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30 ott 2011

Il nulla che avanza

e guardatevi il video del baricco da renzi: il nulla, il facile, 
il gradevole nulla: quello che è sempre stato: il nulla del 
Partito Deprimente in versione Feltrinelli, sciccoso, vacuo, finto

16 ott 2011

Italia felix

Secondo Kafka, dopo una rivoluzione restava solo l'odore del fumo.
Di sicuro, in Italia, dopo una manifestazione resta solo la puzza dell'alito di
Cicchitto e Gasparri.

20 set 2011

poi devo dire

 'sto schifo qua sotto m'insozza il mio bellissimo blog, ma qualcuno il lavoro sporco deve pur farlo - i gagà per favore: aria

Perché nessuno fa niente da solo - per es. sotto minzolini


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22 ago 2011

L’Italia e i suoi padroni

Un articolo di quasi un anno fa, sempre dalle parti degli orchi

- vale la pena ricordarle certe cose



di Michele Lupo


Copertina
Dall’editore Aliberti arrivano di recente libri sulle malagevoli faccende dell’Italia presente, specie quella politica. Mi riferisco al lavoro della giornalista Elena G. Polidori, Berlusconi e la fabbrica del popolo, sulla grande macchina televisiva che ha trasformato l’Italia degli ultimi decenni, e a una biografia feroce di Umberto Bossi a opera di un ex militante leghista e giornalista della “Padania”, Leonardo Facco (Umberto Magno. La vera storia dell’imperatore della Padania). 
Se nel primo è mostrata un’aneddotica ricca e particolareggiata di interventi legati al giornalismo e all’intrattenimento (complimenti a chi riesce a distinguerli, innanizitutto), volti a modificare alla base il modo di pensare dell’homo italicus – che mai ha brillato per coscienza civile e democratica, bisogno di informarsi e partecipazione alla cosa pubblica se non per fotterla – nel secondo, non senza qualche sconcerto del lettore, Facco ci descrive la parabola del Bossi partendo da un assunto incredibile. Scrive infatti che solo a un certo punto egli ha cominciato a vedere nel leader del suo ex partito un tiranno che ne dispone(va) a suo piacimento. E prima? Mah.
Ne vien fuori a ogni modo il ritratto di un uomo capace di qualsiasi manovra e menzogna per controllarlo secondo i principi di una monarchia assoluta – o di un’azienda privata, visto che, emerge anche dal libro della Polidori, è chiaro che mai come oggi da noi il potere politico non rappresenta gli interessi mediati di quello economico ma coincide con essi.
Un “cialtrone”, Facco definisce il capo della Lega.
I capitoli in cui è diviso il libro enumerano una serie di falle, flop e voltafaccia che descrivono la storia politica di Bossi. Da una “Trota" da sistemare a diecimila euro al mese, scorrendo a ritroso le contraddizioni in materia di famiglia, al rapporto schizofrenico con la Chiesa di Roma (volta per volta proponendosi la Lega Nord come baluardo dei valori del cattolicesimo che non di rado ha fatto vestire a qualche militante esaltato i panni del Crociato fondamentalista o, viceversa, esibendosi quale partito di avversari duri e puri del potere vaticano in territorio italiano), dal razzismo che a detta dell’autore prima non era una caratteristica fondante (mah…), alle lottizzazioni di stampo democristiano, "la vera storia dell'imperatore della Padania" diventa una carrellata di tradimenti in cui l’”imperatore” si sarebbe rimangiato il giacobinismo, il secessionismo, il liberismo e tutte le altre parole d’ordine che gli erano servite a suo tempo per conquistare il consenso di qualche milione di persone. Ed è questo che più sembra bruciare all’autore del libro.
“Bossi – dice Flacco – è il responsabile principale della trasformazione della Lega in un soggetto politico partitocratico, dove agli scandali si uniscono le truffe perpetrate ai danni dei militanti e dei simpatizzanti”. L’interesse esclusivo di Bossi per il proprio potere insomma avrebbe sottratto alla Lega l’ipotetica spinta ideale degli inizi senza peraltro assicurargli tutti i vantaggi materiali del caso. “Umberto Bossi, considerato un grande stratega, tra i maggiori protagonisti della politica nazionale, amato e odiato come tutti i personaggi importanti della società, per molti leghisti è diventato un mito, ma per gli affari non è tagliato: tutte le idee elaborate da lui, all'atto della realizzazione si sono tramutate in fallimenti, con perdite di denaro non solo per il partito, ma anche di chi in buona fede gli ha creduto” (che gli italiani si scelgano certi miti è sconfortante, no? Poi cosa pretendiamo dalla letteratura, miracoli? ancora?)
Un potere che sì è infiltrato anche nelle televisioni, la stessa Rai molto vituperata, per lo spazio che ha potuto concedergli Berlusconi, la cui corte è ovviamente più vasta (il Paese, più o meno). Sulla sua fabbrica “culturale” di giornalisti, attori, “ballerine”, registi, calciatori, ha costruito il potere che sappiamo e puntigliosamente descrive la giornalista Elena G. Polidori inBerlusconi e la fabbrica del popolo dello stesso editore. Prima ancora che il porcello di Arcore introducesse la strabiliante variante ai propositi minacciosi del duce di Predappio, in virtù della quale il parlamento veniva trasformato nell’odierno “bivacco di manipoli e mignotte” aveva lavorato alle strutture profonde del cittadino trasformato in telespettatore (cervelli ridotti a cavee di spappolate inservibili poltiglie). Per descrivere il libro valgano le parole di Peter Gomez nella prefazione: “Polidori ci racconta, e dimostra, come negli ultimi dieci anni la televisione sia stata scientificamente utilizzata per tentare di costruire una nuova coscienza collettiva sempre più al servizio di un'unica opinione. E come per raggiungere questo obiettivo non si sia puntato solo sull'informazione, ma (soprattutto) sulle fiction e l'entertainment. [...] Per un'ampia fetta di cittadini il modello del tronista e della velina è risultato vincente. A furia di reality show, in molti si sono convinti che nella vita sia davvero possibile avere successo senza saper dare niente. Non serve saper ballare, saper cantare, aver studiato recitazione o dizione: per andare avanti basta bucare il video e, semmai, sotto le lenzuola fare qualcos'altro. E quei molti, come è ovvio e giusto, votano.” Ovvio e giusto?

13 ago 2011

triste y final

Farsi "curare" da Tremonti e compagnia, è come farsi pisciare sulla tomba dal proprio killer

11 ago 2011

Italiani - e il solito occhio sulla servitù volontaria

Se fossi ricco, troverei pure da ridere sui milioni di italiani coglioni che ora si beccheranno pure la medicina dei Tremonti per curare il tumore inflitto dai Tremonti... se fossi ricco, appunto

2 ago 2011

Bologna 1980 - Genova 2011



Dieci anni dalla mattanza di Genova.

di Michele Lupo


Copertina
Dieci anni dalla mattanza di Genova. Che inizia prima dei fatti ignobili della scuola Diaz e di Bolzaneto, con i blindati che si abbattono a velocità folle su singoli manifestanti mettendo in conto anche di farli fuori al momento (ci sono in giro immagini che parlano chiaro), pacifici manifestanti presi a legnate e calci in faccia e fatti sanguinare per la strada, la farsa dei “black blok” (questa ridicola ma a quanto pare efficace invenzione narrativa della comunicazione dei governi internazionali) che non vengono mai caricati, e i manganelli illegali (ce ne sarebbero di legali, pare) e la tragedia di Carlo Giuliani… 
Consiglierei intanto di leggere Diaz – Processo Alla Polizia, del giornalista Alessandro Mantovani (l’editore è Fandango). Una documentazione ineccepibile sui fatti concernenti l’irruzione della polizia durante la notte di sabato 21 luglio nella scuola Diaz. Con la ridicola motivazione “ufficiale” di una perquisizione a caccia di black block (l’uomo nero che terrorizza i bambini a uso e consumo di una narrazione del mondo terra terra di buoni vs cattivi e bene vs male che la destra reazionaria americana ben prima di Bush junior – un semifermo di mente utilizzato alla bisogna – e il capitalismo finanziario globale hanno prodotto e venduto al mondo con disinvolta efficienza), insomma raccontando al Paese e all’informazione mondiale l’oscena balla di una caccia a pericolosi terroristi sovversivi, ex celerini e Digos prelevarono e pestarono a sangue un centinaio di persone.
Dopo duecento udienze e sessantamila pagine di atti, nessuno dei responsabili di questi esemplari custodi della legge è finito in carcere nonostante la doppia condanna e l’attesa del verdetto della Cassazione; molti anzi hanno fatto carriera (l’elenco di queste biografie esemplari - delle quali possiamo solo sperare che ci verranno risparmiate i postumi omaggi di nomi di strade e piazze – lo troviamo in appendice al libro di Mantovani), sono stati coccolati dai politici (quasi tutti, ricordiamo che Di Pietro nell’ultimo governo Prodi si oppose all’istituzione di una commissione d’indagine riguardante i fatti di quell’orribile estate).
Scrisse poco tempo dopo le immonde sequenze della “macelleria messicana” un moderato come Umberto Eco che la polizia italiana si era giocato in quei giorni il poco credito che aveva faticosamente guadagnato nel ventennio precedente (grosso modo) a fronte di una storia precedente infelice almeno a partire dagli operai uccisi a Reggio Emilia nel 1960 e passando (saltando per motivi di spazio) per i fatti di Avola, le morti di Pinelli, Serantini, Giorgiana Masi.
Chissà se tutte le serie di telefilm dedicate a poliziotti e carabinieri che Rai e Mediaset hanno propinato ogni inverno per rassicurare questo paese di creduloni sentimentali sulla “bontà” delle sedicenti forze dell’ordine sono riuscite nel loro intento. Ho i miei dubbi, visto che fino alle ultime vicende anti-Tav, quelli veri di poliziotti hanno fatto di tutto per non smentire l’inclinazione al manganello (ostentato persino come minaccia da “far salire su per il culo” - testuale, poi ancora ci si chiede perché ai poliziotti gli si dà dei fascisti di merda anche quando non lo sono) esibita a Genova dieci anni fa. Forse hanno rinunciato agli inni al duce e a Pinochet, ma non a sfondare le facce contro i muri, a costringere la gente a pisciarsi addosso dalla paura.
Da Fandango peraltro c’è alle viste un film: Diaz. Don’t clean up that blood, per la regia di Daniele Vicari, prodotto ovviamente con grandi, immaginabilissime difficoltà. E in un paese civile si dovrebbe invece immaginare il contrario.
C’è poi, di questi giorni, il dvd SoloLimoni, della Shake Edizioni (con annesso libriccino e brevi testi di scrittori e poeti italiani che avremmo letto se fosse stato stampato con un corpo leggibile… fuori argomento – ma siamo una rivista letteraria – vorremmo ricordare alla piccola e quando meritevole editoria italiana che la precaria leggibilità dei testi non può essere il prezzo da pagare alle difficoltà economiche). Un video peraltro dalle indubbie ambizioni formali (dal montaggio che chiede allo spettatore di ‘partecipare’ alla costruzione del senso, alle voci recitanti di Giacomo Verde e Lello Voce, curatori del lavoro e autori dei testi, in aggiunta ad altri di Cervantes o Brecht o Pagliarani - alla musica di Mauro Lupone usata a volte in senso straniante, in altre perfettamente drammatica, ai passaggi dal colore al bianco e nero) e che richiama giocoforza un giudizio anche est-etico. Alcune scene sono completamente inedite, qualcuna inutile e sovraccarica di una certa retorica della “manifestazione”, altre istintivamente poetiche, altre ancora di una potenza commovente, non a caso quando quella retorica viene tenuta a bada e la ripresa si concentra sulle cose e sui volti e li lascia parlare, compresi quelli indicibili dei giovani poliziotti in primo piano. Folgorante la scena (“Il controfagotto”) di un uomo molto anziano che si aggira fra le macerie e le devastazioni, nel pieno centro del terrore poliziesco, incredulo, con una specie di sorriso amaro da vecchio signore che ne ha viste tante ma non quello – il disegno delinquenziale disposto dallo stesso governo criminale, l’attuale, che un popolo degno di questo nome avrebbe dovuto sforzarsi di cacciare (non tramite le “elezioni”, parola che in queste condizioni - quelle che loro hanno determinato, compresa la “legge elettorale”, va da sé - è del tutto priva di significato) con una rivolta civile, tenace e silenziosa, a tempo indeterminato. Nello sguardo stupefatto di quell’uomo anziano c’è lo sgomento di chi vede come nella durissima battaglia che il capitalismo finanziario ha ingaggiato contro il genere umano (non del comunismo, parola ancora usata a sproposito da coloro che avversano qualsiasi idea di benessere che sia pubblico laddove invece o lo è oppure andrebbe chiamato privilegio, violenza persino di cattivo gusto perché lascia al sangue dei poveri la vergogna di spargersi per le strade e a se stessa l’arbitrio di accamparsi in una eleganza abusiva), le “forze dell’ordine”, replicando il triste modello della lotta fra poveri, hanno scelto da quale parte stare. 
Questo è il punto, chi non lo vuol capire la smetta di parlare con sdegno del nazismo, perché il paradigma Norimberga è lo stesso: il principio della scelta e della responsabilità individuale. Anche i soldati nazisti obbedivano agli ordini. Il nodo è questo. I mercati globali che usano le persone come cose sono il fascismo oggi come oggi e non da ieri: nessuno dei politici a vista ha intenzione di combatterli. Hanno provato a farlo semplici cittadini, senza più sponde politiche su cui contare. E hanno preso legnate e qualcosa di più. Fini non ha mai chiarito cosa ci facesse in una caserma dei carabinieri, e va bene (si fa per dire); su Scaiola, il ministro dell’interno di allora che diede ordine di sparare contro chi avesse sfondato la zona rossa, inutile aggiungere alcunché: poi dal prefetto La Barbera passato ai servizi segreti, al questore Colucci divenuto prefetto, al comandante del reparto romano di polizia Centerini promosso questore (la meritocrazia in Italia) si scende fino all’ultimo miserabile che protetto dal suo casco difende con la sua triste busta paga gli interessi di qualcuno che della stessa è responsabile: come lui, il nostro poliziotto, dovrebbe essere responsabile dei comandi cui ha scelto di obbedire. 
Lo sento già il biascichio del lettore che si ritiene realista e smaliziato. La sua disapprovazione. E allora tenetevi Wall Street e Piazza Affari e tutto il resto così com’è, mettetevi un paio di cuffie e godetevi Minzolini.

8 lug 2011

Occorre dirlo?


Antonio Gramsci

Odio gli indifferenti

copertina del libro
È il primo volume della collana "Instant Book" della casa editrice Chiarelettere. Odio gli indifferenti raccoglie alcuni articoli di Antonio Gramsci scritti ormai un secolo fa e contenuti per lo più nell’opera La città futura.
La forza di un titolo come questo (già sentiamo le voci mosce delle animule vagule blandule che gridano al ritorno degli anni di piombo) è ciò che è mancato in questo ultimo ventennio. Dire chiaro che il potere che stiamo subendo non lo si deve al genio inesistente di un venditore dagli affari poco chiari (si fa per dire) ma all’acquiescenza dei più, il colto e l’inclita, il primo di sicuro più responsabile ma votato alla storica cortigianeria che gli italiani hanno insegnato al mondo sebbene il secondo spesso non si sia fatto mancare nulla quanto a piacevoli oggetti di consumo – comprese vacanze in paradisi lontani dei quali non si è mai sforzato di capire alcunché – e tutto invece riguardo a uno strumentario per diventare un cittadino dignitoso (un libro, poniamo?).
Piacerebbe sperare in un radicale cambio di rotta dopo questi decenni tristissimi, e tristissimi quanto più volgare è stata l’esibizione di un’allegria cinica e imposta come un dogma (est)etico. Ma siamo in Italia.
“L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.” Queste le frasi ormai celebri del grande pensatore sardo. Proprio perché siamo in Italia, appaiono ancora più necessarie. Proprio perché siamo in Italia, la speranza è un atto di volontà. “Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare”, scriveva Gramsci. Che aveva colto le crepe di aspetti un secolo dopo rimasti tali e quali. “L’indifferenza che opera passivamente ma opera”. La fatalità che sembra dominare la storia non ha nulla di destinale ma è il frutto avvelenato di questo assenteismo. La mancanza di responsabilità. L’assistenza che è un diritto e non un regalo. Il rispetto delle procedure di legge e l’elogio di Ponzio Pilato, “infamato dal Cristianesimo”, e che invece era solo “un magistrato ossequiente alla legge”; che ne rivendicava l’indipendenza. Fra i suoi compiti non v’era quello di poter giudicare Gesù, le accuse al quale “non erano contemplate dalla legge romana, non erano reati di Stato”.
Poiché l’argomento mi sta a cuore, vediamo cosa scriveva sulla scuola. “I clericali parlano spesso e volentieri di libertà della scuola. Ma non si ingannino i lettori. La parola libertà acquista nelle loro bocche un significato tutto suo che non coincide affatto col concetto che della libertà possono avere gli uomini pensanti che non sono clericali. Libertà della scuola significa propriamente per i clericali libertà di essere asini col godimento di tutti i diritti che sono riconosciuti a chi ha studiato. È questa formula «Per la libertà della scuola», una bellissima bandiera che copre una lucrosissima speculazione economica e di setta.”
La dittatura mediatica non poteva tecnicamente raggiungere i risultati odierni (Mussolini si rivolta nella tomba roso dall’invidia ogni volta che gli appare una scena dell’odierna telecrazia, che si tratti del logo tg1 o quello di Canale5 e via dicendo); epperò, Gramsci già notava come “La conoscenza e l'intelletto sotto forma di pettegolezzo, di morbosa necessità di essere informati dei minimi particolari del fattaccio” fossero funzionali a una marcata dimenticanza della realtà politica.
Sulle guerre? “Le guerre moderne nascono dal bisogno di assestamenti economici migliori per certi capitalismi nazionali”. Per chi non lo avesse mail letto, è una buona occasione. L’edizione è elegante quanto basta. Veramente un libro da tenere in tasca, un memorandum anche, perché no.

3 lug 2011

Italiani (una disgrazia)


Ai proprietari di Suv elettori di destra: se finite in frantumi in una scarpata cambierò idea e penserò che dio esiste.

(mi si domanda: e quelli di sinistra? - bon, 
che restino appesi a un albero il tempo necessario per pentirsi: se non ce la fanno (possibilmente alla svelta) vadano a fare compagnia agli "affini")

25 giu 2011

La Lega non vuole il decreto sui rifiuti

Io i napoletani non li capisco. Bastano due ore di macchina per arrivare a Roma. Si sono alleati con la Lega per vent'anni. Ora vivono praticamente nella merda e a nessuno che venga in mente di circondare Montecitorio. 

24 giu 2011

Leopardi e Cordero





discorsosopra-leopardiPiccolo grandissimo opus imprescindibile della nostra storia culturale, il “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani” (Bollati Boringhieri, 2011) di Giacomo Leopardi è un pamphlet essenziale per capire una volta per tutte di cosa parliamo quanto parliamo di noi. Un libretto che negli ultimi venti anni si è guadagnato la conoscenza necessaria dei più attenti e che ora andrebbe mostrato ai restanti milioni con la promessa di un impegno: renderlo anacronistico.

23 giu 2011

Italians

Per lui è questione di vita o di morte: interessi prima che pecuniari si chiamano galera sì o no: mai come qui e ora questo paese avrebbe bisogno di una rivoluzione: non ci sarà, non ne siamo capaci, la parola ci fa ridere, come diceva il più grande di tutti, in Italia siamo tutti filosofi, sommamente i napoletani: ottimo! paese di esteti, cinici e dandies: tenemmuce 'a munnezza



11 giu 2011

Italia e Dumbocracy

Chi non va a votare quattro sì è un testa di minchia. Un imbecille. Non certo un mio amico.




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