17 apr 2013

Anne Wiazemsky e J.L. Godard: una storia d'amore


CrucialeUn anno cruciale: Anne Wiazemsky nel 1966 è ancora minorenne, Jean-Luc Godard ha quasi vent'anni più di lei. Come nel rapporto fra Ingrid Bergman e Rossellini, anche questa storia fra un'attrice e un regista importante principia da una lettera, in cui la prima dichiara al secondo di amare il suo cinema e anche la persona che vi è dietro. 


Sul peso specifico dei quattro, giudichi il lettore: ma all'ex attrice che all'epoca aveva recitato solo in un film (ma di quelli che hanno segnato la storia del cinema: Au hasard Balthazard di Robert Bresson) va dato atto di essersi inventata una nuova carriera di scrittrice che conta non pochi titoli; e di aver lavorato al personale diario di quegli anni per ricostruire l'avventura, poi sfociata in un matrimonio clandestino ma più che decennale, con il regista di À band apart nel modo seducente che il lettore può verificare nel libro tradotto dalle Edizioni e/oUn anno cruciale, appunto. 
Perché di una storia di seduzioni si tratta. Il film che tocca l'immaginazione – la curiosità forse più che il cuore, in partenza - della giovane ragazza, ancora impegnata con la scuola, è, guarda caso, Il maschio e la femmina. Non ancora del tutto equipaggiata rispetto alle discussioni teoriche e alle polemiche che segnano il cinema di Godard, è abbastanza sveglia però da intuirne il peso e la portata culturale  (“bisognava essere a favore o contro il suo cinema, ignorarlo era inconcepibile”). Siamo in clima pre-sessantottino; il cinema fa la sua parte. E allora tanto più stupisce vedere il cimento romantico del regista; il tono emotivo di fondo che pervade l'approccio di Godard il quale risponde entusiasta alla missiva inviata da Anne ai "Cahiers du cinéma" (non aveva il suo indirizzo privato) è intriso di unasensiblerie (molto acutamente descritta) che nella ragazza è ovvia, nell'uomo (che sul set mostra pienamente le attitudini al comando richieste dal suo mestiere) forse sorprende. 

La relazione è tutt'altro che facile. La ragazza è la nipote del Premio Nobel François Mauriac; lo scrittore e sua figlia guardano alla cosa con manifesta disapprovazione di cattolici perbenisti. Ma i due si sposano e nello stesso anno, il '67, girano insieme La cinese. In seguito, Wiazemsky reciterà fra gli altri anche con Pasolini e Marco Ferreri. Ma questa è biografia successiva. 

Prima, la giovane Anne vive il suo sogno d'amore che diventa interessante agli occhi del lettore perché sta scritto in una vicenda più ampia, che è la storia culturale di quegli anni. Che ha i suoi bravi contrasti, i suoi tratti controversi, romanzeschi, avventurosi. Quelli interni al carattere dei protagonisti (la gelosia, l'ossessività del regista, l'ira che esplodeva improvvisa, il suo bisogno di stupirla – persino, molto borghesemente con la sua Alfa Romeo dai sedili in pelle e nello stesso tempo legge alla bella Anne il Libretto Rosso di Mao) e quelli che coinvolgono il milieu artistico ma anche politico coevo. E gli amici famosi e la stampa a caccia di scandali. 

Anne sa raccontare. Lo fa in maniera pudica, mai morbosa ma compostamente appassionata. C'è vita dentro questo libro. Sembra un film.

09 apr 2013

La deriva dei continenti

Narratore vigoroso, Russell Banks, del quale arriva in Italia a quasi trent’anni dall’uscita negli Stati Uniti, La deriva dei continenti (Einaudi). L’America che racconta (fine anni Settanta) assomiglia molto non diremmo a quella attuale ma a una deriva di tutto l’Occidente nel quale al principio che tutto è merce non fanno eccezione nemmeno gli uomini.

E non tanto perché nella collisione di mondi (di continenti), succede, come qui, che americani senza scrupoli si arricchiscano con la disperazione di neri haitiani che fuggono dalla miseria, ma perché lo sfruttamento cinico puoi sentirlo addosso fra le pareti di famiglia – negli occhi di tuo fratello, per esempio. Così che un “brav’uomo” come il protagonista Bob Dubois, dopo aver a lungo resistito al demone interiore che gli insinuava il sospetto che la sua vita di riparatore di bruciatori di nafta nel New Hampshire e di marito e padre responsabile ma non privo di pecche e afflizioni, non fosse una gran vita, finisce per cedere e decide di cercare fortuna in Florida.

Una Florida che ha molto poco dell’immagine seduttiva che è ancora nella testa dei più. Lì difatti Bob dovrà misurarsi con una ferocia cui sarà difficilissimo far fronte. Vale per lui e vale per i disperati in arrivo da Haiti (la narrazione scorre doppia fra la vita di Bob e quella di una piccola famiglia di migranti) fino allo scontro, giusto il titolo, drammatico, fra disgraziati di mondi diversi, i poveri americani alla Dubois e i “clandestini” – che sono da decenni il rimossodelle nostre democrazie ormai vuote di significato (forse per questo risvolto sociale il romanzo era piaciuto persino alla terribile Michiko Kakutani, l’arcigna crtichessa del New York Times, riottosa agli entusiasmi).

Un grande personaggio, Dubois, onesto ma nella “sua rude stazza di maschio” abbastanza ambiguo e irrazionale nei comportamenti da essere umanamente – e perciò letterariamente - credibile. Di lui il narratore mostra azioni e riflessioni, in un continuo e onnisciente rimbalzo fra il dentro e il fuori – a volte, bisogna dire con il rischio di ingolfare. Banks è un massimalista che non tiene a bada la voracità affabulatoria che tende a fargli dire tutto – troppo. Spesso abbandona il racconto di una situazione ben precisa per fornire informazioni al lettore con digressioni che avrebbe potuto inserire con più agio altrove. E il tempo della storia e della lettura non coincidono (che in questi casi è un po’ la prova del nove).

Detto questo, la capacità di dare corpo e plastica evidenza agli ambienti, di costruire personaggi veri, è fuori discussione. Nonostante l’amore, gli inganni, il desiderio che circolano in abbondanza nel libro tra famiglie, mogli e amanti, la crudezza brutale di queste vite lascia nel lettore un’impressione forte, tale da dar ragione al narratore, che in nome di questa pietas, e attraverso il “sabotaggio e la sovversione” che ne possono derivare, spera che il romanzo se ne vada a “distruggere il mondo così com’è”.

pubblicata sul recensore.com

La Commedia: una rilettura

Tornare a fare il punto sulla Commedia di Dante. Questo il senso di un nuovo libro sull’opera per eccellenza della nostra letteratura. Lo ha scritto Alberto Casadei, studioso cinquantenne dell’Università di Pisa. Il titolo è  Dante oltre la Commedia, edito da il Mulino. Sia per meglio leggere il poema, sia per questioni che vanno “oltre la commedia” – giusto il titolo – Casadei rivede difatti con precisione scrupolosa anche L’Epistola a Cangrande, l’Epistola di Ilaro e la Monarchia.

Ridiscute la serie di interpretazioni di lunga e nota consuetudine, specie nell’ambito novecentesco, si tratti di Auerbach o Singleton o Contini o Eliot. Cercando di aggiustare il tiro, tenendo a vista l’imprescindibile filologia (lingua e storia) per farne la base di una più sicura lettura: sollecita nel distinguere i dati indiscutibili dalla concrezione di commenti depositati in una storia troppo lunga per non essere anche pigramente abitudinaria.

A partire dalla parziale rivisitazione della centralità del “comico”. Nozione certo non eludibile, ma ad avviso dell’autore impossibilitata a esaurire e comprendere la tonalità “sacra” del poema; ostacolo che impedisce di intendere la dimensione divina dell’ispirazione dantesca (vale soprattutto per il Paradiso, ovviamente). Per capirsi, Casadei ricorda come Dante richiami per la scrittura della sua opera il segno di un “dono” dello Spirito Santo: come di una rivelazione che pretende il sigillo della verità. In questo modo, ci si allontana dalla vulgata espressionista (che presa alla lettera non darebbe ragione della tendenza all’ordine cui mira l’opera nel suo processo ascensionale). Tutto questo, anche senza mettere in secondo piano la strumentazione “realistica” in dote al poeta fiorentino. Intesa come cognizione lucida dei materiali conoscitivi a disposizione dell’autore – meglio, della sua epoca. Dei quali Dante si serve per configurare l’immensa scena oltremondana con quella precisione figurativa e dovizia di dettagli che gli accaniti esegeti dell’opera (ma anche i buoni lettori liceali di un tempo) ben conoscono.

La Comedìa va intesa dunque come opposizione alla tragedia di cui è espressione agli occhi di Dante, l’Eneide virgiliana, mondata degli aspetti più bassi intrinseci al dettato dell’Inferno. Che non conclude e dà fondo al poema – questo rimprovera Casadei ad alcuni esegeti: si tratta pur sempre del “poema sacro”, che, a differenza dell’opera di Virgilio,non può fare a meno nella prima cantica di “rappresentare ogni tipo di infamia e malvagità”. “La genialità dell’operazione dantesca – scrive Casadei – sta fra le altre cose nell’aver accettato in profondità i fondamenti del sapere archeologico medievale (…) e nello stesso tempo di aver dato spazio a ogni tipo di possibile verifica di questi presupposti, a livello di osservazione dei dati naturalistici e di quelli antropologici”.

pubblicata sul http://www.ilrecensore.com/wp2/2013/03/dante-oltre-la-commedia/recensore.com

I cattivi soggetti di Renzo Paris



Magari per i più è probabilmente sensato ritenere che dai Sessanta in poi ci siamo pian piano avvicinati alla catastrofe – presente. Considerazione che se vale per tutto l’Occidente, suonerebbe a maggior ragione plausibile per l’Italia. Eppure, se con Cattivi Soggetti, un libro del 1988 ora ripubblicato da Iacobelli, in cui Renzo Paris rievoca momenti, personaggi, storie del ’68 e degli anni immediatamente successivi, egli non dà l’impressione di andare controcorrente rispetto alla vulgata, è fuori di dubbio che la prima parte, stretta attorno a quell’anno fatale, appare piena di figure che, stando al suo racconto, avresti poca voglia di incontrare.

Vero che un titolo del genere te lo immagini volutamente antifrastico. Per un attimo ho pensato di domandarglielo, all’autore, se fosse questa la sua intenzione. Poi mi son detto che preferivo stare al testo. Alle impressioni, all’umore di fondo (e nessuna pretesa oggettiva: occorrerebbe una verifica più approfondita, in un testo fatto anche di minuzie descrittive e umori sottili). Concludendone che per lo più, al netto del garbo che al narratore non fa quasi mai difetto, questi soggetti se non cattivi certamente non ti fanno vibrare dall’emozione. Intellettuali, amici (amici intellettuali) amori con i quali lo scrittore pervenuto a Roma da un paesino dell’Abruzzo fa un pezzo di vita insieme negli anni topici della “contestazione” – spesso senza l’agio che ti aspetteresti a dire il vero. Si tratti di Goffredo Fofi (per il quale l’unica letteratura possibile all’epoca era il volantino) o di Nanni Balestrini (dopo alterne vicende, e frequentazioni non immuni da stridori “politici”, l’autore finisce per non salutarsi nemmeno durante un incontro casuale in libreria); o di Franco Fortini, afflitto da “un rodimento oscuro”. Figure di militanti irrigiditi nelle loro certezze un po’ stolide, alteri di una spocchia abbastanza irragionevole. Umanamente non proprio meravigliosi (Asor Rosa almeno sembra oscillare dall’ideologia al riconoscimento di un’autonomia del testo letterario che in quel momento in certi ambienti equivaleva a una bestemmia).

Sorte migliore pare quella capitata a Rossana Rossanda, verso la quale il giovane scrittore palesa un’amabile soggezione, o alla Morante. E ancora più ad Amelia Rosselli la cui voce, scrive Paris, gli “andava per le ossa come un farmaco esplosivo”.



Poi ha ben ragione di scrivere e lamentare nel 1988 che no, “non siamo tutti dei riconciliati”, che non è vero “che esiste soltanto il mercato mondiale”. “Cari post-tutto (…) perché parlare di pentitismo soltanto per i carcerati che vogliono uscire?”.

Insomma, anni sciagurati i successivi a quello fatale (che in realtà era una fine), ma l’astratta, caricaturale rigidezza doveva essere di troppi. Tanto che lo stesso Paris, un “cane sciolto”, da qualche parte definisce il proprio memoir “un’uscita di sicurezza, ironica, dall’immaginario politico di tutta una generazione”. L’osservatore giovane e sensibile, troppo “letterato” per essere al tutto ideologizzato, in questa vita intensa di incontri, pare tenersi spesso sulle sue, un po’ scettico ma abbastanza sentimentale. Non so quanto dipenda da una strategia stilistica (sarebbe conforme al tipo di racconto: l’io narrante un po’ goffo, in disparte, per far emergere i personaggi) quanto da una limpida “verità” biografica; vero però che il narratore è spesso lì, dove le cose accadono. E fa la sua parte. Anche negli anni successivi. Compreso il celebre – o famigerato – festival dei poeti a Castelporziano. Con tutta la gazzarra della “nuova società dello spettacolo”.

Capitolo dopo capitolo, l’attenzione al dettaglio non impedisce al giovane scrittore di guardare l’intero. Vale per Angelo Guglielmi (“sospettoso, attaccante sulla difensiva”), per Bifo (incontrato a più riprese, esagitato per struttura costituzionale senza che gli anni sembrino intaccarlo minimamente), per il garrulo Arbasino come per Nanni Moretti (del quale Paris sottolinea la giovanile insistenza nel voler fare l’attore: e sarebbe stato un bene se si fosse limitato a quello). Se spesso le donne sembrano meglio degli uomini, non vale quando si tratta di gruppi più o meno anonimi di femministe chiassose. Riunioni grottesche (in casa propria, ma come succedeva ai poveri maschi di allora, Paris ne era tenuto ai margini) di donne così gravide di una storia secolare repressiva che non sapevano fare a meno della ridicola convinzione che ogni male avesse a che fare con il “padre”. E ancora, fra Sessanta e Settanta, marcusiani contro marxisti, sedute di autocoscienza indiziarie dello sbandamento successivo, e maoisti duri e puri. Ma alla fine ciò che resta, anche dei decenni successivi, sta fra le pieghe del racconto; nella descrizione degli ambienti, per esempio di alcuni quartieri romani, dell’aria che tirava in certi pomeriggi grigi o nelle esplosioni di sole e di vitalità improvvise (ma ci sono anche l’India, New York, Londra). E nel modo in cui questo scorrere del tempo s’impasta alla vita dei personaggi. E le loro piccole vite si confondono con la Storia. Questo è quello che a Paris riesce meglio. L’essenziale, forse.



La presente edizione contiene anche materiale nuovo: alcuni versi inediti di Pasolini e una lettera non esaltante del giovane Moravia che chiede a Galeazzo Ciano di partecipare all’aggressione africana per comporne un libro.

03 apr 2013

Il ruggito del Leone (Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini)


Totalitarismo imperfetto, si è detto spesso a proposito del fascismo, non solo per evidenziarne crepe o faglie interne all’ideologia in sé (nella sua elementare rozzezza, una visione del mondo con i suoi paradigmi sistematici non più contraddittori di altri), ma per registrarne empiricamente le zone di controllo più lasche, quelle che fino alla prima metà degli anni Trenta aprirono temporanee vie di fuga probabilmente sconosciute al nazismo e allo stalinismo. Il caso del cinema, per esempio: del cinema americano. Prima della classica “fabbrica del consenso” mussoliniana, agisce l’industria hollywoodiana. Miti e sogni che sono l’oggetto di indagine del libro di Gian Piero Brunetta (l’editore è Marsilio), “Il ruggito del Leone - Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini”; che si sofferma soprattutto sulle strategie pubblicitarie che permisero alle majors (non solo la Metro Goldwyn Mayer) di invadere il mercato italiano dagli anni Venti.
Esse seppero approfittare delle condizioni provocate dalla Grande Guerra e delle difficoltà socio-economiche dell’Italia coeva. Dunque, dell’assenza di un’industria cinematografica. E di una ricettività evidentemente ben disposta verso le tipologie di racconto proposte con l’ausilio di una molto accorta e poderosa strumentazione commerciale. La macchina era ovviamente molto ben organizzata – non senza tratti coercitivi, peraltro: si pensi al sistema del block-booking attraverso il quale l’esercente era obbligato ad accollarsi pacchetti di film di dubbia riuscita (e qualità) assieme al titolo di sicuro successo. 
La questione più interessante a nostro avviso (seppure non fosse questa l’intenzione dello studioso) è il tema della conciliabilità fra un immaginario d’importazione e uno autoctono, imposto – non sarebbe il caso di dimenticarlo – con la forza da Mussolini. Se qui non funziona la classica contraddizione fra gli ovvi privilegi del potere che si concede in privato quello che vieta in pubblico (il duce si godeva i suoi film americani nella sala privata di villa Torlonia), sarebbe da approfondire il tema della frizione interna al regime fra l’american way of life e un certo antiamericanismo che al fascismo non ha mai fatto difetto. Vero che, non casualmente, nel momento in cui esso si accentuava sul piano politico-culturale (di pari passo all’antisemitismo che non può ridursi a una mera contingenza politica obbligata dai rapporti col nazismo e confluita nelle Leggi razziali del ’38), le maglie del mercato cinematografico statunitense in Italia si strinsero drammaticamente.
Vero altresì che se il regime per più di un decennio aveva abbondantemente lasciato fare, ossia permesso che il pubblico si crogiolasse dentro onirici pomeriggi hollywoodiani, ciò accadde in virtù degli specifici tratti “poetici” di quella cinematografia: il cui scopo fondamentale – perciò stesso apprezzato da gerarchi come Bottai – era l’intrattenimento. Per lo più, la proiezione di un film americano costituiva una piacevole sospensione dalla militarizzazione ideologica quotidiana, possibile perché percepita dai più come innocua, evasiva ma non certo critica rispetto al tentativo politico di costruire una propria mitologia: quella della Tradizione. Un immaginario non particolarmente pericoloso, dunque, strutturalmente “popolare” come ricordava Alberto Savinio contrapponendolo a quello degli intellettuali.
Brunetta ha buon gioco nel sottolineare come la sala cinematografica cullasse lo spettatore dell’epoca in una bolla di piacere grazie a un racconto filmico fatto di ricerca del benessere, di individualismo edonistico (contrastante assai con la retorica del regime, occorre dire, non con una inclinazione storica dell’homo italicus che nei fatti il regime stesso non seppe né volle osteggiare davvero), abbastanza innocente, di gioia di vivere e passioni amorose a lieto fine. Una via di fuga, anche, dalle pressioni politiche.
Non casualmente l’autore ricorda come il cinema europeo più avantgarde fosse viceversa temutissimo e ostracizzato dal regime. Dal canto suo, in un libro recente (Il volo del cinema) di Raffaele De Berti si individuava nelle sperimentazioni futuriste il côté modernista del fascismo. Esso poteva convivere con la propaganda dei cinegiornali e lo sbarco di divi e storie d’amore e di libertà che venivano da Los Angeles, col loro corredo pubblicitario di riviste illustrate e rotocalchi che rafforzavano l’interesse e la partecipazione del pubblico (l’analisi di Brunetta al riguardo è molto documentata e il testo si avvale di belle fotografie d’epoca, brochures, locandine, francobolli coi volti dei divi). Se pizzicagnoli e parrucchieri sognavano di assomigliare a Robert Montgomery, ancor più numerosi erano coloro che speravano prima o poi di incrociare sulla loro strada Greta Garbo. Che americana non era, ma il dettaglio ai loro occhi doveva risultare davvero trascurabile. L’aura funzionava a meraviglia.



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