I desiderantes di Giulio Cesare e Philip Roth.
Dobbiamo ad Antonio Monda, alla sua introduzione al saggio di Luciano De Fiore
(Philip Roth. Fantasmi del desiderio, Editori Riuniti) l’accostamento fra i soldati che
aspettavano sotto le stelle il ritorno incerto dei compagni in battaglia e il
più grande scrittore vivente.

Infastidita, specie la critica
nostrana, anche dalla chiara valenza autobiografica di molti titoli rothiani.
Tormentone stupidissimo, ché con questo metro avremmo dovuto seppellire qualche
centinaio di capolavori, da Proust in giù, e che soprattutto non comprende come
in Roth l’autobiografia sia persino un valore aggiunto. Perché in nessun altro
fra i contemporanei si mostra una tale acutezza, un così lucido impegno nella
messinscena di un dilemma vertiginoso che coinvolge e intreccia un’antropologia
dell’uomo come scrittore, l’estetica, la storia della scrittura romanzesca. Per
un autore come lui ciò che è in questione è la necessità di mettere tutto
(tutta la - impossibile? - verità) sulla pagina scritta. Con il rischio di
contraccolpi micidiali. Biografici. “Non si può essere fedeli insieme e senza
attriti alla propria vita affettiva (il padre, la comunità ebraica, la
tradizione, la radice profonda della propria vita) e all’impegno letterario”
ricorda De Fiore a proposito di Zuckermann e Lo scrittore fantasma.
Ora, se da Goodbye Columbus alle ultime opere, dalla
giovinezza oltranzista di una vita che senza desiderio vita non è, alla
malattia, dalle donne sedotte e seducenti alle mogli mai definitive, ai padri e
ai fratelli, all’America di un mezzo secolo di storia, al conflitto inesausto e
tutt’altro che riposante con gli ambienti e l’originaria cultura ebraica, se
l’intera narrativa di Roth si pone in “un rapporto complesso con il desiderio”,
egli sembra voler scommettere (e non solo attraverso i suoi molteplici
alter-ego, in una tensione dialettica mai conclusa fra vita e Controvita) con la possibilità di avere la
meglio sulla finzione. E se lo scacco è inevitabile, ché la verità resta un
miraggio, vale la pena sottolineare quanto sia sideralmente lontano il suo
approccio dal mero gioco del postmoderno.
“Io ho rinunciato a vivere per
scrivere vite” scrive Malamud, un altro dei grandi ebrei americani. Per Roth
l’asserzione non è pacifica. Non lo sarebbe per Zuckermann, o per Kepesh. Per
questo la sua scrittura è anche il racconto di questo paradosso. Ché il desiderio non si
esaurisce mai, nemmeno con la scrittura, nemmeno con la vecchiaia. Chissà se
Roth ha mai letto Leopardi.
Ora ha smesso di scrivere. Lo ringraziamo di cuore perché senza i suoi libri la nostra vita si sarebbe persa qualcosa di bello e importante. Gli auguriamo serenità.