06 nov 2011

Il sacro in nove vite indiane


WILLIAM Darlymple




Vita attiva e vita contemplativa, devozione personale e religione convenzionale, conflitto ancestrale fra ascesi e desiderio; questi alcuni dei poli dilemmatici che lo scrittore scozzese William Dalrymple, di stanza in India da 25 anni, ha tentato di individuare in Nove Vite (Adelphi), viaggio appassionante nel paese forse più incredibile della terra – un continente, si è sempre detto, a ragione. A essi, in straniante sovrapposizione, va aggiunta (oggi, in un passaggio della storia che vede l’India tracciare segnali scintillanti di quella che ci ostiniamo a definire modernità e nessuno è in grado dire se sia altro dallo spettacolo della tecnica) l’immaginabile dissonanza fra portati storici millenari che trovano nel sacro la loro perspicua definizione e corse in avanti al limite della governabilità (lo “sviluppo mozzafiato”, lo definisce l’autore).
Il contrasto in sé è affascinante e in queste Nove Vite raccontato attraverso vicende singolari ma a loro modo esemplari, fondandosi esse tutte su paradigmi culturali iscritti in una storia millenaria. Il fragore dell’impatto con la modernità è stato per l’India dirompente, accentuando nel proteiforme teatro che è la sua civiltà, contraddizioni, paradossi, antinomie. Ne emerge un quadro che sembra consegnarla al regime del romanzesco. Come altrimenti definire queste vite?
Prendiamo la prima. Prasannamati Mataji è una jainista, intenta a perseguire la “sallekhana”, il digiuno rituale estremo – anticamera di una morte liberatoria. Attenta a dove cammina, a non calpestare alcun essere vivente, il suo è un esempio di vita ascetica di durezza inimitabile (benché, e il paradosso è solo apparente, il jainismo in fondo sia una religione senza dio), che a noi occidentali appare folle (basterebbe rileggersi Pastorale americana, uno dei più grandi romanzi di Philip Roth). Se i monaci buddisti si rasano i capelli, i jaina se li strappano alla radice – tanto per dare un’idea. E debbono far strame di ogni emozione.
Ora, se in una vita ascetica occorre liberarsi da qualsiasi legame, qui la protagonista assiste al cammino di inaudita sofferenza e ricerca determinatissima della morte di un’amica monaca e malata terminale non accorgendosi nel frattempo di essersi legata terribilmente a lei. La bravura del narratore sta nella capacità di mettersi in ascolto, di accogliere queste storie senza giudicarle, aggiungendo al resoconto dei protagonisti solo i contesti necessari affinché i lettori ne inquadrino le coordinate culturali, storiche, religiose (prima che i lettori occidentali, si badi bene, gli indiani stessi, centinaia di milioni di persone che vivono “mondi” molto diversi fra loro).
Sono vicende che hanno del prodigioso. Succede con il danzatore  del Kerala appartenente ai fuori casta dei Dalit, che nella trance (“il corpo scuro e luccicante di sudore”) del “theyyam” diventa un dio e come tale viene venerato anche dai brahmani. L’uomo, che perlopiù vive una vita d’inferno come secondino in un carcere nel quale sono i prigionieri a dettare legge, descrive il suo rituale come un fattore di  scarto sociale che ribalta temporaneamente ruoli e gerarchie (non troppo diversamente dal carnevalesco della lezione bachtiniana).
Il racconto di Dalrymple anche in questo caso va in profondità, riuscendo a strutturare la biografia in una specie di piccolo romanzo. Di robusto scavo psicologico e ossatura sociologica, va detto. Lo stesso ancora può dirsi della storia di Rani Bai, una devadasi, ossia una prostituta sacra, consacrata alla dea Yellamma fin da bambina nonostante il suo tentativo di ribellarsi a una condizione ora inutilmente vietata dalla legge. Condizione che tuttavia la sottrae al ludibrio delle puttane 
non “consacrate”. O della tormentata vicenda di un monaco tibetano, buddista, che si credette in dovere di difendere il Tibet dall’invasione cinese (il buddismo ritiene legittimo l’uso della forza, in certi casi della violenza, per difendere il bene), perciò chiese di essere sciolto dai voti, combattè – invano, come sappiamo – grazie anche all’appoggio del governo indiano, e fu poi usato dallo stesso governo per una lotta, una guerra non sua in Bangladesh. Nove vite, nove storie. Un viaggio avvincente.





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