04 gen 2012

SCOTT IN ANTARTIDE


Era il giugno del 1910 quando la nave Terra Nova prese il largo da Londra, in direzione dell’Antartide. Trentuno uomini, selezionati con cura dal capo della spedizione, l’esploratore britannico Robert F. Scott, che azzeccò anche la scelta della nave. L’errore venne dopo, quando dal campo base si trattò di raggiungere il Polo Sud. Scott lo capì solo nel momento in cui il 18 gennaio 1912 fu abbagliato dai colori della bandiera norvegese che l’avversario Roald Amundsen aveva piantato un mese prima nel cuore del continente – e festeggiato la circostanza con bistecca  di foca. Vi era arrivato con sci e cani da slitta, adeguatamente equipaggiato. Scott invece no – preferì i pony della Manciuria e improbabili slitte a motore che avrebbero fatto drammaticamente cilecca. Purtroppo per lui, l’errore non gli costò tanto una sconfitta “sportiva” ma la vita – la vulgata assegna al norvegese uno spirito più competitivo, al britannico, che pure in Antartide era già arrivato una decina di anni prima, più disinteressate ambizioni scientifiche. Difficile dimenticare tuttavia che la sua impresa era, agli occhi dei suoi connazionali, da ascrivere alla mitologia dell’Impero, qualcosa a metà fra il beau geste e l’effrazione territoriale.
Organizzazione razionale contro un eccesso di romanticismo? Fatto sta che la marcia di ritorno fu troppo lenta, e le temperature letali. Scott non fu il solo a lasciarci la pelle. Lo stesso capitò ai quattro uomini che erano con lui.
Storie di un altro mondo, insomma. Per chi volesse farsene un’idea ecco un bel libro fotografico, Scott "In Antartide, La spedizione Terra Nova nelle fotografie di Herbert Ponting," edito da Nutrimenti, nella collana “Tusitala” a cura di Filippo Tuena (che accompagna il volume con un suo scritto, assieme a una brevissima prefazione dello storico Ranulph Fiennes e una nota biografica sul fotografo da parte di H. J. P. Arnold). Ponting partecipò per un bel pezzo alla spedizione. Ne registrò momenti, luoghi, oggetti, persone. La baracca meteorologica, il montaggio di una slitta, il cuoco che impasta il pane, chi cuce una tenda chi i sacchi a pelo. Capo Evans, il monte Erebus, il blizzard e i sastrugi. Le grotte nel ghiaccio, le capanne e le marce. I pony e le slitte. I gabbiani e i pinguini. Gli uomini, soprattutto.
Tuena costeggia le fotografie di Ponting nel suo racconto della spedizione impaginandolo non come una didascalia discorsiva ma come un “a parte” – favorito anche dal formato scelto per l’occasione: la narrazione e le immagini sono due “testi” che possono procedere per proprio conto e nello stesso tempo guadagnano dalla compresenza dell’altro. Ciò che ne emerge in entrambi i casi, a prescindere dal fatto che l’organizzazione norvegese fu alla prova dei fatti molto più efficace, è che un’avventura estrema, del genere di quelle che per loro natura evocano quasi un oltre della fisica proprio perché ne esplorano lo spazio liminare, ha bisogno tuttavia della più ferrea, robusta, minuziosa disposizione alla manovra materiale: al controllo di sé, del proprio corpo, e delle cose. Dal canto suo, Pointing era avvezzo agli spazi insoliti, alle zone pericolose, avendo documentato la guerra russo-giapponese del 1904-1905, perciò stesso meritandosi un’ottima reputazione. Ma la sua parte gloriosa nella storia della fotografia se la guadagnò in questa impresa. Vale la pena ricordare agli eventuali curiosi dell’argomento, che nelle ultime settimane, per il centenario, lo storico Roland Huntford, incline a ridimensionare i meriti di Scott mette a confronto i suoi diari con quelli di Amundsen. Il volume s’intitola "Race. Alla conquista del polo Sud" (Cavallo di Ferro, pagg. 416, euro 23). La battaglia è aperta.



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