Visualizzazione post con etichetta L'onda sulla pellicola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta L'onda sulla pellicola. Mostra tutti i post

22 giu 2011

Grazie a Giovanni Turi per questa lettura del mio primo romanzo


Su PugliaLibre
Riscoperte: “L’onda sulla pellicola” di Michele Lupo

Dalla Rubrica LaPugliaChePubblica
Scritto da Redazione
L’ambiguo protagonista del romanzo d’esordio di Michele LupoL’onda sulla pellicola (Besa Editrice, pp. 386, euro 15), è Livio Viola: inetto per scelta e vocazione, docente per necessità; mentre sogna di scrivere la sceneggiatura di un film post-surrealista, o quantomeno di fare l’attore, la sua vita è un susseguirsi di passioni sfrenate per donne diverse. Forse è il suo modo di sentirsi vivo, «ogni nuova puttanella che incontrava, incontrandolo sembrava dirgli: esisti. Tu esisti»; forse è il tentativo di esorcizzare l’orrore per la famiglia, che i suoi genitori gli hanno dimostrato essere inevitabile campo di tensioni e ipocrisie; forse è il tentativo di sfogare l’umiliazione di insegnare per pochi spiccioli in una scuola privata, dove la massima aspirazione di un docente è quella di non farsi sodomizzare.
Livio vorrebbe protrarre all’infinito la sua adolescenza, ma l’incontro con Giulia è un sommovimento destabilizzante: il suo odore, le linee del suo corpo lo irretiscono come mai gli era capitato prima; che sia davvero amore? Entrambi si abbandonano senza inibizioni all’attrazione reciproca, ma di mezzo c’è Giorgio: alunno di Livio e figlio di Giulia, ormai separata dal marito; lui intuisce nel ragazzo quel talento nella scrittura che probabilmente gli manca, lei non può sedare i sensi di colpa per averlo lasciato in affidamento al (presunto) padre. Gradualmente non potrà dunque che riproporsi l’assioma su cui Livio ha fondato le sue relazioni: «da solo, ognuno di noi riesce a barcamenarsi nella propria debolezza. Ma quando due corpi fragili provano a compattarsi, l’instabile equilibrio che prima regolava le rispettive solitudini rischia di saltare del tutto. Si finisce in una bolla di vetro e lì, ogni minima scheggia è un attacco alla carne dell’altro».
Resta sullo sfondo l’Italietta clericale e della cattiva politica, delle raccomandazioni e dell’irresponsabilità di giovani e adulti, dei prepotenti e dei furbetti che in un modo o nell’altro raggiungono sempre i propri fini, del capitalismo onnivoro; ma a stridere con questa realtà non è tanto la condotta accidiosa e velleitaria di Livio, quanto l’ingenua integrità di chi come Giorgio subisce ignaro queste brutture: le pagine estratte dal suo diario, che interrompono la narrazione in terza persona, sono forse le più intense e delicate, poiché prive di filtri critici.
Se nei racconti raccolti sotto il titolo I fuoriusciti (Stilo Editrice) prevalgono la concentrazione e la sintesi, nell’Onda sulla pellicola invece è la sovrabbondanza a caratterizzare la scrittura di Michele Lupo; pur sempre ironica e grottesca, capace di improvvise epifanie sulla realtà che ci attornia, ma soprattutto di attingere a svariati registri linguistici, senza alcuno stridore nel tracciare uno stile inconfondibile: penetrante e irriverente.
Giovanni Turi





23 mag 2011

politica e scuola



Vivalascuola su LPELS
Come (non) parlare di politica a scuola - con un pezzo di lucia tosi, un racconto fantapolitico (ma non troppo) di alex cartoni, e il richiamo a penne illustri su un tema di freschissima attualità








- Dovrebbe smetterla con la politica, professore. I ragazzi non vengono a scuola per sentire comizi.
- Scusi?
- Ho detto che dovrebbe smetterla di fare politica a scuola.
- Infatti, sto solamente facendo lezione, mica propaganda a nessuno. O vorrebbe che saltassi anche il nazismo?
[...]
- Senta, mi risulta che lei ultimamente faccia chiudere i libri e si mette a parlare di Veltroni e Berlusconi e compagnia bella. E’ vero?
- Quali libri? Comunque. Diciamo che mi limito a spiegar loro quello che l’informazione si guarda bene dal raccontare – disse, pensoso.
(L’onda sulla pellicola - pubblicato nel 2003, scritto quattro, cinque anni prima, ambientato nel 1994-'95: così, per dire)


6 apr 2011

Da L'onda sulla pellicola


– E il film?
 
Una parola. Scene, personaggi, dialoghi. Come no. Magari inquadrature, campi, esterni. Perché non essendo propriamente niente, Livio avrebbe voluto essere tutto. Fare tutto – anche perché era difficile che qualcun altro volesse stare dietro al suo nulla. Storia, regia, interpretazione. Cala cala, piccolo. Non sai distinguere un teleobiettivo da uno sturalavandino. Perché, Pasolini sapeva il cinema? No, che non lo sapeva. All’inizio, almeno. Fellini dice peste e corna. Però ci aveva l’occhio, lui. E tu, tu ce l’hai l’occhio? Io, io ci ho la testa un po’ confusa. Giulia in primo piano e il figlio sullo sfondo. Che non schioda, cazzo. Non schioda.

Nonostante Livio sapesse (e molto bene: perché se era fortunato con le donne era solo per l’irresistibile ma fortuito rapporto di forme che si creava fra il taglio dei suoi occhi a mandorla e il volo insolente del suo labbro superiore: nella versione dell’ infermiera professionale Roberta Tisbrino quello che piaceva in lui era una specie di espressione perennemente schifata), nonostante dunque fosse chiaro che nella seduzione di uno sguardo o di una fisionomia non si acquattasse altro che quell’anomalia della natura per cui esso è avulso da tesori nascosti più di quanto ne componga la cifra, fu con Giulia che cominciò a guardarsi con gli occhi di un altro: gli sembrò che non potendo sperare in quelli risolutivi di dio, fossero gli unici possibili. Ora, a parte lo specchio delle sue brame che erano diventate le sue di lui e il sentore sinistro di una sfiga ogni qualvolta si frantumava, quegli occhi facevano un male cane. Come fossero piombati nell’incavatura delle sue ubbie (quelle sugli altri che lo amano lo soffocano e pretendono non si sa che, e sono il suo vero scacco, ciò che sospetta ha mancato da sempre). Come se le avessero sollecitate a uno sguardo continuo, intollerabile. Con Giulia si trovava di fronte a un’impasse: disintegrare la tirannia dell’io e consentire agli altri di essere ciò che erano significava subire quella di chi pretendeva che lui non fosse quello che era sempre stato: in nome dell’amore! Anche se sapeva che stava perdendo la testa per lei, che l’aveva già persa, non voleva diventare il suo fidanzato. Non voleva diventare il fidanzato di nessuno. Una sera si sparò tre seghe una dietro l’altra, così da svuotarsi di qualsiasi desiderio, soprattutto di quello di diventare il fidanzato di Giulia Armena. Quella volta funzionò, dormì a lungo. Ne aveva bisogno. Perché gli aveva messo una strana inquietudine addosso, quella donna. Giulia fu la prima e l’unica a intaccare la plausibilità dei suoi soliloqui, quel modo di parlare di chi sta sempre sul palco e fa della lingua un esercizio estetico, più che altro. Gli sottraeva terreno, lo scaraventava in un niente che lui rischiava di riempire con quel senso di colpa che permette poi agli altri di condannarci. Lo spaventava quella sua capacità di leggergli dentro pensieri o stati d’animo e di smontargli il giocattolo delle invenzioni piazzate a casaccio giorno per giorno e poi erette a sistema di tanto in tanto solo per darsi un tono che non fosse quello del monaco metropolitano che poi si fa cogliere giocoforza nella castagna del più scontato edonismo. Un maligno dio interstellare aveva inviato quella donna sulla terra per fargli toc toc sul petto e sentirne l’eco del vuoto; del nulla. Era questo l’amore, una mazzata.
 
– Però hai una faccia! – disse Fausto prima di andarsene. 
– Sembra la mappa di uno scontro, di una battaglia.
     
– Buonanotte.
 
 Andiamo! era un attore, lui! Un autore, Krishna. Tirati su! Aveva appena rubato in una libreria il manuale di Reisz e Millar, La tecnica del montaggio cinematografico (stava buttato per terra, aspettava solo che qualcuno lo portasse via). E allora impara qualcosa, Krishna. Lavora.
     Sì…
 Certo…
     Lavora…
     Gli piaceva troppo la sua fica, ecco il punto. Ne sentiva la rimembranza odorosa così a lungo che poi, all’inizio, si lasciò incantare anche dalle sue parole, come se piovessero da un pulpito celestiale, anche se non scevre di qual ispido tedio in quell’esposizione accentratrice del dolore che rende certe persone affascinanti perché insopportabili.  Non l’avrebbe mai sospettata in lui la scia di algolagnìa che gli solcò le vene di quell inverno troppo lungo – non sospettava che ne avrebbe sentito la necessità. Il sublime della passione sembrava destinato a impregnarsi dell’ uggia della compunzione. Constatava come un giorno o l’altro qualcosa potesse fottere il disincanto degli scettici più incalliti, o faciloni, un colpo secco che incrinava il piano d’appoggio di chi si era ormai parato il culo da ogni sorpresa sprangando la vita con il nichilismo blindato dell’indifferenza postmoderna. Certo, non ignorava il fatto che buttarla sull’epocale è la frescaccia disonesta con cui le persone colte si levano dall’impaccio di rispondere in prima persona delle loro azioni per di più facendo anche bella figura in società – ma non disdegnava un po’ di routine, ogni tanto: una débâcle intermittente da insonnia, qualcosa come una viltà del corpo, quella sfinitezza che rende un esemplare umano peggiore di come potrebbe essere. O anche questo era un esito dell’amore?



3 apr 2011

Primo romanzo



da L'onda sulla pellicola

Roma cominciava a incarognirsi con quella nuova frenesia del giubileo. Si favoleggiava di giganteschi progetti che avrebbero finito di straziarla in nome dell’ illuminata visione del mondo vaticana. Pochi avevano da obiettare qualcosa. Non era più di moda, porre obiezioni. Eccepire, veniva ormai considerato uno sport obsoleto di vecchi barbogi che la menavano ancora col materialismo, l’ideologia etc.



10 mar 2011

Splendida lettura del mio romanzo L'onda sulla pellicola

ringrazio la poetessa Lucia Tosi per l'appassionata lettura del mio primo romanzo e il poeta Francesco Marotta per averci ospitati nel suo bel sito "La dimora del tempo sospeso"




Lucia Tosi


Michele Lupo, L’onda sulla pellicola
“uomo, si fa per dire: la sua evoluzione si era arrestata a uno stadio adolescenziale, primo perché gli faceva comodo, secondo perché non aveva un briciolo di curiosità per ciò che viene dopo e terzo perché questo lo rendeva antipatico a un sacco di gente, e stare sulle palle a tanti subendone la sdegnata disapprovazione era un modo sfizioso per impallinare la noia.” (p. 200)
La quarta di copertina del romanzo d’esordio di Michele Lupo, L’onda sulla pellicola, Besa, 2004 potrebbe agevolmente avvalersi di queste righe, circa sei nell’originale, per illustrare il personaggio di Livio Viola, il protagonista. Detto tra noi: ad un pubblico di lettori non ingenui tale descrizione dovrebbe bastare per indurli a leggere il libro, ma è più probabile che il lettore viziato-smaliziato invece pensi: “L’ennesimo inetto? E che ce ne facciamo?” Ce ne facciamo, e molto. Vorrei intanto chiedere a chi si occupa seriamente di romanzo se può, in tutta coscienza, affermare che la traccia del personaggio malcontento, inadatto a vivere secondo i ritmi e i canoni di una data società, ha mai veramente smesso di agire e fruttificare in certa letteratura successiva a Dostoevskij, Kafka, Musil, Svevo. Ci sarebbero poi Mann, Joyce, di nuovo Svevo, per la figura dell’artista giovane e meno giovane, poi Gadda per l’ironia feroce con cui ogni diversità è percepita e raccontata. In America incontriamo Bellow, Malamud, P. Roth: casualmente tutti ebrei, e tutti alle prese con personaggi dal successo apparente, che però vivacchiano, molto spesso, rimbalzando da un’insoddisfazione all’altra, come saltellano da un letto all’altro. Del romanzo italiano più recente non parlo, perché L’onda non ha con esso nulla a che spartire.
Livio Viola, trentacinquenne dal nome che sembra un giochino di parole (o un nome parlante, se spostiamo sulla i l’accento del cognome: ma avremo modo), insegnante precario al quadrato: perché insegna in due scuole private, un diplomificio grottesco e una scuola confessionale, con velleità cinematografiche che oscillano tra il voler fare l’attore, più che altro per sfangarla, e il sogno di un film (sceneggiatura, regia, tutto), bello, pare di cogliere qua e là, e di gentile aspetto, irresistibile grande seduttore, si muove, nell’arco di circa un anno scolastico, con qualche eccezione, dentro una Roma che ci è data per brandelli e che potrebbe essere qualunque altro luogo al mondo, da casa a scuola e da scuola (scuole) a casa. Sosta talora da un’amica compiacente giusto il tempo di una fellatio. Si porta a letto, e senza tanti preliminari, questa e quella. Vive perennemente impriapito: gli basta una scollatura, uno sfioramento, un odore. Le donne finiscono presto, in sua presenza, giovani e vecchie, fanciulle in fiore e attempate befane, donne mature e navigate, trentenni in caccia dell’eterno principe azzurro, per sognare ad occhi aperti (a gambe aperte) di catturarlo, di tenerlo per sé: se lo strattonano, fanno a gara. Ma Livio è irriducibile: ammalato di dongiovannismo, schizoide, lo definisce la fidanzata psicologa, per niente preoccupato, anzi, fieramente convinto a diffondere il verbo della solitudine: della quale più presto si convinceranno gli umani, meglio sarà, è come un cavallo che non conosceva steccati se non quelli che si imponeva da solo momento per momento (p. 343)
Il teatro (teatrino), contro cui si stagliano le vicende erotiche del protagonista è quello della scuola. In una, studenti per lo più ultraventenni, coatti, dannati e cannati, bighellonano per i corridoi, stanno in classe attaccati al cellulare, sgommano all’uscita sui suv, nell’altra ragazzine perbenino recitano la preghiera prima di iniziare le lezioni, ridacchiano alle trasgressioni del professore, lo credono un po’ matto. Inferno e Paradiso: o due inferni, uno proprio e uno improprio. Teatro, o cornice, però intercambiabili: la rapsodia che caratterizza le azioni-coazioni del protagonista mette sullo stesso piano pubblico e privato, lavoro e vita personale, scuola e sesso. Attraversa questo ritmo di quattro quarti il contrattempo del diario di Giorgio, allievo di Livio e figlio della sua quasi compagna Giulia. Giorgio è sensibile, infelice, vive con il padre anziano, incazzato perenne a prescindere. Interrompono il flusso quasi di coscienza i giochi analettici e prolettici in cui erompe il paesaggio del sud, nel quale Livio si annulla, facendo tacere un poco la mente che di solito gli galoppa a mille.
Giorgio è giovane, Livio gli vuole bene, a modo suo: come è capace di voler bene un narciso. Vede in lui un po’ se stesso: o meglio: quel se stesso che non ha avuto modo di essere. Vi vede la possibile costruzione di un’identità affettiva che egli ha smarrito. Giorgio è adeguatamente sfortunato con le ragazzine, Livio da ragazzo si scopava le ragazze più grandi, girava senza una lira in tasca per mezza Europa, Giorgio è ingabbiato tra una scuola che odia e una casa in cui il padre, piedi puzzolenti e scaracchi nel lavandino, si aggira come un trapassato, inveendogli contro per ogni cosa. Come se il sostare rabbioso nella minorità di Giorgio fosse presagio di voli spiccabili in luoghi e tempi opportuni in futuro, mentre la vita, vissuta troppo avidamente prima, quella vita cui assistiamo a volte quasi dal buco della serratura, altre quasi presi in mezzo, non potesse riservare a Livio nessuna ulteriore piacevole sorpresa.
Livio va tuttavia avanti. E’ un precario, poi un licenziato, uno che, in quanto tale, fa bene al rafforzamento della specie. Non un timore, non un tremore per il futuro. Perché semplicemente il futuro non c’è, almeno per lui. La sua precarietà è perdente e resiliente allo stesso tempo. Incarna il tipo del potenziale suicida, di quelli che se compiono il gesto tutti si meravigliano: ma come? così bello, intelligente, giovane… ma Livio, per cominciare, non è giovane: non è cresciuto, il che è diverso, è infantile e prepotente. E’ molto intelligente, questo sì. Vede attraverso le situazioni, dentro le persone di cui vìola costantemente il territorio, impedendo loro di essere quelle maschere tranquille che sono state fino ad allora. Così il vecchio professore in pensione, convinto irriducibile comunista: meglio: luogocomunista, viene sottoposto al fuoco di fila delle domande senza risposta di Livio. Poiché ne capisce meno della metà, dovrebbe essere lasciato in pace, se non altro per impedirgli di emanare con le risposte la tremenda puzza di aglio che assume come cura antipressoria. Ma Livio non perde occasione: essendo Imperio un bel prototipo di quella sinistra imborghesita e ciabattona, che ha consegnato l’Italia a degli sfacciati che non nascondono minimamente di saper vendere il nulla, la sua rabbia non vede l’ora di esercitarsi ripetutamente, senza freni, senza inibizioni. Livio è un selvaggio e allo stesso tempo un libertino: colto abbastanza, supponente, svelto a dissimulare le sue eventuali ignoranze e a simulare conoscenze che non ha. Ama sentirsi parlare: a volte si esprime come un esteta decadente, altre come un sentenzioso filosofo stoico. E’ il primo a sorprendersi della sua abilità linguistica: se la ride tra sé e sé del colpo che assesta sugli uditori che non possono non odiarlo vieppiù ogni giorno, per quella costante umiliazione cui li sottopone.
Un solo personaggio non si fa impressionare dal professore e, tra i molti che cambiano, non modifica minimamente il suo stile. E’ Malerba (altro nome parlante), la proprietaria del CSM, il diplomificio, avamposto in gonnella (e pelliccia) di certo potere che nel 1995-96 era solo agli esordi. Su di lei Livio non ha nessuna influenza. Potrebbe averla se avesse lo stomaco di superare l’imperativo che si è dato: desiderare (e scopare, possibilmente) tutte le donne attraenti che gli arrivino a tiro. Ma Malerba è vecchia e odiosa: affarista spudorata, paga gli insegnanti diecimila lire l’ora, nessuna copertura per malattia o altro. Si lancia ipocritamente in strenue difese della sua scuola che è pensata, dice lei, per i ragazzi: sembra un bar in piazza, le sue strategie educative sono quelle di un commerciante, per cui il cliente ha sempre ragione; ma ciò non solo costituisce un dettaglio insignificante: la miseria intellettuale, la cialtronaggine sono assunte, anzi, a vessillo di distinzione. E’ evidente che la critica esorbita il personaggino ributtante che è Malerba: in modo profetico (dantescamente profetico: i fatti sono narrati dall’auctor nel 2004 e collocati nel 1996 in cui l’auctor era forse quell’agens) si ritrovano annunciate evoluzioni (piuttosto: involuzioni) del sistema socio-politico italiano che nel 2010-11 hanno ricevuto ulteriori conferme al ribasso. La pervicace fissazione dell’imprenditrice scolastica a voler interpretare Il Principe di Machiavelli riducendolo in pillole scontatissime da distribuire ai suoi clienti (pardon: studenti) è una strizzatina d’occhio eloquente a proposito della sovrapponibilità di Malerba al Presidente delle tre I.
Si percepisce di dantesco un evidente richiamo all’inferno, come anticipato. Livio Viola è però uno che la diritta via non l’ha mai smarrita, dal momento che nulla ha sin lì fatto per starci almeno un po’ o per cercarla. La sua dimensione è quella, più propriamente, dell’antinferno: pur non essendo un vero pusillanime, è attratto da idoli plurimi e disparati. Le donne, il cinema, scrivere: per ciascuno di questi nutre un’ammirazione soverchia, ma per nessuno è disposto a rinunciare alla quiete insofferente del suo vivere. Fantastica incessantemente su battute folgoranti di non si sa però quale film: non lo sa neanche lui; ne ha collezionate circa una dozzina e con quel’abbozzo (aborto) si reca a colloquio con un possibile produttore. Al solito straparla (il passo è esilarante e imbarazzante insieme), non ascolta, mentre il suo interlocutore cerca di dirgli che lui non è quello che Livio crede, il produttore, ma il fratello gemello. Il pensiero corre a Kafka, al Castello: il colloquio tanto agognato qui si risolve in un nulla di fatto perché l’agrimensore K. si addormenta, lì si ribalta nel suo contrario. Livio fallisce perché ha sbagliato persona (come Zeno sbaglia funerale): è lui a parlare a ruota libera, dicendo peraltro un mucchio di sciocchezze, il presunto produttore, al contrario, tace. Un Kafka degradato, senza metafisica, carnevalizzato, reso grottesco.
Livio è un condensato contemporaneo (si vorrebbe poter dire post-moderno: ma si sbaglierebbe strada) di spezzoni di vite di illustri personaggi del Novecento, ma anche ben più lontani. Ha la stoffa del picaro: un picaro dei nostri giorni, che si muove in spazi angusti e soffocanti, per lo più, ma con la stessa leggerezza di chi non ha che velleità, non ha attese e deve sbarcare dannatamente il lunario. Un picaro rinnovato nella curiositas e nell’energia vitalistica da quell’Augie March di Saul Bellow, ma anche un Portnoy (citato, tra l’altro, in un dialogo del romanzo) scontento, ipercritico, idiosincratico, erotomane che vuole e disvuole essere normale.
Il libro di Michele Lupo è passato ingiustamente quasi inosservato. Non conosco le vicende editoriali, se l’autore lo ha presentato a case editrici più grandi prima della piccola Besa, per certo, anche il solo godimento del testo avrebbe dovuto garantirgli una circolazione molto maggiore e meritatissima.
La lingua impiegata dall’autore, riconfermatasi di recente nella raccolta di racconti I fuoriusciti, Stilo, 2010, è proteiforme. Sanguigna, elettrica, sfacciata, colta, espressionistica. Poetica. La lingua ora di un saltimbanco dell’anima, ora di un virtuoso, ora di un consapevole/inconsapevole nipotino dei nipotini di Gadda: ma non di quelli della seconda generazione, dei cannibali, per intenderci, da cui si ribadisce, anzi, una distanza abissale. Un autore che può stare accanto, con gli opportuni adattamenti epocali, come a parenti più prossimi, a Manganelli, a Ceresa, a Ceronetti, ad Arbasino: nei confronti di quest’ultimo si avverte nel libro una sotterranea ammirazione per l’intelligenza acuta, il gusto dissacratorio, la parola colta. Una lingua stratificata, densa, capace di associazioni inusitate e precise, che il lettore consapevole riconosce come irrinunciabili, felicissime, perfette per la cosa rappresentata e per lui, per il suo godimento. In questo senso è possibile invocare, con cautela, la definizione di barocca anche per la lingua di Lupo, perché barocco è il mondo. Lingua e struttura narrativa si soccorrono vicendevolmente: su entrambe vige come un velo una nonchalance, una sprezzatura, una specie di flânerie, che abbandona il campo della fabula, come attratta da un’altra vicenda o il campo di un dato registro, per sondarne un altro. Ma tout se tient: in un modo che i racconti de I fuorisciti hanno confermato, questa apparente distrazione, quest’avidità di sguardo, pari solo alle diverse avidità dei suoi personaggi, è ricondotta ad un ordine: le vicende sono strettamente tenute in pugno, non vengono aperti ingenui rivoli e rivoletti che dilagano, ma canali ingegneristici che conducono le acque del racconto, tra salti, deviazioni, chiuse, ritorni, ad un unico grande fiume.
Certo coraggio intellettuale può non essere piaciuto a chi si aggira nei corridoi, o nei meandri, delle majors. Lo sguardo beffardo, chirurgico, acido con cui Lupo indaga e mai assolve il mondo circostante, di chi sta di sghimbescio alle cose, non paga. Dopo aver cannibalizzato il mondo, e dunque digerito, è ora di estrometterlo sottoforma di cacatine esistenziali: non troppo puzzolenti, per favore. Da circa un decennio, con rare eccezioni, il panorama letterario sforna dei piagnistei irricevibili. Senza contare la letteratura di consumo, ché di quella non fa conto parlare, che grandi case tranquillamente mettono in circolo, ove si narra di amori sotto terra o sopra il cielo e di colpi di spazzola, per palati deboli che non sapranno mai cosa sia un vero libertino dei nostri giorni. (Lucia Tosi)

Michele Lupo, L’onda sulla pellicola  
Nardò (Lecce), Editrice Besa, “Lune nuove”, 2004


***


Beatitudine dei cattolici


Naturalmente non si è burnout alla leggera, tanto per far scrivere i giornali e darsi un tono. Minimo minimo, la lucidità se ne va a ramengo. Difatti, non avevamo capito niente manco stavolta. Difatti, l’immarcescibile lo ha detto, ha detto guarda che i vostri stipendi fanno schifo, mica che non lo so, guarda che noi ci stiamo lavorando a ‘sta cosa qua, la colpa è degli inculcatori – quella ci maledetta – che rovinano tutto. Domandate un po’ a Santa Romana Chiesa quanti soldi gli abbiamo dato. Domandatelo un po’ agli insegnanti di religione che servizietti gli abbiam fatto. Domandatelo etc – si sa, quando ci si mette, l'ometto, è prolisso.
Così, in breve: insegnanti e lettori cattolici, va tutto bene a questo mondo, no?

12 feb 2011

da L'onda sulla pellicola

Nell’ufficio di Malerba in quel periodo di campagna elettorale c’era un via vai di giacche e cravatte coi fermagli d’oro. Molte, e riconoscibilissime, le vecchie teste di cazzo democristiane e socialiste che nel ‘94 avevano infilato il preservativo, si erano chiamate forzaitalia e l’avevano allegramente messo in culo all’altra metà del paese.







1 feb 2011

Livio Viola


Livio chiude il quaderno e lo vede, lo vede che nuota a fatica sul filo di luce e a ogni bracciata cerca di scrollarsi l’ombra di se stesso che gli si curva sulle spalle - e annaspa, il tontolone...
Il barista del traghetto, un ragazzo sui venti-ventidue anni, tra un caffè e l’altro e con un mignolo cavato in un orecchio, lo guarda con occhi curiosi. Serve le colazioni con l’aria assorta, sebbene si sia formata una discreta fila e non ci sia nessuno alla cassa. Gli getta ancora un’  occhiata. Si chiederà dov’è che lo ha visto, quel tizio, che maneggia penne libri quaderni e guarda a sua volta la gente che passa. Perché lui deve averlo già visto, sembra sicuro, e più di una volta, sullo stesso traghetto, forse, o forse no - Stromboli? O non è quello che avevano pescato senza biglietto a Lipari con un’americana che aveva poi pagato la multa per lui?
 Livio si alza, gli va vicino mentre il tipo batte alla cassa un latte macchiato. - Hai da accendere? – gli domanda. Il barista non risponde e lo costringe a ripetere la domanda, questa volta accompagnata da un gesto inequivocabile con il pollice. Dopodiché estrae un accendino da una tasca e colloca la fiammella sotto la sigaretta. Livio china il capo leggermente, aspira il dovuto e accenna una specie di ringraziamento. – Ecco, bravo – gli fa. E’ una giornata delle sue, una di quelle in cui gli altri sono di troppo. Una di quelle giornate in cui vorrebbe salpare verso una rotta che non trova priva di umani fantasmi come lui, dove l’esistenza sia ridotta a una trama dimenticata di trapassate afflizioni e larve abbiosciate nel ricettacolo profondo del mare. Non lo ritiene un gusto catastrofico, il suo, anzi, è per non partecipare a quello inconscio degli altri che preferirebbe vederli placarsi in una quiete mistagogica, un assurdo, una mirabilia. Un augurio, forse.
Il barista continua a fissarlo.
- Che c’è? – fa Livio. – Anche tu ti stai domandando se sono esaurito?
L’ altro non risponde.
- Visto che ci tieni, ritengo di essere piuttosto preciso affermando che soggiorno stabilmente in una zona liminare, se capisci cosa intendo.
Il barista lo guarda con un senso di impotenza negli occhi e non dice una parola.
Livio sbuffa. - Di confine, va bene?
- Guarda che è muto – dice un ragazzo che aspetta alla cassa.

10 gen 2011

da anobii

Il romanzo di Lupo fa ridere i lettori e rodere diverse categorie che prende in giro attraverso le velleità del suo pazzesco personaggio. insegnanti. aspiranti registi, playboy da strapazzo, eterni giovani italiani senz'arte né parte, tutto un campionario di figuranti sbandati... Lupo più che ironico è sarcastico, la sua satira è una soda caustica. Però nello stesso libro è ruscito a scrivere anche un romanzo d'amore,miracolo degli scrittori inclassificabili


http://www.anobii.com/books/L_onda_sulla_pellicola/9788849702026/01ad22942c271106c3/



10 giu 2010

Pensare che la cosiddetta sinistra sperava in lui. Pensate come sta messa.


A proposito del Tacchino, molto vezzeggiato perché speculare al vuoto dei suoi fans, Livio si divertiva a vivisezionarne le sortite televisive. Lui il televisore non l’aveva, la considerava un’opzione politica e non costava nessuna fatica, ma appena capitava a casa di qualcuno se poteva lo accendeva e si andava a cercare subito il peggio. Tre volte l’aveva visto, il Tacchino, e tre volte  l’aveva beccato che si allisciava la cravatta. Sempre lo stesso gesto; faceva scorrere la mano destra dal nodo fino alla punta, cui dava immancabilmente un colpettino erettile sventolandola dritta sulla telecamera. Non le perdeva mai di vista, la cravatta e la telecamera. Livio ricordò in classe di quando il Tacchino aveva sostenuto che il coccia pelata era stato il più grande statista del secolo: il giorno dopo, alla richiesta di spiegazioni della solita vocina querula dell’ informazione Rai il Tacchino, abbronzato ma sdegnato per il pletorico clamore, la cravatta all’erta, aveva risposto che “non si trattava di un giudizio storico o politico, ma semplicemente personale”, e la vocina querula non si preoccupò - o non fu in grado di preoccuparsi - di fargli notare che statista e secolo erano appunto vocaboli che rimandavano rispettivamente alla politica e alla storia; che poi il giudizio fosse personale era ovvio in quanto era stato precisamente il suo. 

6 giu 2010

Baudelaire e un romanzo che credevo fosse mio



Oggi mi fanno notare che L'onda sulla pellicola non l'ho scritto io, benché me ne sia compiaciuto o doluto per anni, a seconda dell'umore. La fnac, multinazionale sì ma sciovinista come da buona tradizione transalpina, ne assegna la paternità a un signore del quale non dovrebbe essere rimasta nemmeno la polvere e che al difetto di essere non solo parecchio più bravo di me ma di molte spanne più su rispetto ai molti che hanno contribuito alla storia della letteratura, si vede aggiunto quello di aver scritto uno dei romanzi meno venduti della suddetta storia - a mille copie non c'è arrivato. Per uno come il sottoscritto, che da Baudelaire ha tutto da imparare, sono soddisfazioni.


16 apr 2010

Da L'onda


Di cosa potesse parlare in classe, era materia d’invenzione quotidiana.
- Ma tu ce la fai?
- Fra un po’ ci pisciano in testa – rispose Fausto.
- Da me hanno già provveduto.
- Ma secondo te, tutta questa merda ce la siamo tirati addosso da soli?
- Voi insegnanti, vuoi dire?
- Dimenticavo, tu sei un artista. Non bene identificato, ma un artista.
- Avete fatto del vostro meglio.
- Come una zona grigia.
- Almeno.
- Ma tu i ragazzi li fai leggere?
- No, niente libri obbligatori.  Ci ho provato ed è stato un disastro.
- Come obbligarli a fare l’amore.
- Già.  E il sesso dovuto è una cosa da depravati.
- Ogni riferimento.
- E del gobbo, che gli dici tu quando parli del gobbo?
- Io il gobbo quasi lo evito. Il gobbo è troppo per loro, Livio.
- Il gobbo è troppo per tutti.  



28 mar 2010

L'onda sulla pellicola


Nell’ufficio di Malerba in quel periodo di campagna elettorale c’era un via vai di giacche e cravatte coi fermagli d’oro. Molte, e riconoscibilissime, le vecchie teste di cazzo democristiane e socialiste che nel ‘94 avevano infilato il preservativo, si erano chiamate forzaitalia e l’avevano allegramente messo in culo all’altra metà del paese. Ma non solo loro. Il bestiario comprendeva tutto l’arco parlamentare. Lasciavano i loro bigliettini con la raccomandazione di distribuirli, ai prof in primo luogo, ma anche agli studenti maggiorenni. Molto si diede da fare Torella, sedicente studente del serale che Malerba aveva fatto iscrivere a febbraio grazie alle insistenze di Zampa, amico suo, che la pregò di “non dar retta alle chiacchiere”, che non era vero che menava palate a destra e a manca - no, pardon, solo a manca; insomma, uno squadrista ripulito a metà e bisognoso al dunque di un minimo di alfabetizzazione, o di un diploma per piazzarsi al comune. Atticciato come un bullo cresciuto senza grandi aiuti dalla natura, lo ammorbava, a lezione alle dieci di sera, con domande impossibili mentre Livio era lì a sfiancarsi per cifre da non ridire, e ogni occasione era buona per far caciara a ufo senza un minimo di logica o di senso. Quando Torella disse che se il saluto romano era proibito bisognava vietare anche il pugno chiuso, Livio si rese conto che aveva da fare con un drogato.
 Livio trovò uno dei suoi bigliettini elettorali su un banco. Dalla foto, dalla verruca pendula del becco, a Livio parve di riconoscere nel padrino di Torella un parlamentare galliforme, un meleàgride gregario e visibilmente guercio alla cerca di un secondo mandato. Che cosa doveva fare, assistere in silenzio?
Una mattina stava facendo lezione in quinto. Al suo solito, anche per tenere la classe sotto controllo, spiegava in piedi, camminando. A un certo punto un sospetto gli trapassò il cranio come un belzebù ballerino in miniatura. Si avvicinò alla porta, continuando a parlare. L’aprì di scatto.
Malerba, appoggiata al muro, lievemente inclinata verso la porta, accennò un sorrisetto. - Oh professore, ho preso una storta - piegò la schiena e tirò su una gamba. - Qui, alla caviglia.
- Male? - fece lui.
Idioti, i sorrisetti, ma intimidatorî. Tutti e due.
- Che fa, sfotte?
Finita l’ora, sfilandoglielo garbatamente via dalle mani, gli domandò cosa ci trovasse di “così interessante” in quel libro, Carnefici, vittime, spettatori. Se lo avvicinò al muso. La smorfia fu quella di chi sente un cattivo odore.
- Dovrebbe smetterla con la politica, professore. I ragazzi non vengono a scuola per sentire comizi.
- Scusi?
- Ho detto che dovrebbe smetterla di fare politica a scuola.
- Infatti, sto solamente facendo lezione, mica propaganda a nessuno. O vorrebbe che saltassi anche il nazismo?
Krishna! Perché sprecarsi in una tenzone dialettica con quel furfante in gonnella e non cercare una particina in un filmetto stronzo qualsiasi che almeno si pagava l’affitto per sei mesi?
- Senta, mi risulta che lei ultimamente faccia chiudere i libri e si mette a parlare di cose assurde. E’ vero? 
- Quali  libri? Comunque. Diciamo che mi limito a spiegar loro quello che l’informazione si guarda bene dal raccontare - disse, pensoso. E preoccupato perché neanche come figurante lo tenevano più in considerazione. Lo consideravano una rogna e basta. Uno che è pagato per fare l’applauso e infila le mani in tasca: dove si era visto mai? Figurarsi se rimediava una particina da qualche parte. Per questo non aveva interlocutori nella sua vita lavorativa a parte Malerba e una  monaca jettatrice.
- Per esempio il fatto che votano tutti è una iattura, è questo che si preoccupa di spiegare ai ragazzi? 




17 feb 2010

Da L'onda sulla pellicola

La "preside" approfittava delle assenze di Livio per dar la stura al suo cruccio preferito: 
le piaceva salire in cattedra, professoressa emerita, e fare la supplenza di italiano. 
Machiavelli, la sua passione. Perché al solito si trattava di un Machiavelli vulgato 
a propria immagine e somiglianza, del potere canagliesco, naturalmente. Una 
mattina Livio torna a scuola dopo tre giorni di assenza e un ragazzo tutto d’un 
fiato gli fa: - Oh prof, finalmente l’abbiamo capito ‘sto Machiavelli. Ce l’ha 
spiegato la preside. Ha detto che la faccenda stringi stringi sta tutta in due 
paroline chiave, il leone e la volpe, nulla più, e che però gli italiani sono una
 massa di cretini e non se lo meritano per niente un autore di quel calibro visto 
che l’hanno fatta tanto lunga con mani pulite non volendo capire che un 
principe ci avrà pure il diritto di fare come gli pare altrimenti non è un principe 
ma un coglione.

29 gen 2010

La scuola dall'onda

Per la cura di  Giorgio Morale una riscrittura minima di alcune pagine del mio romanzo L'onda sulla pellicola



Immaginate di trovarvi nell’immediata periferia di Roma, in una specie di scantinato prossimo a sprofondare nell’Aniene, parente povero del Tevere. Immaginate un edificio fatiscente, una specie di prolasso in cemento che slitta poco sotto il fiume sotto i vostri occhi da una finestra che pare quasi un oblò. Immaginate che davanti a voi, una trentina di tifosi dai quindici ai venticinque-sei anni più o meno, senza una lingua a disposizione che non sia vaffanculo e pezzo de merda, in attesa della domenica starnazzino lì, in uno stanzone gelido in cui consiste l’aula più grande ancorché approssimativa di una scuola privata. Immaginate che altre grida schiocchino nei corridoi e affoghino nel buio. Immaginate raffiche di muffa e di orina. Porte che sbattono. Vetri che si frantumano, qualche volta.
Ecco, provatevi poi in questo spazio abbrutito, fra motori rombanti sul cortile, gente che entra e esce come vuole, provatevi a impostare la voce più ferma possibile e cercate di dargli un senso mentre raccontate le ansie amorose dell’Ortis– be’, se riuscite a non farla sbriciolare come polistirolo sotto la macchina dura del loro rumore per poi tornare a casa sani e salvi, che cosa dirvi, avreste tutto il diritto di chiedere una medaglia al valore.


Se però la salute è precaria, vi sconsiglierei di accettare la sfida. In questa specie di budello sotterraneo, in questa sorta di spurgo gastroenterico della capitale d’Italia, si gela. Mentre mi stringo la sciarpa intorno al collo mi domando se avrà o no un significato il fatto che una scuola sia messa in un posto come questo. Si chiamano domande retoriche, e l’ho imparato non in un covo per delinquere come questo, ma in una scuola pubblica, sono passati tanti anni e molte cose – sarà l’età – mi sembrano peggiori.

29 dic 2009

L'onda sulla pellicola

L'onda sulla pellicola è uscito nel 2004 per Besa editrice. A tutt'oggi è il mio unico romanzo edito. Due aspettano cicogna. Un quarto non si decide a concepire.


Romanzo d’esordio, questo di Michele Lupo, uscito per i tipi di Besa Editrice nel 2004. Sappiamo poco dell’autore se non che è un insegnante molto arrabbiato di come vanno le cose nel mondo e specialmente nella scuola, e forse qualche ragione ce l’ha. Una tale rabbia ci farà compagnia per tutto il corso del romanzo, come ci annuncia un brano tratto da “Il teatro di Sabbath” di Philip Roth, del 1995, riportato in epigrafe: “… insultare e insultare e insultare finché sulla terra non resterà nessuno che non abbia insultato.”

E infatti, ecco con quali parole conosciamo il protagonista (“che ha una faccia da schiaffi, glielo hanno sempre detto.”), Livio Viola: “Livio si sentiva soffocare dalla collera, ma vomitarla addosso a loro sarebbe stato come arrabbiarsi con un cane perché non ti suona Debussy.”

Vi è disegnata in principio un’atmosfera rarefatta in cui prendono forma la figura di Livio sdraiata davanti al mare e le forme smosse dalla calura di un gruppo di ragazzi e ragazze che stanno giocando e a cui la presenza di Livio, proprio sulla traiettoria dei loro giochi, dà fastidio. Dentro questo scenario quasi trasparente si viene configurando una piccola scena di violenza rappresentata dai piedi dei ragazzi che colpiscono Livio. Avremo, dunque, a che fare con una storia dove rabbia e violenza si uniscono in una flagellazione che non risparmia nessuno. C’è da chiedersi che cosa abbia generato questo feroce risentimento collettivo. Certamente la scuola, con il suo disordine marcescente che viene da lontano (aule senza un numero sufficiente di sedie e di banchi, talvolta perfino senza lavagna), e con una gioventù tracotante quanto disorientata, è la miccia che fa scoppiare l’ira del protagonista, un’ira che travolge tutto come il fiume di questa immagine cupa e violenta: “Una notte sognò che il fiume tracimava, che una cloaca di sozzure riusciva a risalire lungo il muro dell’edificio, penetrava dalle finestre e inghiottiva tutto quello che trovava, sedie cassetti finestre. Infissi sbriciolati. Un’enorme colata di merda che trascinava con sé quel frantume grigio di città.”

Non ha ancora sciolto il dilemma “se sia possibile amare un luogo senza amare i suoi abitanti.” Dei suoi abitanti, infatti, ne vorrebbe fare a meno.

L’ambiente in cui lavora è quello di una scuola superiore privata, specializzata nel recupero dei ripetenti. Vi insegna italiano. La direttrice, Maria Malerba, è una donna abile che sa attrarre finanziamenti e famiglie, che vi iscrivono i loro figli. A qualche genitore che si lamenta, cerca di spiegare la differenza tra scuola pubblica e scuola privata, e i metodi di quest’ultima, molto più attenti alle esigenze di “libertà” dei giovani. Sussiste, non solo nella direttrice, ma un po’ dovunque nella scuola, che gli studenti siano anime candide da coccolare: “Senza minimamente immaginare il contrario. Questa era la cosa curiosa, che le botte le aveva rischiate lui. E le aveva anche prese, alla fine. Da prof.”

Livio vede una gran confusione intorno a sé, che non fa che accrescere la sua rabbia contro i suoi simili. Su di un traghetto carico di vacanzieri (si è concessa anche lui una vacanza intorno alla Sicilia e alle sue isole, fino ad arrivare a Tunisi), egli non scorge altro che: “Commandos di famigliole eccitate, masnade di trentenni che si allungano sul lerciume del ponte come sacchi flosci, neo-pirati ornati di bandane, ninnoli di orecchini a decorare labbra nasi e sise, piselli tatuati che si annidano fra le gambe e tatuaggi di capezzoli punteggiati su capezzoli veri, piedi nudi o scarpette da atleti stellari, occhiali a specchio, barba di due giorni e capelli scompaginati dal vento che soffia apposta per farli sentire molto fieri e selvaggi…”

Eppure è stato giovane anche lui; la sua adolescenza e la sua prima giovinezza gli erano state prodighe: di bell’aspetto, era il tipo che andava negli anni ‘70 e le ragazze facevano a gara per conquistarlo. Non gli erano mancate perfino esperienze sessuali con donne sposate e viziose, come quella con la bella tedesca Helda: “Livio se la sarebbe ricordata così, Helga, un lungo rampicante biondo, flessuoso, inarcato sulla tazza del bagno e intento a tagliarsi le unghie dei piedi.” È una scrittura moderna, agile, pervasiva, quella di Lupo, già matura e sicura, insolita in un autore alla sua prima esperienza narrativa.

L’amore per il cinema e la scrittura, anche se non gli hanno arrecato dei risultati, aiutano Livio (“un fisico asciutto e una chioma di morbidi capelli neri”) a riempire il vuoto delle sue giornate, ma senza riuscire a mutare il suo malessere di fondo, quell’odio contro tutti e tutto, e verso la scuola innanzitutto: “Non avrebbe dovuto più limitarsi a resistere, questo era il punto. Trasformare il CSM in un antro urente dal cupo fetore di morte, ecco il suo progetto. In sostanza, buttarci una bomba.” Lautreamont è uno dei suoi autori preferiti, e non è difficile riscontrare in quest’opera una sua influenza non certo marginale.

Una struttura “a rimbalzi”, in cui i pensieri spesso aprono squarci di ricordi per poi tornare alla situazione in atto, crea una coordinazione continua tra flussi e riflussi, che dànno un ondulatorio movimento alla storia. Lo sguardo di un cane, ad esempio, gli richiama alla memoria gli occhi di uno studente del Sacro Cuore, Alberto Tabazzi: “due valve slargate e liquide, informi, in cui guizzavano come colte da raptus inatteso due pupille dilatate e assetate di comprensione”, dopo di che Livio torna ad osservare la scuola dal di dentro, scandendo i tempi che la contraddistinguono, a volte irrefrenabili, a volte monotoni, a volte senza senso, quasi sempre contrassegnati da una pigrizia sonnolenta, da una voglia di lasciar correre, di rinunciare. Allo stesso modo comparirà Sonia, una compagna di studi, e così via.

La scuola con i suoi problemi annosi e sempre sul punto di essere risolti – e invece misteriosamente tutto si ferma per restare al solito punto -, resta il cardine centrale del romanzo, ed è anche ciò che imprime sul protagonista quel malore e quella scontentezza che lo amalgamo presto, come una cosa sola, con l’ambiente. In realtà, non sembra esserci molta differenza, infatti, tra Livio, Fausto, Cessani, Zampa, Imperio, Torella, Marilena, la direttrice Malerba (la cui norma era quella di “imbarcare quattrini.”), Sonia, Bettina (la giovane bidella presso il cui gabbiotto, nell’intervallo, si accalcava “una ressa di proposte sessuali e turpiloqui per farla arrossire.”), Giorgio, Balestra, Cristina, Ester, Talen (questi ultimi cinque sono alcuni degli studenti) e così via: sono tutte facce della stessa medaglia, una scuola che diffonde non cultura, bensì malessere, indisciplina e irresponsabilità. Per gli insegnanti poi, la scuola non era altro che un luogo di “precoci prove di laboratorio per il futuro dominio della flessibilità? Precari.” Dirà Livio di se stesso: “Lui il fondo lo toccava in continuazione. Viveva come in apnea, in uno stato di perenne emergenza.” La stessa natura attorno pare un riflesso di quel disordine: “Livio guardò fuori. Il cielo sembrava il largo mantello brunastro di una bestia minacciosa. L’Aniene più limaccioso del solito. Trascinava fanghiglia, fogliame, scorze di rami. Olio marcio. A tratti più denso, e rappreso in coaguli viscidi o squamosi. Una cassetta butterata di bucce di pomodori scorreva sul margine, sotto un filare di alberi spogli. Per il resto, un mare di cemento. Il fumo delle marmitte. E la gru immensa della metropolitana a sorvegliare lo spettacolo.”

Quando a poco a poco si staccano alcune figure dalle altre perché entrano in qualche modo più pervasivamente nella vita del protagonista, esse provengono da un ambiente moralmente travagliato. È il caso di Giulia Armena – che di professione fa la psicologa, e insegna anche qualche ora in una scuola parificata, il Sacro Cuore -, verso cui Livio prova una forte attrazione, e di suo figlio Giorgio. La loro famiglia vive una continua lite. Il padre di Giorgio, Rocco Morrone, picchia ripetutamente Giulia. Racconta Giorgio: “Ricordo benissimo quel pugno di mio padre, forte, preciso, sul muso, che indicò me con un dito, lui, me che avevo assistito alla scena, e lei con la bocca spaccata in una smorfia, il dente che veniva via come una barchetta nel fiume di sangue, le mani del vecchio strette sul collo… L’avrebbe uccisa, quella sera l’avrebbe uccisa se io non avessi gridato…”

Non è la prima volta che l’autore ci lascia descrizioni efficaci come questa, in cui la scrittura accompagna con un suo movimento la scena descritta: in questo caso, noi riusciamo a vedere quel dito puntato su Giorgio, dopo che il pugno si è abbattuto sul viso di Giulia. E vediamo Giorgio che osserva quel dito e contemporaneamente la maschera sanguinante che è diventato il volto di sua madre, e udiamo il suo grido. Una sequenza complessa, multipla, il cui movimento sta racchiuso nell’inciso brevissimo in cui si accenna al dito puntato sul ragazzo. Anche scene sessuali, come quelle che si svolgono tra Livio e Boccasvelta, sono descritte con grande efficacia senza mai scadere nella volgarità. La prosa si avvale ogni tanto di termini poco usati, eruditi o meno, che ravvivano il racconto: atrabiliava, anfanare, smucinarle, scemità, cantucolare, ranchettare, disfazione, mistagogica, stranimenti, scemiseria, gnacchera, algolagnìa, sturdellone, malinconiarono, girovolava, comedoni, sgrugnone. Tutto ciò conferma l’impressione iniziale di un autore che è giunto preparato al suo esordio.

In occasione di una delle tante visite di Giorgio a Livio, il ragazzo porta con sé un diario in cui ha trascritto brani della sua vita familiare. A tenere il diario è stato consigliato dal neurologo dottor Nuvola, come terapia per superare lo shock subito dopo un incidente d’auto in cui Giorgio ha riportato un trauma cranico. Livio si impossessa del diario e così veniamo a sapere che il padre di Giorgio, che fa il pilota d’aereo, quando ritorna dai suoi viaggi “fra Napolicapodichino e la Sardegna”, non perde mai occasione di fare violenza alla famiglia. Dubita perfino che Giorgio sia suo figlio e, a proposito dei rapporti tra suo padre e sua madre, il ragazzo racconta: “entravo in cucina e vedevo mio padre che le scartocciava le orecchie fra le dita. È mio o non è mio, lui? Piantala, rispondeva lei, piantala. Ma lui non la piantava mica. Una volta le infilò la testa nel lavandino, sotto l’acqua bollente.” Sarà questa rivelazione ad avvicinare Livio a Giorgio e a sua madre, “che faceva sragionare lui per quanto era bella.” Livio ama il cinema (sogna di realizzare un film e questa sua passione lascerà forti tracce nel romanzo), e vede nella loro storia qualcosa che può essergli utile.

È Giulia, intanto, che riesce a procurargli un lavoro supplementare presso la scuola privata dove lei insegna, il Sacro Cuore, perché possa arrotondare lo stipendio. Vorrebbe cercare di sedare in questo modo la sua irrequietezza.

Giulia è andata a vivere per conto suo, lasciando il violento marito. Giorgio è rimasto col padre, per il momento. Bice, l’altra figlia, è andata in America, a Detroit, dove si è sposata. Anche a Giulia piace Livio, glielo fa capire, ma Livio ha paura che si possa instaurare un rapporto duraturo. Preferisce frequentare donne come Boccasvelta, che non creano alcun legame e non lasciano alcun segno: “Perdersi dietro una donna lo condannava a una sterilità perenne che lo deviava continuamente dal perseguimento di uno scopo, di un risultato soddisfacente.”

Tutte queste cose le apprendiamo attraverso uno schema che vede Livio ancora a bordo di quel traghetto che lo sta conducendo a trascorrere quella che appare come una vacanza, e che rappresenterà, vedrete, qualcosa di ben altro. Ossia, l’autore ha in qualche modo livellato tempo e spazio ponendoli come su di una piattaforma sopra cui si azzerano differenze e distanze, e tutto sembra avvenire in una contemporaneità cosmica. Attraverso la vita tribolata e precaria di Livio nel mondo della scuola, l’autore apre, allarga e distende, come su di un lenzuolo bianco, i segmenti di quello speciale universo che ha a che fare con il protagonista e la sua vita.

L’amore verso Giulia ha alti e bassi, ma il rapporto tiene e l’esuberante Livio può ora fare a meno di altre donne, “Boccasvelta a parte”, ma già ci domandiamo se Giulia sarà il percorso che il protagonista vorrà intraprendere in cerca di quel contatto umano da cui il suo disprezzo per gli altri lo ha sempre tenuto lontano. L’autore, quindi, dopo aver tracciato una linea di solitudine e di scontento per il protagonista, vi sovrappone, vi inserisce, così come si depone una goccia diversa dentro una provetta di laboratorio, il contatto con un altro essere umano, dal contenuto nuovo e sorprendente per lui, fino a quel momento abituato a ricercare nella donna nient’altro che una soddisfazione sessuale. L’incontro con Giulia ha acceso in lui un’aspirazione sconosciuta, ancora instabile ma ostinata, quella, ossia, di sentirsi in qualche modo legato a lei. La lettura del diario sottratto a Giorgio, l’aiuta ad entrare nel mondo di lei, oltre che nel mondo del ragazzo. Queste del diario, sono pagine molto vive, in cui la scrittura ha una sua variazione arguta e gustosa. Il diario va sempre più prendendo spazio nel romanzo e si rivelerà presto una delle sue colonne portanti, come la vacanza intrapresa a bordo di un traghetto. Sono due intelligenti inserimenti che consentono all’autore di presentarci il mondo della scuola, e soprattutto dei giovani che la frequentano oggi, in modo da collegarli in qualche modo alla loro intimità (il diario) e al loro rapporto con il mondo esterno (il traghetto e la vacanza, che però avrà un significato tutto particolare anche per Livio). In mezzo a una tale fervida ed irrequieta gioventù, colloca, infine, il lento e tormentato processo di innamoramento di Livio nei confronti di Giulia: “I ragazzi a scuola non se lo sarebbero neanche sognato che il professore si macerasse in un tinello di stranimenti estenuanti.”

Livio è un personaggio esuberante, soprattutto nei confronti delle donne. Le sue conquiste sono numerose e le scene a sfondo sessuale non mancano. Tuttavia esse riescono ad essere esplicite attraverso una scrittura costruita per disegnare il tutto dentro la fantasia del lettore, che viene abilmente sollecitata da un linguaggio che non offre mai il fianco alla volgarità. Un esempio, tra i tanti: “il corpo di Giulia scatenava in lui un rialzo vertiginoso di dopamina fino a un picco incontrollabile che lo avrebbe indotto facilmente a uno stupro – o al suicidio. Per questo, per allentare la tensione, le prime settimane non smise di scopare chiunque capitasse a tiro. A dire il vero, solo Roberta e Boccasvelta. Ma le mollava lì a metà, e correva da lei. Da Giulia.” Certe volte arriva proprio ai limiti, e riesce a fermarsi con molta abilità, lasciando intatto l’effetto conturbante della scena. È il caso, per esempio, dell’amplesso consumato con Giulia, nel bagno della scuola: “Lei, appoggiata sul lavandino, le gambe intorno ai suoi glutei, gli strinse le mani fra i capelli, lo tirò a sé e prese a morderlo sul collo. – È questo che vuoi? – disse, sfilandosi le mutandine. – È questo, amore mio? – ripeté srotolandosi il cazzo di Livio fra le mani, accarezzandolo un po’ su e giù prima di infilarselo dentro.”

Si è già detto dell’importanza che la passione di Livio per il cinema ha su questo romanzo. Alcuni capitoli sono molto espliciti, cominciando con la frase “Il film è…”, alla quale fa seguito la storia oggetto del romanzo. Ciò ha un significato preciso: quello, ossia, di dichiarare che l’autore è intenzionato a realizzare il suo film nientemeno che con lo strumento del romanzo. Del resto, altri segnali si trovano sparsi qua e là, come questo, nel capitolo 28, laddove sta conversando con Giulia e ad un certo punto riflette: “Ma era il pensiero del cinema a proteggerlo. Si sarebbero salvate quelle frasi al cinema?” È, questa, a mio avviso, una novità di un certo rilievo per la sua chiara esplicazione (peraltro introdotta in modo così semplice, con tre parole e tre puntini di sospensione), di voler unire tra loro – come due facce della stessa medaglia – cinema e romanzo. E lo fa, addirittura, mostrandoci i tentativi di Livio di realizzare un film (contro l’amore, precisa ad un certo punto) tutti falliti, perché la ragione sta nel fatto che la vera realizzazione di esso avviene con il romanzo e dentro il romanzo, di cui questa passione e questo tentativo divengono il leit-motiv. Troviamo scritto verso la conclusione: “In quel copione mai scritto, lo sapeva, si salvavano sì e no una dozzina di battute. Ma le ricordava a memoria e voleva metterle alla prova sperimentandole in una situazione reale.”, che è come dire in un modo tanto semplice da apparire scontato che il romanzo è sempre la realtà concreta con la quale si misurano i suoi personaggi.

L’autore sa come costellare la propria storia di variazioni che riescono a darle un ritmo incalzante; dalla vita che si conduce in un ambiente scolastico divenuto ipocrita, banale, scandaloso e assurdo, Lupo ne trae le singole individualità nei loro momenti di smarrimento e di disperazione; non solo Giulia, di cui traccia un significativo ritratto psicologico nel capitolo 31, ma Giorgio, le colleghe del Sacro Cuore Sonia e Rita, che aveva “un forte bisogno di contatti umani”; perfino Roberta e Boccasvelta, nel loro smodato appetito sessuale, sono figure inquiete e infelici.

Nel diario di Giorgio, che tiene come terapia su indicazione del medico curante, noi scorgiamo una lenta assimilazione da parte del ragazzo del linguaggio di Livio. Troviamo perfino quell’esclamazione, Krishna (che sta in luogo di Dio), tipica del professore. Che cosa può significare una tale confluenza di linguaggio? Non solo, ma le delusioni e gli incantamenti che si alternano nel rapporto Livio – Giulia, vengono ripercorsi anche nel rapporto tra Giorgio e l’inarrivabile – per lui, ma non per alcuni compagni – e bella Ester. Scopriremo il senso di tutto ciò più avanti quando l’autore osserva: “Ora, se Livio era un caso per certi versi tipico della tendenza sempre più evidente a protrarre l’adolescenza all’infinito (all’infinito mortale degli uomini), era molto sua e peculiare la disposizione a prolungarne le velleità per un tempo che il capitale, d’altro canto, non ti concedeva affatto.”, che è come dire che Livio – economicamente disastrato – è impegnato a conquistarsi una crescita, la propria maturità (“bambinone mai cresciuto del tutto”; “il bambino che non cresceva mai. Che non ne voleva sapere.”), così come sta facendo Giorgio che, lasciato solo dal padre e dalla madre (“sentii che dovevo essere stato un incidente, per lei, non lo so, come una vergogna, la stessa vergogna che ho sentito dopo.”), ha cercato rifugio nell’hashish ed ora nel diario, a riprova che ci troviamo di fronte ad un testo psicologicamente dotato e composito. Si badi anche a questa definizione dell’amore: “quella tentazione d’infinito incatenata a un’eccitazione non ordinaria che i vocabolari chiamano amore.”, in cui con poche parole l’autore riesce a mettere insieme nell’amore: vertigine, sogno, passione e sentimento.

Non è facile per Livio amare, sempre arrabbiato com’è con tutti e soprattutto con se stesso, ma Giulia è caparbia e a poco a poco sembra riuscire a dargli un po’ di pace. Gli confessa un segreto che riguarda Giorgio, ma il ragazzo – si badi – non ne sa nulla, forse sospetta; e, pur detestando il padre, non vuole staccarsi da lui, che ne soffrirebbe. Giulia, al contrario, desidera di trovare il modo di portarlo a vivere con lei, ora che anche l’altra figlia, Bice, è lontana, in America.

L’autore disegna così un rapporto familiare, quello di Giulia con il marito Rocco e quello di Giorgio con il padre, disgregato e fatiscente, e su queste macerie cerca di far vivere la nascita, difficile ed anche incompresa, di un rapporto tra Giulia e Livio basato non solo sull’attrazione sessuale, ma anche sull’amore. Gli dice Giulia: “hai paura delle responsabilità con cui non sapresti misurarti.”, non solo ma arriva a pensare che “Livio sgretolava quella relazione perché lo avrebbe costretto a lavorare.” E ancora: “Era a forza di non pianificare nulla che Livio si era ridotto così.” Come si vede, sono temi di strettissima attualità, e il tutto s’innesta nell’ambito di una società ancora più confusa e precaria, alla base della quale sta una scuola che non costruisce ma disperde quel poco di positivo che è dentro ciascuno di noi.

Quello tra Giulia e Livio è un rapporto che sembra non avere un futuro, dilaniato da incomprensioni, ricatti e ripicche. È una famiglia che non vuole formarsi, dunque, al passo con i nostri tempi: né davanti all’altare né in qualunque altro modo. È specialmente Livio che fa di tutto per tirarsi indietro: “Farle credere che fosse uno stronzo e farsi lasciare per questo era l’ultima trovata escogitata da Livio per nascondere a se stesso il fatto che stronzo lo fosse sul serio.”, e ancora: “L’amore stancava.”

La battaglia che Livio intraprende non solo con Giulia, ma con se stesso, con i principi fino ad allora conclamati, è faticosa, perfino delirante: “sentiva su di sé una forza insopprimibile che lo costringeva alla guerra, a una guerra gratuita. Doveva disorientarla, voleva che Giulia smettesse di pensare a lui. Perché l’amava senza saperla amare. Perché nella vita c’era sempre qualcosa ‘di più’ che il saper amare una persona. Perché non avrebbe smesso di desiderare qualunque femmina attraente l’avesse avvicinato per sbaglio.” È una resa dei conti con se stesso, il rapporto con Giulia. L’amore che sente per lei è così devastante da mettere a nudo le sue idiosincrasie, le sue incertezze, le sue vanità.

Come è una resa dei conti, quella di abbandonare la scuola, così disastrata, ipocrita, fatta di finto perbenismo dentro cui si nasconde e si coltiva il cinismo più perfido. Nel diario Giorgio ha scritto: “Viola stava sulle palle a tanti e questo è un fatto.” È forse uno studente, Andrea Balestra, che gli ha rubato l’auto e l’ha fatta saltare in aria. Ma potrebbe anche essere stato il fidanzato di Ester, la bella e disinvolta studentessa su cui anche Livio ha messo gli occhi addosso.

Ecco, dunque, che il mondo che Livio detesta (“Con quella smorfia di disprezzo stampata sulle labbra.”), gli si rivolta contro. La lotta diventa immane. Non si può detestare gli altri senza essere ricambiati con la stessa moneta. Così che tutto diventa sempre più difficile, la conquista di sé si allontana, all’incertezza segue la sconfitta; ci sarà un approdo temporaneo in una zona desertica vicino a Tunisi, poi il naufragio. È a questo punto che le strade di Livio e di Giorgio si separano. Il ragazzo, congedandosi dal neurologo, dirà infatti: “Ma ora basta. Cristina mi sta aspettando. [...] Mi sto alzando, dottore.” Liberatosi dalla fissazione per la bella e disinvolta Ester, Giorgio ha il coraggio, dunque, di ricominciare.

Un esordio che mi ha sorpreso, questo di Lupo, narratore che sa avvincere, avvalendosi di una scrittura che trasuda della rabbia (Giulia gli dirà che è un “cinico che sta fra gli uomini come per sbaglio”) che sorge da una vita che non si accontenta e che si ribella al solo scopo di distruggersi: “Sapeva, Livio, cosa vedeva dentro di sé, ora. Un uomo dubbioso, ironico per partito preso, che non si era fatto trovare pronto per quell’occasione, l’occasione di amare un essere umano sino in fondo” E ancora: “Perché lui non sapeva che pensarsi così, come la polena di un veliero votato al naufragio”. Un romanzo corposo, del quale l’autore sa tenere solidamente e con destrezza le fila.

Un esempio, anche, di come ci siano in circolazione romanzi di cui nessuno o pochi parlano, ma che hanno consistenza, compattezza e valore molto più di altri acclamati e vezzeggiati da una critica spesso, ahimè, troppo compiacente.

bartolomeo di monaco

Cerca nel blog