05 apr 2012

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Se non v’è chi non consideri Giuseppe Bonura un minore del Novecento italiano, su Ottiero Ottieri il giudizio appare più variegato. Qualcuno lo considera un grande minore, qualcuno forse un grande e basta, qualcun altro vola decisamente più basso. Perché metterli insieme, oltretutto dentro una stupida competizione come questa? Perché sono appena usciti due libri dalla casa editrice Hacca, che continua il suo lavoro di ripescaggio di autori novecenteschi, più o meno legati al mondo industriale come nel caso di Tempi stretti di Ottieri (prima edizione Einaudi nei “Gettoni” di Elio Vittorini, 1957) o, come per Bonura, alle prese con un libro a tutti gli effetti “nuovo”, Racconti del giorno e della notte, testi brevi in parte inediti in parte no, per la prima volta riuniti in volume.


Ora, accanto a una storia della scrittura, esiste una storia della lettura, dunque, dell’interpretazione o, più semplicemente, del gusto; per ragioni inerenti alle tematiche, al loro rapporto con il clima del tempo in cui l’opera è stata scritta e con quello ulteriore, di un’epoca successiva, la lettura cambia. Ma anche la pagina in sé, la forma estetica che la struttura, la voce che la tiene può rivelarsi proficua o viceversa esiziale nel dialogare con un tempo nuovo (ma è anche vero che la maggior parte dei racconti di Bonura non hanno più di vent’anni).Il libro di Ottieri è un classico della cosiddetta “letteratura industriale”; fatto salvo il valore di testimonianza storica, di saggio sociologico, insomma di documento che per la sua natura concorre alla stesura di un possibile canone, ecco, rileggere Tempi strettiassieme ai Racconti di Bonura procura al lettore un effetto di straniamento che rischia di ribaltare i suoi archiviati, più o meno consolidati, più o meno distratti, giudizi sull’uno e sull’altro.Intendiamoci, Tempi stretti oggi può vantare motivi persino  cogenti di interesse extraletterario: c’è l’azienda, c’è il padrone, uno stronzo d’ordinanza che dice di considerare la sua piccola azienda e coloro che vi lavorano come la “nostra grande famiglia” salvo venderla con tanti saluti a tutti - quei tutti che rischiano di diventare rottami con l’unico inconveniente di essere vivi. C’è quella terra di mezzo (oggi mangiata viva da un assalto proto-ottocentesco a qualsiasi diritto del lavoratore) fra partecipazione politica e le lusinghe della carriera. C’è il ritmo delle macchine (del fatturato) che determina quello di chi vi lavora, salariato costretto a delegare l’aspirazione a una vita felice a chi lo tiene in pugno. Insomma, il lavoro fra azienda e capitale che Ottieri seppe raccontare come pochi altri, ma qui tenuto dentro una scrittura documentaria i cui limiti il prefatore Giuseppe Lupo ricorda facendo ricorso alle note coeve poco entusiastiche dello stesso Calvino e di Pasolini.



Certamente risulta lettura più amena quella dei Racconti di Bonura. Senza un filo comune se non quello dell’impostare una voce, di delegare a prime persone di narratori via via briosi o malinconici, capziosi o candidi il racconto di piccoli o grandi travagli, declinati principalmente in una tonalità grottesca ma educata – in minore, diremmo. A cominciare dall’esorcista del primo racconto, mesteriante delle tenebre piuttosto avventizio, e un po’ grezzo nel suo esercizio, munito di un candelabro d’oro che sferra sulle teste dei suoi pazienti. Metodo eterodosso ma efficace, se il conto in banca sale con la fama dei suoi servigi, al punto che l’uomo si trova persino costretto a rifiutare qualche cliente troppo frettoloso e intemperante. Con conseguenze imprevedibili.
BonuraSono voci di personaggi non privi di bizzarrie, costretti per esempio a imitare gli altri per entrare in empatia con loro, che guardano con sano scetticismo alle differenze di classe, alle roboanti promesse di felicità della società di massa, industriale e postindustriale, che quanto più sollecita l’individualismo presunto delle persone tanto più ne dimentica o tenta di azzerare la peculiari e idiosincratiche manie - quelle qui in carico a personaggi falotici che si sforzano di tenere sotto controllo l’assurdo della vita, o paiono accettarlo con rassegnato fatalismo. Il ritmo, la misura nonché l’evidenza cristallina dei ritratti fanno di alcuni di questi testi piccole macchine di godimento.
Copertine di Maurizio Ceccato, come sempre – bellissima quella del libro di Bonura.


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