05 ott 2011

Balzac e un trattato famoso


Balzac
Dalla Piano B edizioni, per la cura di Alex Pietrogiacomi, torna in libreria il Trattato della vita elegante. Com’è noto, al Balzac “teorico” – ammesso che l’espressione nel suo caso abbia un senso precipuo, considerato che l’ossessione per il suo immenso progetto narrativo fagocitava  ogni scritto – bisogna fare le pulci. Non è difficile coglierlo in contraddizione e non è la sistematizzazione logica quello che cerchiamo in lui: l’istintiva propensione all’enfasi del momento, l’esuberanza onnivora, un occhio posato sui boulevardsparigini, l’altro intento a misurare l’andamento di una partita sempre accesa fra sé e il mondo, costituivano evidenti fattori di distrazione. Non è nemmeno possibile dimenticare che non solo per gli ovvi limiti del suo aspetto – con il quale, cervello fino qual era, sapeva anche giocare – non poteva proporsi come un modello convincente dell’uomo versato alla vita elegante che è l’oggetto di questo piccolo trattato, compreso in origine nella Patologia della vita sociale, e ora ripubblicato come testo a sé stante (belle le illustrazioni di Massimiliano Mocchia di Coggiola)
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Una vita di questo tipo intanto è concessa all’uomo “che non fa niente” e ci si potrebbe divertire a calcolare invece quanto tempo Balzac abbia dedicato al lavoro (Nietzsche, nel suo fervore “greco”, sosteneva che non vi fosse nulla di più decadente dell’uomo che, alzandosi al mattino, invece di camminare per le montagne, si mette a scrivere: anche qui, un lettore perditempo potrebbe fare due conti…). Certo, nel caso di Balzac, occorre tenere a mente il lavoro nella versione eccezionale dell’artista: “il suo ozio è un lavoro, e il suo lavoro un riposo”. Il numero delle sue pagine resta impressionante.“L’artista – prosegue -  è sia elegante che trascurato; indossa, per scelta, la blusa da contadino e impone il frac indossato dall’uomo alla moda; non subisce le leggi: le detta”. E questo ci piace. D’altronde, “il riposo assoluto produce lo spleen”, laddove “la vita elegante è, in una larga accezione del termine, l’arte di animare il riposo”. Siamo già più “sul pezzo”. Ovvio, poi, che l’eleganza non si compri, e che non abbia molto da spartire con il denaro ma  - e qui il reazionario (che sia di genio va da sé) c’è tutto – Balzac era dell’idea che averlo aiuta. Perché non è l’Italia del ventunesimo secolo, ma la Parigi di quasi due secoli fa, la borghesia è in ascesa (nessuno lo sa meglio di Balzac) ma l’alluredell’aristocratico aduso all’ozio dei possidenti pesa assai (lo si vede anche dal passo vero e proprio, dal modo di incedere e La teoria dell’andatura andrebbe letta assieme al trattato). L’eleganza non avrebbe da fare nemmeno con la moda, e ci piace anche questo.Sui dandies, l’autore di un romanzo fondamentale come le Le illusioni perdute - da consigliare a chiunque voglia farsi un’idea di cosa possa essere, fra le altre, la competizione letteraria (ah, le professoresse che si commuovono per le sorti degli scrittori infelici, o per il loro animo nobile: quando lo capiranno che sono le più grosse carogne della terra esclusi i banditi di Wall Street?) -, Balzac insomma sul dandismo traccheggia – ne intuisce forse il fregio suicida, l’impasse caricaturale. L’eleganza non s’ha da vedere (“il lusso della semplicità”), e il confine con l’errore è sempre vicino. Peraltro, il mondo aristocratico cui Balzac nostalgicamente guardava era in via d’estinzione, ma questo glielo si può perdonare. Non solo perché – ed è questa la contraddizione maggiore, benvenuta – soffi qua e là nelle pagine una turbinosa insofferenza per i presunti diritti estetici acquisiti per classe, alla nascita, a fronte di un tono, di uno stile che l’artista sa guadagnarsi per virtù proprie. Il fatto è che oggi in Italia, ahimé, l’"eleganza" è dei cafoni.

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