13 feb 2011

Una sobria Norimberga, noo?



Ne sentivamo la mancanza. Poi, in questo paese che a volte ti verrebbe di sognare luterano, severo, bergmaniano, finalmente è arrivata: lei, la salvatrice, l’emancipatrice, la vera femmina che non muore mai, che non è quella che scende in piazza (ma le piazze nei borghi italiani non stavano prevalentemente in alto, appena sotto il castello?), ma la femmina archetipica, prima ancora che mignotta: l’ironia, l’ironia italiana sparsa ovunque come un prezzemolo da supermercato, buona a giustificare qualsiasi porcata o pochezza (perlopiù coniugate), a salvarsi il culo qualora cambiasse l’aria, si sa mai, a non farsi beccare in castagna quando la proposizione è lasca, fessa, improbabile: spesso e volentieri.
È arrivata la sera del 12 febbraio, la sera del teatro “Dal Verme” (ironico, anzi no), quello dell’enorme mucchio di pus che dirige “Il Foglio” – giornale pagato dai contribuenti, da te lettore (ma non lamentartene, cerca di essere ironico) – circondato da un certo Camillo Tristo, chierico rimasto traumatizzato da piccolo appena si è visto allo specchio, convinto assertore come il suo capo(doglio) purulento della probità del magistero del papa-sorcio (un tedesco non avvezzo all’ironia se non involontaria, ma di stanza in Italia da tanto di quel tempo che all’occorrenza – nel caso per es. improbabile che rischiasse di vedere la magistratura intromettersi nelle faccende della Banca Vaticana – pronto a una svolta anche lui), salvo rimestare le carte in corso d’opera perché se il prezzo da pagare alla coerenza protestante è la disfatta, sempre meglio darci dentro di cazzo e di bordelli non essendo stato eletto casualmente a sacramento l’esercizio della confessione – dalle parti loro, intendo, di Santa Romana Chiesa della domenica, e gli altri giorni chi s’è visto s’è visto.
Dopo la performance nel ventre del “Verme” insomma (teatro il cui nome non era tutto un programma come pensate voi che difatti non avete colto l’ironia), bello cucco e avvinazzato, s’è presentato in televisione (la7) dal duo Costamagna-Telese, giulivi e allegretti pure loro – siamo italiani – un altro dei paladini del mucchio di pus di cui sopra (bisogna dire, pura letteratura vivente, quest’ultimo: magnifico e irripetibile esemplare di correlativo oggettivo, una composta coprostatica riassunta  - si fa per dire - in una vis fescennina lì lì per sbrogliarsi in diarrea). Il paladino, certo Dajefoco, si sperticava in applausi, al “Verme”, dava di gomito al coprostatico spronandolo a una performance spettacolare, eroica; ignaro, il siciliano piromane, o forse incosciente, della sciolta in arrivo (una lezione su Kant a Umberto Eco, mica cazzi); più tardi, brillo, è arrivato in tv, s’è assiso, ha sorriso, s’è passato una mano sui capelli come a sistemarsi un riporto che fortuna sua non aveva, e l’ha detta. L’ha detta la parola magica, la parola passe-partout più sputtanata d’Italia dagli anni Ottanta a oggi dopo “libertà”: ironia. Ha sfoggiato un largo e furbesco sorriso e ha ammonito la Costamagna – un biondo traliccio elettrico imperturbabile -  che come al solito non si capiva il carattere “ironico” della performance. Ce l’aveva, Dajefoo, senza dirlo, con un certo genere di coglioni, quelli così apostrofati dal porcello di Arcore, quelli che avevano pensato di non votarlo, quelli che non avevano capito che il duce d’antan non faceva male a nessuno, avendo escogitato il “confino” non come una punizione bensì come una vacanza forzata per “rinfrescarsi le idee” (peraltro, ad alcuni toccarono in sorte paesini dal clima salubre, con vedute niente male, non come gli alberghi della costa abruzzese, notoriamente non il meglio della regione, cui il porcello era stato costretto dalla sfiga che lo ha attanagliato in tutti questi anni, a parcheggiare i terremotati aquilani).
Insomma Dajefoco, autore pare di romanzi pupari, rideva; rideva non dello sconcerto del traliccio – che non v’era – ma di quello immaginabile nella serie dei coglioni di là dallo schermo; e anche prima, mentre il liquame intestinale del capo(doglio) sommergeva il “Verme”, se la ridevano anche il cyborg Santanché, e il paleofascista ministro della Difesa, che s’è interrotto solo un attimo per pigliare a calci un altro coglione che si era permesso di fargli due domande sull’affaire Ruby, la zoccola del Rif, montagne care ai freak de ‘na vorta (le canne difatti fanno ridere). Il coglione era un giornalista, d’accordo, ma poco ironico. Io l’ho ascoltato Dajefoco, e debbo dire mi sono divertito; insomma mi sono istruito, ho imparato, sono persino arrivato a una conclusione. Che per gli altri, per i giornalisti che in questi venti anni di merda si sono astenuti dal fare domande, e che hanno fatto pure una redditizia carriera, mi piacerebbe immaginare una sobria Norimberga. Vorrei sentire quel mantra così poco liberale, “ho obbedito agli ordini”. Sarebbe spiritoso, quasi ironico. Ironicamente, la sentenza sarebbe forfettaria: dieci anni per uno a pulire i cessi, a scuola. La mascotte di Tremonti, la signora diventata avvocato in Calabria e assurta a (ironico) capo dell’Istruzione, sarebbe contenta per il risparmio. E dentro, nella composta aula di cui sopra, porterei anche il “bivacco di manipoli” e mignotte che in questi anni ha legiferato per noi.
Naturalmente, sono ironico.








 
Una speranza non la si nega a nessuno; ne ho una tutta per me. Mi auguro che non venga in mente a nessuno, fra venti o quarant'anni, di proporci versioni aggiornate della "Grande Storia", quella che 
abbiamo visto per anni su rai 3. Specie q
uel genere di puntate sui gerarchi fascisti o gli uomini del  fuhrer



12 feb 2011

da L'onda sulla pellicola

Nell’ufficio di Malerba in quel periodo di campagna elettorale c’era un via vai di giacche e cravatte coi fermagli d’oro. Molte, e riconoscibilissime, le vecchie teste di cazzo democristiane e socialiste che nel ‘94 avevano infilato il preservativo, si erano chiamate forzaitalia e l’avevano allegramente messo in culo all’altra metà del paese.







11 feb 2011

Philippe Djian - Incidenze

dal paradiso


Philippe Djian

Incidenze

Voland


copertina del libro
Protagonista di questo romanzo è una carissima carogna, un professore universitario quasi sessantenne, scrittore mancato, che passa da una studentessa all’altra, che le donne le scoperebbe anche da morte, cosa che quasi gli succede con una ragazza che dopo aver passato la notte con lui gli riappare al mattino stecchita chissà come chissà perché: ovvio e primo turbamento a parte, ci fa un pensierino su, Marc, poi lascia perdere e le chiude delicatamente le cosce – più che altro per sbrigarsi a occultare il corpo, della cui morte non ha colpa. Ma la colpa lui se la porta dentro a prescindere perché il vizietto nel suo ambiente non è gradito.
Senti echi di certo cinema francese in questo romanzo di Philippe Djian che pare scorrere attraverso il ripetersi quotidiano di una vita eccentrica ma a suo modo regolare: insegnamento – sesso con una studentessa - ritorno a casa dove il protagonista vive con una sorella di cui con l’andare avanti il lettore intuisce la verità inquietante. Le descrizioni sono secche, essenziali, precise, gli oggetti sembrano letti e ripassati attraverso successivi spostamenti dello sguardo in soggettiva e un’attenzione prensile; il paesaggio si impone non sai se come un’eco impressionista sulle vicende del protagonista o inventariato seguendo la lezione dell’école du regard. A tratti però le descrizioni si protraggono, come le digressioni, e marcano l’abulia del protagonista nella serie di interni ed esterni che rischiano di assediarlo - in certi momenti vorresti che la penna fosse in mano a Martin Amis. Ma come in quel cinema, un momento prima che decidi di averne abbastanza, ecco lo scatto: narrativo e stilistico insieme.
Il tran tran viene stravolto dall’incontro dell’uomo con la madre della ragazza morta: non per chissà quale scompiglio interiore dovuto al caso specifico, ma perché la donna, evidentemente di età di ben superiore a quella delle pischelle che il tipo suole portarsi a letto, dispone di qualità che Marc non aveva mai trovato sino a quel momento.
È solo allora che accetta finalmente l’idea di non avere nessun talento come scrittore, e la rivelazione gli giova, si sente salvo, si accontenta di essere un bravo insegnante, di portare qualche studente “al livello medio della produzione attuale (…)” visto che “le regole sono abbastanza facili, i primi posti non sono forse occupati da pessimi individui, più lesti di una scimmia?”)
Mentre qualche sospetto sulla morte della ragazza comincia a farsi largo intorno a lui, il suo capo – l’accademico imbecille e invidioso che non capisce niente di letteratura e (perciò?) gode di pieni poteri – minaccia di cacciarlo per le imbarazzanti avventure di letto e ne approfitta per corteggiare la sorella (“ci sarebbe voluta una legge contro sorelle di quel genere, sempre incredibilmente in grado di stanare quello con più rogna del circondario, il fidanzato più ignobile nel giro di cento leghe, lo stronzo assoluto destinato a rovinarti la vita per secoli”); ma il ricatto produrrà un esito tragico, scoprendo il lettore che in realtà la convivenza del protagonista con la sorella non si fa mancare i piaceri umbratili e cupi del sesso. Tremendo finale che non sveliamo. Uno scrittore di talento, Djian.


Michele Lupo
GustosoGustoso

I fuoriusciti

http://www.stiloeditrice.it/sito/index.php?option=com_content&view=article&id=330:lupo-michele-i-fuoriusciti&catid=53:nuovelettere-&Itemid=60

ricordo, per chi avesse difficoltà a reperire il libro, che può sempre ordinarlo online
- e anche direttamente all'editore senza spese di spedizione

questo poi è l'elenco dei distributori della Stilo regione per regione

  • C.P.E. - Centro Promozioni Editoriali Srl, S.S. 96 km 117+810 - 70026 Modugno (BA) - tel. +39 080 5354760 - fax +39 080 5309735, email:info@cpedistribuzione.com (Puglia, Basilicata e Calabria).
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9 feb 2011

Un'intervista

grazie a Katia Ciarrocchi per questa intervista che mi ha fatto a proposito de  I fuoriusciti  e non solo su 
http://www.liberolibro.it/a-tu-per-tu-con-michele-lupo-autore-de-i-fuoriusciti-storie-di-fughe-ritorni-e-trascurabili-vendette/


A tu per tu con Michele Lupo, autore de “I fuoriusciti. Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette”

9 febbraio 2011 |
- “Michele Lupo, critico letterario, scrittore, insegnante e quant’altro la sua creatività necessità di confrontarsi”, sintetizzando ti presenterei con le parole sopracitate, ma mi chiedo: se Michele Lupo si dovesse raccontare come lo farebbe?
Critico letterario direi di no, leggo libri e mi limito a tenerne una qualche traccia. Per quanto mi riguarda, temo di essere un nevrotico che cerca di trovare scampo nella scrittura, propria e altrui.
- Non sei nuovo dell’editoria, hai in attivo un saggio su Boccaccio e un romanzoL’onda sulla pellicola: come ti rapporti con le case editrici, cosa pensi dell’editoria a pagamento?
Con le case editrici è una fatica di quelle eroicomiche. Molti non sanno fare il loro mestiere, nemmeno promuovere ciò che fabbricano. La cosa più comica di tutte è l’assillo con cui cercano di classificarti: ben prima di decidere se la tua scrittura è buona oppure no debbono capire come potrebbero piazzarti. Poiché io sono inclassificabile, capisci che le difficoltà aumentano… Poi ci sono quelli che non solo ti chiedono soldi ma pretendono pure per contratto che tu faccia lo scemo in giro, in modo da attirare l’attenzione. Una volta, negli uffici di un editore romano ho provato a farlo con sua moglie ma non ha apprezzato – lui.
- Scrivere Boccaccio, uscendo della retorica, non è cosa facile. Come nasce il tuo saggio su Boccaccio?
Dalla tesi di laurea. Amavo il comico. Leggevo Bachtin. Pensai che fosse un modo, il carnevalesco – categoria allora declinante ma ancora spendibile nei sonnolenti ambienti accademici – per tirar fuori “il boccaccesco in Boccaccio”, come scriveva Guido Almansi, ossia il suo proprium, benché tenuto fuori dalle aule scolastiche. Bachtin e Foucault e Bataille come lasciapassare per ricordare che nel Decameron innanzitutto e perlopiù si scopa. Furono tutti contenti. Vittore Branca – un’autorità mondiale in materia – mi inviò una lettera che conservo gelosamente in cui registrò che avevo scritto le parole definitive sul parodico in Boccaccio. C’est tout.
- Alain Elkann, scrittore e giornalista, ha detto: “Chi ha letto dei libri e ha il gusto della lettura certamente si trova meglio di chi non li ha letti, perché leggere libri è come laurearsi continuamente, come continuare ad andare avanti, a studiare, a conoscere, nulla ti insegna più dei libri.”
Credi sia fondamentale leggere per divenire un buono scrittore?

Mi pare il minimo. Se vi sono eccezioni, appartengono al calcolo delle probabilità.
- Recensisci libri importanti, le tue letture non sono mai banali e riesci ad essere critico rispettando sempre l’autore; come ti poni, tu scrittore, dinanzi alle critiche soprattutto se negative?
Medito. Porto pazienza.
- Quali letture credi fondamentali per la formazione di uno scrittore?
Ognuno ha le proprie. È utile anche la lettura dei cattivi scrittori: quando un libro non ti convince, impari quello che non devi fare.
- Ti metti in competizione, – perché il mondo dell’editoria è una competizione non facile viste le uscite annuali di libri -, con una raccolta di racconti, I fuoriusciti, non credi possa essere una scelta azzardata visto che i lettori preferiscono in gran lunga romanzi a raccolte di racconti?
Negli anni ho scritto un po’ di racconti e ora mi era venuta voglia di metterne insieme qualcuno. Leggo e scrivo da tempo, il rischio lo conosco. A fine anno, la Edilet pubblicherà un racconto lungo – o romanzo breve, non saprei bene come definirlo. In mezzo, spero per maggio, un romanzo vero e proprio, il cui passo forse mi si addice di più.
- C’è un abisso, narrativamente parlando tra “Gatti del sud” e “Ego te absolvo”, sia stilisticamente che nella trama, mentre il primo è un racconto che vive e permette al lettore di viverlo, il secondo sembra più un flusso di coscienza. Non credi che questa differenza di narrazione sia penalizzante? Con quale criterio hai scelto i racconti da inserire nella raccolta?
Ne ho proposti una decina all’editore e lui ha fatto delle scelte – non le ho condivise completamente, ma abbiamo trovato un punto d’intesa. Approfitto della tua osservazione per farne una a mia volta – ribadita più volte. La differenza di lingua, tono etc è per me tutt’altro che accidentale. Per me, sono la storia e i personaggi a fare lo stile, non l’autore. Si dice che uno scrittore debba trovare la propria voce – è un assunto un po’ specioso. Dipende dal libro. Se riesco a sparire dietro un personaggio, credo di aver lavorato al meglio. Cerco la sua voce, non la mia. Poi può darsi che la sua e la mia si assomiglino, succede suppongo ne L’onda sulla pellicola, il mio primo romanzo, e probabilmente ancor più nel terzo, che sto rivedendo. Se non avessi la possibilità di giocare con queste voci per farne emergere una qualche verità profonda, non mi divertirei.
- Ne I fuoriusciti penetri la mente umana, soprattutto in personaggi “contrari, usciti”, descrivendo paturnie e disordini inerenti al mal di vivere. A tuo avviso cos’è capace di fare la mente umana se lasciata libera di agire?
Nel peggio non le è precluso nulla, lo insegnano i ducetti e le maggioranze silenziose che li appoggiano – i criminali disperati e soli possono essere più dignitosi. Nel meglio nemmeno, ma questo vale per i pochissimi che hanno concepito l’inconcepibile. Al riguardo vorrei dire che bisognerebbe avere rispetto per la vera grandezza (l’ammirazione oggi sembra fuori portata). Mi pare che la democrazia liberale – almeno in Italia, se v’è mai stata – abbia appiattito le differenze non meno di quanto abbia fatto il socialismo reale, solo che così la vanità di ognuno può farla da padrona. S’inventano grandi scrittori da tutte le parti, ma se ne citi uno grande davvero ti dicono, i nostri che tali si credono, che guardano l’Isola dei famosi. Questo modo di credersi snob è una cosa da idioti.
- Qual è la più grande aspirazione di Michele Lupo, ma soprattutto cosa vuol trasmettere al lettore?
Raccontare personaggi indimenticabili, anche pessimi, ma possibilmente più vivi dei troppi mai nati che ci circondano.
- In cantiere hai un secondo romanzo, Rosso in fuga, cosa ci anticipi?
Una gran brutta storia. Anzi, due in una, e altre limitrofe. Sottobosco editoriale e sentimenti estremi. Humour nerissimo più che noir: un’ilaro-tragedia, con tutto il riguardo possibile per l’inarrivabile Giorgio Manganelli.
Grazie Michele per la disponibilità che mi hai riservato. Sono certa che “I fuoriusciti” non mancherà di entusiasmare raggiungendo così il meritato successo.
a cura di Katia Ciarrocchi


7 feb 2011

Pessime notizie dal fronte scuola

I più non lo sanno – di solito in Italia i più non sanno né vogliono sapere niente che non sia strettamente legato alla pizza davanti alla partita in diretta – ma se c’è un peggio del peggio nell’opera di sfascio del paese di questi anni sta proprio dalle parti della scuola. Parlo dei contenuti ma anche dei metodi: si sarebbero detti una volta autoritari, ma non sta bene, t’insorge subito un Ostellino o qualche altro anticomunista sfegatato del Corsera a ricordarti i gulag, le purghe i baffoni certo poco moderni di quello lì. Con Craxi si definirono decisionisti. Oggi semplicemente “governo del fare”. E che ti fa la mascotte aizzata dai nani di Palazzo Chigi? Gli aumenti ai meritevoli – che a Torino e persino nella Napoli malfamata e traboccante di monnezza hanno deciso di non volerli – lei glieli dà per decreto. Beccatevi ‘sti euro, masochisti che non siete altro.

6 feb 2011

Marco Belpoliti - Pasolini in salsa piccante - Guanda

Questa recensione l'ho scritta per la rivista lankelot.eu di Gianfranco Franchi




Un libro sbagliato




“Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini… Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”.
Sono passati alcuni mesi dall’uscita del libro di Marco Belpoliti Pasolini in salsa piccante. Ora le polemiche si sono allentate, ma il libro, accompagnati dalle fotografie di Ugo Mulas, non ha smesso di lasciare perplessi. Non tanto per la sua tesi di fondo – opinabile ma non inusitata, secondo la quale “l’omosessualità rimossa di Pasolini (…) costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi”, quanto perché da essa Belpoliti ne desume una conclusione che concerne non la dimensione simbolica dell’affaire Pasolini ma la realtà dei fatti – segnatamente quelli riguardanti la sua tragica fine. La stessa cui pure gli avversari teorici di Belpoliti a suo avviso non avrebbero saputo guardare con la necessaria lucidità proprio per un fraintendimento concettuale (ipocrita o in buona fede, al momento consideriamolo secondario) che trasfonde l’esperienza letteraria e civile in indebita congettura politico-giudiziaria.
Ha ragione il sociologo milanese quando sostiene che  Pasolini, per il modo in cui è morto, costringe molti a una sorta di ricatto. Passata l’età delle demitizzazioni a tutti i costi, non pare un colpo di genio iscriversi al partito dei fedeli a oltranza. Si sta tra fanatici sostenitori senza se e senza ma e detrattori barbosi. Vero che non se ne può più del santino, ma la stupidità di chi non coglie la congerie di snodi culturali che partono da Pasolini merita una cordiale pacca di consolazione sulle spalle.
Personalmente non mi sento offeso dalle frasi di Belpoliti del genere di quella riportata all’inizio; altri sì. Pasoliniani fino in fondo, si direbbe, intanto perché assumono dell’autore di Petrolio (romanzo postumo che ha provocato uno smottamento sensibile e mai concluso sul terreno della lettura politica di vita e morte di Pasolini stesso) la vocazione a un approccio meno illuministico alle cose – un di meno di razionalismo, un di più di sangue e sacro (talché questo paese galleggia in un oceano di emotività e niente vi è attualmente inviso come il ragionamento – Pasolini non c’entra forse, ma il pasolinismo sul modello del morettiano Caro Diario certamente sì). Peraltro, se c’è uno scrittore, un intellettuale, che della contraddizione ha fatto a sua volta un sistema, costui è Pasolini. Perciò un uomo adulto e mediamente dotato lo si dovrebbe immaginare abbastanza travagliato nelle sue di contraddizioni perché possa abbracciare in toto quelle di un altro senza con ciò testimoniare in diretta e irreparabilmente di non essere né adulto né mediamente dotato. Insomma, la partita fra i partiti Pasolini sì-Pasolini no, poco la capisco se non smettendo di prendere sul serio i suoi giocatori. Trovo quindi più che ragionevole, sensatissimo, che il sopravvalutato poeta friulano nonché autore di almeno un film, Accattone, splendido, romanziere improbabile e intellettuale e critico e poligrafo a volte geniale a volte involuto venga affrontato senza fronzoli sentimentali – ormai è tempo, d’accordo.
Quello che non convince affatto in Pasolini in salsa piccante è che (nonostante il dimenarsi ermeneutico di Belpoliti fra elementi biografici, materiale fotografico, letture testuali) la sottolineatura della sua omosessualità quale segno precipuo della sua visione delle cose, anche fosse dimostrata in modo incontrovertibile (e avrei qualche dubbio al riguardo) la si pretende buona per concludere che la sua morte fu solo una questione di froci.
Molti a sinistra hanno temuto in questi anni di chiamare le cose con il loro nome, cosa che, ricorda Belpoliti, sapeva fare Arbasino quando ancora era Arbasino (che pure del pederasta – non aveva timore di chiamarlo così - era amico); vero anche che molti dei fedeli a oltranza di cui sopra non sanno bene come mettere insieme l’artista a caccia di avventure erotiche con certo moralismo di ritorno e il politicamente corretto sempre più insicuro di questi anni. Spesso queste contraddizioni invece di essere prese in carico dai loro portatori, si tacciono assieme a quelle del santino Pier Paolo. Ma il corto circuito che Belpoliti aggiunge fra la ri-lettura di un Pasolini omosessuale che farebbe da scaturigine a tutta la sua opera, e la convinzione quasi certa (esemplata su quella di Nico Naldini, cugino di Pasolini) che dietro alla sua morte non ci fosse alcun complotto politico, nessuna matrice oscura legata alle vicende Mattei–Cefis adombrate nel romanzo postumo, e/o ad ambienti fascisti legati ai servizi segreti, insomma al solito anti-Stato nello Stato che ha fatto la nostra triste storia, be’, questo corto circuito lascia a dir poco perplessi perché è un salto incongruo dal simbolico al fattuale: un errore rovesciato e speculare all’altro.
Non voglio chiedermi cui prodest, come ha fatto per esempio nei mesi scorsi Carla Benedetti; non voglio vedere “dietro” il libro di Belpoliti chissà quale operazione “moderata” (qualcuno addirittura ha chiamato in causa il Partito Desolante, e una volta tanto lasciamolo morire in pace). “Se Naldini, Belpoliti e altri – scrive la Benedetti - sono così certi che non c’è più nulla da scoprire, perché non ci dicono allora chi erano gli “ignoti” che presero parte all’omicidio di Pasolini? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto. Come se temessero l’emergere di un’altra verità.” Non mi avventuro su questo terreno che ho già definito scivoloso; marco solo la precarietà esegetica del saggio di Belpoliti. Pasolini era un coacervo di incoerenze; l’oltranza del suo desiderio, si sarebbe detto un tempo, la sua pulsione di morte, possono averlo condotto verso un’avventura, quella della tragica notte del ’75, oggettivamente più insidiosa di altre, ma sono fatti anche le incongruenze legate alla ricostruzione dell’omicidio, sono fatti anche le versioni stagionali di Pelosi, il suo assassino. Mangiarsi il santino in salsa piccante e smetterla con la mitizzazione ingenua è un ottimo proposito, smontare l’edificio degli indizi a carico di un’ipotesi politica dell’omicidio quando si basano solo sulla letteratura (ancora Petrolio), anche; resta però che Belpoliti per mettere una pietra sopra a vita e morte di Pasolini e rubricare la seconda come una tragedia dovuta a un banale incontro sessuale, si avvale di una lettura, la propria, che è tutta letteraria: quella del Pasolini ossessionato dal corpo, che attraverso il corpo interpreta la realtà (“metodo semiologico-visivo attraverso il quale osserva i segni, i comportamenti, i gesti”). Un poeta che biasima la consumistica libertà sessuale degli etero perché viene così a mancare “la disponibilità alla pratica omosessuale” dei ragazzi diventati ai suoi occhi, non casualmente, brutti – questo secondo Belpoliti. Che sconcerta: poiché Pasolini, quel che dice e quel che fa, ha sempre e solo una matrice (omo)sessuale, non poteva che morire andandosi a cercar la bella morte dell’esteta. Ci siamo persi qualcosa in mezzo?

MICHELE LUPO
http://puntocritico.eu/?p=1038



michele lupo I fuoriusciti

recensioni

Stilo editore, Pag. 130 Euro 10,00


copertina del libro
Sull’orco Lupo inutile aggiungere alcunché: parlano i suoi articoli e le sue recensioni. Ma questo continuo confronto ha portato l’autore a specificar(mi) che i racconti di questa antologia, scritti in tempi diversi, mostrano stili diversi.
Probabile – ed il mio personale riscontro conferma la tesi, anche se la distanza tra gli scritti è assai meno evidente di quanto si possa pensare – ma quel che mi preme sottolineare è l’universalità dell’azione letteraria.
Cerco di chiarire: l’autore ‘sfoggia’ spesso la prima persona, ma chi parla è diverso dal narrante, nel senso che Lupo si scinde in innumerevoli personaggi, più volte lontani dal proprio sé (bambino, donna, ragazzo, uomo, sacerdote) per essere comunque mondo.
Molti scrittori ‘utilizzano’ questa tecnica per rappresentare il presente o, come si dice nel sottotitolo, per raccontarstorie di fughe, ritorni e trascurabili vendette. A ben vedere: ma c’è il rischio (rischio che vedo tutto mio, nell’approcciarmi personalmente alla materia) di atomizzare la realtà, di renderla meno identificabile, proprio perché troppo eterogenea.
Ma è il classico pelo nell’uovo (anzi, e ripeto, una mia personale visione della narrativa): ne I fuoriusciti c’è ben altra materia e lingua, finalmente, viva e scarnificante (che bello quel passaggio in ‘Ego te absolvo’ in cui il personaggio principale, un sacerdote, ‘mistifica’ in qualche modo la propria ‘sapienza’ linguistica elargendola a secondi: Perché nonostante i buoni risultati scolastici, nulla lasciava trapelare una seppur vaga inclinazione alla riflessione filosofica, alla pruderie intellettuale (il giorno dell’esame di maturità classica, davanti ad un uditorio stupefatto, udii per la prima volta pronunciare quel termine da un amico, evidentemente più preparato di me).
Il mondo – così parcellizzato – di Lupo è davvero nevrotico, sia se si tratti di Enrico che cerca un affrancamento dai propri fallimenti tentando un ricatto ai danni di una sua ex fiamma (‘Il babysitter’), sia se si tratti di una donna preoccupata dell’attitudine un po’ mignottesca della sorella (‘La sciarpa verde’), sia se si tratti di un disoccupato che alla fine si ritrova a rubare un paio di pantaloni (‘Cimento del tempo libero’) sia se si tratti di Marta che all’improvviso ha rinunciato a vivere (‘Congedo’).
Fuori discussione la bellezza dei due racconti centrali. Si avverte nei ‘Gatti del sud’ la compiutezza narrativa (sarà che forse c’ho visto una evidente impronta autobiografica?), il fluire cospicuo delle sensazioni che soprattutto nella parte finale rasenta la partecipazione emotiva da parte del lettore. E anche in ‘Ego te absolvo’ l’innominabile assunto di un sacerdote diventa certificazione oggettiva di una cristallina sostanza della lingua.
Come si diceva all’inizio: sull’orco Lupo inutile aggiungere alcunché. O nulla di più.

Alfredo Ronci
GustosoGustoso









Stipendi bloccati a vita

4 feb 2011

MAURIZIO DE BENEDICTIS



MAURIZIO  DE BENEDICTIS
Da Paisà a Salò e oltre. Parabole del grande cinema italiano.
Avagliano Editore  Pag 584  € 25,00

Libro dalla mole impegnativa, ricco però di spunti, riflessioni, analisi che, invece di ammorbare il lettore su minuzie da cinefili che spesso nella saggistica cinematografica rischiano l’autoreferenzialità, cercano nel cinema dei grandi registi italiani un’immagine che sia una specie di valore-mondo.
Che si tratti di Pasolini o di Rossellini, di Eduardo o di Antonioni, di Fellini o di Citti, in questo volume dell’editore Avagliano Maurizio De Benedictis descrive e cerca di dare significazione al grande cinema italiano nell’arco di un trentennio importantissimo, in certi casi formidabile, senza dimenticare le profonde differenze di sguardo e metodi e interpretazioni che i nomi sopra citati hanno dato della nostra storia.
L’aspetto più interessante che rende Da Paisà a Salò e oltre un libro davvero importante è la capacità dell’autore di tenere insieme il livello alto della ricerca attraverso le immagini, le tecniche, il modo di girare di ogni regista con la ricchezza di aneddoti e racconti riguardanti ciascuno di loro: la sintesi non è peregrina perché attraverso la congerie di apporti eteroclitii, De Benedictis ci fa entrare nel laboratorio creativo con una sensazione di concretezza anche fisica, materiale del lavoro cinematografico. L’analisi è stilistica e tematica a un tempo, scorre dall’oggetto filmico ai suoi referenti esterni. Tutto fa insomma tranne che isolare il cinema dal contesto di insiemi artistico-letterari che lo precedono e lo premettono (cosa che nella giovane pseudocritica odierna succede spesso: il cinema mondiale non attraversa una fase splendida, la critica segue a ruota - o sarà il contrario? è quello che una volta si chiamava orizzonte d’attesa a esser crollato? -: come già detto tempo fa su queste pagine, i giovani che oggi si affacciano al cinema lo fanno spesso via Dams, preferendo però l’ultima lettera dell’acronimo ossia non avendo la più pallida idea di, in ordine sparso, storia, e storia della letteratura, e della pittura etc). Né il lavoro di De Benedictis dimentica l’apporto della psicoanalisi, o delle neuroscienze, o delle tecniche attoriali (per gli appassionati non solo di cinema, ma anche di antropologia italiana, un interessantissimo studio su Alberto Sordi). Ma soprattutto molto si guarda alla realtà in divenire e in brutale trasformazione che si andava facendo dall’Italia del conflitto mondiale a quella degli anni Settanta. I nostri grandi registi lo sapevano, perché innanzitutto la guardavano, la osservavano, per poi raccontarla o reinventarla a modo loro, e lo sa l’autore di questo bellissimo saggio. Non solo per addetti ai lavori.

2 feb 2011

Su S. Ocampo - LPELS

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/02/02/silvina-ocampo-uninnocente-crudelta/#comments

Silvina Ocampo
Un'innocente crudeltà
La Nuova Frontiera Editore

Nemmeno essere dentro e in prima fila nella  «scuola di Buenos Aires» e dei «cuentistas», gli scrittori di racconti fantastici che di tanto prestigio hanno goduto in Europa ha fatto crescere più di tanto l’apprezzamento di Silvina Ocampo fuori dalla cerchia ristretta di pochi cultori forse non meno eccentrici di lei. Né, ogni volta che se n’è scritto o parlato, si è riusciti a evitare il riferimento alle sue prestigiose e ingombranti parentele, dalla sorella Victoria al marito Adolfo Bioy Casares, autentiche star della letteratura argentina del secolo scorso - per non dire dell’amicizia con  Calvino, Wilcock o De Chirico di cui fu allieva pittrice. Ancora, assieme al marito e a Borges, la Ocampo realizzò la celebre «Antologia della letteratura fantastica». Forse questa singolare scrittrice, capace di visioni strambe ed ellittiche ma spesso infallibili, avrebbe meritato uno spazio  nel pantheon letterario meno incerto e sospettoso di quello che le è toccato in sorte.
La scrittura di Ocampo (pittrice più che potenziale…) è una festa per gli occhi, spesso le sue scene sono piene di dettagli, di vere e proprie collisioni visive che di colpo si risolvono – e certo Borges c’entra – in un esito metafisico improvviso e imprevisto. Rispetto alla voga sudamericana che avvinse molti lettori italiani alcuni decenni fa, nell’arte di Silvina Ocampo, almeno in alcuni dei racconti qui presenti vi è però qualcosa che in parte spiega la mancanza di un pubblico numeroso. A volte v’è un che di eccessivamente concettoso, una certa freddezza quand’anche non priva di sinistra amabilità che mentre decifra e misura la distanza fra le persone, specie fra gli adulti e i bambini (filo conduttore di questi racconti) di fatto impegna il lettore su un piano che non è quello dell’empatia con i personaggi – spesso le loro azioni disorientano, i bambini di questa raccolta essendo imprevedibili, appunto innocentemente crudeli. Così possono disorientare le scelte stilistiche della scrittrice, specie per i lettori frettolosi di oggi. Non aiuta il compiacimento intellettualistico per uno humor raffinato quanto elusivo, che rende problematica la partecipazione alla già misteriosa crudeltà dei bambini. Essa sembra provenire da un mondo altro, in una versione peculiare di un fantastico a noi prossimo, più sinistro che magico, di ragazzini beffardi pronti a creare effetti di realtà in alcuni casi illuminata di una luce nuova e mai vista prima; la condensazione delle immagini permette di esplorare microuniversi della coscienza vertiginosi, ma altre volte invece queste storie non sfuggono all’impressione di una eccessiva preoccupazione stilistica in cui le cose si perdono nell’ordito dell’artificio letterario. I racconti sono quasi sempre molto brevi, di diseguale valore e costante enigmaticità. Come, è spesso stato notato, la personalità della scrittrice porteña. Però vale la pena di leggerli.



1 feb 2011

Livio Viola


Livio chiude il quaderno e lo vede, lo vede che nuota a fatica sul filo di luce e a ogni bracciata cerca di scrollarsi l’ombra di se stesso che gli si curva sulle spalle - e annaspa, il tontolone...
Il barista del traghetto, un ragazzo sui venti-ventidue anni, tra un caffè e l’altro e con un mignolo cavato in un orecchio, lo guarda con occhi curiosi. Serve le colazioni con l’aria assorta, sebbene si sia formata una discreta fila e non ci sia nessuno alla cassa. Gli getta ancora un’  occhiata. Si chiederà dov’è che lo ha visto, quel tizio, che maneggia penne libri quaderni e guarda a sua volta la gente che passa. Perché lui deve averlo già visto, sembra sicuro, e più di una volta, sullo stesso traghetto, forse, o forse no - Stromboli? O non è quello che avevano pescato senza biglietto a Lipari con un’americana che aveva poi pagato la multa per lui?
 Livio si alza, gli va vicino mentre il tipo batte alla cassa un latte macchiato. - Hai da accendere? – gli domanda. Il barista non risponde e lo costringe a ripetere la domanda, questa volta accompagnata da un gesto inequivocabile con il pollice. Dopodiché estrae un accendino da una tasca e colloca la fiammella sotto la sigaretta. Livio china il capo leggermente, aspira il dovuto e accenna una specie di ringraziamento. – Ecco, bravo – gli fa. E’ una giornata delle sue, una di quelle in cui gli altri sono di troppo. Una di quelle giornate in cui vorrebbe salpare verso una rotta che non trova priva di umani fantasmi come lui, dove l’esistenza sia ridotta a una trama dimenticata di trapassate afflizioni e larve abbiosciate nel ricettacolo profondo del mare. Non lo ritiene un gusto catastrofico, il suo, anzi, è per non partecipare a quello inconscio degli altri che preferirebbe vederli placarsi in una quiete mistagogica, un assurdo, una mirabilia. Un augurio, forse.
Il barista continua a fissarlo.
- Che c’è? – fa Livio. – Anche tu ti stai domandando se sono esaurito?
L’ altro non risponde.
- Visto che ci tieni, ritengo di essere piuttosto preciso affermando che soggiorno stabilmente in una zona liminare, se capisci cosa intendo.
Il barista lo guarda con un senso di impotenza negli occhi e non dice una parola.
Livio sbuffa. - Di confine, va bene?
- Guarda che è muto – dice un ragazzo che aspetta alla cassa.

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