26 giu 2012

Vladimir Pozner


dal paradisodegliorchi


Il barone sanguinario

Adelphi 

copertina del libro
Dopo lo strepitoso libro dedicato alla fine di Tolstoj, Adelphi ci regala un’altra indagine narrativa dello scrittore e giornalista Vladimir Pozner (1905-1992), una biografia rapsodica su un personaggio terribile, fascinosissimo e cupo: artefice di una di quelle vite che sono storie in sé e che quando trovano il narratore giusto si leggono con una passione che i romanzi-romanzi garantiscono sempre meno. 
L’uomo era il barone von Ungern-Sternberg, aristocratico irascibile, astioso e sdegnato di suo, ferocemente avverso alla rivoluzione bolscevica. Immaginatelo il giorno che viene a conoscenza del fatto che i bolscevichi gli hanno preso la moglie (da cui era stato costretto a separarsi durante la fuga verso la Siberia), l’hanno violentata, torturata e poi uccisa. Insomma, al cospetto di una tragedia così oscena che farebbe diventare un uomo anche il più molle dei bipedi (per es. molti dei nostri scrittori “senza sangue”). Con un facile esempio di perfidia, potremmo dire che il fatto sembra scritto invece nel destino dell’uomo, un tipo dal temperamento e dalla psiche organizzati apposta per accoglierlo e trasformarlo in una vendetta abissale. A quel punto la storia del barone si appresta difatti a diventare un’epica mistica, molto poco beata e assai sanguinaria però, deciso com’è Ungern-Sternberg a riesumare la storia dei grandi khan, a rifarla egli stesso, a rimodellare il mondo. Debellare “la peste rivoluzionaria” e ricostruire un impero, sobillando popoli a seguirlo “dal Pacifico al mar Nero”, attraversare l’Oriente “come un uragano” saranno le sue ossessioni. Così, la ferocia delle imprese di questo folle paranoico, taciturno e antisemita che sembra tenere insieme il comando di razzie efferatissime e la contemplazione buddista, l’ostilità verso il raziocinio e una metafisica delle profezie, seminerà enormi scie di sangue dal nord Europa al deserto del Gobi.L’occasione del racconto di Pozner è un incontro con il poeta Blaise Cendrars, impegnato in una collana editoriale dedicata a figure di eccentrici avventurieri, per i quali aveva un debole. Cendrars convince Pozner a dedicarsi a questo “generale bianco che ha combattuto i bolscevichi in Estremo Oriente e dopo la disfatta dei sui capi si è ritirato in Mongolia”. Di lì, da queste scarne notizie parte la ricerca di Pozner. Che è a suo modo un’altra avventura. Perché per arrivare a una definizione attendibile di questa pazzesca, straordinaria biografia, sarà costretto ad attraversare altre storie, digressioni, passaggi sbagliati, gallerie di personaggi mai del tutto equilibrati, teorie di eccentrici che non la raccontano mai giusta e lo costringono a rimettere i pezzi daccapo – è la natura del mito, ché il barone quello è diventato, un figuro loschissimo ma inarrivabile. La scrittura di Pozner passa dal documento all’intervista, dal dettaglio alle ragioni generali di una storia che, barone a parte, è anche quella di migliaia di uomini (chi si è mai interessato alle sorti dei mongoli nel ‘900?) sommersa da vicende ben più note - senza che nulla vi faccia difetto, però, quanto a passioni, deliri, violenza: la vita, più o meno.


24 giu 2012

Il cileno Fuguet

dal recensore.com

missing-nuovaMissing” (La Nuova Frontiera) di Alberto Fuguet è di quei libri che non sai se fermarti alle prime pagine o andare avanti sperando che entrino il prima possibile nel loro nucleo più autentico.
Meno spesso succede che alla tentazione di mollarlo (perché la lingua, anche in traduzione, non ti convince appieno, senza peraltro risultare sconsolante – lì la finiresti preso) si accompagni il sospetto che il libro abbia da dirti qualcosa che potrebbe essere persino rilevante per te, rilevante ben oltre l’eventuale gradevolezza della lettura.
Sono andato avanti così per un bel po’ con questo lavoro di Fuguet (regista oltre che scrittore), tradotto dalla Nuovafrontiera, copertina splendida firmata da Flavio Dionisi. Com’è andata a finire? Che Missing è restato sino alla fine una buona storia ma non molto di più, una non-fiction-novel incentrata sullo zio dell’autore, inopinatamente scomparso, ultimo gesto di una biografia abbastanza bizzarra e misteriosa da attrarre la curiosità dello scrittore.
Fuguet acquisì notorietà a metà degli anni Novanta col movimento McOndo che tracciava una linea di rottura rispetto al campo lussurioso e spesso nauseabondo del “realismo magico”. Ora, la non-fiction“filiale”, come la chiama lo scrittore (ispiratori alcuni libri di Ellroy o Carver o Ford) sarebbe benvenuta se non fosse in certi momenti troppo esplicativa delle sue ragioni e di quelle dello scrivere.
Il dettato insomma – è questo che non convince appieno in Missing – rischia il didascalico, in virtù di una certa facilità di scrittura non estranea a molta letteratura sudamericana di successo degli ultimi vent’anni. In un lavoro che invece avrebbe alcune buone ragioni per essere interessante. La trama sotterranea per esempio – quella infatti più sottaciuta – fra la solitudine dello scrittore e quella dello zio disperso. La solitudine del primo ha il vantaggio di essere “benedetta” dal suo status professionale, condizione che se pure obtorto collo da parte degli altri, li costringe ad accettarla come “fisiologica”. E dal rifugio rassicurante – almeno in questa versione – della scrittura, il narratore può godere di una possibilità che se non è a priori una garanzia di salvezza, di certo aiuta. Ordinare il mondo, tenere a bada il caos, vivere nel modo più consono alle proprie attitudini. Lo zio, eccentrico la sua parte, certo meno istintivamente equilibrato, le sue stravaganze sarà costretto a pagarle sino in fondo. Che anche darsi la possibilità di scomparire e rinascere da qualche parte, una vita nova, ammesso che sia possibile, implica un cammino drammatico.
Lo scrittore cerca di recuperarne le tracce, ascolta le storie sul suo conto, sa che hanno da fare con il carcere, che s’intreccia con quella dei familiari di entrambi, in un rimbalzo continuo fra gli Stati Uniti dell’emigrazione o della fuga necessarie, e il Cile nativo. Non sa nemmeno se è ancora vivo; sa che nei rapporti con gli altri familiari si nascondono motivi non secondari nella sparizione, che come in ogni famiglia le zone oscure non solo esistono ma possono determinare lacerazioni profonde. E sa anche – o sospetta - che l’approdo da comunista e per giunta caratterialmente instabile negli Stati Uniti non è un fattore estraneo al mistero della sua vita. Il libro è questa ricerca, un viaggio non privo di suggestioni nel doppio volto del continente americano dagli Usa alle estreme propaggini meridionali, e un’esplorazione nei “luoghi oscuri” di un personaggio tormentato.

22 giu 2012

Tommaso Giagni

dal recensore.com

le28099estraneo-einaudiNel romanzo d’esordio di Tommaso Giagni, “L’estraneoper Einaudi Stile Libero, il protagonista (e voce narrante)  soffre una sostanziale separazione fra sé e il mondo - tema classico quanti altri mai, la mancata identificazione con un ambiente, una lingua, un modo di intendere le cose, giocata in questo libro tutta all’interno di una città, Roma, fra il suo centro e la periferia.
Il ventenne senza nome è uno sradicato cresciuto nella “Roma delle rovine” (così la definisce), agiata e borghese, con un padre portinaio venuto però dalla periferia, una “Roma di Quaresima” slabbrata, di disgraziati senz’aura - condizione che non solo allontana (e quello è una dato storico ovvio) il Pasolini pure evocato qua e là, ma pare rovesciare l’intuizione del Walter Siti del “contagio”. Nella Roma di Giugni, autore peraltro molto giovane, il protagonista non è davvero da nessuna parte, mai davvero a proprio agio, in difetto sempre. Centro e periferia sono i due poli fra cui rimbalza il malessere e il tentativo di superarlo.
All’inizio le vicende sono più “riferite” che mostrate. Il narratore (inutilmente a caccia se non di una qualche autenticità, di un qualche senso delle cose, o forse di una verifica di sé nelle borgate che furono del padre, fuggito decenni prima verso il centro - illusorio approdo di una vita piccolo borghese), il suo disagio lo teorizza, lo commenta. L’incertezza è tangibile in certi passi in cui il romanzo sembra il riflesso di parole d’ordine della critica: di un tale Leonardo si dice che “il suo trauma è non aver avuto lutti gravi”…
Ritmo, lingua, scene trovano una più sicura compattezza andando avanti nella storia, man mano che il giovane conosce più a fondo la borgata in cui prova a vivere con i suoi infelici ben poco romantici, fra palestre e sale di videogiochi. A un certo punto prova a guadagnarsi da vivere assieme al compagno d’appartamento, aduso a tirar su denaro con il sesso. Vanno insieme nell’abitazione di una docente universitaria in là con gli anni (la casa piena di opere d’arte) che per godere ha bisogno di trovarsi due coatti (da stereotipo) fra le gambe. Ora l’estraneità tematizzata nel romanzo mostra finalmente il suo carattere radicale, quasi grottesco, nel fallimento dell’avventura. Il ragazzo proprio non ce la a soddisfare le voglie di questa baldracca alto-borghese, infoiata come una cagna in calore.
La poco riuscita fusione nella precaria identità del giovane, un appassionato d’arte, cerca un omologo linguistico lavorando sugli scarti fra una lingua più addestrata e il masticato gergale di un romanesco impoverito, quello dei coatti d’oggidì. A volte l’impresa riesce altre meno, forse per via di una certa tipizzazione implicata dal progetto stesso (la polarizzazione e l’effetto cercato di uno scontro fra alto e basso, fra le tentazioni - le inclinazioni - quasi intellettuali del personaggio e i bar e le palestre che incontra nella periferia). Qua e là qualche scivolone “lirico” (“Il cuore batte all’impazzata e mi rinfaccia che l’idea di finire quaggiù non gli è venuta a lui”) fa rimpiangere l’assenza di un editing più attento per un esordio comunque interessante.

16 giu 2012

André Bazin


Jean Renoir

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=1242

copertina del libro
Mimesis manda in stampa la ben nota monografia che André Bazin dedicò al grande Jean Renoir, autore ad avviso di chi scrive e di molti altri di un film, La regola del gioco, che non potrebbe mancare nella lista dei dieci film imperdibili della storia. François Truffaut definì l’opera di Bazin «il miglior libro di cinema scritto dal miglior critico sul miglior regista». L’edizione presenta una lunga introduzione di Michele Bertolini ed è accompagnata da una filmografia le cui schede portano firme illustri, non solo Truffaut, ma Jacques Rivette, Eric Rohmer, Jean-Luc Godard. 
Materiale estratto da un numero dei 'Cahiers du Cinéma', uno speciale del 1957 – della rivista Bazin fu tra i fondatori. Gli appassionati sapranno che il lavoro di Bazin restò incompiuto, e questa incompiutezza pare però definire nella sua indefinitezza “transitoria” una specie di significato simbolico: la sua teoria critica storicamente risulta essere un collante fra il cinema di Renoir e la successiva Nouvelle Vague di cui i Cahiers furono l’ala concettuale. 
Bazin divide l’opera di Renoir in una serie di momenti capitali, partendo dal muto e passando per gli anni del Fronte Popolare, fino all’esperienza americana, tenendo in qualche modo ferma la barra del “realismo” ma declinandone la nozione attraverso vie impensabili alla mera “rappresentazione della realtà” (cosa che peraltro certa critica, specie italiana, per anni non ha capito, arrivando a considerare questo lavoro come un’“apologia” - il che dice che se il ridicolo è tale sempre, quello della critica raggiunge vertici insuperabili).
Mai riproduzione ma sempre invenzione, dunque. Prendiamo appunto La regola del gioco. Difficilmente come in questo film il cinema è riuscito a dare l’idea di una totalità del vivere e della scena in cui è sussunto: teatro e natura si confondono, com’è della vita “vera”. Questo coglie Bazin, una sorta di teleologia del cinema (ricorda Bertolini): il realismo non è che il nome meno approssimativo di una moltiplicazione delle soluzioni stilistiche, della superfetazione del linguaggio, per dire il mondo nella maniera più compiuta possibile. Ma mai esaustiva: è un “realismo” che sa di essere impossibile.
“Un’opera che si deve rivedere come si riascolta una sinfonia” scrive Bazin, “una composizione che si rivela poco a poco (…) intreccio di richiami, di allusioni, di corrispondenze”. Renoir gioca a sua volta, il titolo lo dice persino in modo didascalico ma il suo film è l’opposto della didascalia. Il gioco è l’esistenza (e la sua percezione): caos di pulsioni, passioni, menzogne che sono però il solo mondo che abbiamo. Lo sanno bene i protagonisti della storia – anche se fingono il contrario… - confinati in una villa alto-borghese durante una battuta di caccia.
Come loro, noi spettatori viviamo fuori e dentro lo schermo, mondo-struttura mobile e geometrico che ha le sue regole (il lavoro stesso di Renoir è sempre passibile di trasformazioni in corsa). Il gioco non solo è serio: il gioco è il mondo (“la crudeltà è oggettiva”, scrive Bazin, a proposito di un altro film, Il fiume). Il piano-sequenza lo abbraccia e lo ricrea, sconfinando sempre nel fuori – il fuori che è la stessa luce o lo stesso rumore di fondo pronti a entrare in qualsiasi momento nella nostra vita, che ne fa parte nonostante tutti i sistemi difensivi messi in atto per arginarla. E qui, fuori dal mondo-teatro in cui si muovono i personaggi, il rumore che minaccia di esplodere in una deflagrazione definitiva è quello della guerra. Non v’è nessuna cornice alla maniera pittorica nel cinema di Renoir letto da Bazin: “ciò che mostra trae il suo valore da quello che nasconde”. Contempla la visione, va da sé, ma altrettanto ciò che le sfugge. Un cinema che non “fissa” mai niente per sempre: e nemmeno la realtà lo fa.

11 giu 2012

Patrick DeWitt




Arrivano i Sister

copertina del libro
Divertente, godibilissimo romanzo di Patrick DeWitt, tradotto dall’ottimo Marco Rossari per Neri Pozza Editore, collana Bloom.Non è il primo libro dell’autore canadese, classe 1975. C’era già statoAbluzioni, da noi sempre per l’editore vicentino, e al riguardo la critica aveva richiamato i nomi di Charles Bukowski e John Fante, filiazione arbitraria secondo quanto ha recentemente dichiarato lo stesso autore, che si era limitato a raccontare storie di alzate di gomito dalle parti di Hollywood.Nel romanzo in oggetto, finalista al Booker Prize 2011, il west è quello della caccia all’oro, difatti siamo a metà dell’Ottocento – e pure qui le sbronze non mancanco. Ma il cercatore d’oro della storia è braccato a sua volta dai sicari di Commodore, il boss della situazione, e uno dei due Sister, il minore, non ne può più. Ha sparato abbastanza nella vita. Vorrebbe mandare al diavolo questo suo mestiere faticoso e il greve fratello del quale appare un contraltare classico secondo tipologia cara alle narrazioni di personaggi opposti costretti a coabitare nella stessa storia. Eli dovrà sopportarsi Charlie in un estenuante on the road dall’Oregon alla California, fra strade fangose e locande sghembe, in cui si accumulano accidenti di ogni tipo, giusta la fauna in cui si imbattono di sbandati e furfanti assortiti – compreso un povero grizzly appena uscito dal letargo che fa l’errore di pensare al da farsi un momento di troppo, sufficiente per Eli, incaricato di raccontare la storia, di piazzargli “due pallottole in faccia e due in pieno petto”. E quanto a stravaganza, non farà eccezione Warm, il più strampalato di tutti, il cercatore d’oro che è l’obbiettivo vero dell’avventura.
In realtà il clima, il tono, l’ambientazione sono quelli di un western alla Coen, i fratelli cineasti chiamati in causa più a proposito e non senza un’evidente scaltrezza non sapremmo se programmatica: ché l’umorismo e le storiacce del romanzo sembrano insomma pronte per il cinema. Ma quel che conta è che i personaggi sono convincenti e non macchiette, che Dewitt non sacrifica alla chance di un film eventuale, anzi probabile, una qualche cifra letteraria che appare piuttosto solida e del tutto autonoma e autosufficiente. Sia dal punto di vista narrativo che stilistico, sia nello sguardo che nella capacità di modulare i toni. Dei dialoghi soprattutto, che innervano il tessuto complessivo del romanzo. Che va al di là dell’esibizione di una violenza spettacolarizzata ossia depotenziata dal comico e conosce anche momenti narrativi più distesi e persino malinconici. 

09 giu 2012

I pappagalli di Bologna

 vanitas e scrittori su tornogiovedi

C’è il premio letterario più importante d’Italia e ci sono tre scrittori candidati a vincerlo. L’Esordiente, Lo Scrittore, Il Maestro, e poi intorno a loro La Fidanzata, La Seconda Moglie… e via di paradigmi. Questo racconta il romanzo di Filippo Bologna, I pappagalli, forse la migliore uscita del catalogo italiano Fandango da un po’ di tempo a questa parte, anche se non tutto mi pare girare a dovere. Il romanzo declina varie tipologie del comico, sospeso com’è fra ironia, umorismo e satira, oscillando fra la levità della presa per i fondelli bonaria e una tonalità sotterranea ben più inquieta, direi nera, che emerge un po’ alla volta e tenta la riflessione alta, sui casi e i destini sempre un po’ ridicoli degli uomini – ben oltre mi pare il mondo letterario che nello specifico ne costituisce trama e motivi.
Mi pare altresì incontestabile che nelle vicende e nei tormenti dei tre si dica l’evidenza di un dato reale: vincere premi letterari importanti, soprattutto quello adombrato nel libro, è ormai il solo vero obiettivo della gran parte degli scrittori italiani. Ciò vale per il pischello che ha fatto il botto con il primo libro, per il figaccione affermato, e per il vecchio rincoglionito afflitto da malanni di ogni genere. L’ambiente letterario italiano non è granché migliore del resto del paese, e per tutti, scrittori o no, è solo questione di vincere. L’autore è bravo a cogliere l’aspetto drammaticamente ridicolo della faccenda; non gli manca la perfidia giusta. Di disincanto, potrebbe già morire.
Se qualcosa non funziona appieno direi che è l’insistenza su una lingua letteraria un po’ lambiccata, che provoca nel giro di frase manieristico un depotenziamento della forza ustoria della satira: “Dopo Il Premio. Dopo la vittoria. Dopo la gloria. Quando tutto si sarebbe compiuto. Allora un po’ di lavoro manuale sarebbe stato addirittura… rilassante, pensò Il Maestro. Poi abbassò l’elastico lasco del pigiama e finalmente, nel prato umido di rugiada, ai piedi di un pino secolare, nel mattino terso di quella che un tempo era aperta campagna laziale e ora isola verde assediata dal cemento, si abbandonò al dolce sollievo della minzione”. Stride la  soluzione dei puntini sospensivi a fronte di una scrittura, come detto, fin troppo sagace. E avrebbe potuto rendere l’approccio alla materia più sferzante lo scarto verso un registro più basso, alla Martin Amis (a eccezione di Roth, il più grande degli scrittori in circolazione), chiamato in causa dall’autore come “maestro inarrivabile” di “satira sociale e intellettuale”. Ritengo più pertinente il riferimento alla vanitas della pittura barocca per certa definitezza paradigmatica dei tre “tipi” di scrittori.
Bologna a ogni modo ne fa un ritratto inesorabile e li spinge verso l’esito della competizione mostrando come in gioco non sia un premio letterario ma la vita stessa. L’Esordiente viene sottoposto a un travaglio mica da ridere. La Fidanzata, cui non è sfuggito il fatto che il ragazzo si sia montato la testa con l’uscita fortunata del primo libro, gli chiede una prova d’amore terribile anche per l’anima più candida del mondo: non vincere il Premio. E lo Scrittore – evidentemente “più scrittore degli altri” – lo è anche in virtù di una strategia esistenziale che ne condensa la vita su un unico obiettivo (scrivere bene direte? no, essere Lo Scrittore). Una strategia livida e determinatissima che prevede una mossa propedeutica e scrupolosa: allontanare il dolore. In qualsiasi modo si presenti, non deve far altro che tenerlo lontano (“la sofferenza è un’invenzione degli uomini”, pensa). Cosa che vorrebbe poter dire anche il Maestro, e non gli riesce tanto bene. Essere arrivati alla sua Età (anche questa parola bisognerebbe scriverla così, con la maiuscola: una faccenda di Irreversibilità) in quelle condizioni, pubblicando sempre e solo con un piccolo editore (laddove ci vorrebbe l’Editore), alle prese con un male odioso, non lo predispone alla serenità. Né lo aiuta essere perseguitato dalle multe – da un’indigenza socialmente riprovevole (come dite? non per uno scrittore? allora non avete capito niente, eppure leggete Torno Giovedì, mica Quattroruote). Il Maestro ha vissuto in fondo tutta la vita in un buio da sottosuolo: mai come oggi, se c’è una cosa da cui gli scrittori rifuggono sono i miasmi dei sotterranei.


03 giu 2012

http://linsolito.net/index.php/recensioni/13-le-sorelle-brelan
Le sorelle Brélan
Storia non priva di una sua originalità sia di ideazione che di costruzione quella de Le sorelle Brélan, romanzo dello scrittore francese di origini spagnole François Vallejo, tradotto per Del Vecchio Editore da Cristina Vezzaro – impegno va detto non semplice, in virtù di una scrittura in apparenza piana e ironicamente misurata, ma complicata qua e là dall’ambiguità del punto di vista e della voce narrante che senza parere dislocano la percezione di fatti e pensieri dei protagonisti.Le sorelle Judith, Marthe e Sabine, inseparabili e diversissime fra loro, vengono colte in un momento decisivo, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, allorché muore il padre, architetto che lascia loro una grande e bellissima casa. Sulla quale mettono gli occhi i parenti più prossimi, sconcertati nello scoprire che le ragazze non hanno nessuna intenzione di accettare la loro tutela e sanno come evitarla di fronte ai giudici. Quella che segue è la loro storia, dispiegata lungo il secondo Novecento, raccontato da una specola insolita e non priva di interesse.



02 giu 2012

Il RInascimento di Cassirer

individuo-e-cosmo-nella-filosofia-del-rinascimento
http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/05/il-rinascimento-di-cassirer/
Bellissima questa nuova edizione (Bollati Boringhieri) di un vero classico del pensiero novecentesco, “Individuo e Cosmo nella filosofia del Rinascimento“.


L’autore, molti lo sapranno, è Ernst Cassirer, neokantiano (almeno secondo la vulgata italiana, affare di non poco peso nell’intera questione sul “significato” del Rinascimento), nato nel 1874 in Breslavia da famiglia ebraica, professore e rettore all’università di Amburgo, fuggito in Inghilterra all’avvento del nazismo, successivamente in Svezia e negli Stati Uniti. Vi morì mentre volgeva al termine il massacro della seconda guerra mondiale.
Il saggio in questione, dedicato a Aby Warburg, porta la data 1927 e coerentemente con l’impostazione complessiva del pensiero di Cassirer, sposta l’influenza di Kant verso la “Critica del Giudizio”, essendo il piano estetico a suo avviso gravido di una problematizzazione dell’intero orizzonte culturale tale da abbracciarlo nella sua interezza. Così da mostrare appieno le implicazioni simboliche e preliminarmente linguistiche che investono la conoscenza e la totalità dell’esperienza umana.
Il Rinascimento di Cassirer è studiato mettendo insieme storia e teoria, puntato sulla lettura dei testi, dispiegato su concetti portanti come libertà e necessità, scambio fra soggetto e oggetto – tutto in chiave antihegeliana, stante l’assunto iniziale secondo il quale “per la filosofia del Rinascimento non sembra verificarsi il presupposto di Hegel per il quale la filosofia di un’epoca racchiude in sé la coscienza e il carattere spirituale della sua intera situazione storica”. Come dire, i nuovi fermenti di vita dell’epoca non paiono coincidere con un vero nuovo pensiero. La disputa fra platonici e aristotelici non scava nelle fondamenta delle loro possenti architetture. Petrarca censura nello Stagirita lo stile più che la teoresi. Almeno, così stanno le cose fino a Niccolò Cusano, “il primo pensatore moderno” secondo Cassirer. Solo con lui si rompe la connessione fra teologia e logica scolastica che ancora reggeva le struttura filosofiche di base. Il punto d’arrivo di Cusano, la docta ignorantia, ossia la consapevolezza dei limiti gnoseologici dell’uomo, è anche la sola lancia di rampo di qualsiasi investigazione.
Lo studio, preceduto da un’introduzione di Maurizio Gheraldi e seguito da una postfazione di Giovanna Targia (che lo ha anche tradotto e curato) è presentato per la prima volta in Italia nella sua versione integrale, comprensiva di due appendici che Cassirer volle inserire a conferma dell’importanza capitale che a suo avviso i due autori, Niccolò Cusano appunto (“Dialogo della mente”) e Charles de Bovelles (“Il sapiente”), ebbero nella costruzione della filosofia rinascimentale. Dunque, evidente e per alcuni clamorosa appare la mancanza di centralità della cultura italiana – fatto non estraneo alla censura che il testo di Cassirer subì anche da Giovanni Gentile. Cassirer legge nel glorioso momento della storia europea oggetto di questo studio una portata internazionale e cosmopolita, non dissimile da quella illuminista. Con buona pace degli archeologi della penisola, a suo tempo già irrisi dal sommo Leopardi.

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