
Gli Anni Feroci
Rizzoli
(apparso su http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl )
Detto che in questo romanzo sono tutti stronzi – e un limite del libro è già contenuto nel titolo, troppo programmatico – la parte del leone la fa la voce narrante, anche protagonista della storia. Parliamo di un genere che conosciamo bene: l’ex studente di sinistra poco convinto che per un caso fortunato – ride in faccia ad Andreotti durante una manifestazione negli anni Ottanta – viene cooptato dalla televisione per farne una star della beceraggine ancora in corso. Insomma, un epigono di ciò che anni fa si chiamava rampantismo e adesso non ha più nome perché quattro quinti degli italiani sono diventati così. Un cinico narcisista bacato dall’ossessione del dominio e travolto dal proprio nulla risolto nel simulacro dell’immagine.
Detto che in questo romanzo sono tutti stronzi – e un limite del libro è già contenuto nel titolo, troppo programmatico – la parte del leone la fa la voce narrante, anche protagonista della storia. Parliamo di un genere che conosciamo bene: l’ex studente di sinistra poco convinto che per un caso fortunato – ride in faccia ad Andreotti durante una manifestazione negli anni Ottanta – viene cooptato dalla televisione per farne una star della beceraggine ancora in corso. Insomma, un epigono di ciò che anni fa si chiamava rampantismo e adesso non ha più nome perché quattro quinti degli italiani sono diventati così. Un cinico narcisista bacato dall’ossessione del dominio e travolto dal proprio nulla risolto nel simulacro dell’immagine.
Di questi fasti ci
vengono raccontati pochi momenti, l’incontro con Renzo Arbore e altre figure
ammorbanti che hanno colonizzato il cervello degli italiani. Dopo aver
guadagnato soldi a palate e aver sentito l’ebbrezza dell’onnipotenza, il tizio
viene cacciato dalla Rai perché per errore, un caso – un altro -, pesta i piedi
di qualcuno che conta. Riciclatosi come manager – e ti pareva - continua a far
soldi, ma non accetta la caduta. Frequenta criminaloidi peggiori di lui, e non
riesce a darsi pace: o si è una star televisiva o non si è niente. Difatti, è
un marito fallito, un padre inetto nonché a sua volta figlio coglioncello
anzichenò.
Gli anni sono feroci, è
vero, e non lo si dirà mai abbastanza, ma - sarà la formazione giornalistica
dell’autore - credo che un romanzo debba fare un passo ulteriore, se non
proprio diverso, rispetto al semplice reperto di un mondo. Voglio dire, il
libro di Bocca non sorprende granché, la ferocia del denaro e dell’essere
qualcuno a tutti i costi, anche un pezzo di merda ma meglio di niente, ce la
racconta la sola presenza – esistenza – di un Fabrizio Corona (e lui lo sa
benissimo). E non basta sfondare il piano della cronaca; se si tratta di
raccontare la condizione umana di in un determinato momento storico, se la
narrativa vuole esibirsi nella messinscena del crollo antropologico dal di
dentro deve inventare qualcosa che nessuno ha mai nominato prima. Insomma,
oltreché nella prevedibilità dei personaggi, il limite principale di questo
romanzo sta nella lingua – un po’ troppo di servizio, anche se occultato dal
martellamento paratattico, dalla punteggiatura insistita, dai frequenti a capo.
Autore fra le altre cose di un importante libro-inchiesta sulla strage di
Bologna e di una biografia di Maurizio Costanzo esemplare quale racconto della
mediocrità al potere – fra amici piduisti, salamelecchi berlusconiani,
femminoidi messe a disposizione per (dis)fare la (in)cultura di questo
tristissimo paese - ecco, Bocca scrive come dovrebbe fare un bravo giornalista,
quale difatti egli è. Peccato che questo sia un romanzo, e il tentativo di Giuseppe
Genna di inscriverlo in una grande controstoria italiana di questi anni mettendolo
assieme a Siti, Vasta, Falco etc è piuttosto fuori
tono.