03 gen 2011

Sulla critica di Massimo Rizzante

Qualcuno, mi pare Marco Belpoliti, ha detto di Massimo Rizzante che ha qualche tratto del flaneur – tipo verso il quale, ammesso che ve siano ancora in giro, nutrirei una certa simpatia. L’andamento di questo Non siamo gli ultimi in effetti è piuttosto errabondo, la qual cosa a mio avviso non sempre dà la forza necessaria alle proposizioni che contiene, che pure sono spesso interessanti, specie in un’epoca come la presente di critici embedded. Per costoro, bestselleristi thrilleristi ironisti-sinistrati à la Fazio-Dandini rimasticatori tardivi della sputtanatissima e inservibile leggerezza calviniana, alcuni degli assunti contenuti in questo libro potrebbero liquidarsi, secondo un’espressione che molti anni fa ebbe fortuna, apocalittici. La cosiddetta critica oggi si spaventa per poco, soprattutto sta bene attenta a non fare le scarpe agli allievi dei corsi di scrittura creativa che la malaindustria editoriale fa passare per scrittori. L’affidamento a un’idea forte della letteratura, com’è quella di Rizzante, può risultare per loro troppo radicale, magari, chissà, seriosa – figurarsi che qui ancora si parla di Kafka, Danilo Kis, Heidegger addirittura. Immaginatevelo un po’ l’estatico Dorry Cojons alle prese con quella roba - come se i suoi compagni di testata in chiave politologica (presenti Ostellino Panebianco Massimo Franco…?) dovessero prendere sul serio la politica, mettiamo Amartya Sen in luogo di D’Alema.


e si veda anche questo in nazione indiana su w.veltroni e non solohttp://www.nazioneindiana



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