09 mar 2013

Henry Miller



Non è dai discorsi astratti, dalle teorie o dalle opinioni sui massimi sistemi che si giudica uno scrittore (o almeno, un narratore): di quelli che amiamo o riteniamo grandi ne rimarrebbero pochi. Specie se si tratta di ragionamenti o prese di posizione “politiche”. Tuttavia, dovremmo riconoscere che idee in sé e per sé strampalate o persino pericolose (ai nostri occhi) possono magari essere fruttuose per la pronuncia artistica di un narratore che peraltro amiamo (per converso capita di incontrare scrittori politicamente più compatibili con le nostre traballanti convinzioni ma deboli sulla sola cosa che conta – la scrittura, appunto: per me è quasi una regola). Certa benvenuta, attraente radicalità esistenziale dei grandi romanzi di Henry Miller, l’inquietudine - vitale, ludicamente erotica più che depressiva - di certi personaggi è scavata nell’humus fertile di una radicalità “politica” in virtù della quale gli era possibile non trovare molta differenza fra la dittatura guerrafondaia nazifascista e la risposta angloamericana (e cristiana). Ingenuità o posa, enfasi apocalittica sulla “verità” o umore derivato da una resa dei conti personale con l’ambiente nativo, l’oltranza che accettiamo nei romanzi di Miller (o in qualsiasi altro: non per mera effrazione liberatoria, catartica di un io-noi oppressivo ma perché sappiamo che è del romanzo una natura esplorativa, una ricerca sul possibile da contrapporre alle nostre stolide certezze) la guardiamo con perplessità (e persino con orrore) quando volesse proporsi come ragionamento (e magari azione, scelta concreta) sul “che fare”.
Così nella lettera all’amico Alfred Perlès conosciuta come “Assassinate l’assassino” (1941) se da un lato non sembra privo di ragioni l’attacco di Miller alla ipocrita cultura occidentale che prepara la guerra in tempi di pace, e lo smascheramento della violenza insito nella potenza di un paese come gli Usa, lascia più freddi l’idea complessiva che “assassinare gli assassini”, dunque contrastare l’orrore nazista come fecero i suoi nemici senza “avere mani pulite e un cuore puro”, fosse una soluzione da condannare. Sottomettere le ragioni di un male minore – se tale era - in un caso come quello dell’impareggiabile delirio nazista, alla “coscienza individuale” (la sola autorità che Miller dice di riconoscere) appare un proponimento verso il quale un lettore sufficientemente attrezzato contro certa mistica non priva di tratti estetizzanti non può non restare freddino. Dire di non trovare Hitler o Mussolini peggiori di Churchill o Roosvelt è qualcosa che potremmo – in un certo senso - comprendere ma non accettare. Tuttavia, lo stesso lettore deve riconoscere che la paternità anarcoide di questo atteggiamento presiede anche ai romanzi del grande scrittore americano. Ne costituisce certa matrice “ideologica” (e psicologica). Non liquidabile facilmente; non solo perché è vero che mentre prepara la guerra contro il male assoluto in nome di una pace futura che per Miller è “la pace della tomba” l’America non smette di fare affari (di chiedersi per esempio se i profughi che stanno arrivando dall’Inghilterra abbiano quattrini). Ma perché è quella libertà (persino scandalosa) di visione che sta alla base della sua arte (la biografia interessandoci caso mai per vie laterali ma mai decisive). Resta il discutibile esercizio di confondere una molto imperfetta, e classista, e razzista democrazia con un sistema totalitario assoluto che esclude l’esistenza dell’altro da sé se non come schiavo.
Questo esempio di “autobiografia di idee” (definizione del prefatore Alfonso Berardinelli) pubblicata da minimum fax è in realtà un dittico, il cui titolo “Ricordati di ricordare” riprende quello del secondo scritto, di qualche anno successivo al primo, una rivisitazione degli anni parigini dello scrittore americano, il vagabondo erotomane legato alla cultura francese e a quella europea che ne riconobbe il talento molto prima dei suoi connazionali. Sempliciotti ignari del “cafard”, quella particolare “apatia dell’anacoreta”, quel senso di vuoto che deriva dalla paradossale consapevolezza delle “illimitate possibilità” offerte da una città come Parigi – roba troppo sofisticata per un americano. E questo, concesso che nessuno meglio di Miller conosceva il lato oscuro dell’american dream (venduto al mondo in maniera menzognera, ché a suo modo di vedere non aveva da fare né con la vera libertà né con la giustizia ma con la potenza della ricchezza – vale a paradigma la tragedia di Sacco e Vanzetti), probabilmente ebbe il suo peso anche nei contenuti della lettera all’amico Perlès. Al quale ricorda che certo, il nazismo non gli avrebbe consentito di scrivere i suoi libri, ma certo non è che il mondo editoriale americano, e all’inizio neppure quello francese gli avessero spalancato le porte. E gli scrittori, si sa, non perdonano chi non li ha amati.

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