03 apr 2013

Il ruggito del Leone (Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini)


Totalitarismo imperfetto, si è detto spesso a proposito del fascismo, non solo per evidenziarne crepe o faglie interne all’ideologia in sé (nella sua elementare rozzezza, una visione del mondo con i suoi paradigmi sistematici non più contraddittori di altri), ma per registrarne empiricamente le zone di controllo più lasche, quelle che fino alla prima metà degli anni Trenta aprirono temporanee vie di fuga probabilmente sconosciute al nazismo e allo stalinismo. Il caso del cinema, per esempio: del cinema americano. Prima della classica “fabbrica del consenso” mussoliniana, agisce l’industria hollywoodiana. Miti e sogni che sono l’oggetto di indagine del libro di Gian Piero Brunetta (l’editore è Marsilio), “Il ruggito del Leone - Hollywood alla conquista dell’impero dei sogni nell’Italia di Mussolini”; che si sofferma soprattutto sulle strategie pubblicitarie che permisero alle majors (non solo la Metro Goldwyn Mayer) di invadere il mercato italiano dagli anni Venti.
Esse seppero approfittare delle condizioni provocate dalla Grande Guerra e delle difficoltà socio-economiche dell’Italia coeva. Dunque, dell’assenza di un’industria cinematografica. E di una ricettività evidentemente ben disposta verso le tipologie di racconto proposte con l’ausilio di una molto accorta e poderosa strumentazione commerciale. La macchina era ovviamente molto ben organizzata – non senza tratti coercitivi, peraltro: si pensi al sistema del block-booking attraverso il quale l’esercente era obbligato ad accollarsi pacchetti di film di dubbia riuscita (e qualità) assieme al titolo di sicuro successo. 
La questione più interessante a nostro avviso (seppure non fosse questa l’intenzione dello studioso) è il tema della conciliabilità fra un immaginario d’importazione e uno autoctono, imposto – non sarebbe il caso di dimenticarlo – con la forza da Mussolini. Se qui non funziona la classica contraddizione fra gli ovvi privilegi del potere che si concede in privato quello che vieta in pubblico (il duce si godeva i suoi film americani nella sala privata di villa Torlonia), sarebbe da approfondire il tema della frizione interna al regime fra l’american way of life e un certo antiamericanismo che al fascismo non ha mai fatto difetto. Vero che, non casualmente, nel momento in cui esso si accentuava sul piano politico-culturale (di pari passo all’antisemitismo che non può ridursi a una mera contingenza politica obbligata dai rapporti col nazismo e confluita nelle Leggi razziali del ’38), le maglie del mercato cinematografico statunitense in Italia si strinsero drammaticamente.
Vero altresì che se il regime per più di un decennio aveva abbondantemente lasciato fare, ossia permesso che il pubblico si crogiolasse dentro onirici pomeriggi hollywoodiani, ciò accadde in virtù degli specifici tratti “poetici” di quella cinematografia: il cui scopo fondamentale – perciò stesso apprezzato da gerarchi come Bottai – era l’intrattenimento. Per lo più, la proiezione di un film americano costituiva una piacevole sospensione dalla militarizzazione ideologica quotidiana, possibile perché percepita dai più come innocua, evasiva ma non certo critica rispetto al tentativo politico di costruire una propria mitologia: quella della Tradizione. Un immaginario non particolarmente pericoloso, dunque, strutturalmente “popolare” come ricordava Alberto Savinio contrapponendolo a quello degli intellettuali.
Brunetta ha buon gioco nel sottolineare come la sala cinematografica cullasse lo spettatore dell’epoca in una bolla di piacere grazie a un racconto filmico fatto di ricerca del benessere, di individualismo edonistico (contrastante assai con la retorica del regime, occorre dire, non con una inclinazione storica dell’homo italicus che nei fatti il regime stesso non seppe né volle osteggiare davvero), abbastanza innocente, di gioia di vivere e passioni amorose a lieto fine. Una via di fuga, anche, dalle pressioni politiche.
Non casualmente l’autore ricorda come il cinema europeo più avantgarde fosse viceversa temutissimo e ostracizzato dal regime. Dal canto suo, in un libro recente (Il volo del cinema) di Raffaele De Berti si individuava nelle sperimentazioni futuriste il côté modernista del fascismo. Esso poteva convivere con la propaganda dei cinegiornali e lo sbarco di divi e storie d’amore e di libertà che venivano da Los Angeles, col loro corredo pubblicitario di riviste illustrate e rotocalchi che rafforzavano l’interesse e la partecipazione del pubblico (l’analisi di Brunetta al riguardo è molto documentata e il testo si avvale di belle fotografie d’epoca, brochures, locandine, francobolli coi volti dei divi). Se pizzicagnoli e parrucchieri sognavano di assomigliare a Robert Montgomery, ancor più numerosi erano coloro che speravano prima o poi di incrociare sulla loro strada Greta Garbo. Che americana non era, ma il dettaglio ai loro occhi doveva risultare davvero trascurabile. L’aura funzionava a meraviglia.



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