09 giu 2012

I pappagalli di Bologna

 vanitas e scrittori su tornogiovedi

C’è il premio letterario più importante d’Italia e ci sono tre scrittori candidati a vincerlo. L’Esordiente, Lo Scrittore, Il Maestro, e poi intorno a loro La Fidanzata, La Seconda Moglie… e via di paradigmi. Questo racconta il romanzo di Filippo Bologna, I pappagalli, forse la migliore uscita del catalogo italiano Fandango da un po’ di tempo a questa parte, anche se non tutto mi pare girare a dovere. Il romanzo declina varie tipologie del comico, sospeso com’è fra ironia, umorismo e satira, oscillando fra la levità della presa per i fondelli bonaria e una tonalità sotterranea ben più inquieta, direi nera, che emerge un po’ alla volta e tenta la riflessione alta, sui casi e i destini sempre un po’ ridicoli degli uomini – ben oltre mi pare il mondo letterario che nello specifico ne costituisce trama e motivi.
Mi pare altresì incontestabile che nelle vicende e nei tormenti dei tre si dica l’evidenza di un dato reale: vincere premi letterari importanti, soprattutto quello adombrato nel libro, è ormai il solo vero obiettivo della gran parte degli scrittori italiani. Ciò vale per il pischello che ha fatto il botto con il primo libro, per il figaccione affermato, e per il vecchio rincoglionito afflitto da malanni di ogni genere. L’ambiente letterario italiano non è granché migliore del resto del paese, e per tutti, scrittori o no, è solo questione di vincere. L’autore è bravo a cogliere l’aspetto drammaticamente ridicolo della faccenda; non gli manca la perfidia giusta. Di disincanto, potrebbe già morire.
Se qualcosa non funziona appieno direi che è l’insistenza su una lingua letteraria un po’ lambiccata, che provoca nel giro di frase manieristico un depotenziamento della forza ustoria della satira: “Dopo Il Premio. Dopo la vittoria. Dopo la gloria. Quando tutto si sarebbe compiuto. Allora un po’ di lavoro manuale sarebbe stato addirittura… rilassante, pensò Il Maestro. Poi abbassò l’elastico lasco del pigiama e finalmente, nel prato umido di rugiada, ai piedi di un pino secolare, nel mattino terso di quella che un tempo era aperta campagna laziale e ora isola verde assediata dal cemento, si abbandonò al dolce sollievo della minzione”. Stride la  soluzione dei puntini sospensivi a fronte di una scrittura, come detto, fin troppo sagace. E avrebbe potuto rendere l’approccio alla materia più sferzante lo scarto verso un registro più basso, alla Martin Amis (a eccezione di Roth, il più grande degli scrittori in circolazione), chiamato in causa dall’autore come “maestro inarrivabile” di “satira sociale e intellettuale”. Ritengo più pertinente il riferimento alla vanitas della pittura barocca per certa definitezza paradigmatica dei tre “tipi” di scrittori.
Bologna a ogni modo ne fa un ritratto inesorabile e li spinge verso l’esito della competizione mostrando come in gioco non sia un premio letterario ma la vita stessa. L’Esordiente viene sottoposto a un travaglio mica da ridere. La Fidanzata, cui non è sfuggito il fatto che il ragazzo si sia montato la testa con l’uscita fortunata del primo libro, gli chiede una prova d’amore terribile anche per l’anima più candida del mondo: non vincere il Premio. E lo Scrittore – evidentemente “più scrittore degli altri” – lo è anche in virtù di una strategia esistenziale che ne condensa la vita su un unico obiettivo (scrivere bene direte? no, essere Lo Scrittore). Una strategia livida e determinatissima che prevede una mossa propedeutica e scrupolosa: allontanare il dolore. In qualsiasi modo si presenti, non deve far altro che tenerlo lontano (“la sofferenza è un’invenzione degli uomini”, pensa). Cosa che vorrebbe poter dire anche il Maestro, e non gli riesce tanto bene. Essere arrivati alla sua Età (anche questa parola bisognerebbe scriverla così, con la maiuscola: una faccenda di Irreversibilità) in quelle condizioni, pubblicando sempre e solo con un piccolo editore (laddove ci vorrebbe l’Editore), alle prese con un male odioso, non lo predispone alla serenità. Né lo aiuta essere perseguitato dalle multe – da un’indigenza socialmente riprovevole (come dite? non per uno scrittore? allora non avete capito niente, eppure leggete Torno Giovedì, mica Quattroruote). Il Maestro ha vissuto in fondo tutta la vita in un buio da sottosuolo: mai come oggi, se c’è una cosa da cui gli scrittori rifuggono sono i miasmi dei sotterranei.


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