02 dic 2009

Scuola De Profundis (Piero Calamandrei e gli scrittori italiani)


Della scuola agli intellettuali italiani non frega nulla.
Agli scrittori che si lamentano dei mediocri dati di vendita potrebbero tornare utili quelli di Tullio De Mauro sull’analfabetismo gigantesco che sommerge ormai questo paese disgraziato e sempre più ridicolo. Forse capirebbero anche loro che se un lettore curioso sarà difficile farlo uscire da una scuola mediocre, col collasso in corso potrebbe diventare problematico persino sfornare un adulto in grado di apporre un cartoncino con come e cognome sul portone del condominio.
Fatta eccezione per i soliti casi costruiti ad arte, di libri se ne vendono pochi, ma a nessuno viene in mente di spostare l’attenzione sui codici cognitivi e linguistici di base indispensabili allo stesso gesto del leggere – e non parliamo dell’immaginario, ormai sfranto sul presente orrifico dei reality (che siano targati Ventura o Noemi cambia poco), che non a caso alcuni degli scrittori italiani dicono anche di apprezzare, non come lo fanno i cagnacci travestiti da fighetti alla Carlo Rossella che li spacciano per il nuovo neorealismo italiano – con il che dicendo solo la loro pochezza, intellettuale se ci credono davvero, morale se pigliano per il culo il popolino (che d’altra parte sarebbe anche ora di dire che ‘ste valanghe di merda se le va a cercare: non siamo mica nel ’45, non veniamo mica da una guerra, non siamo mica più un popolo di contadini!).
No, gli scrittori italiani che si vogliono disinvolti discettano con allegra partecipazione sui minus habentes in digitale pur di scavarsi una nicchia di presentabilità mondana, pur di essere un nome che circola se non sui rotocalchi che nella sbandata collettiva si chiamano culturali almeno in qualche appendice giornalistico-marchettara in zona rai.
Agli intellettuali italiani, agli scrittori in particolare, è parso disdicevole, poco elegante occuparsi di scuola. Se ne sono tenuti alla larga. Non si fa bella figura a ragionarvi sopra. Sa, come dire, di scolastico…
Esclusi gli scrittori-insegnanti che non sono mai mancati, gli altri hanno preferito evitare il lezzo stantio dell’indigenza, la micragna del patetismo che pervade i discorsi intorno alla scuola. Ragionano, quando lo fanno, sull’apocalisse in corso e non gli viene in mente di farsi due domande sull’alfabetizzazione strutturale con cui si manifattura il sapere minimo di un paese; molto più interessante, ovvio, seguire i linguaggi della spettacolarizzazione di massa, il più delle volte depauperando la stessa letteratura che non può reggere certi confronti perché, semplicemente, non ne ha bisogno – sempre che letteratura lo sia per davvero. Chi riesce a campare con la vendita dei propri libri, se viene fortuitamente visitato dall’immagine di una classe di bambocci o peggio, di bulletti, ringrazia il padreterno (che non ci ha mai fatto il piacere di esserci quando ci serviva), di averlo salvato dalla iattura.
Se non fotte niente agli intellettuali, figurarsi agli italiani “medi”: popolino di cialtroni cui basta un po’ di sesso, una macchina, molto calcio e tagliatelle. Per essere felice? No, per abbrutirsi illudendosi di vivere. E che cosa sarà mai la scuola, per un italiano mediamente ignorante, un soggetto il cui massimo contributo alla polis è dato – e se ne potrebbe fare a meno – in quella parodistica caverna che è la cabina elettorale? Non capendo il valore della formazione, non avendo idea della medesima fuori dalla propria squadra – non sempre la nazionale, perché non ci sono abbastanza giocatori dell’Inter o della Roma – dal loro punto di vista ciò che può venire dalla scuola è un goffo repertorio di nozioni che possono agevolmente apprendersi davanti alla tv – giustamente, rebus sic stantibus, non si capisce cosa aspettano a chiuderle del tutto.
Talché, con l’ultima finanziaria il colpo di scure sulla scuola pubblica fa davvero male. Non starò qui ad aggiungere dati perché si possono agevolmente reperire in rete - per chi ne avesse voglia, appunto.
Preferirei riportare alcune righe dalle lucidissime pagine di Piero Calamandrei, giurista antifascista del Partito d’Azione (quanti sanno in Italia che cosa è stato questo partito?), comprese nel volumetto Sellerio Per la scuola; si riuniscono qui tre interventi sull’argomento pensati fra il 1946 e il 1950. Due sono pubblici discorsi, un terzo apparve sulla rivista “Il Ponte”. Sono preceduti da un’introduzione di Tullio De Mauro, esemplare per chiarezza e sintesi (peccato che alla lunga e meritoria attività di studioso De Mauro abbia accompagnato scelte per l’appunto politico-culturali molto discutibili, dall’incarico sbiadito di Ministro nel tardo governo Prodi ’99-2000, obbediente ai dettami di partito, alla Direzione Bellonci per il Premio Strega, macchina letale dell’odierno governo editoriale). Per dare un’idea dell’acutezza di Calamandrei: “Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione*, non la vuole violare in sostanza. Non vuol fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in alloggiamento per i manipoli; ma vuol istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di Stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di Stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci)*.

Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia persino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di Stato. E magari si danno dei premi, come ora vi dirò, o si propone di dare dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A ‘quelle’ scuole private. Gli esami sono più facili, si studia meno e si riesce meglio. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo trasformare apertamente le scuole di Stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di Stato per dare la prevalenza alle sue scuole private.”
Ora, cosa ne viene fuori, non c’è bisogno che lo aggiunga io. Uno scrittore – dico uno scrittore vero, non un corrivo intrattenitore - che pensa di costruirsi un pubblico in uno spazio sociale, linguistico fabbricato ad arte da governanti che sognano un dominio costante attraverso la messa a punto di un’imbecillità di massa, uno scrittore così è uno sprovveduto. Verrebbe da pensare che molti scrittori italiani lo siano se non si accorgono che al mondo prefigurato da Calamandrei qualcuno sta già lavorando alacremente.

  • *Sono solo due dei punti in cui l’analisi di Calamandrei mi è parsa ottimistica.

Michele Lupo

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