27 giu 2010

Il neo-ministro di non si sa che, certo Brancher, già condannato in appello ai tempi di Tangentopoli e poi prescritto grazie alle avventurose leggi del suo padrone (o viceversa?), ha detto "L'Italia perde i Mondiali e se la prende con me..."
Poi dice cha la satira è in crisi.

23 giu 2010

Agorà, il brutto dell’avere ragione.






Ultras come talebani d’epoca – si chiamavano Parabolani, sempre in bilico  come succede non di rado nel Cattolicesimo sul crinale che separa la stupidità dalla protervia, con la Croce bene in vista, in questo polpettone fumettistico, Agorà, diretto dall’incerto Alejandro Amenábar.
La forma-macchietta è in parte necessitata dal soggetto - non Ipazia evidentemente, astronoma, matematica, filosofa “insegnante di strada” interprete del Neo-platonismo, che qui fanno temo un po’ troppo bella (l’attrice è Rachel Weisz) e crucciata fra cerchi ed ellissi come una padrona di casa che non sa come sistemare tavolo e posate per gli ospiti – non lei, ovvio, una delle migliaia di vittime dei tiranni che hanno parlato e legiferato in nome di Dio (qualcuno mi sa dire se conosce una parola più pesante di questa, “Dio”?); la tragica macchietta è quella dei servi di quei tiranni, solerti nel far schizzare sangue altrui sui muri di palazzi che dovevano essere splendidi, di pagani innanzitutto, non disdegnando lo squartamento di budella di opposti servitori del Signore, un altro, va da sé, non meno gravoso, non meno incazzato – questi Dei in versione monoteista avendo in comune un certo animo avvelenato, bisogna dire.
Il film, accampato nel solito rassicurante formato kolossal, illustrativo, kitsch (fatto caso che la parola è in disuso? forse perché è stato sdoganato definitivamente e sottratto al ludibrio dai Baricco, Giordano e Adelphi in caduta libera scambiati per letteratura?) vorrebbe poi farsi prendere sul serio quando ci mostra la fascinosa Ipazia nel corpore vili delle sue speculazioni. E proprio non ce la fa.
Di interessante, volendo, emergerebbe certa psicologia cattolica, anch’essa oggi trascurata dal “dibattito pubblico”: la lezione nietzscheana dell’omino risentito, impotente o mal attrezzato (non soccorre alla bisogna la verifica empirica dell’impazzimento pedofilo di canoniche sparse a ogni latitudine?), intimamente orientato verso una naturale schiavitù più che al libero esercizio del pensiero. Lo schiavo personale della scienziata infatti vede nel Cristianesimo la possibilità di sottrarsi alla sua condizione, ma intimamente resta invischiato in una colluvie di idee e sentimenti torbidi, violentissimi. Che sia inventato, lo schiavo, non è il fallo peggiore dell'a tratti risibile ricostruzione storica.

Epperò di questa coraggiosa figlia di Teone d’Alessandria, con il quale nella leggendaria biblioteca sottrassero l’opera di Euclide all’obio, l’unica matematica di cui si ebbe contezza per un millennio, della quale scrisse Leopardi, che Raffaello volle dipingere nella maschilissima “Scuola di Atene” dei Palazzi Vaticani  sotto le sembianze dell’efebico Francesco Maria della Rovere, nipote di papa Giulio II, per sottrarsi all’ira dei cardinali, dislocandone la figura in una zona più defilata rispetto al progetto originario, di questo personaggio formidabile insomma Amenabar ci offre una versione da fiction televisiva, tanto più pecoreccia quanto più patinata – una plastica digitale tardo hollywoodiana, impregnata di ridicolo sangue di teste mozzate rese vieppiù gratuite dal fatto che i Parabolani quelli veri, aizzati dal Vescovo Cirillo (uno che hanno fatto santo, perché si sa, quanto al peggio, la Chiesa non si fa mai mancare niente) la donna la squartarono viva con conchiglie affilate (o gusci di ostriche, stiamo lì) laddove nel film viene solo soffocata dallo schiavo innamorato e lapidata quando è gia in volo per l’aldilà – non il paradiso evidentemente (fra le tante cose che Madre Chiesa non ci ha ancora spiegato è che cosa succede alle anime sfigate per le quali essa ha chiesto scusa secoli dopo avendo commesso un errore di valutazione in vita: si è fatto in tempo a sottrarle all’Inferno o chi si è visto si è visto?)
Pare che il ritardo nella distribuzione del film sia dovuto ai malumori del Vaticano (stanno sempre neri da quelle parti). Ha ricordato di recente Umberto Eco come durante l’Udienza Generale del 2007 Papa Benedetto XVI abbia fatto “un ritratto a tutto tondo di Cirillo, omettendo proprio l'episodio dell'assassinio di Ipazia raccontato nel film: evidentemente nella Chiesa c'è dell'imbarazzo”.
Eccessivi, come sempre, dalle parti di via della Conciliazione. Zelanti nei momenti sbagliati.
Ma vale la reciproca. Film così ottengono l’effetto contrario a quello  perseguito dal regista che voleva contrapporre la liberà dell’esercizio critico al fondamentalismo dei soliti noti. Un messaggio così ovvio viene mortificato infatti da una scrittura banale, di cui si può facilmente notare il manicheismo, falsificata in ogni suo fotogramma – persino  da una colonna sonora improbabile, data in pasto agli spettatori corrivi che hanno bisogno di Dan Brown per fare i conti con secoli di brutte storie e menzogne.
Per questo scopo basterebbe far girare la notizia che Monsignor Rino Fisichella, vescovo e rettore della Pontificia Università Lateranense, a proposito dell’ostia consacrata ricevuta da Silvio Berlusconi nel corso dei funerali di Raimondo Vianello ha dichiarato: «I divorziati che si sono risposati una seconda volta civilmente non possono accostarsi alla comunione.  Ma con la separazione dalla seconda moglie Berlusconi è tornato ad una situazione, diciamo così, ex ante”.
Fantastico no?
Be’, basterebbe sapere che c’è chi ha definito “sottigliezza dottrinale” questa uscita. Basterebbe invocare un po’ di zelo nei momenti giusti. Basterebbe rimandarli a scuola. Di logica, di pudore.

M


19 giu 2010

José Saramago


Ricordo Saramago linkando questa intervista. La lucidità da una parte, la menzogna delle cosiddette democrazie e delle religioni dall'altra.
http://www.radicali.it/view.php?id=70229

18 giu 2010

Prova Invalsi e... oddio, ancora lui, il Piccolo della sinistra


















In questo documento ("Un sistema di misurazione degli apprendimenti per la valutazione delle scuole: finalità e aspetti metodologici" ) del dicembre scorso, possiamo leggere il senso del progetto:

“A regime, le prove dovranno essere somministrate all’intera popolazione scolastica delle classi di riferimento”; verrà costituito un “ranking provinciale, regionale e nazionale rispetto a tutte le scuole o alle scuole dello stesso tipo, costruito sulla base della media o della mediana dei risultati dei rispettivi studenti”. I risultati alle prove verranno correlati sulla base della “predisposizione di un’Anagrafe Scolastica Nazionale che segua nel tempo tutti gli studenti consentendo di abbinare la loro performance alle caratteristiche delle scuole frequentate e degli insegnanti incontrati, nonché a dati di fonte amministrativa sulle caratteristiche demografiche ed economiche delle loro famiglie”. Ciò permetterà di “disegnare un sistema di incentivazione che premi i singoli operatori della scuola in funzione del conseguimento di obiettivi relativi agli studenti con i quali essi siano entrati direttamente in contatto” e parallelamente di agire su “a) Reclutamento e rimozione dei presidi sulla base della performance ottenuta. b) Reclutamento e rimozione degli insegnanti” fino in casi estremi “all’accorpamento o alla chiusura della scuola”.

Chiaro? 

A parte che con la manovra finanziaria tutto ciò che concerne migliori retribuzioni agli insegnanti va a puttane (come non potrebbe essere diversamente con questo governo), si è impressionati dalla lucida dabbenaggine del progetto stesso - peraltro organizzato in un modo cervellotico e farraginoso -, che pretende (al costo di diversi milioni di euro ogni volta) di individuare standard didattici simili fra una scuola della Milano bene e un barcone di figli di disperati fuggiti da guerre e miseria. Prove uguali per tutti, insomma, e più soldi a quelli che possono vantare "risultati migliori" (per es, un congiuntivo al posto suo e non dove lo mette la signora Gelmini, che però è fuori concorso, avendone già vinto uno a Reggio Calabria come avvocato dopo averlo perso dalle parti sue, che pure hanno goduto negli anni di una sicura crescita del Pil grazie ai trasferimenti da una scuola all'altra (private) della stessa signora Gelmini una volta constatato (sempre la sfortunata signora) che il liceo statale era al di sopra della sua portata).




La manovra, come detto, azzera tutto. In un certo senso, il suo autore, lo stesso guarda caso che comanda l'istruzione, il Tremonti che cercano di far passare per genio e che è solo un nemico dell'umanità e dell'intelligenza aveva previsto e preparato tutto: gli Invalsi diranno quanto somari siano gli insegnanti e l'opinione pubblica troverà che non poterli licenziare è un vero scandalo. 


Infine lui, il grande Piccolo della sinistra piaciona e simpatica e indulgente. Avevo o no ragione di dire che sta sempre in mezzo? Per la prova d'Italiano hanno preso proprio due paginette delle sue - in effetti, elementari. Ne sarà orgoglioso, immagino. Anche d'essere oggetto di domande come questa, forse

Il tema centrale del testo è:
A l’evoluzione nel tempo di un rapporto di amicizia 
B il progressivo allentarsi di un rapporto di amicizia 
C la riflessione su un rapporto d’amicizia ormai finito 
D il rimpianto per un rapporto d’amicizia ormai finito

qui una discussione
http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2010/06/18/lestensione-del-dominio-della-lotta/
in cui peraltro si ricorda la presenza ingombrante nel progetto della compagnia delle opere di comunione e liberazione

16 giu 2010

Il grande Piccolo della sinistra



Francesco Piccolo nel suo piccolo è un interessante esempio di tic culturale – o forse psicologico ma quelli sono fatti suoi. Un certo modo di essere di sinistra che non arriva ancora alle putride sciocchezze di Rondolino (il quale credo non abbia un solo lettore in tutta la penisola essendoci già Vittorio Feltri per quel genere di cose), ma ne condivide il passo, quello di chi ci tiene molto a passare per più intelligente degli altri. Qualcuno deve dargli retta se gli fanno scrivere il cinema italiano - non il Giorgio Diritti de L’uomo che verrà, evidentemente, ma non si può avere tutto dalla vita.
Conchita De Gregorio lo trova abbastanza sapido da lasciargli una rubrichetta su “l’Unità” in cui Piccolo fa mostra della sua bravura che riterrà a effetto e che in effetti ci lascia secchi come davanti a una massima di Chamfort. Questo esemplare meridiano così dotato di esprit de finesse, molto preso dal bisogno di mostrarsi chic ma in scarpe da tennis, che fa le pulci ai vezzi e ai conformismi della sinistra italiana (converrà, non è un’impresa titanica) è stato capace però di scrivere una cosa così didascalica e priva di una sola invenzione come Il Caimano di Moretti, il film più brutto della storia recente del cinema italiano.
Se un paio di volte a settimana uno butta l’occhio sul sito de “l’Unità” trova un bel florilegio dei distinguo di questo maestro della sinistra intelligente. Per esempio, nel pezzullo del 31 maggio Piccolo, che è proprio il più intelligente di tutti, dopo aver scritto che anche lui, ci mancherebbe, è contro il ddl sulle intercettazioni (anche se due mesi prima aveva detto che non bisogna processare i faccendieri in tv – si vede che nel frattempo qualcuno gli ha fatto notare che in tribunale processano solo rumeni e senegalesi)* e dopo aver ammesso che anche lui ne ha “morbosamente” letto alcune, di intercettazioni, in cui si trascrivevano conversazioni intime di nessun rilievo penale, aggiunge che vorrebbe “vivere in un paese in cui (…) i cittadini (come me) non avessero alcuna voglia di leggere fatti privati di nessun interesse pubblico”.
Piccolo insomma è scontento di sé ma ha bisogno di tirarsi nel fango le restanti anime belle della sinistra che si vanno a leggere i resoconti porcelli in camera da letto e poi fanno del moralismo a buon mercato. Il che è un curioso affare: poiché egli stesso dichiara di leggersi le intercettazioni, non v’è ragione di non credergli. E, seguendo il suo ragionamento, avremmo il diritto di fargli una tiratina di orecchi. Non abbiamo prove invece di altri che lo facciano - quindi non si capisce in base a quali fonti il Piccolo possa permettersi di fare del moralismo lui. A meno che il meccanismo, il tic (Scrivere è un tic, è il titolo di un suo libro) sia un altro: Piccolo, affranto dalla constatazione di vivere in un paese di guardoni, vorrebbe però esser visto come una simpatica carogna (altrimenti che artista sarebbe? - “simpatico megalomane” si definisce invece quell’altro genio di Allevi, il pianista riccioluto che non sai se c’è o ci fa); Piccolo è uno che fa ciò che non si dovrebbe fare, e mentre biasima pubblicamente gli altri, si pente di averlo fatto (come il rocker de’ noantri Morgan – il cui genio mi sfugge).
Insomma, Piccolo, scrittore anche in proprio di belle chiavate, ci tiene a non passare per bacchettone, anzi, a esibire una certa malandrina verve da “politicamente scorretto” (che brividi), ma poi ammonisce i lettori a fare di questo paese un “paese diverso”.
Non dovrebbero averle certe voglie, le persone di sinistra, questo è il succo del suo pensiero. E come si fa, Piccolo, come si fa? Ce lo dici? In fondo, ci hai già illuminato altre volte, a noi gente di sinistra, ci hai ammonito, ci hai detto papale papale che siamo uguali a Berlusconi, noi che stimiamo Daniele Luttazzi, che siamo maschilisti anche noi, e anche Luttazzi, va da sé. Ci hai anche detto che invece gli elettori di destra, che tu hai voluto vedere da vicino alla manifestazione di due mesi fa, a Roma, sono migliori del loro capo. Hai scritto che quella gente “Sembrava anche piuttosto imbarazzata da tutta quella violenza che Berlusconi lanciava senza freni e senza qualità. Gente sincera quando cerca qualcosa di buono dalle promesse che le vengono fatte. E soprattutto gente molto migliore, più pacata, meno astiosa e più allegra del presidente del Consiglio e dei suoi amici.”
Cazzo, io Piccolo ci credo che tu scrivi il cinema italiano oggi, tu Piccolo ne hai di fantasia, tu non hai visto le braccia tese dei fascisti, non hai visto gli striscioni affettuosi su Borsellino, non hai visto quelli che alzavano le mani sull’inviato di “Anno zero”. Ma hai visto tutto il resto e cioè che qui in Italia abbiamo Berlusconi e Luttazzi che sono molto simili fra loro, un elettorato di sinistra che fa abbastanza schifo, maschilista e porcellone e forcaiolo com’è, e “la gente” di Berlusconi che è meglio di tutti.
Tu Piccolo te ti debbono fare un monumento, certo quando avrai finito di scrivere il grande cinema italiano di cui parla tutto il mondo.

*Tutto sul sito de l’Unità.


14 giu 2010

La rapina

In tanti, i più, non lo sanno. Non lo hanno capito nemmeno molti fra i direttamente interessati (per non peggiorare l'umore, al momento preferisco non domandarmi il perché, perché sono così supini rispetto alla loro sorte, perché sono incapaci di pensare a qualcosa che sia un po' più in là di dopodomani).
Per chi volesse farsene un'idea, del massacro in atto dalle parti della scuola pubblica, e della pesantissima rapina ai danni degli insegnanti (decine di migliaia di euro a carico di ognuno, altro che blocco degli aumenti) qui si può leggere il drammatico resoconto della situazione curato dall'amico, infaticabile, Giorgio Morale, insegnante e scrittore.

10 giu 2010

Pensare che la cosiddetta sinistra sperava in lui. Pensate come sta messa.


A proposito del Tacchino, molto vezzeggiato perché speculare al vuoto dei suoi fans, Livio si divertiva a vivisezionarne le sortite televisive. Lui il televisore non l’aveva, la considerava un’opzione politica e non costava nessuna fatica, ma appena capitava a casa di qualcuno se poteva lo accendeva e si andava a cercare subito il peggio. Tre volte l’aveva visto, il Tacchino, e tre volte  l’aveva beccato che si allisciava la cravatta. Sempre lo stesso gesto; faceva scorrere la mano destra dal nodo fino alla punta, cui dava immancabilmente un colpettino erettile sventolandola dritta sulla telecamera. Non le perdeva mai di vista, la cravatta e la telecamera. Livio ricordò in classe di quando il Tacchino aveva sostenuto che il coccia pelata era stato il più grande statista del secolo: il giorno dopo, alla richiesta di spiegazioni della solita vocina querula dell’ informazione Rai il Tacchino, abbronzato ma sdegnato per il pletorico clamore, la cravatta all’erta, aveva risposto che “non si trattava di un giudizio storico o politico, ma semplicemente personale”, e la vocina querula non si preoccupò - o non fu in grado di preoccuparsi - di fargli notare che statista e secolo erano appunto vocaboli che rimandavano rispettivamente alla politica e alla storia; che poi il giudizio fosse personale era ovvio in quanto era stato precisamente il suo. 

Basta!

Andate a vedervi questa roba. La cosa si sta ripetendo sempre più spesso. Mettetela assieme al resto, legge bavaglio, massacro della scuola, umiliazione degli insegnanti (per avere un'idea, con il blocco degli scatti di carriera, più grave del mancato rinnovo contrattuale per tre anni, un prof con dieci anni di servizio perderà circa 30.000 euro per il resto dei suoi giorni): non è fascismo, è peggio, perché il manganello lo capivano tutti, qua sono troppi ancora a dormire. Anche a scuola.

8 giu 2010


Domenica la Gabanelli ci ha mostrato questo documentario su e dalla Birmania. Non mancano immagini da storia dell'orrore. Ricordo che Alessandro Piperno, fighetto doc delle patrie lettere, di quel genere di evanescenti con la pochette giusta  e il nulla da dire che piacciono a D'Orrico, scrisse sul Corriere (il quotidiano che nasconde sotto le buone maniere - e nemmeno sempre - la stessa ferocia che Libero e il Giornale esibiscono senza più remore) che era colpito dal modo, mite ed elegante, in cui i monaci protestavano contro il loro governo. Mica come nelle manifestazioni italiane, con tutto quel casino e le grida e i morti ammazzati - vuoi mettere che sublime spettacolo di compostezza quando i morti ammazzati  sono monaci. Naturalmente Piperno questo raffinato pensierino lo aveva partorito nella sua comoda casa borghese fra una tirata di pipa e l'altra. Naturalmente Piperno non è il solo a farti venire il latte alle ginocchia - ieri in piazza a Roma contro il governo c'erano persino Sabrina Ferilli e C. De Sica, ma di scrittori neppure l'ombra. Gli scrittori italiani sono di solito impegnati a farsi le pippe ai festival. Ci tengono al marchio Einaudi e sanno che nessuno vende come Mondadori. Gli scrittori italiani vorrebbero essere Carlo Rossella. Lo sono.



6 giu 2010

Baudelaire e un romanzo che credevo fosse mio



Oggi mi fanno notare che L'onda sulla pellicola non l'ho scritto io, benché me ne sia compiaciuto o doluto per anni, a seconda dell'umore. La fnac, multinazionale sì ma sciovinista come da buona tradizione transalpina, ne assegna la paternità a un signore del quale non dovrebbe essere rimasta nemmeno la polvere e che al difetto di essere non solo parecchio più bravo di me ma di molte spanne più su rispetto ai molti che hanno contribuito alla storia della letteratura, si vede aggiunto quello di aver scritto uno dei romanzi meno venduti della suddetta storia - a mille copie non c'è arrivato. Per uno come il sottoscritto, che da Baudelaire ha tutto da imparare, sono soddisfazioni.


2 giu 2010

 
Una speranza non la si nega a nessuno; ne ho una tutta per me. Mi auguro che non venga in mente a nessuno, fra venti o quarant'anni, di proporci versioni aggiornate della "Grande Storia", quella che 
abbiamo visto per anni su rai 3. Specie quel genere di puntate sui gerarchi fascisti o gli uomini del
fuhrer




                                

28 mag 2010

rivisti-riletti - ELEPHANT


Regia: Gus Van Sant  -  USA  2003


Suburbs estesi a perdita d’occhio che succhiano dietro il lindore dei loro giardini una bella quota dell’energia planetaria, fucili acquistati senza problemi  via internet, ragazze che mangiano e deliberatamente vomitano subito dopo per non ingrassare, assenza totale del mondo adulto, libertà di essere  tutto e nulla: tutto questo nello sguardo fenomenologico che Gus Van Sant dispiega in un film ispirato alla strage americana di Columbine in cui due ragazzi massacrarono tredici persone senza che il citato mondo adulto avesse mai capito perché. 
Se il regista poco concede allo spettatore sul piano estetico nemmeno tanto lo fa su quello catartico della spiegazione psicologica o sociale, sebbene il montaggio fornisca sufficienti indizi per scaricare sugli USA dell'era Bush la loro tragica razione di colpe. Ma l’epochè della rappresentazione, anche se, come detto, parziale, è motivata dalla convinzione di non poter spiegare le cose che fino a un certo punto, come accade nella storia buddista dei ciechi che smembrano ognuno per proprio conto il corpo di un elefante e non capiscono di cosa si tratti: come gli adulti con i giovani americani, floridi e perduti.



25 mag 2010

Parla con me ma fatte capì.



Nel giorno in cui si compie l'ennesimo massacro sociale, poiché non ho parole e anche se le avessi non direbbero nulla della rabbia che le muove, e poiché un blog come questo non può nulla contro la ferocia turpe di ciò che in queste ore si decide fra consiglio dei ministri e ciò che resta del parlamento, be', dirò un paio di cose di ordine più strettamente culturale. La prima è una considerazione, la seconda è la dimostrazione che se un blog come questo non può nulla contro Tremonti, la cricca, le banche e gli italiani di merda che non pagano le tasse, qualcosa per altri versi si può fare.
Nella deriva in corso favorita dalla frana inarrestabile del senso critico e del coraggio di distinguere fra arte e comunicazione, fra letteratura e intrattenimento, la chiacchiera demagogica di stampo midcult dovrebbe assumersi qualche responsabilità. Che non lo faccia il poseur torinese che agli esordi vent’anni fa dichiarò esplicitamente di intendere la letteratura come spettacolo, che per esso ha ridotto al piacere di una cena – vino californiano e non Barolo perché più democratico, il primo – opere come l’Iliade, privata dell’Olimpo (che è come togliere l’aldilà alla Commedia dantesca), o l’immenso Moby Dick , che lo faccia un imprenditore di se stesso insomma si capisce. Quello che va meno bene è il coro allargato dell’indotto culturale.
C’è in giro, per esempio e non da oggi, una gran voglia di lasciarsi alle spalle i mostri sacri del ‘900 – o forse il ‘900, o solo i mostri sacri, per tenersi i mostri alla portata di tutti. Si affannano i pochi fortunati che hanno la loro rubrichetta retribuita di promozione editoriale che chiamano critica a fingere entusiasmi per operine impapocchiate alla bell’e meglio che ci mostrano vie “inedite” per abbattere i monumenti, imponenti e inerti, che possiamo finalmente lasciarci alle spalle.
Se non fosse che spesso si coglie un’acredine sospetta che attraverso il revisionismo critico sui grandi nomi cerca di sdoganare quintali di mondezza appiccicandole addosso l’etichetta di letteratura – perché a quella ci si tiene, va da sé. Com’è successo con Marx dalle parti del pensiero politico, piace ai più sbarazzarsi della complessità e ubriacarsi di divertimento chic – hai visto che la Dandini e Fazio non ti invitano.
Quando sull’inserto settimanale del “Corriere della Sera” il solito noto che la Dandini ha definito “il grande critico letterario” ha sentenziato “che palle Musil, Kafka e Joyce” si è sentito un gran fico. Molte signore mie appresso a lui hanno tirato il famoso sospiro di sollievo; nello stesso tempo abbiamo assistito a una valanga di “grandi scrittori”. Non gli autori del Processo, o dell’Uomo senza qualità – bensì disinvolti nostrani narratori specializzati in serial-killer (indomiti, gli uni e gli altri) in sedicenti prese di posizione politicamente scorrette, ahimé prevedibilissime, in performance enogastronomiche vendute come romanzi
Siamo o no in democrazia? Ce l’abbiamo o no una bella trasmissione culturale “de sinistra” che c’invita – garante il buon Michele Serra -  a leggere (e definire come “straordinari”) i libri (sic) di Roberto Vecchioni e Uolter Veltroni? Vorremo marcare la differenza con i minus habentes della pescivendola padrona dell’Isola? “Parla come parla la maggioranza della gente” – ha detto un  troglodita a Busi qualche mese fa. Erano entrambi in mutande, immagino facesse caldo. Siccome Busi, che ha scritto alcune delle più belle pagine degli ultimi trent’anni, non è un eroe, non lo ha picchiato. Michele Mari pare invece di sì, pare che gli si sia parato davanti, nel suo ufficio milanese, e gli abbia mollato un ceffone, al grande critico di cui conciona la contessa Dandini.
Qualcosa per certi versi si può fare.




22 mag 2010

Sono impazziti

Ancora un affondo. Cui bisogna rispondere mettendosi in gioco personalmente. Continuando a dire e a scrivere. Disobbedienza civile, ci mancherebbe altro.



21 mag 2010

Maria Luisa Busi

Metterci o toglierci la faccia. 
Quella che posto qui la conoscete tutti. 
Lo faccio per dirle brava e grazie, visto che lei non ce la mette più. 
Perché di eroi forse no, ma di esempi abbiamo bisogno eccome. 
Molti scrittori italiani, tanto per farne un altro, questo ardire 
se lo sognano. 
E anche il dire, non pare granché.
Chiacchierano sì, e l'enfasi non manca.
Ma poi la nascondono, la faccia, sotto una bella copertina - ché  toglierla è un'altra cosa. 



19 mag 2010

Intercettazioni: condanne per giornalisti e editori

Per quel che vale:  questa legge sulle intercettazioni, la censura preventiva ottenuta con la minaccia del carcere, è forse la cosa peggiore degli anni berlusconiani. La sua violenza è peggiore di quella del conflitto di interessi - anche il grande Altan può sbagliare. Qui, l'impunità trova uno strumento formidabile, ignoto al resto del mondo che diciamo civile. Il vulnus che produce per la cosiddetta democrazia non ha l'aspetto sanguinario dei fatti di Genova del 2001, ma impedendo l'ovvio diritto di essere al corrente delle cose, annulla alle radici la possibilità stessa di una vita democratica.

Dopo il rifiuto di aderire all'appello che la totalità degli editori ha promosso contro questa orribile nefandezza, Non so come gli autori Einaudi (quelli Mondadori va da sé) possano ancora e con tranquillità associare il loro nome all'impresa editoriale dell'uomo cui si deve il massacro in diretta di quel che resta (già macerie) - non c'è bisogno di fare nomi, ma ve ne sono alcuni che della loro presunta urgenza, come dire, ideologica? politica?, fanno cifra letteraria: dopo la new italian epic, mi aspetto una next strategy molto sofisticata.

Quanto a Genova, ricorderei che nelle caserme dei carabinieri c'erano Fini e Scaiola. Lo ricorderei a chi (micromega), a proposito della legge sulle intercettazioni, si domanda dove sia oggi il primo (ma dove volete che sia?!). Lo ricorderei alla grande maggioranza dei giornalisti italiani (che questa legge accetteranno senza tante storie: visti in blocco, specie in Tv, è un problema più nostro che loro)  che nei giorni dell'affaire vista-Colosseo, del secondo hanno ricordato diversi precedenti ma Genova no.



16 mag 2010

Alcofribas 6 - ERNESTO SPARAVVISTA DAL BALCONE


Ancora una lettura dal compianto Alcofribas, caro agli dei (il passo goliardico
sì spinto era forse un segno che non ce la faceva più: come non comprenderlo?)

ERNESTO SPARAVVISTA DAL BALCONE
L’ITALIA, OGGI COME OGGI (IL VIRUS COMUNISTA)
Acapìto Editore,  Pag  111  Euro 12,50


Il lavoro dello storico, si sa, conosce un momento di crisi.
La legittimazione che gli veniva dal rispetto dei protocolli procedurali, dalla serietà della ricerca sulle fonti oggi è considerata un fardello inutile, un’esibizione di pedanteria che non giova alla causa. Parla come magni innanzitutto, fatte capì, possibilmente damme ragione che è meglio. Ma prima ancora: di’ cazzate ma dille a mo’ de’ romanzo, dille nervoso, o superbo, o ironico, dille come cazzo te pare ma dille in televisione e fatte intervista’ da giornalisti accomodanti (da giornalisti italiani, diciamo). Questi i nuovi paradigmi del mestiere.
Oggi pertanto gli storici che vanno per la maggiore non sono storici propriamente detti e va bene così. Si chiamano Giampaolo detto Panza (perché lavora de panza e non con la capoccia che poi te vie’ er mal de testa), un certo Bruno detto Vespa per via dei comedoni in faccia porello e perché hai voglia de sbattelo cor canevaccio, te lo ritrovi minimo ogni anno a Natale (difatti essendo fuori stagione è chiaro che l’individuo è fatto un po’ a cazzo, entomologicamente parlando; si sospetta che sia stato geneticamente modificato a Palazzo Chigi), oppure Dajefoco Pierangelo (o Pierannununzio, perdonate l’amnesia).
Su questa scia sembra proseguire il lavoro di uno che invece storico di professione ci sarebbe. Parliamo di Ernesto Sparavvista Dalbalcone. Ne L’Italia, oggi come oggi (il virus comunista), ha messo insieme i suoi articoli pubblicati negli ultimi anni sul Corsega e ne ha fatto un libello assai chiaro nelle intenzioni e nella linea conduttrice. Va detto che non è un’antologia di testi vaganti pretestuosamente messi insieme per farne un bel volumetto elegante da esibire in libreria. C’è un filo abbiamo detto, una ragione unitaria che lo giustifica. Esso sta nell’individuazione definitiva del male indigeno, nella scoperta della causa prima e ultima dei nostri guai. Sparavvista Dalbalcone non la manda a dire: il problema in Italia si chiama Comunismo. Proprio così. ‘Sto cazzo de’ comunismo non ne vole sape’ de togliese dalle palle. E’ morto in tutto il mondo, da noi niente da fa’. Che tu leggi e pensi: ma sei sicuro? Pensi, ma questo dove li vede tutti ‘sti comunisti? Pensi: roba che a me certe volte mi viene un po’ de nostalgia, mica proprio del comunismo, no, ma della giovinezza. La solita storia no? Che te ricordi de quando eri giovane. E pensi: oh, se ne incontrassi uno, magari cominci a dire Oh, te ricordi? Te ricordi i festival dell’Unità, la puzza delle salsicce alla brace che saliva dentro casa? E poi non è mica vero che erano tutte cozze, ‘ste compagne. Ci avevi rimediato pure qualcosa, un paio de volte.
Insomma, leggendo nn momento di difficoltà arriva. Ma Sparavvista Dalbalcone va dritto per la sua strada. Dice guarda che i comunisti si nascondono, se ‘nguatteno, dicono e non dicono, e questa mentalità, la mentalità dei comunisti è più diffusa di quello che pensi. E’ una mentalità che ci lascia indietro, come paese. E’ una cosa così infetta che nonostante il cumenda abbia tutto in mano, comprese le televisioni di questi nuovi storici, l’Italia ancora arranca. Il virus comunista è ancora in giro a fare danni. Punto.
E una volta tanto il recensore un po’ sospettoso, si mette sul piano del semplice, ingenuo lettore. Il recensore pensa: perché debbo vedere sempre il sottotesto, le sottotracce, il sottosemaforo? Perché non farsi trascinare una volta dalla lettura senza il sopracciglio alzato del critico prevenuto? E pensa: se Sparavvista Dalbalcone gli dà dentro con tanta passione un motivo ci sarà. Lui vede cose che io non vedo. E’ uno storico o non è uno storico? E’ pure aggiornato!
Così lo segue sino in fondo, questo storico coi controfiocchi, forse un po’ fissato, un po’ autistico, ma lo segue fino all’ultimo capitolo, intitolato “Dopo la diagnosi, la terapia”. Qui il lettore mi scuserà, ma per ragioni di spazio il recensore sarà sintetico. Be’, nell’ultimo capitolo si dice a chiare lettere: “Comunisti, non è ora di alzare i tacchi? (sic). Comunisti che vi annidate nei gangli” (dice proprio nei gangli) “fate un favore a chi ci governa e fatelo lavorare, lui e gli italiani come lui: sparatevi, fatevi fuori, sopprimetevi”. Che il recensore sottoscritto un po’ si dispiace. Anche perché se ‘sto comunismo è come la nebbia che c’è ma non si vede, non vorrei che poi uno s’insospettisce di tutto e spara pure alla moglie insegnante che si lamenta del basso stipendio. Potrebbe pure pensare che è una manovra della disinformazione comunista. Che hai un terrorista dentro casa, addirittura. E’ un libro da meditare, lettori. 

Alcofribas

14 mag 2010

Ancora sulla servitù.



Continuo ad avvalermi di citazioni imbarazzanti; Carlo Taormina ha detto "Berlusconi? Sceglie schiavi e servi, non persone: sono tutte marionette. Non valuta le propensioni, le capacità etc. Gli basta che siano al suo servizio.".
Solgenitsin parlava della "selezione al contrario " delle classi dirigenti. Si prendevano i meno capaci, i più obbedienti. Si riferiva allo stalinismo.





10 mag 2010

Davide Longo - L'uomo verticale - Fandango




Un professore universitario, scrittore di successo, sparato via dalla vita pubblica e privata in seguito a uno scandalo sessuale analogo a quello raccontato nel gran romanzo di J.M. Coetzee, Vergogna, si trova a fronteggiare un paese sgretolato - il nostro, anche se mai nominato – in cui non funziona più nulla, si è interrotta ogni attività: non c’è più lavoro, scuola, banche, niente – l’apocalisse, dunque. Geograficamente, un Nord Ovest vicinissimo alla Francia e alla Svizzera, scenario di una violenza spietata, i cui viventi residui si difendono dall’invasione possibile degli “Esterni”, scappano terrorizzati e seminano a loro volta, avrebbe detto un nostro malvenuto connazionale, “terrore, distruzione e morte”.
Gli “Interni”, questi italici non molto diversi dagli alleati del connazionale di cui sopra, sono di per sé cosi bestiali da aver provocato essi stessi lo sfacelo in atto – che è della ragione, dell’etica, dei sentimenti, del tessuto sociale ma non del paesaggio, che resta bello e inalterato (rovescio leopardiano di un’umanità che non merita la natura che l’accoglie).
L’apocalisse - di un’Italia sperabilmente non prossima ventura, piagata da un male terribile, già postuma ossia capace di imprimere segni di vita solo in uno scenario infernale di già morti che con cadenza desultoria si affacciano sulla scena per aggiungere sangue a sangue - agisce più come antagonista che come sfondo nell’ambizioso romanzo di Davide Longo, L’uomo verticale, non immune da una certa ripetitività e acribia descrittiva che non invoglia sempre alla lettura.
Ronde, assassini misteriosi, bande di avvoltoi a caccia del poco o nulla che è rimasto dopo l’apocalisse (sulla scia del McCarthy de La Strada e del Meridiano di sangue) di contro a un personaggio mite, ex star della cultura, ex marito cui è impedito per anni pure di rivedere i figli, inadatto a fronteggiare questa violenza, la testa piena di citazioni libresche. Il protagonista sembra pensare attraverso le voci dei suoi scrittori preferiti, che in tutta evidenza non servono in un mondo ridotto a pura ostentazione di forza; cerca di tenere il male a distanza, teso non sappiamo se verso un’improbabile redenzione che solo un lettore molto paziente può verificare portando a termine la lettura.
Perché se lo scenario umano è interessante (proprio perché inquietante), non lo è altrettanto la lingua usata per narrarlo: la descrizione è spesso pedante, ingolfata, i dettagli si accumulano e il personaggio è invischiato in una trama di falsi movimenti che non mandano avanti la storia. La scrittura s’ingravida di gesti domestici, momenti puramente biologici, sudori umani e canini, tenta virtuosismi avventurosi (“La donna lo guardò come si guarda un uomo che si è orinato addosso” – ora, se c’è una lettrice che sa di cosa si sta parlando ci aiuti a capire, visto che un’esperienza de genere appare molto improbabile, uno, e di sicuro, se accadesse, quella stessa donna penserebbe che il povero disgraziato “si è pisciato addosso” non orinato, due, a meno di non essere una pervertita; e ancora “l’odore che emanava era quello delle cose appena venute al mondo, ma ancora prive di nome”: già, l’odore, a tratti è proprio quello, Torino, scuola Holding come la chiama malignamente qualcuno).
L’eccesso descrittivo insomma nuoce al romanzo. Il narratore non dice mai che un personaggio entra in macchina e parte, ma ”inserisce la marcia", eventualmente "fa inversione” etc; per troppe righe il protagonista ascolta “il proprio respiro affannoso e i battiti raddoppiati de cuore” o fa “schioccare le labbra”; e via di questo passo, troppe volte, troppo spesso.
Avesse tagliato, Longo, risolto meno lentamente certe statiche situazioni, azzardato similitudini meno improbabili, lo avremmo letto più volentieri.

4 mag 2010

Etienne de La Boétie e l'Italia



L’odierna ma non nuova subcultura di un popolo pigro, quello italico, cinico e sentimentale, di consumatori del già dato e sempre pronti a servire il padrone di turno, immuni da qualsiasi tentazione riguardante la propria dignità, sembra manifestarsi apposta per dar ragione alla lettura scettica e virile che dell’umana specie dette in un libretto memorabile ma sconosciuto ai più l’umanista francese Etienne de La Boétie.
Il Discorso sulla servitù volontaria di questo eccellente filologo, nato intorno al 1550, traduttore dal greco, consigliere al Parlamento di Bordeaux, configurava un ritratto di quelle che poi si sarebbero chiamate “masse” da prendere oggi come stoica lezione non per derivarne una pratica politica autoritaria secondo la classica vulgata di destra ma per piantarla con il piagnisteo dei “bisogni della gente” che essa saprebbe soddisfare rispetto ai birignao inconcludenti delle sinistre. Pensiamo alla stucchevole pubblicistica che vorrebbe l’uomo di Arcore dotato di grande carisma, laddove La Boétie scriveva con benvenuta lucidità che un tiranno non ha altro potere se non quello che gli altri gli attribuiscono.
Questo amico del grande Montaigne non se ne capacitava: gli altri animali, scriveva, quando vengono catturati, dimostrano di essere consapevoli della loro sventura, “si dibattono con tanta forza con le unghie, le corna, il becco e la zampa da dimostrare chiaramente il prezzo che essi attribuiscono a ciò che perdono (…) e preferiscono gemere sulla felicità perduta piuttosto che crogiolarsi nella servitù”.
La Boétie trovava quindi la chiave di lettura della tirannia non in un di più del carnefice, quanto in una disposizione volontaria delle vittime – contente di asservirsi al primo. “Questo tiranno non sarebbe necessario combatterlo, né abbatterlo. Si dissolve da sé, purché il paese non accetti di essergli asservito. Non si tratta di togliergli qualcosa, ma di non dargli nulla. Non è necessario che il paese si affanni per fare qualcosa per sé, purché non faccia niente contro di sé. (…) E’ il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che pur potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo; che accetta il suo male, anzi lo cerca”.
Basterebbe un po’ di rispetto per se stessi, un banale desiderio di libertà che sia la propria e non quella del tiranno lasciato libero di fare ciò che crede – basterebbe avere l’animo di contraddirlo. 
 “Ciò che egli (il tiranno) ha in più sono i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite. Dove ha ottenuto tutti quegli occhi che vi spiano se non da voi stessi?”. Per quanto pessimista fosse, La Boétie non poteva immaginare che la sua metafora si sarebbe trasformata cinque secoli dopo nell’enorme apparato di controllo costruito da milioni di teleschermi che ci guardano in luogo di essere guardati, che ci tengono buoni davanti allo spettacolo addestrati come domestiche bestiole. Né che il suo discorso potesse trovare agevoli e più tragicomiche conferme nelle vicende dell’homo italicus lungo un’arco storico che sembra non chiudersi mai. Mussolini, un po’ più spiccio, disse una volta che non era difficile farsi padrone di un popolo di servi (e alla vista di una mediocrazia così riuscita si sarebbe sentito uno sfigato).
Il libro è pieno di riferimenti al mondo greco-romano, dai cui exempla, alla maniera di Machiavelli – uno che gli italiani hanno letto come gli è parso e piaciuto, cioè alla cazzo di cane – il filologo trovava modo di cavare ragionamenti lucidissimi. “Ha qualche potere (il tiranno) su di voi che non gli derivi da voi stessi? Come oserebbe attaccarvi se non potesse contare sulla vostra complicità?”
L’infermità che ci condanna alla servitù è favorita dall’abitudine. Essa “esercita un enorme potere su di noi, soprattutto quello di insegnarci a servire e, come si tramanda di Mitridate che finì con l’assuefarsi al veleno, quello di insegnarci a inghiottire il veleno della servitù sena più trovarlo amaro” (suggerisco a proposito di questa nozione da niente che è l’abitudine di rileggere lo splendido saggio che Samuel Beckett dedicò a Proust). “L’abitudine – scrive ancora La Boétie – ci modella sempre a modo suo, a dispetto della natura. (…) La natura dell’uomo è di essere libero e di voler esserlo, ma prende facilmente un’altra piega quando è l’educazione a imprimergliela. La prima causa della servitù volontaria pertanto è l’abitudine”. E poi, siamo sempre lì, il “teatro, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori etc”, vecchi “strumenti della tirannide che addormenta i suoi sudditi”, i favori con cui si blandisce una parte del popolo, “zoticoni che non si avvedono di stare recuperando solo una parte di quel che gli appartiene” mentre il resto gli è stato tolto proprio dalla tirannia.
Anche sulla proposizione secondo la quale “il popolo ignorante è sempre stato così: disponibile e aperto verso il piacere che non può ottenere onestamente”, il caso italiano fa da luminosissimo esempio: mazzette e dritte e raccomandazioni mentre si viene spogliati di tutto. Diritti, giustizia, equità sociale. “Il popolino non è mai tanto asservito come quando ci si burla di lui”. E quanto gli piaccia ce lo ha ricordato recentemente Daniele Luttazzi, in un monologo che è tanto dispiaciuto a Francesco Piccolo, alla De Gregorio e altri sofisticatissimi ed eleganti cervelli della sinistra.
Ma qual è la molla segreta e più vera del potere? Non “gli squadroni a cavallo, le guardie, le alabarde,” etc. Non la forza come tale, insomma, piuttosto una rete di complicità che si allarga a dismisura, a partire da “quattro o cinque uomini che lo sostengono (il tiranno), complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, lenoni della sua lussuria, beneficiati delle sue rapine (…) Questi sei ne hanno seicento sotto di loro, corrotti che hanno alle loro dipendenze seimila che innalzano di grado, fanno dare loro il governo delle province o la gestione delle finanze allo scopo di tenerli in pugno, puntando sulla loro cupidigia o sulla loro crudeltà, perché essi le esercitino al momento opportuno e facciano tanto male da non poter più sostenersi se non alla loro ombra, da sfuggire alle leggi e alle sanzioni solo grazie alla loro protezione. Grande è la serie di quelli che vengono dopo…” la catena di comando e servitù dilatandosi in modo abnorme, ecco. Per cui, “a causa dei favori strappati ai tiranni si arriva a un punto ove quelli che traggono vantaggi dalla tirannide sono numerosi quasi come quelli che aspirano alla libertà”.
Verrebbe voglia di trascriverlo per intero, il libro di La Boétie, che non manca di notare lo zelo dei sottoposti, “vigliacchi e rammolliti”, i quali “non basta che eseguano gli ordini del tiranno, bisogna che immaginino quello che vuole e, spesso, persino che prevengano si suoi desideri”.
Potete agevolmente applicare alle figure disegnate qua sopra le facce quotidianamente vomitate in tivù, ridere dell’affanno con cui si cimentano nell’impresa, “essere intenti giorno e notte a riuscire graditi a un uomo, e a diffidare di lui più di qualsiasi altro al mondo!”.
Questo per le cerchie più strette - gli altri, la gran massa di italiani li vedete per strada, suppongo. La volontaria servitù che aspetta di rivoltarsi aggressivamente verso i più deboli è un dato niente affatto esoterico, verificabile nel rinnovato protagonismo di analfabeti padani, nord solo apparente di un altro sud, e nel fatalismo di quello propriamente detto, oscillante fra la ferocia malavitosa e l’accettazione di una subalternità animale indifferente alla legge e alla dignità.
Peccato che la narrativa italiana scansi come disdicevole il racconto di questa tristezza, costringendoci a tornare per l’ennesima volta al racconto busiano del Celestino Lometto che di queste nefandezze aveva fatto lezione – stanno tutti lì adesso a cercare le più immediate radici del male attuale negli anni ottanta: il perfido maestro li aveva raccontati in diretta, assieme al resto, servilismo compreso.

michele lupo

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