31 mar 2010

Ahinoi, Francesco Piccolo

Finalmente uno scatto d'orgoglio a L'Unità. Beppe Sebaste dice al povero Francesco Piccolo il dovuto. http://www.unita.it/news/beppe_sebaste/96881/la_nebbia_del_buon_senso


riguardo a questo http://www.unita.it/news/francesco_piccolo/96787/si_assomigliano_e_non_lo_sanno


e io aggiungerei a quest'altro http://www.unita.it/news/francesco_piccolo/96484/il_suo_popolo_migliore_di_lui


o quest'altro ancora http://www.unita.it/news/francesco_piccolo/95377/nessuno_pu_essere_processato_in_tv


insomma, che Piccolo scriva tante cazzate e qualche orribile romanzetto, affari suoi,  ma possibile che un giornale (di sinistra) debba concedergli lo sfizio di pontificare a cazzo, e che il cinema italiano non abbia nessun altro cui affidare le  sue sceneggiature?

30 mar 2010

Tobias Wolff



Quell’anno a scuola
Einaudi 2005, Pag 241
Tanto per cominciare, non è una roba di tutti i giorni, specie di questi tempi, che si possa leggere un elogio dell’insegnamento, esibizioni retoriche e autoconsolatorie a parte. Invece accade con Quell’anno a scuola di Tobias Wolff, romanzo americano tradotto da Einaudi nel 2005, soprattutto l’ultimo capitolo dal titolo Professore.
Ma andiamo con ordine. Uno scrittore affermato si tuffa nella memoria della sua giovinezza, in particolare intorno all’anno 1960. All’epoca, il ragazzo è abbastanza problematico, rispetto ai suoi compagni proviene da una classe inferiore, si muove senza agio sufficiente in un ambiente fin troppo snob. E anche lui, come il Grove di Yates, ma in un contesto diverso, in un college di ben altre ambizioni, vede nella scrittura una possibilità di riscatto. Solo che qui non parliamo del giornalino scolastico, ma di vera letteratura. Difatti alla Hill School hanno deciso di invitare nientedimeno che il grande Hemingway a consegnare il premio per il miglior racconto scritto dagli studenti. Al nostro non sembra vero. Nonostante i toni molto educati e un décor nell’insieme più che compassato, la cosa lo manda così su di giri da suggerirgli uno scherzetto che sarebbe nulla rispetto alle planetarie truffe dell’odierno, bestiale capitalismo ma ci ricorda come la nostra vita si risolva infine in una storia singolare che è tutto ciò che abbiamo davvero da vivere: tessuta con il filo delle nostre irripetibili esperienze, piccole o grandissime che siano. Per il ragazzo ciò che conta è ottenere il riconoscimento che spera gli cambierà la vita, visto che gli arriverà dalle mani di uno dei grandi miti della letteratura mondiale. Orbene, la via che sceglie per raggiungere lo scopo è la più semplice e la più rischiosa. Perché invece di scriverlo il racconto, il ragazzo decide di rubare un vecchio testo altrui, con il prevedibile risultato di essere scoperto e per questo cacciato dalla scuola.
Il fatto è che niente è come sembra – ce lo ha insegnato la letteratura, appunto, prima degli altri. Nello specifico, e da un certo punto di vista, il ragazzo non ha plagiato nessuno, perché nella verità del racconto di cui si dice indebitamente titolare, nella sua onestà di scrittura ha trovato qualcosa che lo riguardava profondamente: una specie di bellezza compiuta, la giustezza di una parola che era come sepolta dentro di lui. Che ritiene perciò, e sinceramente, che fosse anche sua.
Così, il romanzo di Wolff, piano, qua e là un po’ lento, sembra la storia dell’attesa dell’evento, del concorso e dell’arrivo di Hemingway, ma la vicenda più che nell’epilogo rovinoso trova il suo interesse nel percorso che lo avvicina. E’ infatti una lunga iniziazione alla scrittura, alla scoperta del fatto che in essa si giochino destini che hanno da fare con questioni capitali: la verità, l’illusione, la menzogna. Tutto questo accade e non è cosa da poco, in una scuola, grazie fra gli altri a un insegnante che come il narratore non è un santo. Come lui ha ingannato gli altri. Come lui ha spacciato per proprio qualcosa che non è suo. Il ragazzo lo ha fatto con un racconto, lui con “qualcosa di molto più grande: (…) una vita che non gli apparteneva”. Perché il professore si era vantato di conoscerlo Hemingway, di essere suo amico. E nel momento decisivo, per uscire dall’imbarazzo non può che poco misteriosamente sparire.
Da quest’uomo veniamo a sapere che ha imparato molto dal suo mestiere. La possibilità di “essere più altruista, più attento e sincero” per esempio, ma anche che il corpo a corpo con i libri, davanti agli studenti, può risultare dannatamente vitale. Per esempio che è lì, nella scrittura, che ragazzi appassionati e insegnanti possono trovano il cuore delle cose. Che in una storia c’è sempre da imparare, per esempio che quando riusciamo a raccontare “veri esseri umani” prima o poi spunterà qualcuno che ce la farà pagare. “Le storie che devi scrivere ti faranno sempre trovare qualcuno che odia il tuo coraggio” si dice a un certo punto. “Se non succede, stai solo sfornando parole”. Considerando che anche il narratore, il romantico plagiario, dice di aver imparato da lui, una scuola del genere può essere davvero il centro del mondo. Il narratore – o lo scrittore empirico, Tobias Wolff – arriva al punto di dedicarlo proprio a loro, il libro, ai suoi insegnanti. Che poi uno scrittore possa essere un furfante, come tutti, del resto, o “Un vero bugiardo” - come recita un altro titolo dello stesso autore, dichiaratamente autobiografico - va da sé. Ma ai suoi libri, se sono buoni, ciò non toglie niente.



28 mar 2010

L'onda sulla pellicola


Nell’ufficio di Malerba in quel periodo di campagna elettorale c’era un via vai di giacche e cravatte coi fermagli d’oro. Molte, e riconoscibilissime, le vecchie teste di cazzo democristiane e socialiste che nel ‘94 avevano infilato il preservativo, si erano chiamate forzaitalia e l’avevano allegramente messo in culo all’altra metà del paese. Ma non solo loro. Il bestiario comprendeva tutto l’arco parlamentare. Lasciavano i loro bigliettini con la raccomandazione di distribuirli, ai prof in primo luogo, ma anche agli studenti maggiorenni. Molto si diede da fare Torella, sedicente studente del serale che Malerba aveva fatto iscrivere a febbraio grazie alle insistenze di Zampa, amico suo, che la pregò di “non dar retta alle chiacchiere”, che non era vero che menava palate a destra e a manca - no, pardon, solo a manca; insomma, uno squadrista ripulito a metà e bisognoso al dunque di un minimo di alfabetizzazione, o di un diploma per piazzarsi al comune. Atticciato come un bullo cresciuto senza grandi aiuti dalla natura, lo ammorbava, a lezione alle dieci di sera, con domande impossibili mentre Livio era lì a sfiancarsi per cifre da non ridire, e ogni occasione era buona per far caciara a ufo senza un minimo di logica o di senso. Quando Torella disse che se il saluto romano era proibito bisognava vietare anche il pugno chiuso, Livio si rese conto che aveva da fare con un drogato.
 Livio trovò uno dei suoi bigliettini elettorali su un banco. Dalla foto, dalla verruca pendula del becco, a Livio parve di riconoscere nel padrino di Torella un parlamentare galliforme, un meleàgride gregario e visibilmente guercio alla cerca di un secondo mandato. Che cosa doveva fare, assistere in silenzio?
Una mattina stava facendo lezione in quinto. Al suo solito, anche per tenere la classe sotto controllo, spiegava in piedi, camminando. A un certo punto un sospetto gli trapassò il cranio come un belzebù ballerino in miniatura. Si avvicinò alla porta, continuando a parlare. L’aprì di scatto.
Malerba, appoggiata al muro, lievemente inclinata verso la porta, accennò un sorrisetto. - Oh professore, ho preso una storta - piegò la schiena e tirò su una gamba. - Qui, alla caviglia.
- Male? - fece lui.
Idioti, i sorrisetti, ma intimidatorî. Tutti e due.
- Che fa, sfotte?
Finita l’ora, sfilandoglielo garbatamente via dalle mani, gli domandò cosa ci trovasse di “così interessante” in quel libro, Carnefici, vittime, spettatori. Se lo avvicinò al muso. La smorfia fu quella di chi sente un cattivo odore.
- Dovrebbe smetterla con la politica, professore. I ragazzi non vengono a scuola per sentire comizi.
- Scusi?
- Ho detto che dovrebbe smetterla di fare politica a scuola.
- Infatti, sto solamente facendo lezione, mica propaganda a nessuno. O vorrebbe che saltassi anche il nazismo?
Krishna! Perché sprecarsi in una tenzone dialettica con quel furfante in gonnella e non cercare una particina in un filmetto stronzo qualsiasi che almeno si pagava l’affitto per sei mesi?
- Senta, mi risulta che lei ultimamente faccia chiudere i libri e si mette a parlare di cose assurde. E’ vero? 
- Quali  libri? Comunque. Diciamo che mi limito a spiegar loro quello che l’informazione si guarda bene dal raccontare - disse, pensoso. E preoccupato perché neanche come figurante lo tenevano più in considerazione. Lo consideravano una rogna e basta. Uno che è pagato per fare l’applauso e infila le mani in tasca: dove si era visto mai? Figurarsi se rimediava una particina da qualche parte. Per questo non aveva interlocutori nella sua vita lavorativa a parte Malerba e una  monaca jettatrice.
- Per esempio il fatto che votano tutti è una iattura, è questo che si preoccupa di spiegare ai ragazzi? 




24 mar 2010

Lagioia su Busi

La presenza di Busi al reality (il cui vertice sta proprio nella sparata in cui la cecità dei censori ha visto offese al Papa e al Presidente del consiglio) è stata una cartina di tornasole capace di rivelarci a che punto è la notte del vero scontro di civiltà in atto da tre lustri in Italia. Due opposte specie antropologiche si contendono il dominio della penisola. Non cristiani contro mussulmani e non toghe rosse contro partiti dell’amore, ma coloro che affidano i propri argomenti alla corretta articolazione del linguaggio, al sillogismo, persino al paradosso – che del linguaggio è una delle possibili declinazioni – partendo dalla convinzione che un patrimonio condiviso esista (per esempio la voltaireana difesa della libera espressione delle opinioni con cui siamo in disaccordo), e quelli che al contrario usano le parole come altrettante onomatopee dell’anima, e cioè abbandonando nell’indistinto oceano della cieca, bruta e in fin dei conti violenta emozionalità (la propria) quei feti adulti di opinioni che sono gli istinti, e ai quali solo l’incubatrice del linguaggio può sperare di donare l’adultità della vita civile. Si tratta, insomma, degli analfabeti di ritorno. E la presenza di Busi all’Isola si può leggere come il seguente esperimento: cosa succede se in una vasca di individui pre (o post) linguistici viene immerso il pesce sempre più fuor d’acqua di un alfabeta?








Valter Binaghi - Ucciderò Mefisto






Questo piccolo libro di Valter Binaghi è una dichiarazione d’amore. E fossimo in vena di slogan giornalistici aggiungeremmo: Valter Binaghi è l’ultimo romantico. Che oggi suonerebbe straniante non perché questo genere di affermazioni porti con sé la tracotanza di un linguaggio da rotocalco seppure midcult. E’ che presa sul serio, la scena descritta nell’affermazione è quella di un camminare a ritroso, un pensiero forte e avventuroso che marca una differenza sensibile rispetto al regime del presentismo, dell’esperienza evanescente e consumistica cui sembra voler soggiacere l’Occidente attuale – consiglio a tal proposito di leggere gli ultimi libri di Massimo Rizzante o di Mario Perniola.
Il libro racconta la vicenda del professor Blangé, scrittore che riesce ad avere fortuna quando si mette in moto un meccanismo editoriale indifferente alla qualità dell’opera ma tutto teso a individuare nuclei emotivi “di massa” – nel caso specifico, il tema oggi davvero invasivo della “vittima”, declinato qui nella storia di una donna che ha perso il bambino che aspettava. Blangé inizia a partecipare a incontri e presentazioni astruse, anche estranee al mondo letterario in sé e contigue invece ai casi variamente disgraziati di cui si nutre il pubblico – fino a diventare, lui, una star della televisione. Liricheggiante, spiritualmente ambizioso, Blangé si lascia prendere dal successo grazie alla spinta di uno psicanalista del genere oggi molto in voga: di quelli che “liberati dalle zavorre, afferra l’attimo, fanculo alle convenzioni” insomma il solito repertorio nato in salsa freak e oggi splendidamente complice delle nostre esistenze ridotte a edonistico spettacolo. C’è qualcuno che paga per tutto questo: la moglie di Blangé, figura un po’ esile, preraffaellita quasi, forse un po’ troppo devota, che vede venir meno la lealtà del suo uomo e lo scopre invece amante di una sua studentessa – via facebook, è ovvio.
Non credo che Binaghi (che sospetto non del tutto estraneo alla figura del protagonista) volesse fare del moralismo, quanto piuttosto misurare attraverso il racconto il peso variamente distribuibile fra responsabilità e presenza da una parte e narcisismo spettacolare dall’altro. L’esteta Blangé si compiace infatti del suo amore vero (la moglie) ma in fondo non sente quello che sente lei, il suo dolore lui lo trasferisce nei libri che scrive ma in fondo gli è estraneo - la sua è una sensibilità manieristica, appunto, un esercizio di stile. Fino a quando lei si toglierà la vita e solo successivamente Blangé ripenserà la sua storia, rispondendo attraverso l’unica cosa che conta davvero: l’azione. Ma l’azione qui è paradossale: novello Faust, il nostro, prima di lasciarsi morire dal dolore, farà fuori lo psicanalista Mefisto che gli aveva cambiato (e rovinato) la vita.
Non vorrei fare un torto a Binaghi, blues-man di lunga data, ma la favola nera che racconta sembra uno scherzo – musicalmente parlando. Il gioco metaletterario, l’agente di polizia che ragiona sugli stilemi del noir, la satira sul sottobosco editoriale, gli inserti lirici del protagonista alternati alla storia, tutto questo aggiunge un tocco, se mi si perdona l’ossimoro, di drammatica levità al libro – tralasciando prodromi e primi sviluppi, in età romantica lo Scherzo era una composizione strumentale che alternava a una parte vivace, anche di carattere drammatico, un episodio lirico o malinconico. Be’, il libro di Binaghi, tecnica e stile al servizio di un pensiero controcorrente, è costruito più o meno così. Non sai se più azzardato o coraggioso, di sicuro più sensibile al mito che alla cronaca, nel richiamare un motivo così inattuale come quello dell’amore unico, assoluto, spirituale, Binaghi percorre una strada ardimentosa. Anche se facessimo fatica a seguirlo, nell’aerea e allucinata ricostruzione narrativa, Binaghi c’infila dritti dritti nella domanda delle domande, che non è di che cosa parliamo quando parliamo d’amore ma piuttosto, cosa resta di una vita che non è sognata sino in fondo?




21 mar 2010

No comment


Questo striscione allegramente esposto alla manifestazione pdl del 20 marzo annovera fra i tarocchi d'Italia, terzo da sinistra, Paolo Borsellino.
Poi ci tocca leggere il solito, soave Francesco Piccolo, che fa per la cultura italiana quello che fa il Partito Desolante, o Dolorante, o Deprimente non ricordo più, per la politica tutta. http://www.unita.it/news/francesco_piccolo/96484/il_suo_popolo_migliore_di_lui




Dario Voltolini


Ti sembra che le pagine culturali dei quotidiani e dei settimanali rispecchino in modo soddisfacente lo stato della nostra letteratura (prosa e poesia), e quali critiche faresti?
Le nostre pagine culturali andrebbero chiuse.





Alcofribas 4 - Walter Cairo


Walter  Cairo
Memorie sregolate
Fru Fru Editore   Pag. 199   Euro 14,50


Personaggi flessuosi, mutanti, inafferrabili, capaci di immedesimarsi in chiunque purché feroce, carogna e malandrino. Sono tre amici, aspiranti attori, segaioli e pronti a tutto pur di sfondare, sedurre e restare sulla scena, i protagonisti del nuovo romanzo di Walter Cairo, Memorie sregolate. Cairo, è noto, cambia pelle a ogni libro. Questo gli viene rimproverato come un limite (di personalità, di credibilità) da alcuni; gli viene riconosciuto come un merito (un segno di coraggio, di ricerca inesausta) da altri. Qui il gioco gli ha preso la mano, visto che mai come questa volta i suoi personaggi sembrano acclimatati in una riconoscibilità autobiografica abbastanza palese. La verifica empirica non farebbe fatica a recuperare dati oggettivi che potremmo agevolmente rubricare come caratteri dell’autore (fa di tutto per farsi notare, il lettore lo sa): andare in televisione sempre e comunque, imprecare contro i comunisti come se ancora il mondo ne fosse pieno, pretendere il ministero dei beni culturali (anche il mio cane, debbo dire, quando ha visto il signor Bondi, ha avanzato la sua candidatura. Al che gli ho detto, al mio cane, gli ho detto guarda che il signor Bondi scrive poesie. Ha nicchiato, il mio cane. Gliene ho letta una: ah be’, ha concluso ammosciando le orecchie).
Perdonate la lunga parentesi, ma come diceva il compaesano Bonito Oliva, bisogna  mostrare il corpo del critico. Del resto, se i materiali narrativi s’impregnano di sostanza autobiografica, non si vede perché non debba succedere lo stesso con quelli della critica. L’ossessione formalista ha fatto harakiri con i deliri della semiotica, le recensionistica non si distingue dalla reclame, tanto vale immettere sulla scena il travaglio biopsichico e domestico dell’esegeta. Ci si mette la faccia e si risponde in prima persona. Col che, la compenetrazione con l’opera ne guadagna. Si rafforza l’empatia e si crea un rapporto di fiducia con il lettore.  Sempre che l’opera lo meriti.
Nell’occasione, Cairo si divide in tre e si rappresenta nel pieno dei suoi sforzi professionali, prima di raggiungere i risultati mediatici che, sospettiamo, costituiscano ragione unica che lo hanno tenuto in vita. Soprattutto gli esordi vengono raccontati con la trovata di spezzettarli in un corpo triplice in realtà indistinguibile nei suoi singoli segmenti. Cairo racconta come iniziò a sgomitare nel mondo del teatro pretendendo di fare insieme l’attore il regista lo scenografo e qualsiasi altra cosa compresa la cassiera en travestì, e di quando i genitori provarono senza successo a farlo interdire.
Fossimo stati più attenti, avremmo dato loro una mano – se ne sarebbe avvantaggiato l’universo mondo. Tant’è, poiché non smise di sgomitare, Cairo fece una discreta carriera dal teatro alla tv, e – ma questo lo diciamo noi - poiché l’editoria si fida solo delle facce note, soprattutto se di cazzo, qualcuno nell’indotto di Segrate gli propose di scrivere un romanzo. Si maligna che con tutta la buona volontà Cairo non fosse riuscito a superare le dodici pagine, poi un esercito di ghost writers avrebbe concluso l’operina Eccomi, gente, che alla prima uscita sbandierava la fascetta TERZA EDIZIONE, TRENTAMILA COPIE VENDUTE IN UNA SETTIMANA. Lo scandalo della truffa, come i lettori ricorderanno, invece di scandalizzare i benpensanti – poveri rimbambiti – aumentò effettivamente le vendite fino alla scalata in classifica (poiché Cairo veniva da Frosinone, si fece subito il parallelo “Cairo primo in classifica come la sua Lazio”). Ne è passato di tempo da allora, e il nome e la faccia in questione hanno perso parecchio dello smalto originario. Nel romanzo i tre protagonisti prendono brillantemente ognuno una strada diversa. Nella realtà – perdonate la parola desueta -  la sua carriera dopo anni di altalena fra tv, teatro e letteratura, sembra volgere irrimediabilmente al termine. Cairo nasconde i  capelli bianchi con tinte brune e ciuffi rossi che cadono sulla fronte, ma ha dovuto ripiegare su un editore di piccolo cabotaggio. Per chi fosse ancora curioso, il libro è lì, con qualche errore di grammatica di troppo, è vero, ma del resto oggi come oggi gli editori non hanno tempo da perdere, signori miei. L’importante è che si capisca. Fru fru editore, a dispetto del nome, guarda al sodo e scommette sulla forza dei ricordi di questo scrittore attore acrobata dello spirito, un po’ acciaccato, falstaffiano e rubicondo, spompato e mai domo. Il vitalismo, anche quando si è più di là che di qua, non smette di affascinare. Cairo ha fatto della vita uno spettacolo, e dello spettacolo una vita di merda, ma anche questa è solo una sentenza dell’interprete.

Alcofribas

20 mar 2010

Italia allegra


Il suo capo ha detto che la Carfagna "ha le palle". Ne viene che Marrazzo non è l'unico a frequentare le trans.

16 mar 2010

Kafka e l'esigenza dell'opera





Molti anni fa, ne Lo spazio letterario, il critico e teorico della letteratura Maurice Blanchot, sottesa l'equivalenza di arte e immaginario, o meglio, assunto il secondo come il luogo in cui, soltanto, l'arte è possibile, e opponendolo alla realtà irriducibile delle ‘cose’, mostrava come un singolare percorso di allontanamento da essa, ed esperienza creativa dell'immaginario insieme, si compisse in modo esemplare nell' opera di Franz Kafka.
Lì si giocava a un livello tragico, ancora moderno, l’idea di un’autonomia radicale della parola poetica rispetto ai supposti referenti 'empirici' che crediamo di riconoscere nel mondo. Scriveva Blanchot: "La qualità della parola abituale è che capirla fa parte della sua natura. Ma, in questo punto dello spazio letterario, il linguaggio è senza intesa. L'arte, come lingua dell'immaginario, è quindi rispetto alla realtà un altrove". E ancora: “Nella parola poetica non siamo più rinviati al mondo, né al mondo come rifugio, né al mondo come insieme di scopi”.
Prima di designare qualcosa, o dare voce ad alcuno, le parole hanno il loro fine in se stesse. Se è così, l'opera insomma inizia nel momento in cui l’io dello scrittore muore al mondo. E, se tutto questo è vero, per nessuno vale come per Franz Kafka.
La lettura dei suoi Diari, avventura emozionante per molti versi, intanto ci soccorre in questo scopo. In essi il 'destino di perdizione' del grandissimo praghese mostra segni che suffragano la lettura di Blanchot. Kafka sapeva che l'esperienza dello sradicamento era una conseguenza della pratica poetica, e se dunque l'arte lavorava a una compensazione esistenziale, rappresentava però la via di un possibile e definitivo abbandono del mondo.
Nei suoi Diari K. non racconta se stesso al modo vezzoso dei romantico-decadenti, ma intesse un dialogo con la pagina che si configura essenzialmente come il disperato tentativo di mantenere un contatto con una individualità, la sua, che rischiava continuamente di sfuggirgli, di apparirgli estranea non meno di tutto il resto. Il suo paradosso sta quindi nell'aver usato come strumento 'mnestico' e/o  consolatorio quello stesso esercizio che può esser causa prima dell'oblio: la scrittura. L'esigenza di salvazione è elevata: il suo nichilismo è sofferto, mai recitato ad arte. Epperò l’arte, l’immaginario, contemplano necessità inconciliabili con la sua (in)capacità di vivere la vita ordinaria; e forse, aggiungerei, contaminano, in ottemperanza alle leggi della finzione - che sono leggi di forma, di stile (unici idoli di Kafka, che non a caso aveva eletto Flaubert uno dei suoi massimi modelli) - la purezza “confessionale”  di quella pratica chiarificatrice e memorialistica che risponde al nome di Diari.
Essi si estendono per un arco di tempo che va dal 1910 al 1923. Vi è spesso dispiegato un senso di sconcerto che segue al "vago impeto della voglia di scrivere”. Cito, un po’ a caso, frammenti del 1911: “Non riesco a capire e nemmeno a crederci. Vivo soltanto qua e là in una parolina nella cui vocale, per esempio, perdo un istante la mia testa inutile." O ancora, “Creativo soltanto nel torturare me stesso".
Algebra impossibile, la scrittura in Kafka è guarigione e causa della malattia, una specie di ossimoro ontologico mai così lucidamente evidenziato in altri scrittori. Essa è perdizione e atto sacrificale, seguita spesso dal senso di colpa di chi si convince in questo modo di non adempiere alla 'Legge' (qui, più che la normativa religiosa del pensiero ebraico, pare connotare i suoi dettami sociali - matrimonio, vita comunitaria, etc). L’esperienza del mondo in K. è quella di un “vuoto perfetto", intorno al quale egli vaga con la sola arma della parola. Le note che testimoniano le ansie verso il mestiere, peraltro, abbondano, ma l'urgenza dello stile, della qualità estetica, si sprigionano da questa allegoresi della scrittura come tentativo tragico di comprensione delle cose.
Nei Diari la pregnanza di alcune immagini terribili e bellissime lascia senza fiato, se pensiamo che sono scritte da uno dei tre o quattro scrittori decisivi del secolo: “Questo mucchio di paglia che sono da cinque mesi"; “In fondo sono un uomo incapace, ignorante, che, se non fosse andato a scuola, sarebbe esattamente in grado di stare accovacciato in un canile, di saltar fuori quando gli dessero da mangiare e di ritornare dentro dopo aver ingoiato il pasto”.
Viluppo difficile da districare, il caso K., non c’è dubbio. Scrivere per lui significa "saltare fuori dalla fila degli assassini", ossia trovare un linguaggio da opporre a quello degli abitanti del Castello. Ecco perché, e Kafka insiste su questo punto anche nelle Lettere, l'opera richiede l’espunzione della vita, il suo allontanamento: non solo una modalità dell'assenza, ma paradossalmente, pure, la sola possibilità di intervento (interpretativo). Se la letteratura è finzione, per Kafka essa è altresì linguaggio della verità (o, almeno, del possibile), esercizio ermeneutico che libera lui dal mondo rivelandolo –  ma mai sino in fondo: l’incompiutezza narrativa è inevitabile.
Pure, Kafka afferma di voler “morire in pace". Riconosciuta l'ineluttabile inadeguatezza al vivere, egli confessa all’amico Max Brod che le sue opere migliori le deve alla provvisoria capacità di “morire contento”; non solo, dice di rallegrarsi nel descrivere situazioni in cui qualcuno sta morendo. "Mi piacerebbe spiegare il senso di felicità che ho in me di tanto in tanto, come appunto ora," (dice riferendosi allo scrivere); o quest'altra, fulminante: "L’arte vola attorno alla verità, ma con la precisa intenzione di non farsi bruciare". Una benvenuta leggerezza che segnala uno scarto - forse, il segno autentico di una 'felicità del corpo’ che eccede la pura dimensione conoscitiva per regalare estasi improvvise.
Narrare consente anche, attraverso la rappresentazione, di illuminare la scena giocando con essa. Da un lato, lo scrittore imita Dio manipolando mondi (e si arroga suoi poteri: darsi la propria morte infatti non è soltanto lo scacco di una vita fallita, ma pure l'esplicarsi, se si vuole en artiste, della volontà di potenza, ridotta a questa singolare espressione). DalI’altro, quest’“uomo pieno di uno stupore infinito" ci appare come l'adepto di una strana dottrina nella quale la scrittura diviene una forma di preghiera attraverso la quale accogliere, allo stesso tempo difendendosene, il tramestio del proprio caos interiore: l'arte diviene "una difesa del nulla, una cauzione del nulla, un soffio di gaiezza prestato al nulla”.

michele lupo





10 mar 2010

Mario Perniola e una faccenda molto seria: dumbocracy

apparso su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=786

Miracoli e traumi della comunicazione

Libro molto interessante questo di Mario Perniola, che segue di cinque anni Contro la comunicazione, sempre per Einaudi. Perniola, filosofo appartato ma (o perché) attento come pochi, lamenta, secondo me a ragione, che al suo pensiero non venga riconosciuto un adeguato valore politico. Se la comunicazione è l'ambiente in cui viviamo, se essa consiste in un linguaggio che rompe la mediazione critica e pretende di sottometterci alla protervia dell'opinione, basterebbe guardare al nostro paese – caso eclatante ma non unico al mondo – per inscrivere la critica stessa alla comunicazione nel pensiero politico tutto. Questo atteggiamento infatti rimette in gioco, pensate un po', l'idea stessa di realtà - oggi schiacciata in un presente privo di qualsiasi discrezione e discernimento - e con essa le categorie del conflitto. Da qualche parte Perniola ha scritto: che “o si sta dalla parte della comunicazione mass-mediatica e allora il risultato sarà l'autodistruzione dell'Occidente: oppure si riattivano orientamenti e tendenze che non sono risultate egemoniche (come l'Illuminismo) e allora c'è ancora qualche speranza”.
Miracoli e traumi sono i due poli tra i quali oscilla il regime dell'odierna comunicazione, politica inclusa, per la quale Perniola si avvale anche del termine anglosassone dumbocracy (predominio della stupidità, più o meno) - inattesa e perversa declinazione della "sovranità" di Bataille. 
Entrambi segnati dall'incredulità romanzesca, dall'assenza di lucidità critica, i miracoli (abbagli collettivi contraddistinti da “un'eccitazione assolutamente sproporzionata al peso degli avvenimenti”) e i traumi (riservati prima di tutto agli sconfitti del terzo mondo, ma non solo) impastano l'ultimo mezzo secolo della storia mondiale. Ciò che definisce davvero quest'arco di tempo è l'impossibilità dell'azione. Anche alcuni fatti straordinari (il Maggio sessantottino, la rivoluzione iraniana del '79, il crollo del muro di Berlino e l'attacco alle torri newyorkesi del 2001) secondo Perniola più che veri e propri avvenimenti responsabili di cambiamenti epocali sarebbero soltanto momenti formidabilmente comunicativi, buoni a segnare una “periodizzazione possibile”, uno schema attraverso il quale registrare la progressiva deriva irrazionale che sottrae la realtà alla possibilità di modificarla attraverso l'azione, nonché alla sua stessa intelligenza.
Nel perverso intreccio di surrealismo de facto e tecnocrazia fantascientifica che trasforma i fatti in miracoli inspiegabili da una parte, e nelle catastrofi dei dannati della terra sussunti nella regione percettiva del trauma (e perciò incapaci di reagire) dall'altra, la possibilità di comprendere la realtà sembra venir meno. Infantilizzazione e presentismo sono la base, il terreno di coltura adatto di questa incultura, una psicopatologia di massa alimentata da fenomeni come la new age, l'azzeramento della memoria e l'indecidibilità della stessa nozione di futuro.
Sulla convinzione di Perniola secondo cui i quattro eventi principali dell'ultimo mezzo secolo sono stati “meno importanti di quanto sembra a prima vista”, si potrebbe forse discutere. Certo, è vero che “nel 1968, dopo lo sciopero selvaggio, tutti sono tornati a lavorare”; è vero che l'aura simbolica di quell'anno non ha nei fatti anticipato o prodotto un mondo migliore. Nemmeno per quanto riguarda la pretesa liberazione sessuale si può parlare di vantaggi postumi - non molto di più di una provocazione mediatica, per Perniola. Il mito dello spontaneismo e la banalizzazione edonistica della sessualità non potevano mettere in crisi il capitalismo, che piuttosto se n'è servito lasciando nelle macerie dell'utopia anche il cadavere di una modalità dell'esperienza umana fondamentale: la seduzione.
L'età della deregolamentazione, quella che svilisce il significato storico dell'insegnamento, della critica, e inaugura astruserie come l'autovalutazione, e un esercizio pseudo-intellettuale di autonomia solipsistica, in cui tutto è uguale a tutto, inizia con gli anni ottanta; si tratta di una ripercussione patologica della comunicazione. Negli stessi anni, Khomeini dà uno strappo al mondo islamico. Personalmente non sarei così sicuro che “la rivoluzione iraniana non si è propagata a tutto l'Islam ed è rimasta confinata in un solo paese”. Mi pare che la politicizzazione dell'Islam si possa documentare anche altrove, mentre è certo che nel mondo musulmano il velo per molte donne in quegli anni comincia ad assumere un imprevisto, ancorché controverso, valore di resistenza alla mercificazione pornografica dell'Occidente, e recupera il senso della seduzione di cui si diceva sopra.
Ora, è ovvio che per tenere le masse sotto scacco, l'ignoranza deve farsi sistema – e la comunicazione dà una grossa mano alla bisogna. In questa “selezione al contrario” delle classi dirigenti (non solo in politica), analoga a quella di cui parlava Solzenicyn a proposito dello stalinismo, viene promosso al vertice chi obbedisce al dominatore (e noi, dal laboratorio italiano, potremmo dare lezioni al mondo) in un'escalation di demeriti che regge fino a quando il sistema crolla perché non sa più far fronte alla realtà – non sanno nemmeno presentare una lista elettorale. Nel frattempo i regimi attraggono per la loro faciloneria populista, molto più seduttiva del ragionamento critico (gli intellettuali dissidenti della Ddr, ricorda Perniola, non avevano previsto che i loro connazionali sarebbero stato più attratti dal trash consumistico che dall'idea di un “socialismo dal volto umano”).
Con l'11 settembre, scrive il filosofo, entriamo nell'età della valutazione (“arbitraria e tendenziosa, iniqua e settaria”), che finirà con il classificare l’intero genere umano attraverso i suoi gusti, i suoi orientamenti sessuali etc. Ma l'effetto degli aerei sulle Twin Towers è stato solo quello di indurre il mondo che si voleva libero a rinunciare a se stesso. “Se nei decenni precedenti è stato possibile far credere qualsiasi cosa, ora è possibile far subire qualsiasi cosa” - si pensi alla “guerra infinita” che ne è derivata. Bin Laden in un certo senso ha vinto usando le stesse armi dell'Occidente imploso: strategie comunicative. Prive, come si diceva, di discrezione e discernimento. Come il metro attraverso cui oggi si decide il valore di un libro: copie vendute, chiacchiera contingente, risultati chez Google. Attualità, presente che corre veloce, senza senso e senza direzione. Qui ci occupiamo di letteratura, in primis. Ma è un filosofo che ci pone la domanda fondamentale: Qualcuno scrive ancora libri per il futuro?

michele lupo




07 mar 2010

Maurizio Salabelle Il maestro Atomi





A scuola senza fare troppo le vittime

Chissà se è mai capitato a qualche studente italiano di fare una gita scolastica in Giappone, per di più in compagnia non del suo insegnante ma di un ispettore scolastico inviato dal ministero. Per poi trovarsi coinvolto in una serie di situazioni assurde, come maneggiare l’indecifrabile moneta locale il cui valore deve essere descritto attraverso smorfie complicate e faticosi sospiri. Oppure di imbattersi in un bizzarro supplente che si porta a scuola una pentola d’acciaio munita di una struttura metallica collegata alla presa di corrente per dimostrare come dal “brodo primordiale dell’ammasso di molecole disordinate ad un certo punto venne fuori la vita”.
Il passo narrativo di Maurizio Salabelle, scrittore prematuramente scomparso nel 2003, sembra sulle prime un po’ surreale, come la scuola che racconta, un istituto elementare con classi di 39 persone che cercano di arrivare in tempo in aula per non restare senza il posto. Eppure il suo andamento avvince perché è in grado di percorrere con vivida concretezza di fatti e personaggi un paesaggio sorprendente, tutt’altro che gratuito, nonostante o forse proprio in virtù della natura paradossale delle storie che racconta -com’è dei bravi scrittori.
Salabelle sembra andare oltre l’intuizione del carattere mai definitivo che si nasconde nel mondo della scuola, il suo negarsi sostanziale all’apparente tran tran che avvinghia i più in una morsa di noia o sfiducia o stanchezza. Anche chi vi lavora da molti anni sa che in una mattina qualunque può succedere qualcosa che non sarebbe potuta accadere da nessun’altra parte. Ne Il maestro Atomi, senza mai farne “discorso” ma sempre e solo dentro il dispiegarsi del racconto, non si tratta più di sorprese che interrompono la routine. La scuola viene reinventata totalmente, ricostruita come un affatturato e insieme ironico universo guardato attraverso gli occhi di un ragazzino, la voce narrante, davvero speciale.
Il romanzo, edito da Comix nel 1997, poi rifabbricato per i tipi Casagrande qualche anno dopo, purtroppo non è facilmente reperibile. Salabelle nella sua breve vita pubblicò anche con Garzanti e Bollati Boringhieri ma era uno scrittore che non aspirava - suppongo - ai grandi numeri. Basti pensare ai protagonisti degli altri suoi libri: un “alcolizzato da vocabolario” (in Il mio unico amico), un “assistente che non assiste” (in  Un assitente inafidabile) e via di questo passo, per cinque romanzi scritti nell’arco di un decennio.
La sua era una narrativa purissima, antiretorica, apparentemente in minore – sospesa a mio avviso fra Celati e Robert Walser - ma niente affatto dimessa, con una sua strana grazia che coniugava l’assurdo con una precisione descrittiva e soprattutto con una voce narrante molto divertente. In questo romanzo simulava la cadenza di un’oralità fintamente svagata ma di strabiliante esattezza. Un libro, fra i non pochi che nella narrativa italiana sono ambientati fra le pareti di un’aula scolastica, che resiste al tempo in virtù di una voce peculiare. Di lui scriveva Dario Voltolini: “Della sua voce un po' sommessa che non riusciva ad alterarsi alzando i toni, ma solo e sempre deviando in direzioni poco prevedibili, ci rimane ora solo il versante scritto, quella che siamo soliti chiamare «voce narrativa», come se ciascun narratore ne avesse una per dotazione naturale. Invece solo pochi narratori hanno una voce propria e riconoscibile nella pagina scritta, una voce che identifichiamo in mezzo a qualunque folla, senza possibilità di errore. Maurizio era uno di questi”.
I sei capitoli che compongono Il maestro Atomi possono leggersi in qualsiasi ordine, dando vita a 720 combinazioni possibili. Ma al di là dell’apparente eserciziario postmoderno che sarebbe ormai privo d’interesse, e detto solo per non scoraggiare coloro che dovessero avere la fortuna di trovare il libro e dare un’occhiata alla quarta di copertina, possiamo piuttosto leggerlo come un insieme di racconti. Sono storie fra il comico e il fantastico, tutte dentro una scuola senza epoca inventata per rompere disinvoltamente con una tradizione narrativa, il racconto fra le mura di un’aula scolastica, troppo spesso incline al patetico e al vittimistico.
La stravaganza che cifra il libro non è mai compiaciuta, o letteraria; è negli stessi personaggi: maestri curiosi, supplenti falotici, studenti buffi e allarmati eppure composti come piccoli Buster Keaton. La scuola insomma in questo libro disegna una specie di spazio onirico, tramato in un tessuto di situazioni fantasiose ma serrate nella loro logica alternativa - una specie di ragione parallela al mondo quotidiano, freddamente emozionata, curiosa, come forse agli insegnanti piacerebbe vedere nello sguardo dei loro studenti.
Un libro, uno scrittore lontani dai volgarissimi spettacoli di oggi, che si tratti delle guerricciole per bande di scrittori televisivi, o delle fiction sciapi  innocue  scontatissime sulla scuola che solo tristissimi figuri di governo possono considerare pericolose per la democrazia (nella dizione corrente e imperitura, malfamata, di “comunisti”, va da sé).

michele lupo


06 mar 2010

Decreto salva-tamarri



Per favore, adottateli.
Gli italiani sono incapaci di badare a se stessi.
Gli italiani hanno bisogno di un tutore, spesso di un padrone. Di solito se lo scelgono pessimo. Da Mussolini a Berlusconi, non c’è limite al peggio. Il brianzolo morirà, checché lui ne dica, ma non passeranno vent’anni che gli italiani ne sceglieranno uno anche peggiore – è vero, non è facile immaginarlo, ma se l’umanità quando si tratta di dare il peggio è sempre molto creativa, gli italiani battono tutti. Sfatiamo un luogo comune, ossia che questo paese non conti nulla. Il fascismo lo hanno inventato qui, la mediocrazia forse no ma nessuno ha saputo realizzarla come questo popolino che ha pure inventato, non casualmente, il melodramma e la commedia dell’arte. Da ridere qui non manca mai, ma nemmeno da piangere. Per il resto, non funziona niente.

Gli italiani da soli non ce la fanno. Se proprio non potete adottarli, commissariate il loro paese, il loro governo. L’Unione Europea si faccia carico di questa sua bizzarra appendice. Assicuri alla giustizia l’ometto col cerone sulla faccia e sistemi le sue scuole, i suoi ospedali e tutto il resto - la testa no, da quella non si può cavare nulla. In cambio, quando vorrete ridere, o piangere di commozione, sapete a chi rivolgervi.

02 mar 2010

Vaticano S.p.A

www.chiarelettere.it
  Vaticano, un’immedicabile patologia nel corpo d’Italia
  
All’origine di Vaticano S.p.A. di Gianluigi Nuzzi c’è un monsignor Renato Dardozzi, consigliere della Segreteria di Stato della Santa Sede, deceduto nel 2003 dopo essere stato per anni una delle figure chiave nella gestione delle finanze vaticane. Dardozzi, forse deluso da mancati avanzamenti di carriera, forse schifato sic et simpliciter da ciò che aveva visto dalle parti dello Ior, la banca del papa, espresse volontà testamentaria che tutta la mole di documenti che aveva accumulato in poco meno di vent’anni venisse resa pubblica: si tratta di un archivio di oltre quattromila fogli, lettere, relazioni, bilanci, verbali, note contabili, bonifici che testimoniano senza appello i legami sinistri tra la finanza del Vaticano e la politica italiana. Tant’è che nessuno da quelle parti all’uscita del libro ha potuto smentire alcunché, per la semplice ragione che era impossibile farlo. Di più, il presidente dello Ior, Angelo Caloia, è stato finalmente costretto a lasciare l’incarico. Prima però, pare che dal Vaticano abbiano offerto all’editrice Chiarelettere grosse somme di denaro (non gli manca certo, appunto) perché rinunciasse alla pubblicazione. Parliamo di materiale che dovrebbe far sobbalzare qualsiasi cristiano metaforico e non in qualsiasi paese del mondo - da noi no, ma questa non è una novità. Caso mai la mancata esplosione della bomba testimonia per l’ennesima volta come il mondo cattolico faccia un’estrema fatica a guardare con coraggio dentro i propri affari – anfanando ancora e senza costrutto intorno a cervellotiche dottrine che scellerati Concordati introducono nella scuola pubblica di un altro Stato in versione catechistica grazie a insegnanti non di rado imbarazzanti nella loro pochezza culturale. Purtroppo il male più insidioso è spesso quello che viene da chi vi assiste passivamente. Così questi catechisti mascherati vengono tollerati da colleghi quasi sempre ignavi, che non sai se per pigrizia o per un vago senso di solidarietà professionale si guardano bene dal fare problema di una situazione accettata acriticamente e in cui sono possibili – l’ho sperimentato di persona – esiti aberranti. Lavoro nella scuola da molti anni e ho conosciuto diversi di questi catechisti mascherati capaci di “spiegare” ai ragazzini un terremoto come una punizione divina – esattamente come fanno nel mondo islamico più retrivo. Impunemente. Stipendiati da noi tutti.
Un linguista, Edoardo Lombardi Vallauri, studioso apprezzato, cattolico di lungo corso, capo scout per vent’anni, ha scritto un libro un paio di anni fa, Capire la mente cattolica, in cui sosteneva che se si tratta di voler davvero capire le cose e andare sino in fondo, un cattolico non dà molte garanzie. Di solito, non si tratta di individui che spiccano per la loro onestà intellettuale. Ciò vale per le astruserie dottrinarie come per il mai consumato dilemma “dio o mammona”. Detto da uno che se intende. E in Italia stiamo sempre lì, al pre-illuminismo dei chierici che decidono e legiferano per noi nonostante l’aberrazione di certi pensierini come la vita imposta per forza di sondino alimentare, rianimazione di feti abortiti, omosessuali equiparati a pedofili, insomma al Medioevo clericale che qualcuno, innamorato perdutamente della Madonna però combattè a carissimo prezzo sapendo quale fosse lo spazio pubblico riservato a Dio e a Cesare – pensare che un pessimo cantautore specializzato in cazzate  anni fa lo definì un “servo di partito”.
E’ anche vero che se Vaticano SpA avrebbe potuto essere una bomba buona a far esplodere le menti svogliate dei credenti nostrani e ciò non è successo, le responsabilità di chi per vocazione storica si spererebbe più accorto, non mancano. Parlo della stampa di sinistra, ovvio. Che invece non ha particolarmente brillato nell’occasione, non so se per indifferenza, o perché qualcuno ha voluto vedere dietro il libro un colpo basso di Berlusconi – timoroso che la Chiesa cedesse alla tentazione di non appoggiarlo a dovere (vedere l’affaire Boffo). Purtroppo, non credo che l’avventuriero di Arcore corresse – corra -  davvero questo rischio. E’ vero che Nuzzi, l’autore di Vaticano S.p.A., giornalista in forza a “Libero” e a “Panorama, è prodigo di ringraziamenti per l’imbarazzante figuro che porta il nome di Maurizio Belpietro; che quando scrive di Mangano e Dell’Utri fa parecchio il sofista, e che nella mala impresa che racconta – in un arco temporale che dall’epoca del vescovo Marcinkus, qui fuori scena, a oggi non ha conosciuto significativi momenti di ripensamento - sorvola alquanto sullo speriamo caduco presidente del Consiglio, come se non fosse qui a dettare legge ma disperso in un’isola di un altro universo. Su Berlusconi, insomma, Nuzzi tace. Ed è anche vero che quando gli eredi di Dardozzi hanno dovuto decidere a chi affidare il materiale sono stati attenti a non farlo cadere nelle mani di qualche anticlericale militante (ce ne sono ancora? scriveteci!). Insomma, qualche indizio a carico dell’ipotesi di colpo basso del padrone, ci sarebbe pure. Tuttavia, i documenti qui presenti si collocano fuori da ogni possibilità di smentita e quali siano le ragioni della loro pubblicazione, essa resta. E avrebbe dovuto essere sufficiente anche alla stampa di sinistra. Manovra o meno dell’allegrone brianzolo, i documenti di Dardozzi sono stati ricostruiti da Nuzzi secondo una logica, anche narrativa, che regge alla lettura nonostante l’oggettiva mancanza di entusiasmo che procurano dati, cifre e sequenze di operazioni finanziarie. Il periodo implicato riguarda la gestione dello Ior da parte di De Bonis - un prelato abile con il denaro sporco non meno di Sindona -, una gestione più criminosa di quella di Marcinkus (uno che diceva che “la chiesa non si amministra con le ave marie”), liberandosi del quale la Chiesa romana venti anni fa cercò di darsi una sciacquata all’immagine compromessa dal brutto affaire Ambrosoli - Banco Ambrosiano - P2 – Calvi etc.
Ora, quello che è successo allo Ior, non sarebbe stato possibile all’interno di una banca di un qualsiasi altro stato europeo - almeno, non nelle forme, nelle modalità e nelle quantità che qui si possono apprezzare. Nello stato teocratico che ci ritroviamo quale non gradito ospite di là dal Tevere, la banca non risponde a nessun tipo di controllo, non aderisce a nessuna normativa internazionale che controlli i flussi di denaro e non può essere perquisita. Alla magistratura italiana - chiedere a Di Pietro e a Gherardo Colombo dove s’impantana Tangentopoli - per intervenire servono rogatorie internazionali che naturalmente i nostri governi non hanno mai sollecitato con forza, e ad esse le gerarchie vaticane si guardano bene dal rispondere se non con lacunosa riluttanza. In nome della missione terrena del Vicario di Cristo e dei suoi Pastori, lo Ior in questi anni non ha mancato invece di accogliere a braccia aperte chi in Italia cercava un luogo per investire danaro di dubbia provenienza, senza il bisogno di ricorrere a chissà quale esotico paradiso fiscale trovandone uno così comodo e sicuro dentro Roma. Monsignor de Bonis e i suoi amici sono stati capaci di imbastire spericolati ma abilissimi giochetti di prestigio che hanno permesso di smistare ingenti quantità di denaro: quello piovuto a pioggia dalla maxi tangente Enimont, quello legato alla longa manus di Andreotti – omissis, in codice -, a manovre politiche più mafiose che no, al riciclaggio per conto dei corleonesi, dell’ex sindaco di Palermo, Ciancimino, oggi grazie (?) al figlio al centro di nuove indagini intorno alle trattative mafia-stato, alle collusioni profonde con Gelli e la P2. Nel libro ci si concentra soprattutto sul conto bancario aperto negli anni '90, intestato fittiziamente alla fondazione Spellman, dietro cui si celava il senatore Giulio Andreotti. Su quel conto sono transitati decine e decine di miliardi, operazioni finanziarie disinvolte, come quelle che avrebbero dovuto favorire la nascita di un nuovo grande partito di centro dopo la morte della Dc, e ancora malversazioni decennali, lasciti oscuri, appropriazioni indebite, lavaggio di denaro tangentizio che entra con un brutto fetore criminale e riesce fuori nei conti privati di delinquenti di governo “più bianco che mai”. E ancora, depistaggi e deviazioni improvvise di soldi, comprese offerte dei fedeli, ufficialmente destinati a messe per i defunti e ad aiuti per i bambini poveri, che prendono la strada per Montecarlo. La torre che custodisce il forziere dei cardinali ha mura spesse 9 metri ed è di facile accessibilità, come ricorda Nuzzi. Per entrare nello Stato Vaticano e quindi nella banca, basta presentarsi all'ingresso di porta Sant'anna con una ricetta medica. Eccola, la manna caduta dal cielo, al centro di Roma. Peraltro, se la pubblicazione del libro di Nuzzi fosse una manovra  architettata secondo le riferite illazioni di cui sopra, considerando che il presidente Caloia è stato fatto fuori, avremmo un altro colpo di scena: il Vaticano avrebbe fatto una bella figura (non è facile) dimostrando finalmente la volontà di fare chiarezza, salvo insediare al posto di comando dello Ior un uomo dell’Opus Dei, vicino a Comunione e Liberazione ossia a un eventuale ahimé non impossibile futuro governo Formigoni. Bello scenario, no?
In ultimo, se qualcuno si fosse nel frattempo fatto venire la curiosità: la risposta è sì - nonostante i commentatori si siano guadati bene dal notarlo -,  Wojtyla venne più volte informato di ciò che succedeva. Il papa polacco era a conoscenza del gran traffico di denaro sporco che circolava e si smistava a casa sua, anche perché da quei canali provenivano pure i soldi che servivano a Solidarnosc per spazzare via il comunismo dalla faccia della terra. Wojtyla si guardò bene dal rimuovere qualcuno dal proprio incarico. Un santo padre - è mestiere suo -  ha una buona parola per tutti.  

P.S
Sul sito dell’editore chiarelettere.it è possibile consultare tutti documenti contenuti di Vaticano SpA




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