09 set 2012

Ronald H.Fritze


Falsi miti - Come si inventa quello in cui crediamo


copertina del libro
Ronald H.Fritze insegna Storia all’università di Athens in Alabama. È l’uomo giusto al posto giusto, si direbbe. Da uno degli stati americani più conservatori, tradizione fatta di mitologie fondative refrattarie alla verifica critica, empirica e scientifica, Fritze dispiega un piccolo campionario di esempi di pseudostoria e credenze annesse, dal riemergente mito di Atlantide ai molto famigerati alieni che nella Preistoria sarebbero piombati sulla terra per insegnarci a costruire piramidi; o ancora, dall’oltranzismo narrativo del movimento Nation of Islam alle congetture altrettanto fantasiose ma assai dogmatiche sulla “scoperta” dell’America. Ché il punto più interessante fra quelli che emergono nell’indagine di Fritze fra le strampalate narrazioni che attraversano il reticolo geografico è questo: spesso i fautori delle opinioni più stravaganti in materia di (pseudo) storia risultano molto più intolleranti degli illuministi – utilizzo l’espressione in senso lato e metastorico – contro cui inveiscono per il loro presunto “cieco” e intransigente razionalismo. Indifferenti ai protocolli minimi della ricerca storica, sospettosi sovente verso le regole sottese a un approccio scientifico, indifferenti all’elementare concetto di prova, questi ultras di teorie cospirazioniste e complottiste sospettano di tutto tranne che della loro corriva ingenuità. Tutt’altro che innocente, peraltro, se è vero come è vero che non di rado “la pseudostoria si presta a diventare un veicolo di razzismo, di fanatismo religioso”. Ricorda Fritze la perniciosa confusione fra leggenda e mito e fra possibilità e probabilità che impera nella pseudostoria e nella pseudoscienza, che si tratti dell’Evemero (300 a.C.) interprete di un dettato letterale dei miti greci o dei fondamentalismi mai sopiti di certo protestantesimo americano in chiave biblica. Che ci crediate o no, Galilei sembra aver vissuto invano per milioni di persone. Il libro si apre con il mito di Atlantide, immarcescibile, “prodotto durevole e commerciabile – scrive Fritze – che fa gola a molte persone diverse”, per secoli da più parti rimasticato attraverso variazioni e declinazioni disinvolte dell’avventurosa ipotesi di Platone che (ri)leggeva da par suo la distruzione dell’isola vulcanica di Thera. Gli altri, dopo, indifferenti a dati e prove e fatti accertati hanno collocato e fatto sprofondare quella terra di segni archetipi a piacimento qua e là. 
Ci sono poi gruppi di esaltati inclini alla violenza più oscena, quella che ha bisogno di giustificazioni teoriche immancabilmente ridicole per (far) credere di stare in piedi, che rileggono cosmogonie antiche in chiave razzista. Il caso del Christian Identity (a volte fra tifosi, religiosi e barcollanti sognatori di alieni le affinità sembrano strutturali) che arriva a sostenere l’eredità biologica degli ebrei da Satana (avete letto bene). A fronte di una tale incredibile imbecillità, negare l’Olocausto come si fa ancora oggi da più parti, pare quasi un dettaglio trascurabile. Più complesso il caso dell’Atena Nera di Martin Bernal che negli anni furiosi del “politically correct” poneva giustamente la questione di un’influenza africana nella cultura occidentale e malamente la risolveva in un tendenzioso e assai fragile afrocentrismo (così, ne approfittiamo per ricordare la recente scomparsa dell’ottimo Robert Hughes la cui splendida Cultura del Piagnisteo tradotta da Adelphi nel 1994 consigliamo alle prefiche che ci ammorbano oggi come allora).

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