28 feb 2012

Andrea Caterini

IL PRINCIPE È MORTO CANTANDO
C’è una cosa credo implicita, e forse più propedeutica che collaterale al resto, in Il principe è morto cantando. Una autobiografia letteraria attraverso l’analisi critica del personaggio, che mi sento di sottoscrivere: ciò che resta nella letteratura  romanzesca sono innanzitutto i personaggi. Che esistano in quanto figure in movimento, che trovino il loro senso nell’azione piuttosto che nel pensiero, è secondario. Perché se non per la lettura immediata almeno per l’eco che producono nel tempo, secondarie appaiono piuttosto le trame e gli intrecci. Laddove è della schiera dei grandi personaggi la capacità di costruire “miti”. Archetipi, persino. Esagerando un poco, direi che l’opzione critica avanzata e praticata da Andrea Caterini nel suo libro di saggi suHenry James, Dostoevskij, Conrad, Dickens, e poi Moravia, Siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Quarantotti Gambini, sembrerebbe quella di un’adesione-opposizione sentimentale che si fa carico del peso del personaggio – e da esso muove verso una conoscenza che parrebbe osare l’incrocio di più vettori: l’oggetto in sé, l’autore che gli dà vita, il cuore stesso della propria ricerca di lettore. Come se il critico lì trovasse le ragioni anche del proprio ruolo, prim’ancora, del suo proprio innamoramento (persino di una patologia, suggerisce Caterini). Come se nel personaggio si tracciasse il crocevia in grado di congiungere in un unico punto magico la risposta a una domanda possibile (e non v’è chi non se la sia sentita porre più di una volta nella vita): ma perché non fai altro che leggere? Un’esagerazione?
Epperò, così fosse non sarebbe deprecabile. Perché nella via aperta dall’esaurimento ormai ventennale delle pretese di una critica oggettiva, scientista, il libro di Caterini è non l’ennesimo sintomo di un ripiegamento impressionista, ma la rivendicazione chiara e onesta di una rimessa in gioco della personalità del critico, partecipe e direttamente coinvolto in ciò che indaga. Che poi in effetti: se la letteratura non cambia qualcosa dentro di noi, non ci scuote almeno un po’, a che serve? Se il termometro non dell’emozione ma della conoscenza non si smuove di un grado, cosa resta di diverso rispetto allo spettacolo? La letteratura ridotta a spettacolo veniva teorizzata guarda caso più di venti anni fa da un allora giovane piacione torinese, all’inizio di carriera – e i risultati si son visti. I suoi s’intende. 
Ciò che viene meno in un approccio del genere, a parte il rischio  - non parlo del libro specifico ma di un’eventuale “tendenza” - di una deriva emozionale e filologicamente inerte (molto se non tutto dipende dalla qualità del lettore) è la sciagurata pretesa di esaurire il significato (mi si perdoni l’orrenda parola) di un’opera, il senso di un personaggio. Da questo punto di vista ben venga insomma una critica autobiografica, in cui tutto o quasi – va precisato con chiarezza - dipende dall’acume del lettore. Che a Caterini non manca. Ora, poiché in queste pagine il testo è stato già trattato dal direttore G.F., più che dell’Idiota o del Michele moraviano, di Copperfield o Lord Jim, vorrei soffermarmi su una nota dell’autore in apparenza avulsa dal contesto, spia probabilmente di un disagio. Caterini ha fatto bene a esprimerlo, scoperchiando unpunctum dolens della ciclotimica vita letteraria italiana di questi anni.
Egli richiama l’evidenza della distanza sempre più forte fra scrittori (aggiungerei lettori) di narrativa e poeti (e, forse, lettori di poesia). Per il critico questo è inconcepibile perché, scrive, entrambe le forme espressive hanno una radice primigenia nel sogno (e ciò varrebbe per la stessa vita). Ecco, non saprei dire se è tutto lì. Io volo basso, da rozzo empirista scettico quale più o meno temo di essere; noterei solo che nessuno si è mai stupito del fatto che piccoli o grandi musicisti (del presente e del passato) abbiano rifiutato drasticamente forme musicali diverse dalle proprie. Anche contestandole in maniera aspra e decisa (non c’è nemmeno bisogno di arrivare alla violenta idiosincrasia di alcune avanguardie del ‘900 per il melodramma). Avendo magari torto, ovvio – pensiamo a Michelangelo, per far riferimento a un’arte, quella della pittura, di cui mi pare Caterini sia un cultore sensibile e attento, e ricordiamo il suo sprezzante giudizio sulla pittura di paesaggio.
Ora, temo che la diagnosi di Caterini sull’”informale freddo” di Marco Giovenale (poesia, a suo avviso, cerebrale ridotta a grammatica e a metrica) possa estendersi, agli occhi di un narratore anche molto più sofisticato del tipo trama-stile-personaggi, alla gran parte della poesia oggi in circolazione. Potrebbe trovarla per gran parte illeggibile, inutile – anche nella versione non “fredda”. Agli occhi di molti scrittori (anche se i più si guardano bene dal confessarlo per non fare brutta figura e inimicarsi l’ambiente) non l’ammissione di un male di vivere, ma l’omissione mascherata di un’incapacità di scrivere. Potrebbero avere torto, si capisce. Epperò,  mi permetto di dire, potrebbe non essere un dramma non “comunicare”, ma una liberazione.

25 feb 2012

The Paris Review - racconti



rew
Dopo il libro di interviste di qualche mese fa, procede la pubblicazione da parte di Fandango dei volumi della “Paris Review”, rivista che ha ospitato in più di mezzo secolo centinaia di racconti e interviste dei migliori scrittori in circolazione. Il progetto prevede otto titoli complessivi.
Il Libro per aerei, treni, ascensori e sale d’attesa è stato concepito secondo un criterio apparentemente bizzarro, ma non più di quanto non accada generalmente con i volumi collettanei, perlopiù montati secondo poetiche spesso immaginifiche che il lettore smagato tollera ben sapendo che in qualche modo i libri vanno pur venduti.  


continua http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/02/torna-the-paris-review-letteratura-formato-rivista/


20 feb 2012


Hermann Ungar

La Classe

Editore Silvy 




copertina del libro
La paranoia – ci soccorre il gran libro recente di Luigi Zoja – non ha linee di demarcazione precise. Aspetti patologici a parte, può aggredire chiunque, per un tempo o un’occasione particolare. La cosa interessante nella paranoia letteraria è la quota di possibile verosimiglianza dei suoi fantasmi. Per esempio la parte per così dire “oggettiva” che potenzialmente dà ragioni alle ossessioni, pur nel complesso sbagliate, di un personaggio. 
Un insegnante potrebbe trovare in tutto questo un motivo in più per leggere uno scrittore in Italia quasi sconosciuto, tradotto pochissimo, meritevole invece di attenzione per chiunque: Hermann Ungar, ebreo moravo di lingua tedesca. Il mondo di riferimento è quello mitteleuropeo del primo ‘900, che è peraltro l’orizzonte di attività della piccola ma interessante casa editrice trentina Silvy. Il romanzo di Ungar, La Classe, fa parte di una collana, “I narratori”, appena avviata, che ha l’intenzione di approfondire la conoscenza di autori dell’Europa centro-orientale (accanto alla narrativa, anche una sezione dedicata alla saggistica).Ora, quel che fa di un romanzo – senza avventurarci nella nozione di classico – un’opera leggibile in uno spazio-tempo totalmente diverso è il fatto di saperci parlare anche a prescindere dai suoi tratti meramente sociologici: checché se ne dica da più parti, anche da letterati che non sembrano più credere alla letteratura e non si capisce cosa aspettano a darsi ad altro, è questo uno dei motivi della sua insostituibilità. E se l’opera sa parlarci è perché ci dice qualcosa che ci riguarda. Così, potremmo riconoscere qualcosa di tremendamente vivo, plausibile, nelle prime strepitose pagine del romanzo di Ungar: un professore, un paranoico totale, pavido ma ostinato, apprensivo come un’educanda ma testardissimo nel suo costruire ragioni paralogiche, diffidenze capziose e mai meno che penose. L’uomo gioca nella sua classe una partita di nervi bestiale, una sfida in cui ne va della sua stessa vita. Indigente, è costretto a lavorare fra mocciosetti benestanti che non vedono l’ora di umiliarlo, e, teme, magari farlo fuori. L’esattezza millimetrica con cui è descritto ogni minimo respiro, ogni spostamento d’aria, la postura in cui il nostro s’irrigidisce per paura, goffaggine e timore di regalare un vantaggio al “nemico” è mirabile. La descrizione del centellinato, livoroso tormento di questa vita, micidiale.E poi c’è il resto, non meno oppressivo per un personaggio dalla sensibilità impensabile. Dentro il resto c’è Selma, la poveretta che sta per dargli un figlio. Inutilmente bella, di lei il nostro si vergogna – il nostro si vergogna un po’ di tutto, in effetti. La sua mente, essendo come piallata sotto una lastra di ghiaccio che nasconde il fuoco turbolento che brucia ogni pensiero, il più futile di tutti, alla stregua di un angosciosissimo dramma, produce fisime. L’uomo teme che “la classe” possa insultare entrambi, lui e la donna, irridendo la loro stessa vita sentimentale (sessuale). Così sceglie il rigor mortis di un ordine astratto, rigidissimo, in cui muoversi il meno possibile per rischiare il meno possibile. Spera in questo modo di salvarsi, di tenere a bada il “destino” – il clima ricorda quello che aleggia nell’universo di un suo fratello maggiore (e maggiore di tutti), Kafka, che non conobbe Ungar nonostante gli ambienti biografici e letterari non fossero così distanti. Il nostro sceglie di non vivere, insomma. E la vita non è detto che te lo perdoni. Ti viene da chiederti cosa ci fosse di sbagliato in questo scrittore che non ha goduto nemmeno di una fortuna postuma. Se l’autore de La Metamorfosi non si accorse di lui, Thomas Mann invece ne riconobbe il valore. Così Silvy, che preannuncia la pubblicazione di tutte le sue opere. Vedremo di trovare una risposta o piuttosto la conferma che nel mondo le cose non girano per il verso giusto. La Classe intanto (nuova traduzione dello scrittore Franco Stelzer) merita di entrare a pieno titolo nella fosca e orgogliosa riserva indiana che chiamiamo letteratura del sottosuolo.

07 feb 2012

E non ci sono nemmeno più i divi di una volta.



E non ci sono nemmeno più i divi di una volta. Quelli che il carisma non sai bene cos’è – anche perché va bene il paese che non ha bisogno di eroi, ma il democraticismo della sinistra ha preteso infine di piallare persino l’avvenenza -, quelli che andavi al cinema e ti costringevano a chiederti cosa ci fosse dentro quegli occhi, in quel modo di tenere la sigaretta (dio!, la sigaretta! in galera!). Se ne scrive nel numero 22 (“Divismo/Antidivismo”) della rivista di Estetica “Àgalma” diretta da Mario Perniola, filosofo fra i pochissimi davvero interessanti della cultura italiana, del quale abbiamo più volte parlato sul Paradiso (e intervistato). I saggi sparsi nel periodico (è un semestrale, edito da Mimesis) ruotano soprattutto intorno al mondo del cinema, e si capisce, peraltro con un pendant politico che si spiega e giustifica almeno dai tempi di Ronald Reagan.L’assunto dell’editoriale di Perniola sollecita tangenzialmente la lettura delle brevi ricerche ivi contenute, tirando le somme di un processo argomentativo partito da Marx, il quale agognava un mondo in cui la sparizione della divisione del lavoro avrebbe favorito la possibilità di essere artisti tutti – e, meno pacifico il suo caso, di Lautréamont, poeta agli albori del simbolismo, secondo cui “la poesia deve essere fatta da tutti non da uno”. Così passando per Dada, Andy Warhol e i social network, siamo giunti, scrive il filosofo, “nell’ultima fase del populismo, quella divistica”. Il che vuol dire sostanzialmente che divo può esserlo chiunque e perciò più nessuno nel senso classico cui ci aveva abituati il ‘900 (diciamo fino agli anni Settanta). A ciò non è estraneo il trionfo dell’anti-intellettualismo (a tal punto che è di moda fra molti che scrivono-pubblicano il facile esercizio retorico di dichiararsi anti-intellettuali). Che consiste in un atteggiamento di sufficienza verso i saperi più organizzati e legittimati da uno studio approfondito e dalla qualità della ricerca. In Italia (e varrebbe la pena di leggersi il volumetto che Perniola gli ha dedicato recentemente, Berlusconi o il ’68 realizzato, presso lo stesso editore) “la confusione fra autoritarismo e autorevolezza, l’individualismo senza freni, l’ostilità verso la vera grandezza”, ossia le non troppo parallele convergenze fra l’incultura del capo di Mediaset e il fallimentare lascito del ribellismo fine a se stesso, hanno portato fra l’altro non a un acuirsi estremo del senso critico, ma a innescare in ognuno di noi la domanda fatidica “perché lui sì e io no?”. Scompaginando alla cieca ogni criterio per, non diciamo misurare, ma approssimare il vero valore di una cosa, in nome di una malintesa uguaglianza e del diritto di “essere qualcuno” anche non sapendo essere/fare alcunché: in luogo di una Marilyn che non c’è più, va bene una qualunque sgallettata purtroppo uscita viva dall’isola dei famosi imbecilli. Il fatto è che tutti “si esprimono”, da noi, cioè tutti spremono dalle proprie cavità il lavorio delle proprie interiora, convinti che gli altri non vedano l’ora di rallegrarsene – e non si capisce perché. Gli italiani sono un popolo di attori, diceva Orson Welles, uno che se ne intendeva, ma conoscere il mestiere – fosse anche quello indecidibile di affascinare il mondo - oggi è un’aggravante, per cui, diamogli dentro con le patacche. Ora, è proprio questo esito avvilente a problematizzare il punto di vista dell’articolo iniziale, a opera di Veronica Pravadelli, teso a ribaltare la vecchia prospettiva di Morin e Marcuse per i quali il divismo sarebbe solo il risultato di un lavoro industriale costruito su misura. Se in alcuni casi il carisma di queste divinità moderne è stato in grado di produrre mito per forza intrinseca, è difficile confermarlo per le nullità da prima serata raiset. Dalla fascinosa Clara Bow a Sabrina Ferilli. Da Gary Cooper (articolo di Maria Paola Pierini che mostra come l’elusivo attore si svincolasse dalle immagini che la Paramount tentava di cucirgli addosso) a PF. Favino, uno che aggrava la sua posizione ogni volta che apre bocca. Così, latitando il fascino di attori e attrici, la si butta in politica – al solito, gli italiani sentendo il bisogno di seguire gli americani nel peggio (e la nostra storia dovremmo conoscerla). Ma se l’appeal di Obama lo hanno a suo tempo fabbricato sui modi e il passo di Denzel Washington, il vecchietto di Arcore chi s’è dato come modello? Se stesso, ovvio, giusta la teoria della star strategy rievocata nel saggio di Cristina Jandelli: è la marca che si trasforma in star. Berlusconi avrebbe potuto chiamare le sue aziende con il proprio nome, non gli avrebbe nociuto neanche un po’. Perché Berlusconi è stato la sua azienda. E la sua azienda quella che ha eletto la mediocrità a sistema, che ha permesso ai mediocri orgogliosi di esserlo, di “esprimersi”. Di farsi divi di se stessi e dei propri simili persino migliori d loro. A ogni epoca, le star che merita.

L'Italia dei libri smarriti

Paese sfasciato senza rimedio o di lettori incalliti? 
: fra vacanze natalizie, forconi e autotrasportatori, 
e neve, il numero di libri inviati dagli uffici stampa 
e mai arrivati a destinazione, cioè a casa mia, negli 
ultimi due mesi cresce in maniera preoccupante: 
così la domanda: un'impensabile passione letteraria 
on the road? un involontario bookcrossing? o  aprono i 
pacchi e se li vanno a vendere? o gli danno 
fuoco per riscaldarsi sulle strade?

02 feb 2012

www.tornogiovedi.it

Strategie della confusione

Un altro frammento

In redazione le acque sono agitate.
Negli ultimi tempi accade sempre qualcosa che non dovrebbe. La pressione è forte e c’è un senso come di catastrofe. Uno dei capi – un amico della Vacca – l’hanno beccato con la zoccola sbagliata. Di quelle che la bocca la usano anche per parlare. E che voleva, un posto qua dentro?

continua http://www.tornogiovedi.it/2012/02/strategie-della-confusione-2/

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