06 feb 2011

Marco Belpoliti - Pasolini in salsa piccante - Guanda

Questa recensione l'ho scritta per la rivista lankelot.eu di Gianfranco Franchi




Un libro sbagliato




“Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini… Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”.
Sono passati alcuni mesi dall’uscita del libro di Marco Belpoliti Pasolini in salsa piccante. Ora le polemiche si sono allentate, ma il libro, accompagnati dalle fotografie di Ugo Mulas, non ha smesso di lasciare perplessi. Non tanto per la sua tesi di fondo – opinabile ma non inusitata, secondo la quale “l’omosessualità rimossa di Pasolini (…) costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi”, quanto perché da essa Belpoliti ne desume una conclusione che concerne non la dimensione simbolica dell’affaire Pasolini ma la realtà dei fatti – segnatamente quelli riguardanti la sua tragica fine. La stessa cui pure gli avversari teorici di Belpoliti a suo avviso non avrebbero saputo guardare con la necessaria lucidità proprio per un fraintendimento concettuale (ipocrita o in buona fede, al momento consideriamolo secondario) che trasfonde l’esperienza letteraria e civile in indebita congettura politico-giudiziaria.
Ha ragione il sociologo milanese quando sostiene che  Pasolini, per il modo in cui è morto, costringe molti a una sorta di ricatto. Passata l’età delle demitizzazioni a tutti i costi, non pare un colpo di genio iscriversi al partito dei fedeli a oltranza. Si sta tra fanatici sostenitori senza se e senza ma e detrattori barbosi. Vero che non se ne può più del santino, ma la stupidità di chi non coglie la congerie di snodi culturali che partono da Pasolini merita una cordiale pacca di consolazione sulle spalle.
Personalmente non mi sento offeso dalle frasi di Belpoliti del genere di quella riportata all’inizio; altri sì. Pasoliniani fino in fondo, si direbbe, intanto perché assumono dell’autore di Petrolio (romanzo postumo che ha provocato uno smottamento sensibile e mai concluso sul terreno della lettura politica di vita e morte di Pasolini stesso) la vocazione a un approccio meno illuministico alle cose – un di meno di razionalismo, un di più di sangue e sacro (talché questo paese galleggia in un oceano di emotività e niente vi è attualmente inviso come il ragionamento – Pasolini non c’entra forse, ma il pasolinismo sul modello del morettiano Caro Diario certamente sì). Peraltro, se c’è uno scrittore, un intellettuale, che della contraddizione ha fatto a sua volta un sistema, costui è Pasolini. Perciò un uomo adulto e mediamente dotato lo si dovrebbe immaginare abbastanza travagliato nelle sue di contraddizioni perché possa abbracciare in toto quelle di un altro senza con ciò testimoniare in diretta e irreparabilmente di non essere né adulto né mediamente dotato. Insomma, la partita fra i partiti Pasolini sì-Pasolini no, poco la capisco se non smettendo di prendere sul serio i suoi giocatori. Trovo quindi più che ragionevole, sensatissimo, che il sopravvalutato poeta friulano nonché autore di almeno un film, Accattone, splendido, romanziere improbabile e intellettuale e critico e poligrafo a volte geniale a volte involuto venga affrontato senza fronzoli sentimentali – ormai è tempo, d’accordo.
Quello che non convince affatto in Pasolini in salsa piccante è che (nonostante il dimenarsi ermeneutico di Belpoliti fra elementi biografici, materiale fotografico, letture testuali) la sottolineatura della sua omosessualità quale segno precipuo della sua visione delle cose, anche fosse dimostrata in modo incontrovertibile (e avrei qualche dubbio al riguardo) la si pretende buona per concludere che la sua morte fu solo una questione di froci.
Molti a sinistra hanno temuto in questi anni di chiamare le cose con il loro nome, cosa che, ricorda Belpoliti, sapeva fare Arbasino quando ancora era Arbasino (che pure del pederasta – non aveva timore di chiamarlo così - era amico); vero anche che molti dei fedeli a oltranza di cui sopra non sanno bene come mettere insieme l’artista a caccia di avventure erotiche con certo moralismo di ritorno e il politicamente corretto sempre più insicuro di questi anni. Spesso queste contraddizioni invece di essere prese in carico dai loro portatori, si tacciono assieme a quelle del santino Pier Paolo. Ma il corto circuito che Belpoliti aggiunge fra la ri-lettura di un Pasolini omosessuale che farebbe da scaturigine a tutta la sua opera, e la convinzione quasi certa (esemplata su quella di Nico Naldini, cugino di Pasolini) che dietro alla sua morte non ci fosse alcun complotto politico, nessuna matrice oscura legata alle vicende Mattei–Cefis adombrate nel romanzo postumo, e/o ad ambienti fascisti legati ai servizi segreti, insomma al solito anti-Stato nello Stato che ha fatto la nostra triste storia, be’, questo corto circuito lascia a dir poco perplessi perché è un salto incongruo dal simbolico al fattuale: un errore rovesciato e speculare all’altro.
Non voglio chiedermi cui prodest, come ha fatto per esempio nei mesi scorsi Carla Benedetti; non voglio vedere “dietro” il libro di Belpoliti chissà quale operazione “moderata” (qualcuno addirittura ha chiamato in causa il Partito Desolante, e una volta tanto lasciamolo morire in pace). “Se Naldini, Belpoliti e altri – scrive la Benedetti - sono così certi che non c’è più nulla da scoprire, perché non ci dicono allora chi erano gli “ignoti” che presero parte all’omicidio di Pasolini? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto. Come se temessero l’emergere di un’altra verità.” Non mi avventuro su questo terreno che ho già definito scivoloso; marco solo la precarietà esegetica del saggio di Belpoliti. Pasolini era un coacervo di incoerenze; l’oltranza del suo desiderio, si sarebbe detto un tempo, la sua pulsione di morte, possono averlo condotto verso un’avventura, quella della tragica notte del ’75, oggettivamente più insidiosa di altre, ma sono fatti anche le incongruenze legate alla ricostruzione dell’omicidio, sono fatti anche le versioni stagionali di Pelosi, il suo assassino. Mangiarsi il santino in salsa piccante e smetterla con la mitizzazione ingenua è un ottimo proposito, smontare l’edificio degli indizi a carico di un’ipotesi politica dell’omicidio quando si basano solo sulla letteratura (ancora Petrolio), anche; resta però che Belpoliti per mettere una pietra sopra a vita e morte di Pasolini e rubricare la seconda come una tragedia dovuta a un banale incontro sessuale, si avvale di una lettura, la propria, che è tutta letteraria: quella del Pasolini ossessionato dal corpo, che attraverso il corpo interpreta la realtà (“metodo semiologico-visivo attraverso il quale osserva i segni, i comportamenti, i gesti”). Un poeta che biasima la consumistica libertà sessuale degli etero perché viene così a mancare “la disponibilità alla pratica omosessuale” dei ragazzi diventati ai suoi occhi, non casualmente, brutti – questo secondo Belpoliti. Che sconcerta: poiché Pasolini, quel che dice e quel che fa, ha sempre e solo una matrice (omo)sessuale, non poteva che morire andandosi a cercar la bella morte dell’esteta. Ci siamo persi qualcosa in mezzo?

MICHELE LUPO
http://puntocritico.eu/?p=1038



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