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20 ott 2012

su Landolfi



diario-perpetuo-elzeviri-1967-1978Negli anni sessanta e settanta, in gran parte esaurita la sua vena migliore, Tommaso Landolfi si dette modo di sopravvivere e tenere in piedi un simulacro della sua arte scrivendo elzeviri per il «Corriere della Sera». Nonostante lo scetticismo non privo di angoscia che in questa fase terminale della sua vita tutto investe, fatica della scrittura compresa – o almeno, quella modalità di essa che se non altro richiede convinzione e determinazione: il racconto di storie di una certa lunghezza, per esempio – l’intenzione era di ricavarne un libro.
“Diario perpetuo“, ora licenziato da Adelphi con adeguata ricostruzione del progetto interrotto dalla morte dello scrittore, è questo libro.
La contraddizione palmare di questi testi molto brevi (mini racconti dal sapore di apologhi sconsolati, ricordi più o meno fantasiosi di una giovinezza lontana, prose vecchio stile) presi nel loro insieme evidentemente, sta nella rassegna di un pessimismo talmente cupo da risultare a tratti persino didascalico e il costante ridisperdersi delle tracce di uno spirito elusivo, che non fa che sfuggire da tutte le parti. La scrittura vi gioca un ruolo fondamentale, si tratti di recuperare il vocabolo astruso, desueto, o di mascherare la violenza tragica di un destino nero con inserti lessicali o figurazioni sintattiche spiazzanti, tali da lasciare il lettore sospeso come si trovasse di fronte a uno scherzo. Ma sospettoso che il gioco, l’aspetto ludico dell’esercizio scrittorio in effetti sia non tanto la faccia buona del mondo, il polo positivo di una vita dal doppio segno, ma il solo modo di renderlo temporaneamente tollerabile.

Così, dire che Diario Perpetuo è un libro minore è possibile non perché non abbiamo di fronte un’”opera”, un’unica struttura narrativa organizzata intorno alla classica triade trama-stile-personaggi, ma perché mostra una specie di sopravvivenza fittizia dell’autore a se stesso. Esaurimento di quell’incanto, seppur nero, di fronte alla vita, senza il quale nessuna arte probabilmente è possibile e dispiegamento – direi esibizione, anche – dei mezzi stilistici che hanno letteralmente “scritto” la fortuna di un’avventura artistica tra le più significative del ‘900 italiano. Per dire, fare che cosa? Per ripetere il gesto di Sherazade in fondo e allontanare la dipartita definitiva reiterando però un rito paradossale: tenersi ben chiusi, barricati in una stanza, proteggendosi dalla morte che incombe e circonda il fuori scrivendo alfine di lei, delle sue facce infingarde (inganni e autoinganni, fugacità del vivere, illusioni infrante, passioni tanto “bui” quanto futili) inviando missive-elzeviri dall’anticamera dell’inferno ai lettori vuoi distratti vuoi fedeli delle cronache quotidiane. Vista dalla nostra distanza, non solo un’apotropaica messa in scena, ma l’epitaffio ermeneutico alla propria opera, memore di quella che fu un' "intormentita, malinconica, sognante disposizione.

5 ago 2012

Su un romanzo-non romanzo


Emanuele Trevi

pubblicata sul paradisodegliorchi qualche tempo fa 


Copertina
Già detto da tutti, quello di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, è l’ennesimo esempio di romanzo non romanzo, un po’ saggio critico, un po’ autobiografia, “qualcosa di scritto” ma diversamente dall’oggetto principe della sua narrazione, l’indefinibilePetrolio, data di pubblicazione 1992, autore Pier Paolo Pasolini.Figura che qui è meno interessante, avvincente, dell’altro personaggio centrale del libro: l’attrice Laura Betti. Se infatti PPP qui è inscindibile da Petrolio (pur nella debita premessa che il libro “dice” il momento apicale di un’esperienza umana), la Betti esiste per sé stessa, sebbene stregata dal poeta fino alla morte di lei. Partecipe della stessa oltranza ipervitalistica di PPP, si arroga così la pretesa di essere il solo vero destinatario della sua opera.Il giovane Trevi la conosce lavorando al Fondo Pasolini. “La Pazza” è un animale eccessivo, assurdo, da cui Trevi è soggiogato. La paranoia dell’attrice, assurda come ogni paranoia, trova agli occhi del futuro autore romano una giustificazione proprio in quella sorta di stato d’eccezione che la lega a Pasolini, come fossero alterità quasi mitologiche rispetto al mondo borghese del quale egli invece fa parte. La Betti è un’Erinni, una furia isterica, talmente eccessiva da risultare comica (“Questo piaceva soprattutto alla Pazza: mandare vaffanculo”), ma quel che affascina il narratore (che venga chiamato “zoccoletta” è un dettaglio non infimo della scena), e non poco il lettore, è la consapevolezza di essere com’è. Betti, in apparenza massacrata dall’impietosa descrizione, è un personaggio straordinario. E poi c’è il suo maestro, PPP. Petrolio è, lo sanno tutti, un monstre, qualcosa di scritto lo definisce appunto Trevi, un oggetto letterario che però scardina qualsiasi confine estetico, una roba non più concepibile nel 1992. Si era entrati, e già da un decennio almeno, in un’epoca in cui la letteratura viene ridotta a trame, a storie, a intrattenimento. Qua invece siamo più vicini – sostiene Trevi – alla body art che alla letteratura. La lettura del libro non è un esercizio tecnico, strutturale, filologico, benché si avvalga di tutti questi strumenti ma mette in gioco l’esperienza, la vita anche emotiva del suo interprete. E se l’opera, anzi l’opera-vita che in questo Pasolini terminale ha da fare con un’iniziazione (ne è il fine ultimo), sembra un viaggio iniziatico anche quello dell’autore, a partire dai mesi di soggezione assoluta, pavido-ironica, verso l’arbitrio violento della Betti fino al viaggio in Grecia, a Eleusi – viaggio mai davvero terribile, certo, mai a rischio di nulla di fondamentale, inevitabilmente commento, secondo vocazione epigonica che Trevi non può nascondere (se a Pasolini, tutto immerso in un processo creativo, sorgivo e intemperante come quello di Petrolio, risulterebbe un’ “insopportabile pappa finto-erudita” la vacuità del postmoderno citazionista… Trevi se ne salva in parte grazie a una controllata partecipazione sentimentale che, al netto di qualche eccesso retorico, sa emozionare).Il racconto di Trevi dunque, nonostante non faccia che esaltare il ‘900, è quello di un uomo del nostro tempo, impossibilitato a procedere senza accordarsi alla voce di un altro, incapace di attraversare l’oscurità senza lo strumentario di citazioni altrui ma onestamente consapevole di questi limiti, che sono poi dei più, e bravissimo a illuminare quella che invece gli appare una storia umana e artistica irripetibile. Che passa, è ora di dirlo, perlopiù dai misteri eleusini e dal mito androgino, attraverso un processo di sdoppiamento e metamorfosi sessuale. Per una conoscenza, diciamo, “superiore”.Quel che non convince è il fare spallucce sul lato civile, politico di PPP (a prescindere da giudizi di valore: di cazzate Pasolini ne diceva tante, come tutti) – mentre lavorava a Petrolio e a Salò, negli anni settanta PPP scriveva sui giornali quello che tutti sanno.Non vedo perché una lettura come quella proposta da Trevi – quasi esoterica, gnoseologica – debba escluderne un’altra… Sarebbe schizoidismo? In arte non c’è niente di meglio. Vale la pena notare che una letteratura come forma estrema di conoscenza (il “moderno” lo chiama Trevi) se non ha niente a che fare con il “prodotto”, la “bella confezione”, non ha bisogno di cercare il suo opposto nelle bolle di sapone di Baricco (da Pasolini a Baricco, un bel saggio di storia italiana… e chi scrive non soffre di alcuna venerazione per Pasolini) – basterebbe, per Trevi, fermarsi a Carver, uno scrittore per il quale non a caso si è utilizzato l’etichetta di minimalismo: avvicinare il lettore, blandirlo anche nel male, tutto sommato anche rassicurarlo. Scrivere buone storie.
Sarei meno drastico. Certo, lo spettacolino di innumeri fighetti che non hanno niente da dire ma riempiono le scuole di scrittura e le pagine del 'Corriere della Sera' sono l’omologo dei patetici editoriali politico–culturali ivi ospitati. Come quello del PG Battista che approfitta del libro di Trevi, capendoci poco o niente, forzandone a sua volta l’interpretazione, omettendo di notare che Trevi si guarda bene dal far scendere il santino dall’altare (trasferendolo caso mai da quello della religione civile al ben più suggestivo trono di un’iniziazione estatica) e definendo una “richiesta ossessiva” quella di riaprire il processo. La mira? I soliti. Non i comunisti (questi fantasmi, la parola stavolta è evitata) – ma quelli che non avendo nessun pregiudizio verso i “misteri eleusini” trovano che la storia politica italiana sia tutt’altro che candida e che PPP non sia stato ucciso per un pompino malriuscito.

31 lug 2012

Grandi ustionati (da se stessi)

dal paradiso


copertina del libro
Ero curioso – cose che capitano col caldo, non saprei dire - di rileggere Paolo Nori dopo averlo presto abbandonato, agli inizi, per colpa sua mica mia, avendo l’uomo preso gusto alle sue letture di storie troppo uguali per non sottendere che l’unico suo vero interesse fosse la voce che le raccontava. Che ci ha fatto una carriera, Nori, con la sua voce, ma anche irritato non pochi lettori che di fronte ai suoi libretti, diciamo al secondo al terzo, capita l’antifona, li abbandonavano (perché sulla pagina resta poco o nulla) o rispedivano sulla fin troppo celebrata via Emilia di scrittori e cantanti che hanno ammorbato la scena italiana degli ultimi trent’anni. Come l’orribile voce+chitarra di Ligabue, anche Paolo Nori, a un più alto livello di consapevolezza artistica ci mancherebbe (con Ligabue in verità ci vuole poco), ripete se stesso a vita. Il suo giro di frase, intonazione e parlato “antiletterari” che già nella rivista “Il semplice” di Gianni Celati (agli esordi delle sue storie comiche un geniaccio, poi lentamente impallidito) mostravano la corda di una maniera riconoscibilissima e paradossalmente iperletteraria nonostante e anzi in ambigua virtù della propria avversione alla retorica – come fosse possibile non averne una. “Il semplice” divenne la palestra di Nori, che in questo Grandi Ustionati uscito nel 2001 per Einaudi e ora riproposto da Marcos y Marcos tornava sul suo alter-ego Learco Ferrari, lo faceva finire in ospedale a causa di un incidente e gli metteva in bocca la sintassi sgangherata ad arte (“Ho scosso la testa, volevo significare che io certe cose non mi metto neanche a spiegarle io, certe cose”) ma con un sapore di già visto già letto da decenni che ovviamente aveva fatto godere la critica di zombi con pannoloni e camomilla di quelli visti all’ultimo Strega. Dunque ho riprovato, con Nori, a vedere se il mio era un fastidio motivato. Se non fossi stato ingeneroso a pensare che poi la retorica degli anti-retorici è una gran furbata e poco più. Ho pescato Learco domandarsi com’è che ama tanto la sua gatta e com’è che vanno tanto d’accordo, loro due. E poi illuminarsi tutt’assieme. Con frasi come questa: “Che lei, la gatta, personalmente, e io, Learco, come discendenza, noi siamo entrambi dei clandestini dei sans papiers noi l’abbiam conosciuta, la sofferenza del mondo, l’ho capito stasera, il motivo che noi siamo tanto legati”.Che, come direbbe proprio lui, uno ride e però ci trova pure il messaggino perbene, di quelli – uomini (e gatti, ma loro non lo sanno) - che si vogliono straniati, diversi, pauperisticamente fighi. Mah, sarà che da queste parti abbiamo un brutto carattere. Che tendiamo a pensar male. Che certe moine infastidiscono – vedete, son facili facili. Che se volete vado avanti, dieci cento mille pagine a piacere… E invece no, va bene che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, ma non è detto che gli altri debbano leggerselo.

8 lug 2012

Walter Siti

sul recensore.com

resistere-non-serve-a-nienteUn gran personaggio insoffribile l‘obeso fantasma di “Resistere non serve a niente“(Rizzoli, 2012), ultimo romanzo di Walter Siti - uno dei tre o quattro scrittori davvero importanti fra i viventi in Italia dove sono morti spesso anche da vivi.

Per non essere un esperto di economia, Siti, che si limita a maneggiare il materiale informativo
 che ha saputo procurarsi, in virtù di una notevole bravura mimetica, di una scioltezza di passo e una “naturalezza” di tono (le virgolette sono necessarie come non mai) tiene bene agganciato il lettore alla storia, meglio, al suo personaggio. Un artefice dell’abissamento del mondo verso la sconfessione teorica e pratica di un secolo e mezzo di tensione che ci avvicinasse a un qualche ideale di giustizia sociale.
Ora, uno degli effetti perversi della letteratura sta nel procurare interesse, compassione a volte persino innamoramento per figuri che la sana necessità di distinguere ciò che è bene da ciò che invece  distrugge il mondo, nella vita reale ci indurrebbe a tenere a distanza. Siti mostra bene questo destino che fa del romanzo un unicum dell’espressione umana (le altre sono derivate) con il suo Tommaso, uno di quelli che con i giochetti di borsa sono in grado di decidere il destino di milioni di persone. D’altronde - dice Tommaso al narratore cui ha chiesto di scrivere su di lui per mostrare al mondo che anche un uomo del genere potrebbe vantare un’anima - “devi dirmelo tu chi sono”. Lo scrittore, ancora una volta, e di questo a Siti dobbiamo essere grati, si fa carico di trovare un senso alle cose.
E chi è questo Tommaso? Il parto butirroso di una borgata standard, di una violenza standard, uno la cui la vita è legata a doppio filo a quella del padre, un manovale del crimine – la scena iniziale con cui lo costringono a far fuori un altro disgraziato è un piccolo saggio della capacità di Siti di modulare la lingua a suo piacimento. La ricompensa per quello che il padre ha subìto è lauta – in termini materiali certo, che sono gli unici a contare. Gli danno modo di studiare nelle scuole migliori – e nel suo caso un senso l’operazione ce l’ha. Perché ha una specie di talento matematico che nel suo lavoro (lavoro poi, già questo si dovrebbe discutere), nella finanza in cui inizierà a fare presto carriera, sarà prezioso.
L’epidemia che avvelena quest’età di insinuante depressione, e minaccia l’ecatombe, s’incarna dunque in un rappresentante non so se esemplare ma dalla biografia più stratificata del prevedibile. Siti ce lo racconta nella sua infanzia balorda e ce lo fa letteralmente crescere davanti agli occhi. Fino alla salienza dell’officiante ancora giovane che celebra i suoi riti sacri nel templi della borsa inventando formule nuove, giocando come un mago di lungo corso con denaro invisibile che difatti non è denaro ma divinità elusiva quanto potenzialmente apocalittica nei suoi effetti.
Il pianeta sembrerebbe voler dividere il mondo in due: da una parte, i più col terrore di finire in miseria, dall’altra pochissimi che invece giocano a fare più soldi di quelli che possono concepire. E perché, se non per godere di questo potere di vita e di morte sul resto del mondo? La politica si limita a servire, adapparecchiare il tavolo da gioco – o l’altare. Nel quale muovere capitali immensi e con essi decidere le sorti di nazioni intere. Questa è la scena del dominio, oggi. E Siti ce la racconta da par suo. L’ossessione sessuale (omoerotica poco importa, checché ne avesse detto a suo tempo l’ex editor Antonio Franchini, così come secondaria se non francamente noiosa mi pare la questione dell’autofiction), dei suoi libri mi sembra meno rilevante rispetto alla scena del potere allestita in questo romanzo. Ché il sesso è solo l’aspetto più popolare del teatro vivente, quello più “democratico”, in cui tutti più o meno hanno l’opportunità di fantasmatizzare, delirare, godere - com’è sempre stato. Ma il rinculo della storia deciso dalle divinità dei mercati mi pare una faccenda ben più seria e drammatica. Difficile da raccontare senza cadere nell’ovvio e nel retorico. Questo  libro ci riesce.

22 giu 2012

Tommaso Giagni

dal recensore.com

le28099estraneo-einaudiNel romanzo d’esordio di Tommaso Giagni, “L’estraneo“, per Einaudi Stile Libero, il protagonista (e voce narrante)  soffre una sostanziale separazione fra sé e il mondo - tema classico quanti altri mai, la mancata identificazione con un ambiente, una lingua, un modo di intendere le cose, giocata in questo libro tutta all’interno di una città, Roma, fra il suo centro e la periferia.
Il ventenne senza nome è uno sradicato cresciuto nella “Roma delle rovine” (così la definisce), agiata e borghese, con un padre portinaio venuto però dalla periferia, una “Roma di Quaresima” slabbrata, di disgraziati senz’aura - condizione che non solo allontana (e quello è una dato storico ovvio) il Pasolini pure evocato qua e là, ma pare rovesciare l’intuizione del Walter Siti del “contagio”. Nella Roma di Giugni, autore peraltro molto giovane, il protagonista non è davvero da nessuna parte, mai davvero a proprio agio, in difetto sempre. Centro e periferia sono i due poli fra cui rimbalza il malessere e il tentativo di superarlo.
All’inizio le vicende sono più “riferite” che mostrate. Il narratore (inutilmente a caccia se non di una qualche autenticità, di un qualche senso delle cose, o forse di una verifica di sé nelle borgate che furono del padre, fuggito decenni prima verso il centro - illusorio approdo di una vita piccolo borghese), il suo disagio lo teorizza, lo commenta. L’incertezza è tangibile in certi passi in cui il romanzo sembra il riflesso di parole d’ordine della critica: di un tale Leonardo si dice che “il suo trauma è non aver avuto lutti gravi”…
Ritmo, lingua, scene trovano una più sicura compattezza andando avanti nella storia, man mano che il giovane conosce più a fondo la borgata in cui prova a vivere con i suoi infelici ben poco romantici, fra palestre e sale di videogiochi. A un certo punto prova a guadagnarsi da vivere assieme al compagno d’appartamento, aduso a tirar su denaro con il sesso. Vanno insieme nell’abitazione di una docente universitaria in là con gli anni (la casa piena di opere d’arte) che per godere ha bisogno di trovarsi due coatti (da stereotipo) fra le gambe. Ora l’estraneità tematizzata nel romanzo mostra finalmente il suo carattere radicale, quasi grottesco, nel fallimento dell’avventura. Il ragazzo proprio non ce la a soddisfare le voglie di questa baldracca alto-borghese, infoiata come una cagna in calore.
La poco riuscita fusione nella precaria identità del giovane, un appassionato d’arte, cerca un omologo linguistico lavorando sugli scarti fra una lingua più addestrata e il masticato gergale di un romanesco impoverito, quello dei coatti d’oggidì. A volte l’impresa riesce altre meno, forse per via di una certa tipizzazione implicata dal progetto stesso (la polarizzazione e l’effetto cercato di uno scontro fra alto e basso, fra le tentazioni - le inclinazioni - quasi intellettuali del personaggio e i bar e le palestre che incontra nella periferia). Qua e là qualche scivolone “lirico” (“Il cuore batte all’impazzata e mi rinfaccia che l’idea di finire quaggiù non gli è venuta a lui”) fa rimpiangere l’assenza di un editing più attento per un esordio comunque interessante.

7 mag 2012

L'ultima conversazione di Bolaño

dal recensore.com



9788897505105
Cinque interviste a Roberto Bolaño, una non breve introduzione di Marcela Valdes centrata essenzialmente su 2066, il libro maggiore dell’autore assieme a I Detective selvaggi, un lucido saggio finale di Nicola Lagioia: questo il materiale che costituisce L’ultima conversazione, quinta uscita della collana SUR, pubblicazione che minimum fax dedica alla letteratura sudamericana fra l’Onetti de Gli addii e il Ricardo Piglia da La respirazione artificiale.
Un’occasione per entrare nel mondo (mai totalmente distinguibile nel suo moto pendolare fra vita e letteratura) dell’amato scrittore cileno. Sfrondando il discorso dal mito che negli ultimi tempi impedisce ragionamenti pacati sullo scrittore, è preferibile restare al dettato terra-terra su ciò che in effetti in queste interviste dice, non senza notare il voltaggio febbrile che fa oscillare le sue parole dalla tensione idiosincratica di un’urgenza fisica pressante - solo in parte probabilmente dovuta alla malattia che lo avrebbe portato alla morte anzitempo – e la visionarietà che gli consentiva di guardare alle più lontane latitudini, terrestri e letterarie, con uno sguardo simultaneo capace di dare le vertigini – i lettori dei suoi romanzi lo sanno bene. Le interviste (traduzione di Ilide Carmignani) coprono un arco di cinque anni, gli ultimi, per cui non può mancare la ormai celebre “Ultima conversazione” pubblicata pochi giorni dopo la sua morte.
Nota in Bolaño la conoscenza vasta delle letterature mondiali – se si può dir così – e non solo della tradizione latino-americana. Egli ci tiene peraltro a sottolineare che a suo avviso quella spagnola e quella sudamericana non sono letterature separate e che Borges è il più grande autore di lingua spagnola dai tempi di Quevedo – laddove Kafka sembra essere un vertice assoluto. Bolaño ricorda che al Messico deve la sua formazione intellettuale, alla Spagna quella sentimentale. E che leggere – in questo davvero degno nipote di Borges - sia più importante che scrivere. In tutte le interviste si percepisce l’atteggiamento di Bolaño, uno scrittore in grado di parlare di molte cose ma sempre senza sussiego – con quello spirito che non lo abbandonò sino alla morte, mutuato da una giovinezza d’avanguardia, da neoDada sudamericano.
Per Bolaño (e ancora prima per Borges, ancora) l’oblio è il destino che attende tutti noi. Ovvio, si dirà, ma non se questo sapere lo fai diventare carne e sangue della tua vita. Ricorda Lagioia nello scritto finale che è qui che l’ammirazione di Bolaño verso Garcia Marquez e Vargas Llosa sembra slittare dentro un buco nero di dubbi, che concernono non tanto il valore delle loro opere (o di alcune di esse) ma il passo un po’ monumentale con cui i due più celebrati scrittori sudamericani viventi si avvicinano alla morte: nella viziosa illusione di resistervi, sperando in una canonizzazione da consegnare all’eterno.
In questo scarto, nell’oscillazione inesauribile fra una concezione della letteratura mai marginale o esornativa (cui non è estraneo infatti il lavoro immenso, la fatica immaginabile che sta dietro all’opera di Bolaño, e, si capisce, l’esito effettuale della stessa) e l’agrodolce consapevolezza della finitudine in grado di stornarle, entrambe, vita e letteratura, dalle sue pretese enfatiche, con tutto il rischio della vacua retorica che si diparte per li rami, in questo combinazione magistrale sta un po’ la polpa, il sapore di queste interviste. Non a un cattedratico, o a un entartainer ma a uno scrittore vero che avrebbe voluto essere uno sbirro, o una canaglia.

4 mag 2012

Evelina Santangelo


dal recensore,com

cose-da-pazzi
Evelina Santangelo (di cui mi piace ricordare la cura di un libro straordinario comeTerra matta) scrive con Cose da pazzi (Einaudi) un romanzo fitto fitto sulla città di Palermo.
Anzi su un suo preciso quartiere, Spina, narrato con un’acribia del dettaglio, un’attenzione acuminata alle minuzie del quotidiano che sono la sua sostanza precipua. Costruito intorno alla vita e all’amicizia di due ragazzini in particolare, il romanzo della Santangelo inventaria la vibratile esistenza del quartiere – una zona di Palermo formicolante di chiacchiere e botteghe, ben resa da una lingua molto concreta - attraverso scansioni domestiche minime, fatti a volte di scarso peso narrativo, setacciando la vita vissuta negli interstizi di tempo, nelle pause fra una cena e il letto per dormire, fra “Striscia la notizia” e “Scherzi a parte” – una sfida non da poco. Che è tale solo in apparenza, perché facendosi accompagnare attraverso gesti, dialoghi, bar e barberie, interni famigliari e la scuola che frequentano Richi e Rafael il lettore pian piano penetra in un mondo che in luogo dell’apparente levità sospesa fra bozzettismo e sit-com televisiva (ma calato in un impasto sensoriale vivissimo, come se trascinati da una macchina da presa in grado di restituire odori e suoni del quartiere) slitta per passaggi minimi verso la condizione inferma che vi è sottesa: quella di un potere criminale che tutto ingloba, senza, in questo caso, scene madri e clamorose efferatezze, ma omnipervasivo, ivi acclimatato come una seconda natura. Verso il quale i protagonisti sono indifesi e prima ancora ignari. Brulicante di vita, vi si sta, a Spina, considerando, come ovunque, beni preziosi quelli che la comunicazione globale impone come tali ma per il resto confitti senza trovare il modo di immaginare altro, come in un mondo senza alternative.
Qui entra in gioco il personaggio decisivo del libro, una professoressa, per giunta supplente, che saprà instillare nella mente dei ragazzini il dubbio che ciò che chiamano “recupero crediti” (il pizzo) è tutt’altro che una pratica normale, ma un reato. Una figura sociale – e credo di non forzare né il dettato del testo né le intenzioni dell’autrice - che Santangelo investe di un peso simbolico notevole, ribaltando l’odierno e ferocemente perseguito discredito che sugli insegnanti è stato montato da chi ha (avuto) tutto l’interesse per farlo. Ovvio che un personaggio del genere rischia di fare la figura del santino – e in letteratura nulla vi è di peggio. Cosa che Santangelo schiva in virtù di una costruzione che fa emergere scene e personaggi “dal basso”, grazie insomma a una voce narrativa abilissima nel mettersi da parte - il pericolo del romanzo piuttosto è quello di insistere negli anfratti, nelle spire e nei vicoli anche ciechi del mondo che racconta trascurando i cambiamenti di tensione, gli scarti di temperatura emotiva che nell’arco delle trecento pagine sarebbero stati qua e là provvidenziali. E’ la professoressa, precaria, che fa baluginare nella mente dei ragazzi l’idea non solo inopinata della legalità come valore, ma, quel che forse più conta, dell’esistenza, della possibilità di un altrove – ossia il diritto all’immaginazione, che non può non passare dalla consapevolezza che il mondo non sia quello che gli hanno raccontato fino ad allora.
“E come fai a dire che ti piace qua se non hai visto altro?”. La domanda di cui, nei giorni in cui una regista come Roberta Torre decide di lasciare il capoluogo siciliano perché ormai invivibile, più di tutto hanno bisogno i ragazzini di Spina, Palermo (Italia, più o meno).

12 apr 2012

Gianni Solla

IL FIUTO DELLO SQUALO

Gianni Solla ha scritto un libro spassoso e insieme funesto, di carne maleodorante e diffusa,di quell’umorismo nero di vecchia ma validissima accezione moraviana per cui si finisce col ridere della morte. "Il fiuto dello squalo" racconta in prima persona la storiaccia di una vita infame, grottesca quanto si vuole ma in fondo non più tanto del “reale” prodigiosamente osceno che è oggi il nostro paese regredito a un grado zero di tutto. Una storiaccia napoletana, in cui Sergio Scozzacane (questo il vero nome del protagonista) è un impresario di pseudocantanti e gruppetti straordinariamente votati al fallimento.
Poveri sciagurati insomma, che l’uomo intorta mostrando loro presunti dischi di platino, in realtà “patacche fatte produrre da un fabbro a sette euro”, illudendoli che la sua casa discografica, la Musica Blue Records (a pagamento…) darà prima o poi il successo agognato. Gente come lo squalo, è noto, non si accontenta di fregare il prossimo. I soldi non gli bastano mai. Anche se vive in una sordida pensione, circondato da una laidezza totale, e da donne terrificanti. È uno che i debiti se li va a cercare. E a Napoli basta contattare un camorrista per inguaiarsi ulteriormente – il peggio è fatto in un attimo. Perché poi i debiti si pagano, specie in questi casi. Altrimenti, si viene convinti attraverso metodi molto persuasivi. Con lui cominciano tagliandogli un dito del piede, per dire.
Lo squalo è messo così quando scopre che Mattia, una volta tanto un ragazzo che la voce ce l’ha, si guadagna un riconoscimento importante in televisione. Considerando che ce l’ha sotto contratto per altri due mesi, pensa che questa sia l’ultima occasione per venir fuori dalla sua vita di merda – anche perché i soldi da restituire alla camorra sono tanti. Solo che Mattia sa cantare quasi senza saperlo, è un ritardato, difatti ha una sorella, cieca, che pensa a lui. Il viaggio che li porterà a Sanremo – illusoria svolta di tre vite disperate - declina in versione esilarante ma amarissima non un impossibile on the road né tantomeno un ultimo cammino della speranza ma una deriva drammatica di poveracci qualunque.
Con il che arriviamo al punto di questo strano romanzo. In giro se ne parla come di un pulp  – e va bene, ma la tragicommedia nera che mette in scena, meglio ancora, la voce che la scrive – focalizzazione che più interna non si può -  sembrano, rispetto alla realtà di questo paese – gli ultimi vent’anni sotto gli occhi di tutti – persino “verosimili”. L’orrore è a portata di mano, Napoli-Italia oggi, fuori dal libro, non è meno raccapricciante. Diverte il libro, e molto, anche se forse qualcosa non convince del tutto. Romanzi del genere sono difficili da tenere per duecento pagine senza essere ripetitivi – rischio che "Il fiuto dello squalo" nei momenti di raccordo della storia dove si tratta di tirare il fiato fra una scena importante e l’altra, non può evitare. Le pause di riflessione di questo fallito consapevole, figuro di una sinistra tenerezza, insudiciato nei suoi letti schifosi, nei suoi abiti maleodoranti, nell'orrore fisico che lo tiene in piedi come una somma sbilenca di croste e moccoli, a volte sono prolisse, e il ritmo rallenta. Inoltre, qualche impennata linguistica ti domandi se sarebbe davvero a disposizione del suo vocabolario. Ma forse è inutile farsi domande teoriche sul grado di mimesi del romanzo – è sicuro che il paesaggio sociale che descrive è più diffuso di quanto siamo disposti ad ammettere. Quando entra nel vivo dell’azione, quando il grottesco emerge per necessità e non solo per mero artificio letterario, questo romanzo è davvero avvincente.

30 gen 2012

Marco Rossari


L’unico scrittore buono è quello morto


copertina del libro

Un divertissement può aspirare a essere qualcosa di più dell’entertainment? Volando basso, ci si può sbellicare dalle risa e nel frattempo farsi venire qualche idea riguardo alla strana umanità condannata da demoni discordi all’esercizio (talora del tutto immaginario) della scrittura? Magari approfittare per rivedere un po’ di aberrazioni in corso trasformate in abitudini ormai considerate normali? E rivederle per es. con un ceffone assestato a mestiere? Provate a leggere questo libro di Marco Rossari e ditemi: non lo fareste, nel caso pur impossibile foste Tolstoj, costretto a vedersela con un paio di esemplari tipici dell’odierna società della comunicazione che fagocita e tira verso le sabbie mobili della stupidità anche un capolavoro della scrittura (che - parrà curioso solo agli incauti - con la comunicazione niente ha da spartire)? Non lo sgancereste un bel ceffone, molto espressivo, foste l’autore della Sonata a Kreutzer, se vi trattassero come una cretinetta che ha firmato l’ennesimo repertorio di ricette, come il giornalista cerchiobottista cui hanno attrezzato un romanzaccio sulle comode scrivanie di una major milanese, come il rocker che è un pianto come musicista e un disastro ambientale come scrittore? Immaginatevelo il buon vecchio Lev Nikolaevič, invitato a Roma in una radio per parlare del suo romanzo, accolto da una sciamannata che fra le altre cose gli domanda cosa sta leggendo in questo periodo e quando sente rispondersi “La Bibbia”, gli fa “E com’è?”, e poi deve vedersela, il vecchio russo, con il garrulo conduttore e gli ascoltatori che fanno a gara a chi gli pone la domanda più idiota…Ma se Tolstoj passa una brutta giornata, pure Shakespeare deve vedersela con un mediocre tutore dell’idiozia, un giudice, che ha deciso di condannarlo per plagio e diffamazione, avendo il grandissimo inglese rubato le sue storie a destra e a manca, con l’aggravante, da lui ingenuamente pensata come sola, onorevole discolpa, di “averci messo la poesia”…Rossari racconta storie così. Brevissime, a volte ridotte a fulminanti battute, a scambi o pensieri non solo di scrittori giganteschi ma di poveri, comici, disgraziati scriventi… Se ai grandi risparmia le reazioni estreme vagheggiate dal comune lettore, dei restanti colleziona immagini definitive. “C’era uno scrittore che aveva letto un solo libro, il suo. E gli era bastato”. E ce n’era un altro “che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro.”Le vicende umane e professionali degli scrittori – di quelli veri e di quelli farlocchi - possono essere tragicomiche, come quelle di chiunque altro, ma godono, si fa per dire, di una peculiare caratteristica: sembrano poggiare sul nulla, non hanno appoggi sicuri, il mestiere in sé può non sembrare un mestiere, non v’è certezza, come dire, statutaria, figuriamoci ontologica; è un’avventura destinata per lo più alla sconfitta, e in nessun altro caso la disfatta è spietata quanto in questo eterno Purgatorio sospeso fra la gloria e l’abisso. Nessuno - è noto - perdona a uno scrittore di non esserlo compiutamente… Epperò, cos’è quella mancanza? che vuol dire? non finire un romanzo, non pubblicarlo, non venderlo? o semplicemente non essere cacato da nessuno - nemmeno dai propri amici? Rossari sa che parlare di scrittori non è come parlare di ingegneri. O, ancor meno, di farmacisti. Ché poi la natura precaria degli scrittori dipende anche dai lettori (e mica sempre con la testa a posto pure loro, a cominciare dalle lettrici che si aspettano di essere scopate a sangue da un ficaccio col proprio nome stampato da qualche parte), dagli editori e via dicendo. Tutto questo complica la faccenda, già poco limpida di suo… Metti a scuola, che ci hanno raccontato di una certa tradizione romantica, che ci sarebbe come “un sentire” dello scrittore… Il narratore di Rossari sa per esempio di uno scrittore isolato in uno sperduto villaggio del cosiddetto Terzo mondo: be’, costui non aveva una penna né un foglio, forse nemmeno una lingua. Così, “se ne stava lì, seduto su una roccia, a contemplare il creato. Eppure era uno scrittore”. Umanità dalle strane caratteristiche, non c’è che dire. E c’era quell’altro – ancora - che “stroncava montagne e partoriva topolini”.

La parodia, modalità stilistica che oggi non gode di grandi apprezzamenti da parte della critica, salvo dimenticare che l’ottanta per cento dei romanzi italiani in circolazione sono involontariamente parodistici, nel libro di Rossari mostra come, nelle mani giuste, possa “dire” senza parere cose mica così frivoli. Non so se l’autore ha qualcosa in comune con lo scrittore-dandy cui l’editore che lo scopre suggerisce di scrivere aforismi, più che romanzi, perché ha un gran talento nello scatto, nella “definizione fulminante, nella battuta salace”. Non ho letto gli altri suoi libri. Certo, se Wilde non ebbe pari nel “paradosso spiazzante”, Rossari (fra l’altro, di questo ho contezza reiterata, ottimo traduttore) non scherza quanto a beffarda lapidarietà. Aspiranti o sfigati scrittori sappiatelo: ce n’era uno “che decise di vivere recluso e non pubblicare più. Nessuno venne a cercarlo”.

20 dic 2011


Rocco Carbone

Il padre americano


copertina del libro
Il padre americano dello scrittore prematuramente scomparso Rocco Carbone è un romanzo di affetti, di pudori e premure sempre contenute in un contegno fermo, perplesso e malinconico. Romanzo inedito, scritto prima di Per il tuo bene, l’altro titolo pubblicato postumo, esce ora a tre anni dall’incidente automobilistico che tolse la vita allo scrittore calabrese. Ci pensa l’editrice Cavallo di Ferro di Romana Petri, scrittrice che fu amica dello scrittore e a lui dedicò un breve racconto aggiunto in appendice a questa bella edizione.Poiché “Dopo una certa età è difficile per un uomo non dare ragione a una donna giovane e bella”, la storia inizia con un inopinato viaggio in America del narratore, convinto dalla ragazza con cui ha una relazione a prendere un aereo e lasciarsi alle spalle la mestizia di un lutto, quello del padre, cui l’uomo fa appena in tempo a organizzare un funerale. Non sembrerebbe una persona particolarmente attenta ai bisogni altrui, la ragazza, tant’è che si capisce presto l’aria che tira. Per quanto innamorata possa dirsi di lui, è capace di lasciarlo di stucco con parole sgradevoli dette con un eccesso di disinvoltura. E di abbandonarlo a un certo punto senza tante spiegazioni. Del resto lo aveva fatto egli stesso, anni prima, con la moglie – a chiederselo, il perché, non saprebbe rispondere con sicurezza nemmeno lui. Un po’ opaco l’intero paesaggio affettivo implicato in questa vita, insomma. Cui il protagonista non fa che ripensare, a partire dal rigore non sempre perspicuo del padre, un giudice calabrese che non ha nessuna intenzione di abbandonare quella terra triste e malsicura: è lì che servono quelli come lui, quelli che ci credono. Piuttosto aveva mandato lui, il ragazzo, lontano, a Roma, perché la minaccia di una vendetta della ‘ndrangheta non si era fatta attendere. Il romanzo dunque cambia di continuo luogo e tempo con evidente abilità e scorrevolezza, costruendo con sagacia un tessuto narrativo che si fa più stretto man mano che si procede nella lettura. Il ricordo e la consapevolezza - che cresce con il tempo - di una regione, la Calabria (terra d’origine anche dell’autore) saccheggiata dalla malavita, dall’abusivismo, espropriata della legge, s’intreccia con gli anni romani del narratore, capace studente universitario, timido con le ragazze, fulminato dall’amicizia di Ernesto, giovane svagato e inconcludente prima, ben presto futuro ottimo scrittore afflitto dalla classica sindrome bipolare che si accanisce non di rado sulle menti molto creative. Ma la relazione decisiva, quella intorno alla quale si stringono i nodi fondamentali della vita del narratore, ha da fare con il padre. Che, anziano, non può più farcela da solo, perde colpi e forse per questo con la senilità inizia ad aprire le porte prima sempre serrate alla cauta ma sorprendente rivelazione di vitali storie di famiglia. Un uomo insomma che ha fatto dell’onestà un principio basilare della sua vita, eppure è meno trasparente di quanto non sembri, avendogli tenuto nascosta la storia del padre – del nonno del narratore. Un uomo che aveva vissuto per qualche anno proprio in America. Ecco che il viaggio del nipote diventa l’occasione inaspettata per ricostruire un passato ignoto e scoprire segreti insospettabili.
Una scrittura denotativa e più che asciutta, persino grigia quella di Carbone, con un modesto indice di metaforizzazione, senza guizzi stilistici. Però di pregevole tenuta ritmica, passo regolare, antispettacolare ma in grado di rendere bene il clima non di rado angusto, disagevole, di apprensione trattenuta a fatica, di non detto che tedia le relazioni fra i personaggi. Una scrittura di cose e non di parole insomma, sebbene non vi accadano moltissimi fatti e parte non esigua del materiale narrativo sia di tipo psicologico, pensato oltre che vissuto. Un buon libro con un sapore molto tradizionale.

15 nov 2011

Emanuele Tonon


La luce prima


copertina del libro
Lo hanno detto – scritto in tanti: non è facile parlare di un libro dai tratti così intimi, privati e ovviamente dolorosi, visto che Tonon ne La luce prima, “struggente canto d’amore per una madre” (Isbn Edizioni) – una madre che non c’è più - risponde a un’urgenza non letteraria – che però letteraria è, non solo perché una semplice lettura consente di verificare come il testo non sia niente affatto privo di una sua cifra formale, ma perché, banalmente, è venduto come “romanzo”. In altre parole, La luce prima sfonda il chiuso domestico del diario personale ed è a tutti gli effetti un testo pubblico. Di più, si tratta di un’“opera”. Per questo, - scavalcando l’implicito, oggettivo benché involontario ricatto che questo genere di testi procura all’impegno del recensore - cercherò di sottrarmi alla trappola e trattare il libro alla stregua di qualsiasi altro testoDunque, Tonon “getta” nel suo romanzo un dolore terrificante, l’affezione per la morte della madre – una madre raccontata per lunghi, bellissimi, strazianti tratti con acutissimo e crudo benché innamorato sguardo corporale. In una specie di afflizione pauperistica si svolge una biografia drammatica, basti pensare che lo stesso figlio che la racconta non è un frutto dell’amore. Ma Enza sembra avere la forza dolce, l’amore ostinato di quei corpi minuti e oltraggiati dalla vita che sembrano toccati dalla grazia. Il narratore è lacerato da un altrettanto straziante senso di colpa per averla trascurata in vita, o almeno per non averla amata abbastanza. Gli è che Tonon non riesce a staccarsi da se stesso, dal sé scrittore che come ogni scrittore spesso finisce per non vedere altra cosa dallo scrivere. Preso dalle sue storie “oscene”, ha bisogno della morte per capire cosa (chi) ha dovuto sacrificare, per la scrittura. Per sentire sino in fondo. La consapevolezza vera di questa fine, arriva quasi come una folgorazione. Lo squarcio di luce che ne apre altri (secondo una lezione della ripresa inesausta della visione-narrazione-rivelazione che a me pare non ignara dell’esempio di Antonio Moresco) è anche il trabocco dell’amore e delle parole per dirlo. La vertigine è il destino di una corsa di pensieri e di parole (il ritmo compatto, torturante e cantabile insieme, presa com’è la voce dall’amore per la madre), corsa che esplora nella profondità inseguita della paratassi l’abisso non del male ma di un’assenza: la propria insufficienza di uomo, del Figlio che solo ora prende contezza dello Spirito Santo, e si macera, infliggendosi da solo la pena di questa colpa e cercando – suppongo – contemporaneamente di guarirne, attraverso la scrittura va da sé. Questo piano del racconto mi sembra da ascriversi in modo non trascurabile all’orizzonte culturale di riferimento dell’autore, che è religioso. Pertanto ne compenetra lingua e immagini. Il teologo-operaio Emanuele Tonon (sono questi i termini che vennero usati quando nel 2009 uscì il suo primo libro, Il nemico), che si è allontanato dall’istituzione cattolica, non ha smesso di perseguire la guerra amorosa con il suo Dio, “crudele”, che “salva solo chi gli pare (…) basandosi “sulla sua cecità sommamente giusta, dicono”. Tonon – che in tutta evidenza ci autorizza a non cercare filtri tra l’autore e la voce narrante – si sente tradito dal suo Dio ma non può fare a meno di amarlo. E non può non evocare man mano che approssima il finale un’immagine dell’amata madre perduta che è sempre più coincidente con quella della Madre madonna. Ecco, l’autore mi perdonerà, ma mi pare più interessante il netto che resta fuori da questa sorta di sovrastruttura. Lo spiritualista Tonon, che in conflitto con sé stesso e con il suo Dio, non smette di cercare una redenzione (sebbene - lo scrive egli stesso - tutto sia “irredimibile”) ha un senso così vivo, lancinante, e persino violento delle crepe, degli spacchi, delle fratture che de-compongono la rude materia del vivere, da lasciare - quando scava, scortica, frantuma il quotidiano - un segno terribile. Nella contorsione drammatica delle sue fatiche, delle insufficienze affettive, delle solitudini appestate e chiuse duramente in se stesse, delle mani meramente “efficienti” (e nemmeno tanto, nemmeno sempre) dei chirurghi affaccendati nel corpo aperto della madre, Tonon riesce a far male come pochi – a molestare (ossia a vivificare) la stolta quiete del lettore d’oggidì. 
Legittimamente, però, in questo libro aspirava a qualcosa d’altro. 



12 ott 2011

Io i trentenni italiani non li capisco


Paolo Di Paolo

Dove eravate tutti


copertina del libro
Moralismo temperato ma insistito di un giovane vago, uno spillato da questi anni berlusconiani, che avvia una cauta ma preoccupata, non sempre convinta (parrebbe) indagine sull’identità di suo padre (dei padri), un insegnante appena andato in pensione, che invece di godersela pare invischiarsi in un’azione assurda: investire con la sua auto un ex studente. Spinto da un rancore incistato come una seconda pelle (gli scrittori italiani si sono convinti che gli insegnanti siano tutti così: mah…), approfitta di un incontro (casuale?) con il teppistello e prova a farlo fuori, così per pareggiare il peso di una rottura di scatole pluriennale.La notizia mette a soqquadro la famiglia, fa emergere contrasti prima tenuti a bada con la solita, solida armatura di un quotidiano ipocrita, livoroso ma con giudizio: più che berlusconiano - come vorrebbe il progetto del libro, teso parrebbe a verificare nella cifra domestica l’invasione di un modello di potere e di immaginario oramai ventennale -, semplicemente democristiano.Il giovane narratore Italo Tramontana, un tipo si direbbe non sveglissimo, imbranato con le ragazze (le definisce Sbagliate, e le pagine dedicate alle loro chiacchiere risapute, sono le più corrive), ha una vaga idea di scrivere una tesi (altrettanto vaga) sugli anni berlusconiani, lamenta che i padri non gli abbiano consegnato altra visione del mondo, guarda con sospetto al mestiere del padre vero, percepisce il disprezzo che gli gira intorno in quanto insegnante (l’immagine ha tratti un po’ stereotipi: bisognerebbe capire una volta per tutte che non tutti gli insegnanti sono o si sentono o vengono percepiti così sfigati, malmessi, malvestiti etc). Così non può non distaccarsene, non può non misurare la povertà esistenziale che si scrive nella stessa casa in cui vive (“I frigoriferi non mentono mai”…) una volta che la madre se n’è andata a Berlino. Tutto concorre a far emergere un’immagine tristanzuola di quest’uomo, per giunta definito dal narratore come “berlusconiano” perché individualista e autoritario (sembra un po’ poco…). Il suo patetismo è aggravato dall’immancabile libro nel cassetto da pubblicare, e dalla presenza del solito piccolo, infimo e infame editore che cerca di approfittarne. Per giunta, la carogna che ha forse cercato deliberatamente di investire, l’anno prima aveva lasciato un biglietto nella cassetta della posta di casa nel quale era scritto che il professore s’era portato a letto l’insegnante di sostegno. La cosa peggiore di tutte è che il teppistello finisce per essere attraente per la figlia dell’ex insegnante, sorella del narratore.Fortunatamente, confusamente, questi avrà la possibilità di scoprire altre cose, altri precedenti di segno diverso, e recuperare l’immagine del padre a un minimo di dignità. 
Di Paolo sembra cercare una lingua bianca, di pura comunicazione, in cui anche il dolore rifugge, come un pianoforte suonato con la sordina, qualsiasi acuto; travagli e inquietudini sentimentali sono anch’essi rattenuti in una misura di compostezza, di timidezza sostanziale che forse gli è propria, forse è generazionale ma sembra per contrappasso fornire una spia anche di un’inerzia che, questa sì, dice molto di questi anni. Gli inserti fotografici, le immagini di alcune prime pagine dei giornali e i loro richiami allo sfascio politico dovrebbero costituire tracce di passaggi d’epoca buone a ricostruirla, in vista di una tesi, ma resta l’impressione di uno sforzo buono più che altro a fabbricare un romanzo un po’ blando.

14 set 2011

il demone di Andrea Tarabbia

Il demone a Beslan è un romanzo ispirato ai fatti tragici di Beslan, uno di quei libri che fanno storcere il muso ai non amanti della letteratura che non sia quella rassicurante di chi la confonde con la distribuzione certa delle ragioni e dei torti. Va a suo merito invece di non essere nemmeno una di quelle operine che una lingua, un pensiero (mancato) ancora definiscono “provocatorie” e che trovano comodo accampamento nella fazione avversa alla prima, quella di chi – ancora, pure lì – se la mena con l’ostentazione della scorrettezza 
politica.

27 lug 2011

Sergio Garufi



Il nome giusto

Ponte alle Grazie


copertina del libro
Il romanzo di Sergio Garufi – esordiente quarantottenne con una vita però passata a leggere e scrivere - appartiene a un genere di narrativa non frequentatissimo negli ultimi tempi, un romanzo poco sensibile alle ragioni del plot (ma non per questo privo di storie), o del puro intrattenimento, e ancor meno suscettibile di veicolare prese di posizione ideologiche acquattate nella comoda imbastitura di una finzione appiccicaticcia. Garufi svolge una variazione capricciosa, dall’andamento lento, rapsodico e non lineare, a tratti troppo fiducioso nell’uso dell’imperfetto, sul tipo del romanzo di formazione. Iperletteraria nella sola maniera possibile (letteratura che s’incar(di)na nella vita, osmosi continua fra formazione colta e concreto piegarsi alle banali ragioni dell’esistenza), la storia va avanti e indietro, quantunque il protagonista e voce narrante sia già morto – per un incidente stradale - e narri da animula vagula blandula che si aggira per le strade romane vicende riguardanti i suoi rapporti con le donne, i libri, i familiari, gli amici. Ciò facendo, regala squarci improvvisi di tensione, frasi illuminanti, scoperte e agnizioni non prive di una loro drammaticità.
È (era) un antiquario senza troppa fortuna, uno scrittore indeciso che cerca di passare il guado dell’opera, sommerso in un’apatia opaca; fa scelte poco comprensibili, poco azzeccate, si lega a donne con cui non ha nulla in comune, qualcuna dai tratti un po’ stereotipi (una tizia che vive con il massimo di organizzazione e il minimo di senso possibile, con la quale il protagonista deve accontentarsi di “scopate patinate”). Se l’universo letterario ingloba in potenza l’universo mondo, il terreno sentimentale sembra il più denso di spunti. Attraverso le donne che incontra, sembrano passare anche i momenti decisivi di una vita, assieme alla figura del padre, responsabile non poco della sensazione di non farcela che accompagna il personaggio, ferita com’è la sua vita da sempre, poco sicura di sé, afflitta da una sorta di angoscia del fallimento. “Basta poco per finire ai margini, io ne so qualcosa”. 
Il romanzo è scandito in 15 capitoli, legati in maniera non sempre cogente a vari libri e autori amati dal narratore - da Borges, figura che sembra di sicuro più decisiva di altri (e alla cui memoria lo stesso autore empirico è unito da una preziosa amicizia di cui, diremmo, va giustamente fiero), a Leopardi, a John Ashbery, a David Foster Wallace, autore massimo verso cui si palesa una peculiare inclinazione del narratore, in virtù di un pensiero ricorrente dovuto anche a un motivo personale già accennato: il cattivo rapporto con il padre e la tentazione del suicidio.
La dimensione letteraria si evidenzia per via simbolica, per la riproposizione continua di significati da congiungere ai fatti, agli incontri, alle date. Del resto il narratore ha uno sguardo acuminato, allenato dalla grande tradizione figurativa e artistica, fatto di rimandi dotti ma non inutilmente libreschi.
Nemmeno come uomo di lettere però il Nostro pare sufficientemente a suo agio. Insegue l’opera, teme di mancarla, il che per uno innamorato di Borges non è cosa da poco (il grande argentino affermò una volta che si ci può dire scrittore se si è scritto dei libri: lapalissiano, forse, ma il limbo del considerarsi scrittore e giustamente non crederci sino in fondo perché le opere latitano, è un luogo abbastanza affollato - nella realtà, s’intende). La letteratura - per quanto a volte il narratore provi a diminuirne il valore (l’importanza che dice di dare ai comportamenti più che alle parole) - sembra una via obbligata per avvicinare brandelli di conoscenza, ma è la scrittura di un romanzo la vera sfida che lo attende, la riuscita della quale può rappresentare la svolta che potrebbe cambiargli la vita. 
La lingua fluida a tratti s’impenna verso moderati preziosismi, in altri momenti vira verso il basso, riuscendo meno nella seconda soluzione che nella prima, per via del dettato tutto sommato liquido, armonioso della prosa. Un esordio maturo (controcorrente come usava dire un tempo) quello di Garufi, non perché tardivo, non perché consapevole della terribilità della vita, ma perché coglie con precisione magistrale e seducente il tono giusto del racconto, condizione imprescindibile per renderlo credibile, ossia per farsi ascoltare. E consentire ai lettori di sperare che la letteratura abbia ancora un futuro.

19 lug 2011

Paolo Sortino - Elisabeth


elisabeth-sortinoPremessa: più che una recensione, questo è uno sguardo preliminare su un libro, “Elisabeth” (Einaudi, 2011) del giovane esordiente Paolo Sortino, che merita un’attenzione prolungata, una lettura più complessa e distesa. Sono tante e diverse le questioni che mette in circolo; qui ci limitiamo a qualche considerazione introduttiva. La storia (terribile) cui il romanzo si riferisce e in qualche modo ricrea è nota.

Poco prima del suo diciottesimo compleanno, una giovane austriaca, Elisabeth Fritzl, venne per così dire “rapita” e rinchiusa dal padre in un bunker da lui stesso costruito sotto la propria abitazione. Era il 1979. Accadeva nel cuore dell’Europa, in un piccolo centro di un’Austria poco
felix ma abbastanza intontita e resa ottusa dal proprio benessere.

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