21 dic 2012

tom waits

pubblicata su alibionline

È il 14 luglio del 1992. Da lì principia la serie di fotografie del volume Tom Waits di Guido Harari, da poco uscito per Tea. Il noto fotografo definisce “melodia cinetica fatta di piccoli scatti” il movimento instancabile dei muscoli facciali e delle braccia del grande musicista americano quando ha la fortuna di incontrarlo nella bellissima Place des Vosges di Parigi per la promozione dell’album Bone Machine. Un uomo la cui pelle sembra fatta di una gomma dura ed elastica insieme, in grado di fargli assumere sembianze e maschere diverse di uno stigma originario che è quello di un vero genio. Se “il viso gli si gonfia e deforma” spiazzando il fotografo, e se la sessione di scatti troverà la sua cifra soltanto nel gesto improvvisato di Waits che afferra un telo scuro pensato come fondale e trasformato in un gigantesco mantello dentro e sotto il quale svolazzare come uno strambo animale, così il giornalista Burt Bull nel novembre del ’77 (Waits comincia a farsi un nome importante) non sa bene che pesci prendere nel suo goffo tentativo di imbastire un’intervista decente col musicista seccato di dover assomigliare alla maschera di ubriacone dissennato che i media gli stanno appiccicando addosso.

È solo una delle decine di interviste raccolte nel volume Il fantasma del sabato sera, (messe insieme da Paul Maher Jr, e tradotte da Minimum Fax) che coprono tutta la sua lunga carriera e costituiscono una fonte preziosissima per vedere più da vicino dentro l’officina creativa di uno straordinario e sensibilissimo performer oltre che autore, la cui grandezza per orecchie non abbastanza attente è forse adombrata dall’aspetto burlesco e camaleontico della messinscena. Harari lo rivede ai tempi di Mule Variatons in una “location anonima”. Waits gli chiede di “togliergli vent’anni”.


Ma sembra non crederci nemmeno lui. Tende piuttosto a fargli sapere che gli interessa un pubblico vero e non il numero dei biglietti venduti. Il libro di interviste chiarisce ulteriormente l’assunto. Per quanto successo abbia poi di fatto ottenuto - il cinema stesso ne è stato sedotto, come molti sanno - Waits ha sempre fatto quello che voleva, anche lasciando a bocca asciutta chi avrebbe preferito il ripetersi di certe atmosfere malinconiche e struggenti in luogo della svolta rumorista che spiazzò non poco (né pochi). Stando dalla “parte sbagliata” – quella che più giusta non si può, va da sé. L’influenza letteraria soprattutto agli inizi porta il segno di Kerouac, Bukowski e compagnie limitrofe; ma Waits per fortuna ha sempre tenuto a bada la faciloneria in odor di santità di chi pateticamente si dà del poeta. "Poesia è una parola molto pericolosa – ci avverte. - Quando qualcuno mi dice che vuole leggermi una poesia, posso immaginare un numero infinito di cose che farei molto più volentieri".
La sua musica - come sa bene chi la frequenta – muta negli anni, e muta il suo approccio agli stumenti, dalle prime chitarre ritmiche (da ragazzino Waits suonava la tromba...), al piano, alle sperimentazioni anche elettroniche “sans frontières” che dipartono dallo spoken words (fu in un disco in cui era Kerouac a parlare sopra un musica di Steve Allen che ebbe l’intuizione di cosa avrebbe potuto fare). Ai vari giornalisti racconta questo e altro, la sua empatia con il mondo della notte (di paramedici, poliziotti, netturbini, prima che di spostati), affari più o meno privati, lo sforzo per surclassare l’immagine di demenziale fenomeno da baraccone cui qualcuno provò a suo tempo a inchiodarlo. E non manca di mentire, anche, e fa bene – la menzogna nel suo caso è solo la forma di un racconto (anche perché “Waits parla davvero con quella voce”). Gli intervistatori più accorti lo sanno. Se l’uomo li prende in giro ci sta; perché non è pretenzioso, Waits, non vende fumo, e consegna agli uomini e alle donne di buon gusto un patrimonio musicale meraviglioso. Che cosa volete di più?

15 dic 2012

Da qui all’eternità


James Jones

flaneri
Del titolo hanno avuto sentore in tanti, il film nell’Italia recente lo hanno visto sicuramente molte meno persone, il libro da cui è tratto qui da noi è quasi una novità. Quasi perché il romanzone Da qui all’eternità di James Jones(1921-1977) finora circolava in una versione Oscar Mondadori che, come quella americana, era scevra dei suoi contenuti più indigesti a quella gran parte di pubblico che il racconto del mondo può tollerarlo solo a patto che non si vada sino in fondo.
Pensare che la rappresentazione – editorialmente edulcorata – della vita militare americana ai tempi di Pearl Harbour valse allo scrittore il National Book Award nel 1952 (e successivamente ne tirarono fuori il film di Fred Zinnemann con Burt Lancaster e Montgomery Clift, che avrebbe fatto man bassa di Oscar). Be’, Jones per tutto questo dovette pagare un prezzo salatissimo.Il libro subì tagli poderosi: la censura intervenne pesantemente su molte scene, sui dialoghi e in generale sulla lingua del romanzo. Tutt’altro che edulcorate, scene e lingua: dapprincipio, si capisce. Ma a giudizio dell’editore, se nel formidabile esercito che di lì a poco avrebbe salvato il mondo dal delirio nazista non si faceva a meno né dei rapporti omosessuali né della masturbazione, era cosa che al puritanesimo americano (e al maccartismo d’epoca) poteva interessare sapere, ma non nei dettagli. Si dà il caso invece che la crudezza dell’ambientazione, il malessere quotidiano, e l’afrore diffuso di una sessualità dispiegata in varianti generose e brutali, costituiscano la trama tonale del romanzo – corna e bordelli compresi.
Il fatto è che in quelle basi militari il piacere stesso sembra incapace di sottrarsi a un certa violenza di fondo. «La gente non sa che cazzo succede in questa nazione», scriveva Jones.Il mondo visto da lì galleggia sotto un cielo cupissimo. L’epica che ne viene fuori è guasta, morbosa, dissonante. Le storie di questi uomini sono rudi ma nonfacilmente chiuse nel loro ruolo militare. A partire da Robert Prewitt, un trombettiere di talento ed ex pugile deciso a non salire più sul ring, Jones disegnacon una costruzione robusta personaggi che sembrano racchiudere il destino del mondo. Sentimenti e ambizioni dei quali, velleità e sconfitte, forza e debolezza sono ricondotti alla loro cifra essenziale: ecce homo e il suo destino. Amori sbagliati compresi.
La musica delle conversazioni fra soldati i più la conoscono da certa cinematografia: «“Se tu andassi dal comandante, come ti dico io, e dicessi anche una sola parola, resteresti. E vaffanculo al capo trombettiere Houston”. “Sì, certo. E il frocetto di Houston sarebbe sempre primo trombettiere. Inoltre, la pratica è già passata avanti. Firmata, sigillata e consegnata”. “’Fanculo” ripeté Red disgustato. “Le scartoffie firmate te le puoi attaccare sai bene dove, per quel che valgono”».
Di sicuro non è uno stilista James Jones. La sua prosa non irretisce, anzi si arrampica senza troppi scrupoli su un fraseggio comodo e disadorno e si avvale di similitudini a volte scontate. Una scrittura al servizio della storia, però.La forza di Jones sta nella sua convinzione: parliamo di un narratore poco “letterato”, che molto ha visto e sa raccontare(partecipò in prima persona a quelle vicende, così come alla battaglia navale di Guadalcanal – non a caso è anche l’autore de La sottile linea rossa). Ci sono scrittori così, di cose e non di frasi; magari puoi storcere la bocca ogni tanto ma devi ammettere che hanno ragione loro.su flaneri

09 dic 2012

Ognjen Spahic


articolo pubblicato su flanerì
Un piccolo universo concentrazionario chiuso in un recinto più grande. Detto in una formula semplice potrebbe essere questo, a un primo sguardo, il resoconto de I figli di Hansenromanzo dello scrittore montenegrino Ognjen Spahic, tradotto dalla benemerita Zandonai di Rovereto, cui dobbiamo la conoscenza di un drappello di autori poco noti al distratto pubblico dei lettori italiani (un raccontino di Spahic ispirato a Raymond Carver era apparso un paio di anni fa sulla rivista Crocevia, numero 13-14 dedicato al Montenegro).
La prigione è in realtà un lebbrosario – l’ultimo di cui si abbia contezza in Europa, mentre nell’introduzione Claudio Magris afferma che parrebbero esisterne nel mondo ancora 700. Lo spazio che lo circonda è nientemeno che uno stato totalitario, quella della Romania di fine regime, anno 1989. Nell’imminenza dell’agonia di una tirannide dai tratti raramente così grigi, la «terra sterile» che cinge il disgraziato ospedale non sembra molto più allegra. Eppure, nonostante Ceausescu – la cui agonia è imminente – chi sta fuori, al confronto, non può che rallegrarsene.«Nell’immaginario collettivo la lebbra era collegata principalmente a due cose: in primo luogo alle scene del Ben-Hur di Wyler – una colonia di lebbrosi che si aggira per il pianeta come castigo di Dio, condannata all’odio e alla morte dolorosa in caverne isolate, lontano dalle città; in secondo luogo, la paura del mostro biologico, l’intruso del ventesimo secolo, manifestatosi in questi tempi per un fatale errore della natura oppure per giustizia divina». Così scrive il narratore, parte della esigua schiera del lebbrosario,undici uomini e una sola donna, considerati dagli «ottusi contadini rumeni» alla stregua di «derelitti marchiati del genere umano». Fin qui, a parte l’anacronismo del lebbrosario, saremmo in un curioso documentario. Ma se qualche piccolo passaggio didascalico non manca, ciò che rende interessante il romanzo del quarantenne montenegrino – (musulmano liberal-democratico, ci avverte Magris) – è la vita che pure vi si agita. Escrescenze e protuberanze non impediscono ai derelitti di cercare con le forze residue di strappare quel che possono: persino i piaceri della carne. Ben dice lo sgomento del narratore lo spettacolo di due compagni di sventura avvinti in una pazzesca intimità sopra materassi imbottiti di lana grezza: al primo, un ammasso di gobbe, manca il naso e un piede, all’altro sono saltate tutte «le giunture degli arti» per cui il suo movimento  sembra quello di «una bambola sovradimensionata nell’oscurità delle confusioni infantili». Ma, come sempre, il contesto cambia di segno un passaggio che facilmente si presterebbe alla lettura compiaciuta di uno scenario freak (nel senso di Tod Browning o del grande Leslie Fiedler). Al divieto (!) di provare emozioni, i lebbrosi rispondono con tutta la gamma di sentimenti all’opera. Il narratore riceve splendidi regali di compleanno (il più prezioso: l’album bianco dei Beatles), da un amico carissimo che ha contratto la lebbra fra le prostitute di Amsterdam. La storia della loro amicizia muove il romanzo e gli dà un’energia insospettabile. Spinge la vita morente verso il fuori, letteralmente, a caccia del sole, del mondo verso cui si tenta di fuggire. Non mitiga minimamente la durezza della loro condizione ma esprime fra l’evidenza dell’orrore, dei corpi marcescenti il bisogno di richiamare attraverso l’immaginazione un qualsiasi barlume di «incanto» – impossibile, ma essenziale, decisivo per tentare la vita anche quando nessuno più oserebbe nemmeno nominarla. Dall’Europa orientale hanno qualcosa da dirci, ma le major non lo sanno.

01 dic 2012

“I sette pazzi” di Roberto Arlt

da http://www.flaneri.com/index.php/flaneri/leggi/i_sette_pazzi_di_roberto_arlt/flaneriflaneri

Los siete locos: già pensarlo un titolo così è a suo modo un’avventura. Roberto Arlt, scrittore argentino (Buenos Aires 1900-1942) che alcuni forse esagerando considerano fra i massimi del grande paese sudamericano, non ha goduto tuttavia di grande fortuna in vita, e per molti anni è rimasto fuori dai circuiti più accreditati e della critica e del pubblico. Nel periodo di maggiore diffusione della romanzeria sudamericana in Europa, fra gli anni ’60 e ’70, Arlt non era fra gli scrittori più frequentati. Gli si preferivano autori e lavori molto più corrivi e sentimentali – ma vero è che dopo si è fatto di peggio (i nomi li sanno tutti, la Allende, Mastretta, Sepulveda…).
Invece Arlt è uno scrittore dall’immaginazione in perenne cortocircuito, spiraliforme, al servizio di personaggi border-line che si arrotolano su se stessi e sanno raccontarsi come pochi. Almeno così accade a Erdosain, il più in vista dei sette pazzi di questo che è considerato il romanzo fondamentale (1929) dello scrittore e giornalista di Buenos Aires. Già stretto nell’angustia di una vita ai margini, senza un soldo e incline a rubare fino a quando si caccia nei guai, Erdosain è capace però di vivificarla a suo modo immaginandosela sempre peggio. Con un certo talento, bisogna dire, per scenari fra il grottesco e il surrealista (senza disdegnare il macabro), in virtù di una fantasia poco disciplinabile e cedevole piuttosto a un’iconografia nera.
«All’improvviso ebbe la sensazione di camminare sulla sua stessa angoscia trasformatasi in tappeto. Come i cavalli che, sventrati da un toro, s’ingarbugliano nelle loro stesse budella, a ogni passo che dava i polmoni restavano senza sangue».
Non mancano le goffaggini, è evidente, e qualche scivolata in un immaginario più convenzionale dovuta – lo ricorda nell’appassionata prefazione Julio Cortàzar, peraltro convinto, come del resto Borges, che I sette pazzi sia un capolavoro– alla formazione quasi avventizia di Arlt. Ma i passi involuti dicono anch’essi benissimo il carattere tortuoso che traccia la vita di Erdosain. Lui e i suoi amici – altrettanto sgangherati – per un po’ non fanno che chiacchierare (sembra di stare in un romanzo di un Bolaño, come dire, “fulminato”); ma poi provano a uscire dalle secche di un’esistenza orribile nella Buenos Aires degli anni ’20, nelle sue suburre di briganti e cialtroni in modo impensabile. All’epoca in Europa, ma anche altrove nel mondo, e da parti opposte, si favoleggiano “uomini nuovi”: lo fanno anche i sette pazzi. Intenzionati a mettere le basi per una rivoluzione definitiva, prendono a spunto la vita da pappone di uno di loro. E mettono su una catena di bordelli per finanziare il progetto. Il delirio è più lucido di quanto non si pensi, però: sanno che alla base dell’associazione sovversiva deve esserci l’obbedienza.
«È il metodo industriale […]. Il misticismo industriale […]. Lei crede che le future dittature saranno militari? Nossignore. Il militare a confronto dell’industriale non vale niente».
Era una secolo fa, più o meno. Alla finanza non c’erano arrivati, ma avvicinati sì.

26 nov 2012

Fenomenologia di youporn




“Cosa resta di tutta l’eccitazione che abbiamo creduto di provare da giovani? Niente, neppure un kleenex incartapecorito” (sì, è proprio l’incipit rivisitato di quel gran libro d’esordio di Aldo Busi che è il Seminario sulla gioventù).
La parodia, il “quasi come”, è una modalità del comico. Non la sola presente neldivertissement di Stefano SgambatiFenomenologia di youporn, “seriocomico” esercizio di lettura e analisi del godimento (della malattia?) sessuale nell’epoca della rete. Parodia che più che avvicinare gli eccessi del carnevalesco bachtiniano, utilizza un’ironia colta e ricca di richiami, ammiccamenti, sottotesti che poi si permette di sprofondare senza parere nelle piccole polle di sperma di una sega, di una polluzione, di un’eiaculatio precox di pischelli troppo adusi alla rappresentazione (del sesso femminile) per sentirsi a proprio agio con la carne vera di una donna che magari ha pure il difetto di essere mentalmente presente e volere il suo.
Una “fenomenologia”, quella di Sgambati, che all’inizio lascia un po’ perplessi visto che parrebbe corteggiare l’idea che il sesso della rete (la sua estrema fruibilità) sia stata una “rivoluzione” (lo fa ironicamente, va bene: ma non sarà un modo un po’ facile quello dell’ironia di dire e non dire? di uscirne sempre incolumi, non responsabili di fronte a ciò che sosteniamo?). Non convince il credito eccessivo concesso a una presunta “libertà” ignara del fatto che la generazione prima della sua – di Sgambati - non faticava a strappare paginette (a colori eh) dai giornali giusti, sparpagliare le foto porno per terra, dargli un po’ di movimento e andarsene con dio – credo si tratti di un’enfasi (tardo)giovanile che aspetta soltanto di fare il suo tempo. 
Difatti accade quasi in diretta, sotto gli occhi del lettore, se, attraversato il centro nevralgico del libretto (un’“analisi filologica e post-strutturalista del video pornoamatoriale di Belén Rodriguez”), Sgambati pensa bene di doversi rivolgere a uno psicoterapeuta, preoccupato che la sua (la nostra) sia ormai una condizione insana: una dipendenza, non so quanto diversa dalla più generale rinuncia a una vita “vera”, in favore del mondo “altro” della rete. 
Più che all’Eco della paradigmatica analisi di Mike Buongiorno, riferimento che di tutta prima parrebbe obbligato, Sgambati pare guardare ai Diari minimi (e l’eco di comici migliori di Eco risuonano diffusi nel testo). Perché più che il valore veritativo di una fenomenologia che si voglia “seria” – una fenomenologia radicata su un terreno filosofico - Sgambati enfatizza comicamente l’emozione della visione (la fica dell’argentina spalancata davanti ai suoi occhi) utilizzando insieme le figure dell’iperbole e dell’enumerazione; se la prima reazione è l’erezione e la seconda l’euforia, poi il narratore spicca un volo che lo allontana dall’oggetto e lo lancia sul palcoscenico di una performance attoriale: “mi sono messo a pensare a Gesù Cristo, ecco, alla giustizia divina, a Togliatti, Pasolini, Omero, alla strage di Bologna, agli amici morti, agli amori che mi hanno distrutto la vita, ai fallimenti, alle ingiustizie. Mi sono messo a pensare alle cose enormi e a quelle infinitesimali, mi sono messo a pensare perfino all’Africa, all’affitto, al Terzo Mondo, a quei poveri bambini con i ventri gonfi come le pance delle asine gravide” etc (non è finito).
Il che, se aumenta il divertimento di qualche lettore, rende meno stringente l’indagine sul “fenomeno” porno in rete (peraltro, il clamore per il video di una donna che potrebbe anche essere la più desiderata del mondo non tiene conto che quel video è la cosa meno eccitante di tutta la storia del porno). Nel che non v’è alcun male, va da sé. Lo diciamo per chiarire meglio al lettore che tipo di testo abbiamo davanti; ma anche per segnalare quello che è un po’ il limite di un autore non privo di talento: il desiderio di far ridere a tutti i costi. Con due conseguenze, a mio avviso. La prima è che se Sgambati è capace di una scrittura brillante, crepitante, arguta, l’ansia di far ridere, di portare palla e dribblare anche le bandierine, gliela fa perdere banalmente. Per un sommario regesto: l’aggettivo “kafkiane” lo si vorrebbe abolito dalla comunicazione colta; oppure le facce trasformate in “raccapriccianti urli di Munch”, o ancora “l’esistenza di dio” provata dal video di Belen: suonano un po’ troppo da liceale che “sa” ma dimentica che “sanno”, già, anche gli altri.
Vero è che la scrittura da performer di molte di queste pagine ben si adatta all’andazzo di questi ultimi anni in cui molti scrittori passano più tempo a leggere per locali che a scrivere. Succede soprattutto nella piccola editoria, che tenta di sopperire alla scarsezza di mezzi e agli ovvi problemi di visibilità. La scrittura si mette in scena, lo scrittore si fa attore, non sempre a proposito (il più delle volte le letture pubbliche sono noiose assai). Ecco, la “fenomenologia” di Sgambati invece la vedrei bene recitata su un palcoscenico – ma è solo un mio parere. L’altra conseguenza del voler far ridere a tutti i costi, è che l’autore afferra dove può. Sgambati conosce le migliori battute di Woody Allen a memoria e diverse ne usa qua sopra, un po’ mascherandole nel testo. Ora, sulle Postille al Nome della rosa,  per tornare a Eco, Sgambati avrebbe potuto leggere che “i debiti si pagano”. Nella pagina finale su “fonti e ispirazioni” (che sono anche un modo per ringraziare chi ci ha insegnato il mestiere) il nome di W.A. brilla per la sua assenza.
Il libro (una fantasiosa confezione delle Miraggi Edizioni), non si esaurisce qui. Contiene infatti quattro brevissimi contributi di Enrico Remmert, Gaja Cenciarelli, Roberto Moroni e dell’assai briosa Carolina Cutolo: dai quali emerge un senso di disillusione rispetto al paradiso promesso del porno in rete. Com’è giusto. Perché, se il porno è tutto qui e ora, l’uso massiccio che ne consente la rete finisce per decretare non la fine della Storia, ma delle piccole grandi storie con cui tessiamo la tela delle nostre vite – lo faceva notare anche un articolo di qualche settimana fa di Marco Mancassola. Chissà se Nietzsche ne sarebbe stato contento.

21 nov 2012

Roth e il desiderio



I desiderantes di Giulio Cesare e Philip Roth. Dobbiamo ad Antonio Monda, alla sua introduzione al saggio di Luciano De Fiore (Philip Roth. Fantasmi del desiderio, Editori Riuniti) l’accostamento fra i soldati che aspettavano sotto le stelle il ritorno incerto dei compagni in battaglia e il più grande scrittore vivente.
Il tema del desiderio dà un’impronta fortissima – determinante - all’opera di Roth. Intorno a questa evidenza lavora il saggio di De Fiore, studioso attento ai rapporti tra letteratura, psicoanalisi e filosofia. Giova innanzitutto il fatto che De Fiore rinverdendo i modi di un’onesta critica tematica – seppure oltrepassando i confini del fatto letterario, poco preoccupandosi di questioni di lingua e stile ma consapevole della pregnanza conoscitiva dell’arte romanzesca, pregnanza senza la quale essa si riduce a mero diversivo intercambiabile con l’uncinetto delle nonne e il cazzeggio al bar – e centrando al cuore la poetica del grandissimo autore di Newark, De Fiore, si diceva, sgombra subito il terreno dalla sequela di sarcastiche sbuffate che la critica nostrana ha riservato all’americano negli ultimi anni. Infastidita dal ritorno ossessivo e per alcuni indigeribilmente malinconico intorno ai motivi del deperimento, della vecchiaia (a dimostrazione ulteriore di quanto essa sia il vero rimosso delle società opulenti) molta critica dimentica che essi mostrano l’altra faccia del desiderio. E che se tutto si stringe nel cerchio fra vita (e desiderio) e suo entropico destino finale, ancor più interessante si fa la faccenda nel caso di un personaggio classico dell’iconologia rothiana: il libertino. Che non ne ha mai abbastanza di vivere e per il quale, ovvio, l’esaurirsi delle energie vitali adombra la tragedia che è il vero contrassegno del passaggio dell’uomo sulla terra – spesso sono gli stessi lettori incapaci di comprendere quale abisso fosse in grado di spalancare il comico di Portnoy (sarebbe bastato aspettare il falstaffiano, terribilmente divertente ma tragico Sabbath, “monaco della scopata” di uno dei suoi romanzi migliori).
Infastidita, specie la critica nostrana, anche dalla chiara valenza autobiografica di molti titoli rothiani. Tormentone stupidissimo, ché con questo metro avremmo dovuto seppellire qualche centinaio di capolavori, da Proust in giù, e che soprattutto non comprende come in Roth l’autobiografia sia persino un valore aggiunto. Perché in nessun altro fra i contemporanei si mostra una tale acutezza, un così lucido impegno nella messinscena di un dilemma vertiginoso che coinvolge e intreccia un’antropologia dell’uomo come scrittore, l’estetica, la storia della scrittura romanzesca. Per un autore come lui ciò che è in questione è la necessità di mettere tutto (tutta la - impossibile? - verità) sulla pagina scritta. Con il rischio di contraccolpi micidiali. Biografici. “Non si può essere fedeli insieme e senza attriti alla propria vita affettiva (il padre, la comunità ebraica, la tradizione, la radice profonda della propria vita) e all’impegno letterario” ricorda De Fiore a proposito di Zuckermann e Lo scrittore fantasma.
Ora, se da Goodbye Columbus alle ultime opere, dalla giovinezza oltranzista di una vita che senza desiderio vita non è, alla malattia, dalle donne sedotte e seducenti alle mogli mai definitive, ai padri e ai fratelli, all’America di un mezzo secolo di storia, al conflitto inesausto e tutt’altro che riposante con gli ambienti e l’originaria cultura ebraica, se l’intera narrativa di Roth si pone in “un rapporto complesso con il desiderio”, egli sembra voler scommettere (e non solo attraverso i suoi molteplici alter-ego, in una tensione dialettica mai conclusa fra vita e Controvita) con la possibilità di avere la meglio sulla finzione. E se lo scacco è inevitabile, ché la verità resta un miraggio, vale la pena sottolineare quanto sia sideralmente lontano il suo approccio dal mero gioco del postmoderno.
Io ho rinunciato a vivere per scrivere vite” scrive Malamud, un altro dei grandi ebrei americani. Per Roth l’asserzione non è pacifica. Non lo sarebbe per Zuckermann, o per Kepesh. Per questo la sua scrittura è anche il racconto di questo paradosso. Ché il desiderio non si esaurisce mai, nemmeno con la scrittura, nemmeno con la vecchiaia. Chissà se Roth ha mai letto Leopardi.


Ora ha smesso di scrivere. Lo ringraziamo di cuore perché senza i suoi libri la nostra vita si sarebbe persa qualcosa di bello e importante. Gli auguriamo serenità.

16 nov 2012

ora, dal momento che l'hanno vinta, hanno dichiarato conclusa la lotta di classe; lo hanno fatto teorizzare nelle facoltà di economia, hanno reso il messaggio "gradevole" inventandosi le "scienze dalla comunicazione"; hanno fatto divulgare il verbo ai falliti delle lettere e della filosofia (per esempio scorrete gli editoriali del corsera degli ultimi trent'anni); e via di questo passo. Naturalmente, contro coloro che non lo avessero capito, non alzano le mani direttamente, a maggior ragione se sono sciccone cascanti come le tre grazie (Cancellieri, Severino, Fornero: "se non ora quando" cosa?) - i manganelli li lasciano alla servitù volontaria, ai secondini, ai cani da guardia

14 nov 2012

Giovanni Mariotti - L'amore lungo

L'amore lungoScrittore appartato, per vocazione e scelta non certo per marginalità dell'opera, Giovanni Mariotti ci regala un racconto di rara sensibilità e nessun patetismo (scrittrici italiane, imparate come si fa) sull'età liminare della vita, condizione esistenziale che da noi in Italia soffre di una dimenticanza sociale avvilente – e mal compensata dalla gerontocrazia politica. Un romanzo brevissimo, una casa che è l'ultima, quella in cui finiranno per morire, una coppia di anziani che vi si aggira quasi sottovoce, la donna che non smette di disegnare piantine (un'altra casa, un'altra vita, un'altra possibilità?). Tutto con acuminato discernimento di ogni attimo di vita sensibile, non solo quella residua ma quella già vissuta da giovani, dai due che, come ogni umano quotidianamente partecipe anche di una vita altrui – vita con la quale ha condiviso sogni, noia e inevitabili delusioni –, fanno dell’esistenza un flusso continuo in cui ogni cosa è mescolata con le altre, ogni attimo con il passato, e soprattutto vividissima anche da morta. Bello di una grazia rara.

su linsolito

11 nov 2012

“Il Supermaschio”


Alfred Jarry

su flanerì

«Il Supermaschio è probabilmente il più bel romanzo Art Nouveau».
Così scrisse il dimenticato Alfredo Giuliani, critico troppo libero per poter fare scuola, non casualmente a suo agio con un irregolare come Alfred Jarry (1873-1907), scrittore assimilato dai posteri alle prime avanguardie europee e in realtà battitore libero che, nonostante gli apprezzamenti smaccati, sarebbe stato stretto nei dettami surrealisti di A. Breton.
Per alcuni aspetti nei suoi libri presuppone qualcosa del surrealismo, lo anticipa, lo indovina. Ma Jarry vale un po’ tutto il surrealismo letterario preso in blocco (almeno quello che ufficialmente si proclamava tale). Perché nel movimento di Breton, come spesso accadeva con le avanguardie, non si seppero evitare quelle soluzioni didascaliche, dimostrative, che sono sempre state il limite di un movimento, di una corrente che per aderire ai suoi stessi principi finisce non raramente per ingabbiare la creatività dei singoli.
A Jarry non poteva succedere. Perché egli era l’antidoto di se stesso. Si autoscavalcava, non per frenesia ideologica, ma per inclinazione naturale alla rivolta. «Non avremo distrutto nulla finché non avremo distrutto anche le rovine» scrisse da qualche parte. Nicciano in versione stramba e deforme, ma ludica, sapeva che – ben lo dice Giorgio Agamben nella postfazione a questa bella edizione de Il Supermaschio – affermazione e distruzione coesistono, che la massima potenza di un sesso infinito, replicabile senza posa, coincide con il vuoto, con il nulla: laddove resta solo il riso.
Jarry è noto a un pubblico più vasto (si fa per dire) soprattutto per l’invenzione del mostruoso Ubu, il re fuori misura, grottesco, rablesiano che farà la gioia del teatro novecentesco (ma nasce nell’Ottocento, Jarry era poco più che un ragazzino) e per la patafisica del dottor Faustroll. In realtà sono molti i personaggi pazzeschi e abnormi creati dalla fantasia di Jarry. Fra essi, Il Supermaschio accentra su di sé il principio portante della modernità: l’energia tesa verso l’infinito, l’inesausta vitalità della ripetizione erotica che però, proprio perché può replicarsi senza posa, perde di significato; che per questo rende le fatiche dell’eroe inutili, comiche. Curioso destino per un uomo (per l’uomo) che, ancora modernisticamente, niccianamente, concentra nell’ispirazione di una virilità illimitata, il destino della tecnica fatta dio. Dove lo scacco che lo aspetta non è il risultato di un fallimento, di una riuscita impossibile, ma della scoperta della sua inutilità.
Ma il lettore vorrebbe forse informazioni più semplici. Bon, sappia che troverà motivi di divertimento in questo libro. Che André Marcueil trascorrerà l’infanzia e l’adolescenza cercando prima di combattere la sua deformità, poi di comprenderla facendo anche «esperienze contro natura, salvo accorgersi di quale abisso separasse la sua forza da quella degli altri uomini». Sottoponendosi alla scommessa del secolo: superare il numero di amplessi dell’indiano descritto da Teofrasto. Mentre accadono, accanto a lui, cose altrettanto straordinarie. Tra l’assurdo, la fantascienza e le chiacchiere del gran mondo francese di fine Ottocento.

07 nov 2012

L'ultimo comunista


Potrei sbagliarmi ma mi pare che nessun editore qui da noi si sia mai preso la briga di tradurre Ronald M. Schernikau, eccentrico scrittore tedesco scomparso nel 1991 a soli trentuno anni. E purtroppo non leggo il tedesco. Sarebbe stato più interessante confrontarne la tenuta letteraria con la biografia a lui dedicata da Matthias Frings (L'ultimo comunista) in libreria per i tipi di Voland. Il titolo risuona di un’enfasi non incongrua perché la vicenda di Schernikau è singolare (ed è il caso di dire: il modo è tutto). Frings, scrittore a sua volta (curioso, antenne mobilissime per le situazioni e i personaggi), giornalista, autore televisivo e teatrale, movimentista della sinistra radicale tedesca, fu amico di Schernikau nei vibranti anni Ottanta berlinesi. Berlino al solito più “macro-personaggio” che semplice fondale di mode, locali e tendenze artistiche vuoi interessanti vuoi al tutto farlocche. Da una parte il chiudersi della stagione della cosiddette controculture nell’epoca in cui W. Brand interdiva i pubblici uffici agli iscritti all’estrema sinistra - il finire dei Settanta -, dall’altro l’inizio dell’irresistibile attrazione degli europei più svegli verso la città tedesca. Quando Frings e compagni (un po’ meno asfissiati dagli aspetti più grossolani dell’ideologia) oseranno mettersi “persino” qualche cravatta (“solo poco tempo prima ci avrebbero sparato per molto meno”).


In un paesaggio così vitale la figura di Schernikau si guadagnò subito un interesse particolare. Veniva dall’Est, nato a Magdeburgo da una ragazza-madre; a diciannove anni dava alle stampe la sua Kleinstadtnovelle, in cui raccontava le vicende, non poco autobiografiche, e non prive di humour (il che in terra tedesca non è per niente scontato) di un ragazzo gay (l’omosessualità peraltro ebbe il suo ruolo nell’amicizia fra Schernikau e Frings, anch’egli passato alle cronache per un libro sull’argomento).


Giunto a Berlino, indossati presto i panni della star - una sorta di dandy en travesti, un incrocio fra Bowie e Milva -  marcò la propria antistorica differenza con l’ambiente procedendo “in direzione ostinata e contraria”. Perché se il crollo del comunismo era imminente, e a tutti era noto cosa ne fosse stato nella pratica dei regimi dell’Europa orientale, Schernikau si proclamava orgogliosamente comunista. E politica la faceva da attivista. Iscritto al SEW, guardava alla Germania dell’Est come al luogo d’elezione, quello in cui tornare, e da prendere come riferimento politico. Il che nel suo caso appariva ancora più bizzarro visti gli atteggiamenti, l’estetismo congenito, vita notturna e attitudini sessuali esibite. E, ciò che lasciava perplesso il pubblico, è che la sua non fosse mera idealizzazione, visto che sarebbe tornato nella DDR quando gli altri si sarebbero dati alla fuga. Solo lì, poco prima di morire riuscirà a scrivere il libro cui aspirava da anni. Per lui il comunismo era la via per realizzare se stesso. Che è un punto di vista oggi come allora incomprensibile ai più, come quello che vedeva in Gorbaciov un nemico, “la peggiore incarnazione della socialdemocrazia”. Ma tant’è.Frings in tutta evidenza sa quel che racconta, la sua biografia, a prescindere dal montaggio romanzato, è  credibile anche per ciò che attiene agli anni in cui non poteva frequentare l’eccentrico scrittore, perché si avvale delle testimonianze della madre, infermiera, anche lei convinta sostenitrice della DDR, la cui storia Frings intervalla agli anni berlinesi. L’amicizia con Schernikau fu tale che ne ricevette in consegna i manoscritti inediti, prima che l’autore morisse del male che in quegli anni costò caro a migliaia di persone che probabilmente preferirono l’amore alla guerra.Al di là del personaggio, resta da dire che Frings, nonostante qualche momento di cedevolezza nella scrittura, ci lascia un affresco interessante sugli anni in cui la storia cambiava per davvero, non solo quella tedesca. Perché assieme agli avvenimenti politici, ci sono questioni culturali, modi di pensare e di essere, ambienti, che lavori come questo sanno tracciare meglio di un saggio storico.  

26 ott 2012

CHAN KOONCHUNG



IL DEMONE DELLA PROSPERITÀ


pubblicato su    lankelot
In occasione della recente assegnazione del Nobel per la letteratura allo scrittore cinese Mo Yan, abbiamo letto commenti ridicoli di intellettuali nostrani che vi hanno visto il solito vizio (paradossalmente provinciale) dell’accademia svedese di privilegiare gli aspetti socio-politici a quelli meramente letterari  (ossia, si vorrebbe tornare a dire, artistici). In questo caso prendendo una toppa clamorosa, non gli svedesi ma i tromboni alla Scurati, che ha commentato: e chi lo conosce, ‘sto Mo Yan?
Povero Scurati. Io non so se Mo Yan meritasse il Nobel, e mi interessa poco, ma è certo uno scrittore superbo (in Italia lo pubblica Einaudi, il che vuol dire che volendo Scurati avrebbe avuto modo di informarsi facilmente, di imbattersi in qualche suo titolo, di spulciarne le pagine sui banchi delle librerie, persino di sbattere il muso contro una recensione: mah). Che Mo Yan sia morbido o meno verso il regime è un fatto culturalmente interessante ma non dirimente per decidere se sia anche un autore di talento. Leggetelo e poi ne riparliamo.
Premessa per ricordare che, ci piaccia o meno, la Cina è molto più vicina dei tempi in cui la frase divenne celebre. Anzi, a sentire Chan Koonchung, autore de Il demone della prosperità, romanzo tradotto ora per Longanesi (ma va detto di riporto dall’originale mandarino), i cinesi  non ci terrebbero nemmeno più a inseguirci; dal punto di vista economico, pensano cioè di aver superato l’Occidente. Ma non è questo il punto.
Il romanzo, a differenza dei libri di Mo Yan, pare interessante più sociologicamente che per intrinseci motivi letterari (almeno, per ciò che attiene a lingua e stile con il triplice passaggio è difficile are un giudizio, ma quel che leggiamo in italiano sembra risentire di un ingombrante impianto giornalistico, connaturato alla scrittura dell’autore, che giornalista lo è in effetti, laddove latita il livello metaforico, se non per il concetto centrale). Resta un documento meritevole di attenzione non tanto perché mostri come la crescita dell’ultimo decennio abbia comportato la percezione della Cina di essere autosufficiente. E nemmeno per il fatto risaputo che il modello di una crescita intensiva basato su una produzione a basso costo abbia costretto l’Occidente a inseguirla su un piano regressivo (rovesciamento di quelli che le filosofie progressiste della storia di solito non si aspettano) - l’ideologia di una “fine della storia” seguita al crollo del comunismo e il conseguente dominio di un sistema capitalistico senza regole avendo fatto il resto.
Sappiamo che la Cina conosce un benessere sempre più esteso ma resta incatenata al governo repressivo del partito comunista, che del nome ha mantenuto lo stigma autoritario e fatto saltare quasi ogni altra traccia del fondatore Karl Marx (così come è vero che in un paese occidentale a caso, l’Italia, di democratico-liberale è rimasto ben poco a parte la dicitura costituzionale).
Chan Koonchung vuole mostrare – l’intento “comunicativo” è sin troppo esplicito – come questo benessere venga pagato a un prezzo che i cinesi non considerano evidentemente troppo caro. Ed è qui che secondo me il suo libro finisce col dire più cose di quelle intenzionate. Racconta che nel vicino 2013 qualcuno si accorge che  un intero mese del 2011 è stato cancellato dal calendario. E dalla memoria comune. Come se non ci fosse mai stato. Non oblio, ma una specie di nulla. Se ne accorgono poche persone, intellettuali per lo più. Siccome sono i soli temono anche di essere in fallo (succede in questi casi, ossia quando si vive in un sistema paranoico per mezzo del quale la stragrande maggioranza è sottratta alla consapevolezza delle cose come sono). Il protagonista Lao Chen, romanziere e giornalista – come l’autore –, si imbatte a un certo punto in un dissidente del partito che sa qualcosa su tutta la faccenda. Sicché Lao Chen rapisce l’ufficiale del Partito comunista che ha organizzato questa singolare “terapia” collettiva che ha consentito a milioni di cinesi affacciati al benessere dei consumi di cassare dalla loro testa il terribile mese incriminato (perché terribile lo è, lo è stato, e nella realtà corrisponde al giugno 1989, ai fatti turpi di piazza Tiananmen, prima e dopo). Confessa l’ufficiale che “per il bene del popolo e della nazione” i dirigenti del partito hanno inquinato gli acquedotti con l’exstasy. Il benessere ha tagliato la testa al toro delle preoccupazioni ideali. Il demone della prosperità è il titolo italiano e rende bene l’idea. Pubblicato a Hong Kong, ha preso a circolare in Cina solo in rete e in maniera clandestina; pare vada a ruba al mercato nero.
Ma che cos’è che dice Chan Koonchung al di là delle intenzioni? Be’, mi sembra chiarissimo. Noi in Occidente, in Italia segnatamente, non saremo messi così. I nostri regimi sono più soft (menano solo alle manifestazioni), e andiamo a votare, pubblichiamo libri contro tizio e caio. Ma pensate al rimosso della nostra storia repubblicana, al dominio forse non più contrastabile del crimine (che coincide – i nomi sono a portata di chiunque – col potere politico), a trent’anni di televisione berlusconiana e insieme all’abbrutimento civile equipaggiato di feticci modaioli di cui è artefice un popolo che tale non è mai stato. Perché ha scelto di essere servo, pur di godere in pace. E ditemi se la Cina è mai stata così vicina.

24 ott 2012

al sottosegretario Polillo


pubblicato su agoravox

Sottosegretario Polillo
(non mi pare sia senatore, che poi stare in un senato pieno di inquisiti sarebbe difficile considerarlo un titolo di merito, no?, e credo nemmeno onorevole - sarebbe un aggravante considerando che non si è nemmeno pensato di abolire per legge questa definizione un po’ grottesca – a meno di non pensarla come il borbonico prefetto di Napoli, che in effetti non ha ricevuto nessuna sanzione); sottosegretario Polillo, dunque, le scrivo perché mi piacerebbe sapere quali sono i meriti che le hanno permesso di guadagnarsi la sua posizione in un governo di “tecnici”.
Tecnicamente parlando, le domando: quali sono i documenti, i testi, le opere che l’hanno fatta salire al trono dei super-esperti cui dovremmo – pare – la salvezza del paese?

Vero che già nel 1994, seppure fra le seconde file, lei avrebbe partecipato a un consimile miracolo, facendo parte dell’allegra compagine di Silvio Berlusconi, del quale lei ha ripetutamente detto che con quella “discesa in campo” (la vostra metafora preferita: ognuno ha l’immaginario che merita) avrebbe salvato l’Italia. Lei c’era. Forse è questo il suo merito? Una naturale vocazione al miracolo, al divino prodigio? Come quella che l’ha fatta passare dal Pci a Craxi, assieme a Cicchitto, e ancora assieme all’amico del cuore da Craxi a Berlusconi? Una quasi immortale carriera politica?

Fra le varie cose che va sostenendo nella sua generosa esposizione televisiva degli ultimi tempi (ringraziamo al riguardo Floris di Ballarò, per dirne uno, che tiene profondamente alle sue opinioni) c’è questa sugli insegnanti: che, dice lei, non si capisce perché non debbano fare 24 ore di lezione a settimana quando i metalmeccanici ne fanno 35 o 40. Ora, temo che non si capisca la differenza fra le persone e le cose, fra il parlare a 150 alunni al giorno in 5 ore diverse su argomenti diversi e avvitare bulloni (o altre fatiche meno semplici che andrebbero comunque adeguatamente retribuite: ma per questa faccenda dovrebbe rivolgersi a Marchionne). Non si capisce perché gli insegnanti a parte le ore di lezione debbano parlare anche con i genitori dei ragazzi, o perché si siano fatti imporre altre ottanta ore annuali di lavoro obbligatorio fra consigli, collegi, riunioni di vario genere, e non si capisce perché quando il buon metalmeccanico torna a casa invece che mettersi a studiare (aggiornamento lo chiamate voi) o a correggere il lavoro della giornata (degli studenti sa?) o a programmare quello delle settimane successive non debba piuttosto rilassarsi davanti al televisore magari proprio in sua compagnia, sottosegretario, che in tv ci va spesso e, a giudicare dal suo giulivo sorrisone un po’ paternalista, volentieri. 
Chi scrive di metalmeccanici qualcosa sa, si fidi: suo padre in fabbrica ci ha lavorato una vita, anche per permettere allo scrivente di studiare – se il verbo ai suoi occhi conserva un po’ di dignità, mi dica lei -, laurearsi, specializzarsi, fare ulteriori concorsi, prendere tre abilitazioni, pubblicare su riviste scientifiche e non...
E non si capisce, vede, perché un insegnante universitario non sia tenuto a svolgere più di un terzo del monte ore di lezione di un collega di un istituto superiore, né perché in media guadagni tre o quattro volte di più (davvero basta aver scritto un pezzullo sulla rivista “Barche”? o su  “Suinicoltura”, o su “Vita cattolica” dell’Arcidiocesi di Udine? E perché sul mio blog no?). Né si capisce quante sarebbero invece le sue ore di lavoro, sottosegretario, le sue di lei intendo, che – risulta dalle cifre che lei stesso ha dichiarato pubblicamente – gode di una pensione che equivale a grosso modo una dozzina di volte lo stipendio di un insegnante (e nemmeno le domando quanto percepisce ora, con l’attuale incarico, ma la somma lei potrebbe agevolmente ricostruirla, altrimenti che tecnico sarebbe?).
Parimenti, non si capisce perché il paragone lei lo faccia con i metalmeccanici e non con altri funzionari dello stato (perché questo sono gli insegnanti, tecnicamente parlando) o addirittura proprio con un politico di professione. A meno che i suoi titoli, si diceva all’inizio, non siano così straordinari da farle meritare financo il paradiso in terra. Ci dica, ci mostri, ci informi. Ci illustri i titoli che hanno convinto autorità persino superiori alla sua a proporle un incarico così significativo in un governo di super-esperti. Ci riassuma in poche righe – ci accontentiamo –  il senso del suo strategico contributo alle buone e magnifiche sorti di questo paese.
Perché non vorremmo affliggerci in un tormento di brutti pensieri. Non vorremmo concludere che per finire nell’Empireo le è bastato stare fianco a fianco a Berlusconi per vent’anni (e proporlo come Presidente della Repubblica). Anche perché, sa, io con la storia mi fermo mica alla Guerra Fredda. Io coi miei ragazzi del quinto arrivo fino alla fine. Se non fino a oggi, fino a ieri (anche con 18 ore...). Per questo mi aggiorno (gratis) guardando lei alla tv, per esempio. Magari qualcuno potrebbe anche sceglierla come argomento a piacere da portare agli esami. Tanto per capire e illustrare alla commissione di stato come e perché siamo arrivati a questo punto.

20 ott 2012

su Landolfi



diario-perpetuo-elzeviri-1967-1978Negli anni sessanta e settanta, in gran parte esaurita la sua vena migliore, Tommaso Landolfi si dette modo di sopravvivere e tenere in piedi un simulacro della sua arte scrivendo elzeviri per il «Corriere della Sera». Nonostante lo scetticismo non privo di angoscia che in questa fase terminale della sua vita tutto investe, fatica della scrittura compresa – o almeno, quella modalità di essa che se non altro richiede convinzione e determinazione: il racconto di storie di una certa lunghezza, per esempio – l’intenzione era di ricavarne un libro.
Diario perpetuo“, ora licenziato da Adelphi con adeguata ricostruzione del progetto interrotto dalla morte dello scrittore, è questo libro.
La contraddizione palmare di questi testi molto brevi (mini racconti dal sapore di apologhi sconsolati, ricordi più o meno fantasiosi di una giovinezza lontana, prose vecchio stile) presi nel loro insieme evidentemente, sta nella rassegna di un pessimismo talmente cupo da risultare a tratti persino didascalico e il costante ridisperdersi delle tracce di uno spirito elusivo, che non fa che sfuggire da tutte le parti. La scrittura vi gioca un ruolo fondamentale, si tratti di recuperare il vocabolo astruso, desueto, o di mascherare la violenza tragica di un destino nero con inserti lessicali o figurazioni sintattiche spiazzanti, tali da lasciare il lettore sospeso come si trovasse di fronte a uno scherzo. Ma sospettoso che il gioco, l’aspetto ludico dell’esercizio scrittorio in effetti sia non tanto la faccia buona del mondo, il polo positivo di una vita dal doppio segno, ma il solo modo di renderlo temporaneamente tollerabile.

Così, dire che Diario Perpetuo è un libro minore è possibile non perché non abbiamo di fronte un’”opera”, un’unica struttura narrativa organizzata intorno alla classica triade trama-stile-personaggi, ma perché mostra una specie di sopravvivenza fittizia dell’autore a se stesso. Esaurimento di quell’incanto, seppur nero, di fronte alla vita, senza il quale nessuna arte probabilmente è possibile e dispiegamento – direi esibizione, anche – dei mezzi stilistici che hanno letteralmente “scritto” la fortuna di un’avventura artistica tra le più significative del ‘900 italiano. Per dire, fare che cosa? Per ripetere il gesto di Sherazade in fondo e allontanare la dipartita definitiva reiterando però un rito paradossale: tenersi ben chiusi, barricati in una stanza, proteggendosi dalla morte che incombe e circonda il fuori scrivendo alfine di lei, delle sue facce infingarde (inganni e autoinganni, fugacità del vivere, illusioni infrante, passioni tanto “bui” quanto futili) inviando missive-elzeviri dall’anticamera dell’inferno ai lettori vuoi distratti vuoi fedeli delle cronache quotidiane. Vista dalla nostra distanza, non solo un’apotropaica messa in scena, ma l’epitaffio ermeneutico alla propria opera, memore di quella che fu un' "intormentita, malinconica, sognante disposizione.

12 ott 2012

La deriva dell’italiano



Uno studio di Massimo Arcangeli

Non solo sulla lingua degli scrittori Massimo Arcangeli si sofferma nel libro Cercasi Dante disperatamente. L’italiano alla deriva (l’editore è Carocci). Guarda soprattutto alla pratica dell’italiano diffuso, meglio, di quel che resta in giro di una lingua che sembra soffrire più di altre l’ondata di barbari che tanto eccita un noto scrittore torinese adorato dalle signore di una certa età anche perché lui l’affaire lo sbriga pescando nel trovarobe della copia “graziosa”, del ricalco mellifluo, della “succedaneità” morigerata.
L’ultimo sostantivo, diciamolo, è davvero brutto, ma all’autore (l’Arcangeli, non l’holden fru-fru) piace talmente tanto da utilizzarlo in proprio nel testo, laddove per fortuna alcune parole si limita a proporle come esempi da sottrarre all’oblio (come l’aggettivo “morigerato”): a mio avviso con qualche rischio. Stante la puntualissima registrazione del disastro in corso, dell’impoverimento drammatico di una lingua che ha smarrito per strada quote gigantesche di un lessico potenzialmente corposo e che sul piano dell’articolazione sintattica (quella che dunque investe la sfera ragionativa) sembra salvarsi soltanto fra sparute nicchie di parlanti, a fronte di tutto questo, le iniziative sulle parole da salvare o da adottare (ce ne sono state diverse negli ultimi anni) e la scelta delle medesime, ovviamente arbitraria, lasciano il dubbio che non possano aiutare la causa più di tanto: ognuno, si tratti del singolo parlante che propone un termine, o dell’associazione culturale, o dell’iniziativa di un giornale, si muove secondo gusto personale e si rischia, assieme al recupero di lemmi necessari, anche il ripristino di oggetti linguistici troppo legati a un’epoca, a un clima, a un mondo “andato” per non risultare involontariamente parodistici (“appropinquare”? “aviostazione?”: mah).
Arcangeli – e potremmo farlo anche noi da un istituto di istruzione superiore – porta la propria testimonianza di insegnante universitario per raccontare e documentare la povertà lessicale inquietante di troppi dei suoi studenti (di linguistica!). Risulta evidente dalla grande mole di dati ed esempi come la lingua italiana abbia toccato il punto più basso della sua storia repubblicana – non troppo casualmente. Lingua ormai insieme “selvaggia”, “triviale”, cui si contrappone nell’uso un ammuffito ma inestirpabile burocratese, per non dire delle idiozie del politicamente corretto (l’“individuo della strada” delle femministe), dei “fatti e misfatti” dell’“itanglese”. Lo studioso non si rassegna e nemmeno accetta l’idea di Franco Brevini di affidarsi pacificamente a un “italiano standard” che troppo rischia di assomigliare alla lingua omologata (scusate la parola davvero abusata) di cui sopra.
Egli vi oppone un italiano della memoria, non dimentico della nostra tradizione letteraria, intenzione forse lodevole ma a suo modo controversa per i motivi citati sopra. A meno che non si tratti di tessere le lodi – non nuove peraltro – di un classico come Pinocchio, “per le presenze che strizzano l’occhio all’espressività tipica dei giovani”, per la sua vivacità: mi permetto di suggerire che persino una lettura improvvisata ad alta voce consente non disagevoli variazioni, all’impronta, per rafforzare quel che di vivo già contiene nel ritmo, nella voce, nel respiro.
Salviamo il salvabile; non volete picchiare il vicino che parla (e/o scrive male)? Tappategli la bocca. Non leggetelo. Ignoratelo.

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