01 dic 2011

Il carattere nazionale



Roma cominciava a incarognirsi con quella nuova frenesia del giubileo. Si favoleggiava di giganteschi progetti che avrebbero finito di straziarla in nome dell’ illuminata visione del mondo vaticana. Pochi avevano da obiettare qualcosa. Non era più di moda, porre obiezioni. Eccepire, veniva ormai considerato uno sport obsoleto di vecchi barbogi che la menavano ancora col materialismo, l’ideologia etc. Del resto, anche lui con Perduro si mostrava intollerante, sebbene del vecchio fosse l’ipocrisia a dargli fastidio. Eleganti pensatori sedicenti di sinistra si erano innamorati del papa polacco - e questo Livio lo considerava curioso fino a un certo punto: in questo paese, quando muoiono le parole d’ordine sempre là va a finire. Per decenni, vedi milioni di creature invasate di utopie, poi, tutt’assieme, crollano i castelli di sabbia e non trovi neanche un imbecille che non sia in afasia - un cavolo di sturdellone sfaccendato capace di inoltrare in Vaticano due paroline sensate fuori dal vecchio compitino imparato a memoria e poi dimenticato quando non è più buono. E quelli carini con tanto di cariche politico-istituzionali si pascevano e preparavano per la grande festa mediatica che avrebbe celebrato carità cristiana e brillante iniziativa economica. Un efficientismo capital-clericale da veri snob. 

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