08 lug 2012

Walter Siti

sul recensore.com

resistere-non-serve-a-nienteUn gran personaggio insoffribile l‘obeso fantasma di “Resistere non serve a niente“(Rizzoli, 2012), ultimo romanzo di Walter Siti - uno dei tre o quattro scrittori davvero importanti fra i viventi in Italia dove sono morti spesso anche da vivi.

Per non essere un esperto di economia, Siti, che si limita a maneggiare il materiale informativo
 che ha saputo procurarsi, in virtù di una notevole bravura mimetica, di una scioltezza di passo e una “naturalezza” di tono (le virgolette sono necessarie come non mai) tiene bene agganciato il lettore alla storia, meglio, al suo personaggio. Un artefice dell’abissamento del mondo verso la sconfessione teorica e pratica di un secolo e mezzo di tensione che ci avvicinasse a un qualche ideale di giustizia sociale.
Ora, uno degli effetti perversi della letteratura sta nel procurare interesse, compassione a volte persino innamoramento per figuri che la sana necessità di distinguere ciò che è bene da ciò che invece  distrugge il mondo, nella vita reale ci indurrebbe a tenere a distanza. Siti mostra bene questo destino che fa del romanzo un unicum dell’espressione umana (le altre sono derivate) con il suo Tommaso, uno di quelli che con i giochetti di borsa sono in grado di decidere il destino di milioni di persone. D’altronde - dice Tommaso al narratore cui ha chiesto di scrivere su di lui per mostrare al mondo che anche un uomo del genere potrebbe vantare un’anima - “devi dirmelo tu chi sono”. Lo scrittore, ancora una volta, e di questo a Siti dobbiamo essere grati, si fa carico di trovare un senso alle cose.
E chi è questo Tommaso? Il parto butirroso di una borgata standard, di una violenza standard, uno la cui la vita è legata a doppio filo a quella del padre, un manovale del crimine – la scena iniziale con cui lo costringono a far fuori un altro disgraziato è un piccolo saggio della capacità di Siti di modulare la lingua a suo piacimento. La ricompensa per quello che il padre ha subìto è lauta – in termini materiali certo, che sono gli unici a contare. Gli danno modo di studiare nelle scuole migliori – e nel suo caso un senso l’operazione ce l’ha. Perché ha una specie di talento matematico che nel suo lavoro (lavoro poi, già questo si dovrebbe discutere), nella finanza in cui inizierà a fare presto carriera, sarà prezioso.
L’epidemia che avvelena quest’età di insinuante depressione, e minaccia l’ecatombe, s’incarna dunque in un rappresentante non so se esemplare ma dalla biografia più stratificata del prevedibile. Siti ce lo racconta nella sua infanzia balorda e ce lo fa letteralmente crescere davanti agli occhi. Fino alla salienza dell’officiante ancora giovane che celebra i suoi riti sacri nel templi della borsa inventando formule nuove, giocando come un mago di lungo corso con denaro invisibile che difatti non è denaro ma divinità elusiva quanto potenzialmente apocalittica nei suoi effetti.
Il pianeta sembrerebbe voler dividere il mondo in due: da una parte, i più col terrore di finire in miseria, dall’altra pochissimi che invece giocano a fare più soldi di quelli che possono concepire. E perché, se non per godere di questo potere di vita e di morte sul resto del mondo? La politica si limita a servire, adapparecchiare il tavolo da gioco – o l’altare. Nel quale muovere capitali immensi e con essi decidere le sorti di nazioni intere. Questa è la scena del dominio, oggi. E Siti ce la racconta da par suo. L’ossessione sessuale (omoerotica poco importa, checché ne avesse detto a suo tempo l’ex editor Antonio Franchini, così come secondaria se non francamente noiosa mi pare la questione dell’autofiction), dei suoi libri mi sembra meno rilevante rispetto alla scena del potere allestita in questo romanzo. Ché il sesso è solo l’aspetto più popolare del teatro vivente, quello più “democratico”, in cui tutti più o meno hanno l’opportunità di fantasmatizzare, delirare, godere - com’è sempre stato. Ma il rinculo della storia deciso dalle divinità dei mercati mi pare una faccenda ben più seria e drammatica. Difficile da raccontare senza cadere nell’ovvio e nel retorico. Questo  libro ci riesce.

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