 luglio del 1992. Da lì principia la serie di fotografie del volume Tom Waits di Guido Harari, da poco uscito per Tea. Il noto fotografo definisce “melodia cinetica fatta di piccoli scatti” il movimento instancabile dei muscoli facciali e delle braccia del grande musicista americano quando ha la fortuna di incontrarlo nella bellissima Place des Vosges di Parigi per la promozione dell’album Bone Machine. Un uomo la cui pelle sembra fatta di una gomma dura ed elastica insieme, in grado di fargli assumere sembianze e maschere diverse di uno stigma originario che è quello di un vero genio. Se “il viso gli si gonfia e deforma” spiazzando il fotografo, e se la sessione di scatti troverà la sua cifra soltanto nel gesto improvvisato di Waits che afferra un telo scuro pensato come fondale e trasformato in un gigantesco mantello dentro e sotto il quale svolazzare come uno strambo animale, così il giornalista Burt Bull nel novembre del ’77 (Waits comincia a farsi un nome importante) non sa bene che pesci prendere nel suo goffo tentativo di imbastire un’intervista decente col musicista seccato di dover assomigliare alla maschera di ubriacone dissennato che i media gli stanno appiccicando addosso.

È solo una delle decine di interviste raccolte nel volume Il fantasma del sabato sera, (messe insieme da Paul Maher Jr, e tradotte da Minimum Fax) che coprono tutta la sua lunga carriera e costituiscono una fonte preziosissima per vedere più da vicino dentro l’officina creativa di uno straordinario e sensibilissimo performer oltre che autore, la cui grandezza per orecchie non abbastanza attente è forse adombrata dall’aspetto burlesco e camaleontico della messinscena. Harari lo rivede ai tempi di Mule Variatons in una “location anonima”. Waits gli chiede di “togliergli vent’anni”.


Ma sembra non crederci nemmeno lui. Tende piuttosto a fargli sapere che gli interessa un pubblico vero e non il numero dei biglietti venduti. Il libro di interviste chiarisce ulteriormente l’assunto. Per quanto successo abbia poi di fatto ottenuto - il cinema stesso ne è stato sedotto, come molti sanno - Waits ha sempre fatto quello che voleva, anche lasciando a bocca asciutta chi avrebbe preferito il ripetersi di certe atmosfere malinconiche e struggenti in luogo della svolta rumorista che spiazzò non poco (né pochi). Stando dalla “parte sbagliata” – quella che più giusta non si può, va da sé. L’influenza letteraria soprattutto agli inizi porta il segno di Kerouac, Bukowski e compagnie limitrofe; ma Waits per fortuna ha sempre tenuto a bada la faciloneria in odor di santità di chi pateticamente si dà del poeta. "Poesia è una parola molto pericolosa – ci avverte. - Quando qualcuno mi dice che vuole leggermi una poesia, posso immaginare un numero infinito di cose che farei molto più volentieri".
La sua musica - come sa bene chi la frequenta – muta negli anni, e muta il suo approccio agli stumenti, dalle prime chitarre ritmiche (da ragazzino Waits suonava la tromba...), al piano, alle sperimentazioni anche elettroniche “sans frontières” che dipartono dallo spoken words (fu in un disco in cui era Kerouac a parlare sopra un musica di Steve Allen che ebbe l’intuizione di cosa avrebbe potuto fare). Ai vari giornalisti racconta questo e altro, la sua empatia con il mondo della notte (di paramedici, poliziotti, netturbini, prima che di spostati), affari più o meno privati, lo sforzo per surclassare l’immagine di demenziale fenomeno da baraccone cui qualcuno provò a suo tempo a inchiodarlo. E non manca di mentire, anche, e fa bene – la menzogna nel suo caso è solo la forma di un racconto (anche perché “Waits parla davvero con quella voce”). Gli intervistatori più accorti lo sanno. Se l’uomo li prende in giro ci sta; perché non è pretenzioso, Waits, non vende fumo, e consegna agli uomini e alle donne di buon gusto un patrimonio musicale meraviglioso. Che cosa volete di più?

15 dic 2012

Da qui all’eternità


James Jones

flaneri
Del titolo hanno avuto sentore in tanti, il film nell’Italia recente lo hanno visto sicuramente molte meno persone, il libro da cui è tratto qui da noi è quasi una novità. Quasi perché il romanzone Da qui all’eternità di James Jones(1921-1977) finora circolava in una versione Oscar Mondadori che, come quella americana, era scevra dei suoi contenuti più indigesti a quella gran parte di pubblico che il racconto del mondo può tollerarlo solo a patto che non si vada sino in fondo.
Pensare che la rappresentazione – editorialmente edulcorata – della vita militare americana ai tempi di Pearl Harbour valse allo scrittore il National Book Award nel 1952 (e successivamente ne tirarono fuori il film di Fred Zinnemann con Burt Lancaster e Montgomery Clift, che avrebbe fatto man bassa di Oscar). Be’, Jones per tutto questo dovette pagare un prezzo salatissimo.Il libro subì tagli poderosi: la censura intervenne pesantemente su molte scene, sui dialoghi e in generale sulla lingua del romanzo. Tutt’altro che edulcorate, scene e lingua: dapprincipio, si capisce. Ma a giudizio dell’editore, se nel formidabile esercito che di lì a poco avrebbe salvato il mondo dal delirio nazista non si faceva a meno né dei rapporti omosessuali né della masturbazione, era cosa che al puritanesimo americano (e al maccartismo d’epoca) poteva interessare sapere, ma non nei dettagli. Si dà il caso invece che la crudezza dell’ambientazione, il malessere quotidiano, e l’afrore diffuso di una sessualità dispiegata in varianti generose e brutali, costituiscano la trama tonale del romanzo – corna e bordelli compresi.
Il fatto è che in quelle basi militari il piacere stesso sembra incapace di sottrarsi a un certa violenza di fondo. «La gente non sa che cazzo succede in questa nazione», scriveva Jones.Il mondo visto da lì galleggia sotto un cielo cupissimo. L’epica che ne viene fuori è guasta, morbosa, dissonante. Le storie di questi uomini sono rudi ma nonfacilmente chiuse nel loro ruolo militare. A partire da Robert Prewitt, un trombettiere di talento ed ex pugile deciso a non salire più sul ring, Jones disegnacon una costruzione robusta personaggi che sembrano racchiudere il destino del mondo. Sentimenti e ambizioni dei quali, velleità e sconfitte, forza e debolezza sono ricondotti alla loro cifra essenziale: ecce homo e il suo destino. Amori sbagliati compresi.
La musica delle conversazioni fra soldati i più la conoscono da certa cinematografia: «“Se tu andassi dal comandante, come ti dico io, e dicessi anche una sola parola, resteresti. E vaffanculo al capo trombettiere Houston”. “Sì, certo. E il frocetto di Houston sarebbe sempre primo trombettiere. Inoltre, la pratica è già passata avanti. Firmata, sigillata e consegnata”. “’Fanculo” ripeté Red disgustato. “Le scartoffie firmate te le puoi attaccare sai bene dove, per quel che valgono”».
Di sicuro non è uno stilista James Jones. La sua prosa non irretisce, anzi si arrampica senza troppi scrupoli su un fraseggio comodo e disadorno e si avvale di similitudini a volte scontate. Una scrittura al servizio della storia, però.La forza di Jones sta nella sua convinzione: parliamo di un narratore poco “letterato”, che molto ha visto e sa raccontare(partecipò in prima persona a quelle vicende, così come alla battaglia navale di Guadalcanal – non a caso è anche l’autore de La sottile linea rossa). Ci sono scrittori così, di cose e non di frasi; magari puoi storcere la bocca ogni tanto ma devi ammettere che hanno ragione loro.su flaneri

09 dic 2012

Ognjen Spahic


articolo pubblicato su flanerì
Un piccolo universo concentrazionario chiuso in un recinto più grande. Detto in una formula semplice potrebbe essere questo, a un primo sguardo, il resoconto de I figli di Hansenromanzo dello scrittore montenegrino Ognjen Spahic, tradotto dalla benemerita Zandonai di Rovereto, cui dobbiamo la conoscenza di un drappello di autori poco noti al distratto pubblico dei lettori italiani (un raccontino di Spahic ispirato a Raymond Carver era apparso un paio di anni fa sulla rivista Crocevia, numero 13-14 dedicato al Montenegro).
La prigione è in realtà un lebbrosario – l’ultimo di cui si abbia contezza in Europa, mentre nell’introduzione Claudio Magris afferma che parrebbero esisterne nel mondo ancora 700. Lo spazio che lo circonda è nientemeno che uno stato totalitario, quella della Romania di fine regime, anno 1989. Nell’imminenza dell’agonia di una tirannide dai tratti raramente così grigi, la «terra sterile» che cinge il disgraziato ospedale non sembra molto più allegra. Eppure, nonostante Ceausescu – la cui agonia è imminente – chi sta fuori, al confronto, non può che rallegrarsene.«Nell’immaginario collettivo la lebbra era collegata principalmente a due cose: in primo luogo alle scene del Ben-Hur di Wyler – una colonia di lebbrosi che si aggira per il pianeta come castigo di Dio, condannata all’odio e alla morte dolorosa in caverne isolate, lontano dalle città; in secondo luogo, la paura del mostro biologico, l’intruso del ventesimo secolo, manifestatosi in questi tempi per un fatale errore della natura oppure per giustizia divina». Così scrive il narratore, parte della esigua schiera del lebbrosario,undici uomini e una sola donna, considerati dagli «ottusi contadini rumeni» alla stregua di «derelitti marchiati del genere umano». Fin qui, a parte l’anacronismo del lebbrosario, saremmo in un curioso documentario. Ma se qualche piccolo passaggio didascalico non manca, ciò che rende interessante il romanzo del quarantenne montenegrino – (musulmano liberal-democratico, ci avverte Magris) – è la vita che pure vi si agita. Escrescenze e protuberanze non impediscono ai derelitti di cercare con le forze residue di strappare quel che possono: persino i piaceri della carne. Ben dice lo sgomento del narratore lo spettacolo di due compagni di sventura avvinti in una pazzesca intimità sopra materassi imbottiti di lana grezza: al primo, un ammasso di gobbe, manca il naso e un piede, all’altro sono saltate tutte «le giunture degli arti» per cui il suo movimento  sembra quello di «una bambola sovradimensionata nell’oscurità delle confusioni infantili». Ma, come sempre, il contesto cambia di segno un passaggio che facilmente si presterebbe alla lettura compiaciuta di uno scenario freak (nel senso di Tod Browning o del grande Leslie Fiedler). Al divieto (!) di provare emozioni, i lebbrosi rispondono con tutta la gamma di sentimenti all’opera. Il narratore riceve splendidi regali di compleanno (il più prezioso: l’album bianco dei Beatles), da un amico carissimo che ha contratto la lebbra fra le prostitute di Amsterdam. La storia della loro amicizia muove il romanzo e gli dà un’energia insospettabile. Spinge la vita morente verso il fuori, letteralmente, a caccia del sole, del mondo verso cui si tenta di fuggire. Non mitiga minimamente la durezza della loro condizione ma esprime fra l’evidenza dell’orrore, dei corpi marcescenti il bisogno di richiamare attraverso l’immaginazione un qualsiasi barlume di «incanto» – impossibile, ma essenziale, decisivo per tentare la vita anche quando nessuno più oserebbe nemmeno nominarla. Dall’Europa orientale hanno qualcosa da dirci, ma le major non lo sanno.

01 dic 2012

“I sette pazzi” di Roberto Arlt

da http://www.flaneri.com/index.php/flaneri/leggi/i_sette_pazzi_di_roberto_arlt/flaneriflaneri

Los siete locos: già pensarlo un titolo così è a suo modo un’avventura. Roberto Arlt, scrittore argentino (Buenos Aires 1900-1942) che alcuni forse esagerando considerano fra i massimi del grande paese sudamericano, non ha goduto tuttavia di grande fortuna in vita, e per molti anni è rimasto fuori dai circuiti più accreditati e della critica e del pubblico. Nel periodo di maggiore diffusione della romanzeria sudamericana in Europa, fra gli anni ’60 e ’70, Arlt non era fra gli scrittori più frequentati. Gli si preferivano autori e lavori molto più corrivi e sentimentali – ma vero è che dopo si è fatto di peggio (i nomi li sanno tutti, la Allende, Mastretta, Sepulveda…).
Invece Arlt è uno scrittore dall’immaginazione in perenne cortocircuito, spiraliforme, al servizio di personaggi border-line che si arrotolano su se stessi e sanno raccontarsi come pochi. Almeno così accade a Erdosain, il più in vista dei sette pazzi di questo che è considerato il romanzo fondamentale (1929) dello scrittore e giornalista di Buenos Aires. Già stretto nell’angustia di una vita ai margini, senza un soldo e incline a rubare fino a quando si caccia nei guai, Erdosain è capace però di vivificarla a suo modo immaginandosela sempre peggio. Con un certo talento, bisogna dire, per scenari fra il grottesco e il surrealista (senza disdegnare il macabro), in virtù di una fantasia poco disciplinabile e cedevole piuttosto a un’iconografia nera.
«All’improvviso ebbe la sensazione di camminare sulla sua stessa angoscia trasformatasi in tappeto. Come i cavalli che, sventrati da un toro, s’ingarbugliano nelle loro stesse budella, a ogni passo che dava i polmoni restavano senza sangue».
Non mancano le goffaggini, è evidente, e qualche scivolata in un immaginario più convenzionale dovuta – lo ricorda nell’appassionata prefazione Julio Cortàzar, peraltro convinto, come del resto Borges, che I sette pazzi sia un capolavoro– alla formazione quasi avventizia di Arlt. Ma i passi involuti dicono anch’essi benissimo il carattere tortuoso che traccia la vita di Erdosain. Lui e i suoi amici – altrettanto sgangherati – per un po’ non fanno che chiacchierare (sembra di stare in un romanzo di un Bolaño, come dire, “fulminato”); ma poi provano a uscire dalle secche di un’esistenza orribile nella Buenos Aires degli anni ’20, nelle sue suburre di briganti e cialtroni in modo impensabile. All’epoca in Europa, ma anche altrove nel mondo, e da parti opposte, si favoleggiano “uomini nuovi”: lo fanno anche i sette pazzi. Intenzionati a mettere le basi per una rivoluzione definitiva, prendono a spunto la vita da pappone di uno di loro. E mettono su una catena di bordelli per finanziare il progetto. Il delirio è più lucido di quanto non si pensi, però: sanno che alla base dell’associazione sovversiva deve esserci l’obbedienza.
«È il metodo industriale […]. Il misticismo industriale […]. Lei crede che le future dittature saranno militari? Nossignore. Il militare a confronto dell’industriale non vale niente».
Era una secolo fa, più o meno. Alla finanza non c’erano arrivati, ma avvicinati sì.

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