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13 feb 2011

Una sobria Norimberga, noo?



Ne sentivamo la mancanza. Poi, in questo paese che a volte ti verrebbe di sognare luterano, severo, bergmaniano, finalmente è arrivata: lei, la salvatrice, l’emancipatrice, la vera femmina che non muore mai, che non è quella che scende in piazza (ma le piazze nei borghi italiani non stavano prevalentemente in alto, appena sotto il castello?), ma la femmina archetipica, prima ancora che mignotta: l’ironia, l’ironia italiana sparsa ovunque come un prezzemolo da supermercato, buona a giustificare qualsiasi porcata o pochezza (perlopiù coniugate), a salvarsi il culo qualora cambiasse l’aria, si sa mai, a non farsi beccare in castagna quando la proposizione è lasca, fessa, improbabile: spesso e volentieri.
È arrivata la sera del 12 febbraio, la sera del teatro “Dal Verme” (ironico, anzi no), quello dell’enorme mucchio di pus che dirige “Il Foglio” – giornale pagato dai contribuenti, da te lettore (ma non lamentartene, cerca di essere ironico) – circondato da un certo Camillo Tristo, chierico rimasto traumatizzato da piccolo appena si è visto allo specchio, convinto assertore come il suo capo(doglio) purulento della probità del magistero del papa-sorcio (un tedesco non avvezzo all’ironia se non involontaria, ma di stanza in Italia da tanto di quel tempo che all’occorrenza – nel caso per es. improbabile che rischiasse di vedere la magistratura intromettersi nelle faccende della Banca Vaticana – pronto a una svolta anche lui), salvo rimestare le carte in corso d’opera perché se il prezzo da pagare alla coerenza protestante è la disfatta, sempre meglio darci dentro di cazzo e di bordelli non essendo stato eletto casualmente a sacramento l’esercizio della confessione – dalle parti loro, intendo, di Santa Romana Chiesa della domenica, e gli altri giorni chi s’è visto s’è visto.
Dopo la performance nel ventre del “Verme” insomma (teatro il cui nome non era tutto un programma come pensate voi che difatti non avete colto l’ironia), bello cucco e avvinazzato, s’è presentato in televisione (la7) dal duo Costamagna-Telese, giulivi e allegretti pure loro – siamo italiani – un altro dei paladini del mucchio di pus di cui sopra (bisogna dire, pura letteratura vivente, quest’ultimo: magnifico e irripetibile esemplare di correlativo oggettivo, una composta coprostatica riassunta  - si fa per dire - in una vis fescennina lì lì per sbrogliarsi in diarrea). Il paladino, certo Dajefoco, si sperticava in applausi, al “Verme”, dava di gomito al coprostatico spronandolo a una performance spettacolare, eroica; ignaro, il siciliano piromane, o forse incosciente, della sciolta in arrivo (una lezione su Kant a Umberto Eco, mica cazzi); più tardi, brillo, è arrivato in tv, s’è assiso, ha sorriso, s’è passato una mano sui capelli come a sistemarsi un riporto che fortuna sua non aveva, e l’ha detta. L’ha detta la parola magica, la parola passe-partout più sputtanata d’Italia dagli anni Ottanta a oggi dopo “libertà”: ironia. Ha sfoggiato un largo e furbesco sorriso e ha ammonito la Costamagna – un biondo traliccio elettrico imperturbabile -  che come al solito non si capiva il carattere “ironico” della performance. Ce l’aveva, Dajefoo, senza dirlo, con un certo genere di coglioni, quelli così apostrofati dal porcello di Arcore, quelli che avevano pensato di non votarlo, quelli che non avevano capito che il duce d’antan non faceva male a nessuno, avendo escogitato il “confino” non come una punizione bensì come una vacanza forzata per “rinfrescarsi le idee” (peraltro, ad alcuni toccarono in sorte paesini dal clima salubre, con vedute niente male, non come gli alberghi della costa abruzzese, notoriamente non il meglio della regione, cui il porcello era stato costretto dalla sfiga che lo ha attanagliato in tutti questi anni, a parcheggiare i terremotati aquilani).
Insomma Dajefoco, autore pare di romanzi pupari, rideva; rideva non dello sconcerto del traliccio – che non v’era – ma di quello immaginabile nella serie dei coglioni di là dallo schermo; e anche prima, mentre il liquame intestinale del capo(doglio) sommergeva il “Verme”, se la ridevano anche il cyborg Santanché, e il paleofascista ministro della Difesa, che s’è interrotto solo un attimo per pigliare a calci un altro coglione che si era permesso di fargli due domande sull’affaire Ruby, la zoccola del Rif, montagne care ai freak de ‘na vorta (le canne difatti fanno ridere). Il coglione era un giornalista, d’accordo, ma poco ironico. Io l’ho ascoltato Dajefoco, e debbo dire mi sono divertito; insomma mi sono istruito, ho imparato, sono persino arrivato a una conclusione. Che per gli altri, per i giornalisti che in questi venti anni di merda si sono astenuti dal fare domande, e che hanno fatto pure una redditizia carriera, mi piacerebbe immaginare una sobria Norimberga. Vorrei sentire quel mantra così poco liberale, “ho obbedito agli ordini”. Sarebbe spiritoso, quasi ironico. Ironicamente, la sentenza sarebbe forfettaria: dieci anni per uno a pulire i cessi, a scuola. La mascotte di Tremonti, la signora diventata avvocato in Calabria e assurta a (ironico) capo dell’Istruzione, sarebbe contenta per il risparmio. E dentro, nella composta aula di cui sopra, porterei anche il “bivacco di manipoli” e mignotte che in questi anni ha legiferato per noi.
Naturalmente, sono ironico.








 
Una speranza non la si nega a nessuno; ne ho una tutta per me. Mi auguro che non venga in mente a nessuno, fra venti o quarant'anni, di proporci versioni aggiornate della "Grande Storia", quella che 
abbiamo visto per anni su rai 3Specie q
uel genere di puntate sui gerarchi fascisti o gli uomini del  fuhrer



4 mag 2010

Etienne de La Boétie e l'Italia



L’odierna ma non nuova subcultura di un popolo pigro, quello italico, cinico e sentimentale, di consumatori del già dato e sempre pronti a servire il padrone di turno, immuni da qualsiasi tentazione riguardante la propria dignità, sembra manifestarsi apposta per dar ragione alla lettura scettica e virile che dell’umana specie dette in un libretto memorabile ma sconosciuto ai più l’umanista francese Etienne de La Boétie.
Il Discorso sulla servitù volontaria di questo eccellente filologo, nato intorno al 1550, traduttore dal greco, consigliere al Parlamento di Bordeaux, configurava un ritratto di quelle che poi si sarebbero chiamate “masse” da prendere oggi come stoica lezione non per derivarne una pratica politica autoritaria secondo la classica vulgata di destra ma per piantarla con il piagnisteo dei “bisogni della gente” che essa saprebbe soddisfare rispetto ai birignao inconcludenti delle sinistre. Pensiamo alla stucchevole pubblicistica che vorrebbe l’uomo di Arcore dotato di grande carisma, laddove La Boétie scriveva con benvenuta lucidità che un tiranno non ha altro potere se non quello che gli altri gli attribuiscono.
Questo amico del grande Montaigne non se ne capacitava: gli altri animali, scriveva, quando vengono catturati, dimostrano di essere consapevoli della loro sventura, “si dibattono con tanta forza con le unghie, le corna, il becco e la zampa da dimostrare chiaramente il prezzo che essi attribuiscono a ciò che perdono (…) e preferiscono gemere sulla felicità perduta piuttosto che crogiolarsi nella servitù”.
La Boétie trovava quindi la chiave di lettura della tirannia non in un di più del carnefice, quanto in una disposizione volontaria delle vittime – contente di asservirsi al primo. “Questo tiranno non sarebbe necessario combatterlo, né abbatterlo. Si dissolve da sé, purché il paese non accetti di essergli asservito. Non si tratta di togliergli qualcosa, ma di non dargli nulla. Non è necessario che il paese si affanni per fare qualcosa per sé, purché non faccia niente contro di sé. (…) E’ il popolo che si fa servo e si taglia la gola; che pur potendo scegliere fra essere soggetto o essere libero, rifiuta la libertà e sceglie il giogo; che accetta il suo male, anzi lo cerca”.
Basterebbe un po’ di rispetto per se stessi, un banale desiderio di libertà che sia la propria e non quella del tiranno lasciato libero di fare ciò che crede – basterebbe avere l’animo di contraddirlo. 
 “Ciò che egli (il tiranno) ha in più sono i mezzi per distruggervi che voi stessi gli fornite. Dove ha ottenuto tutti quegli occhi che vi spiano se non da voi stessi?”. Per quanto pessimista fosse, La Boétie non poteva immaginare che la sua metafora si sarebbe trasformata cinque secoli dopo nell’enorme apparato di controllo costruito da milioni di teleschermi che ci guardano in luogo di essere guardati, che ci tengono buoni davanti allo spettacolo addestrati come domestiche bestiole. Né che il suo discorso potesse trovare agevoli e più tragicomiche conferme nelle vicende dell’homo italicus lungo un’arco storico che sembra non chiudersi mai. Mussolini, un po’ più spiccio, disse una volta che non era difficile farsi padrone di un popolo di servi (e alla vista di una mediocrazia così riuscita si sarebbe sentito uno sfigato).
Il libro è pieno di riferimenti al mondo greco-romano, dai cui exempla, alla maniera di Machiavelli – uno che gli italiani hanno letto come gli è parso e piaciuto, cioè alla cazzo di cane – il filologo trovava modo di cavare ragionamenti lucidissimi. “Ha qualche potere (il tiranno) su di voi che non gli derivi da voi stessi? Come oserebbe attaccarvi se non potesse contare sulla vostra complicità?”
L’infermità che ci condanna alla servitù è favorita dall’abitudine. Essa “esercita un enorme potere su di noi, soprattutto quello di insegnarci a servire e, come si tramanda di Mitridate che finì con l’assuefarsi al veleno, quello di insegnarci a inghiottire il veleno della servitù sena più trovarlo amaro” (suggerisco a proposito di questa nozione da niente che è l’abitudine di rileggere lo splendido saggio che Samuel Beckett dedicò a Proust). “L’abitudine – scrive ancora La Boétie – ci modella sempre a modo suo, a dispetto della natura. (…) La natura dell’uomo è di essere libero e di voler esserlo, ma prende facilmente un’altra piega quando è l’educazione a imprimergliela. La prima causa della servitù volontaria pertanto è l’abitudine”. E poi, siamo sempre lì, il “teatro, i giochi, le farse, gli spettacoli, i gladiatori etc”, vecchi “strumenti della tirannide che addormenta i suoi sudditi”, i favori con cui si blandisce una parte del popolo, “zoticoni che non si avvedono di stare recuperando solo una parte di quel che gli appartiene” mentre il resto gli è stato tolto proprio dalla tirannia.
Anche sulla proposizione secondo la quale “il popolo ignorante è sempre stato così: disponibile e aperto verso il piacere che non può ottenere onestamente”, il caso italiano fa da luminosissimo esempio: mazzette e dritte e raccomandazioni mentre si viene spogliati di tutto. Diritti, giustizia, equità sociale. “Il popolino non è mai tanto asservito come quando ci si burla di lui”. E quanto gli piaccia ce lo ha ricordato recentemente Daniele Luttazzi, in un monologo che è tanto dispiaciuto a Francesco Piccolo, alla De Gregorio e altri sofisticatissimi ed eleganti cervelli della sinistra.
Ma qual è la molla segreta e più vera del potere? Non “gli squadroni a cavallo, le guardie, le alabarde,” etc. Non la forza come tale, insomma, piuttosto una rete di complicità che si allarga a dismisura, a partire da “quattro o cinque uomini che lo sostengono (il tiranno), complici delle sue crudeltà, compagni dei suoi piaceri, lenoni della sua lussuria, beneficiati delle sue rapine (…) Questi sei ne hanno seicento sotto di loro, corrotti che hanno alle loro dipendenze seimila che innalzano di grado, fanno dare loro il governo delle province o la gestione delle finanze allo scopo di tenerli in pugno, puntando sulla loro cupidigia o sulla loro crudeltà, perché essi le esercitino al momento opportuno e facciano tanto male da non poter più sostenersi se non alla loro ombra, da sfuggire alle leggi e alle sanzioni solo grazie alla loro protezione. Grande è la serie di quelli che vengono dopo…” la catena di comando e servitù dilatandosi in modo abnorme, ecco. Per cui, “a causa dei favori strappati ai tiranni si arriva a un punto ove quelli che traggono vantaggi dalla tirannide sono numerosi quasi come quelli che aspirano alla libertà”.
Verrebbe voglia di trascriverlo per intero, il libro di La Boétie, che non manca di notare lo zelo dei sottoposti, “vigliacchi e rammolliti”, i quali “non basta che eseguano gli ordini del tiranno, bisogna che immaginino quello che vuole e, spesso, persino che prevengano si suoi desideri”.
Potete agevolmente applicare alle figure disegnate qua sopra le facce quotidianamente vomitate in tivù, ridere dell’affanno con cui si cimentano nell’impresa, “essere intenti giorno e notte a riuscire graditi a un uomo, e a diffidare di lui più di qualsiasi altro al mondo!”.
Questo per le cerchie più strette - gli altri, la gran massa di italiani li vedete per strada, suppongo. La volontaria servitù che aspetta di rivoltarsi aggressivamente verso i più deboli è un dato niente affatto esoterico, verificabile nel rinnovato protagonismo di analfabeti padani, nord solo apparente di un altro sud, e nel fatalismo di quello propriamente detto, oscillante fra la ferocia malavitosa e l’accettazione di una subalternità animale indifferente alla legge e alla dignità.
Peccato che la narrativa italiana scansi come disdicevole il racconto di questa tristezza, costringendoci a tornare per l’ennesima volta al racconto busiano del Celestino Lometto che di queste nefandezze aveva fatto lezione – stanno tutti lì adesso a cercare le più immediate radici del male attuale negli anni ottanta: il perfido maestro li aveva raccontati in diretta, assieme al resto, servilismo compreso.

michele lupo

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