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6 giu 2011

VLS su LPLES ultima puntata

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/06/06/vivalascuola-85/

Fine anno, voglia di consuntivi: nessuna. Sorvolando sulle sorti probabili dellamascotte mostruosamente invecchiata in tre anni – muove a sincera pena -, il bilancio a portata di un insegnante con una storia lavorativa media, diciamo una quindicina d’anni di servizio in ruolo, segna circa venticinquemila euro al passivo, sommando blocco contratto, blocco scatti di carriera (carriera! oh yes), presumibili ricadute fra pensione (oh, i guasti dell’immaginario!) e liquidazione (un errore nell’iperuranio platonico). Tutto da ascrivere al salvatore della patria Giulio Tremonti – per tale lo fanno passare. Per i soldati inviati al fronte, molti dei quali si ostinano a preferire un libro a una baionetta, quell’uomo invece è un nemico dell’umanità. Ma si sa, i soldati al fronte hanno sempre l’umore cattivo.

27 mag 2011

Intervista al sottoscritto di lucia tosi


Intervista a Michele Lupo di Lucia Tosi
su LPELS

Michele, hai scritto un romanzo, L’onda sulla pellicola, pubblicato nel 2004, dei racconti, I fuoriusciti, 2010, a breve uscirà un secondo romanzo: qual è la forma attualmente più consona a Michele Lupo e quale quella ai lettori d’oggi, ai quali si voglia dare delle storie che si facciano leggere e dei contenuti etici? Per esempio, Giulio Ferroni invita gli scrittori a cimentarsi con il racconto ritenendolo la forma più adatta, oggi, a confrontarsi “con la complessa contradditorietà del presente“.
Mah, a me queste proposizioni lapidarie su quello che “oggi sarebbe” etc mi hanno sempre fatto un po’ ridere. Perché il racconto dovrebbe sapersi confrontare meglio “con la complessa contradditorietà del presente” e non invece un romanzo di mille pagine? Per quanto mi riguarda, mi sento maggiormente a mio agio con testi più lunghi dei racconti, sebbene recentemente abbia scritto anche cose brevissime. Tutto qui.
Non so più dove, ma ricordo di aver letto che tu non sei del tutto d’accordo con chi ti definisce barocco (forse perché fa paronomasia con Baricco?): io stessa nel recensire L’onda e I fuoriusciti qui equi ho trovato, al contrario, delle parentele con la linea Gadda/nipotini di, vale a dire Manganelli, Ceresa, Arbasino. Tu ti definisci piuttosto espressionista. A me pare che le due cose si combinino, tuttavia: puoi spiegare le differenze?
La lettura di Manganelli, o dello stesso Arbasino (che ha smesso di dire qualcosa di interessante da più di trent’anni) è stata a suo tempo importante. Ma ero giovane. I maestri vanno traditi e forse anche dimenticati. Per quanto mi riguarda, mi definisco in qualche modo proprio se debbo. Solo dopo questa precisazione, aggiungerei: più espressionista che barocco. Mi pare fosse stato proprio Arbasino a dire che l’espressionismo, rispetto al barocco, aderisce a un dettato più corporale, basso. Direi che una scrittura espressionista dal punto di vista stilistico presenta una gamma di variazioni più ampia di quella barocca, meno automaticamente assimibilabile a una sintassi enfatica, per esempio. Meno obbligata a un dettato spettacolare, ma di sicuro più imprevedibile.
Per restare in tema di ascendenze: diversi scrittori tengono a sottolineare con orgoglio di avere Carver come riferimento, forse perché la loro scrittura tende al grado zero. In un’intervista che hai rilasciato di recente si è fatto il nome di Carver: dunque, quanto c’entra questo scrittore con la tua formazione?
Non credo molto. Ma ho una vera venerazione per alcuni suoi racconti. Con o senza la mano di Gordon Lish.
Quanto incide, secondo te, nella vita di uno scrittore la comunicazione internettiana: ha un’azione di feedback, è di disturbo, di crescita, offre delle opportunità legate alla scrittura (intendendo non solo quelle di visibilità e di carattere promozionale)?
Entrambe le cose. Opportunità e distrazioni. Spazi vitali altrimenti chiusi, ma anche grossi abbagli. Ci sono fior di scrittori in Italia che sopravvivono grazie alla rete, che Fazio e la Dandini non inviteranno mai; e ci sono migliaia di scrittori e poeti sedicenti verso i quali invece la rete, per la sua stessa “natura” aperta, è oltremodo generosa. Il paradigma “google” che privilegia la quantità e non la qualità (e che non a caso tanto piace a Baricco – non a caso destinato a tramontare con Berlusconi), non è il massimo della vita.
Quello che si percepisce di te è che conservi in età matura un notevole grado di incazzatura nei confronti dell’esistente. La scrittura la filtra, le conferisce razionalità, ma tuttavia si avverte chiaramente.
Non mi sono rassegnato all’orrore della stupidità e del potere, alla volgarità e alla ferocia di questo paese cinico e sentimentale – segno che qualcosa non va in me.
Non si finirà mai di parlarne (e tuttavia il rischio, secondo me, è che l’argomento che segue cada in prescrizione): l’editoria in Italia, tra piccoli e grandi editori, premi letterari, mostre del libro, sconti sugli acquisti on-line, quali prospettive offre alla narrativa, e alla saggistica, di restare su un livello di qualità almeno buono?
Dipende molto dalle persone che lavorano intorno ai libri. Dovrebbero aiutare il talento vero, difenderlo contro lo strapotere del mercato, l’acquiescenza dei grandi giornali e dei premi importanti – economicamente importanti. Ma si dà il caso che i nomi implicati siano sempre gli stessi, gli interessi anche. Perciò…
Tu accosti alla scrittura creativa frequentemente quella di recensore. Quali sono gli ingredienti, o i segreti, per una buona recensione? Ritieni che l’arte della (buona) stroncatura vada recuperata? Che si possa fare, cioè, senza certo cinismo internettiano, senza sfregio, demolendo per costruire?
La stroncatura non è un’arte particolare. Come dire, adesso vi mostro come si fa a pezzi un libro. Messa in questi termini, resta un gioco. Basterebbe recuperare il coraggio di dire quello che si pensa, a proposito di un libro. Stando sul testo. Cosa che oggi molti evitano di fare, per non precludersi favori, attenzioni, appoggi. Ma prima ancora servirebbe che si tornasse a studiare. La rete da questo punto di vista favorisce colossali malintesi. Molti giovani iniziano presto a cimentarsi con un esercizio che richiederebbe prima qualche centinaio di chili di buone letture. Invece scrivono di cose che non conoscono, fanno “i critici” senza sapere molto altro, a parte aver letto Avallone, Giordano, o qualche nome americano che ci sta sempre bene.
A giugno sarà in libreria per Cult Editore il tuo nuovo romanzo, Rosso In Fuga. Un’anticipazione?
Rosso In Fuga è stato scritto ormai sei anni fa. È un romanzo di sentimenti estremi sul tema del fascino, della malia nera che può distruggere una vita. Una doppia storia che si intreccia all’interno di una struttura che recupera forme canoniche della tradizione musicale occidentale, nonché, parodisticamente, stilemi del noir e del melò. Alcuni editors se la son presa perché racconto anche un sottobosco editoriale di frustrati in cui qualcuno si è a torto riconosciuto. E prendo in giro il mondo della letteratura di genere che in quegli anni ci ammorbava con la storiella che fosse la sola a raccontare seriamente la società. Ora hanno smesso, hanno fatto fortuna.

23 mag 2011

politica e scuola



Vivalascuola su LPELS
Come (non) parlare di politica a scuola - con un pezzo di lucia tosi, un racconto fantapolitico (ma non troppo) di alex cartoni, e il richiamo a penne illustri su un tema di freschissima attualità








- Dovrebbe smetterla con la politica, professore. I ragazzi non vengono a scuola per sentire comizi.
- Scusi?
- Ho detto che dovrebbe smetterla di fare politica a scuola.
- Infatti, sto solamente facendo lezione, mica propaganda a nessuno. O vorrebbe che saltassi anche il nazismo?
[...]
- Senta, mi risulta che lei ultimamente faccia chiudere i libri e si mette a parlare di Veltroni e Berlusconi e compagnia bella. E’ vero?
- Quali libri? Comunque. Diciamo che mi limito a spiegar loro quello che l’informazione si guarda bene dal raccontare – disse, pensoso.
(L’onda sulla pellicola - pubblicato nel 2003, scritto quattro, cinque anni prima, ambientato nel 1994-'95: così, per dire)


9 mag 2011

I premi si sprecano: meritocrazia

Il governo Berlusconi anni fa partorì un libretto sull’Aids pensato apposta per le scuole. Vi profuse alacre e sottilissimo impegno il duo delle meraviglie Sirchia-Moratti, ministri rispettivamente della Sanità e dell’Istruzione – due giganti, va detto. Fra le altre cose il manualetto etico conteneva perle di questo tipo: “L’unico modo per proteggerti davvero è non avere rapporti sessuali“. Oppure: “Che cosa puoi aspettarti da una relazione nata per caso, magari in discoteca?“


Il finale della storia (e della nota) è facile: per questo, chi nei commenti azzecca il migliore, vince un premio.

2 mag 2011

VLS...?



Che poi è bello sapere che la Carlucci tiene tanto alla scuola. Immaginarsela lì, in guêpière, chinata a dovere, a compulsare i libri di storia – non sappiamo ancora se pure i libri di scienze, con tutti quegli antiestetici scimmioni di Darwin –, e magari, col caldo in arrivo, vederla togliersi il corpetto, per la faticaccia sulle “sudate carte”… non so, commuove, vederla sfilarsi anche le calze, e non trovare né sul Camera-Fabietti, né dalle parti di Guarracino o di Della Peruta, non trovare insomma in un cazzo di libro di storia una foto, dico una, di, non so, Paolo Maldini, o almeno Gabriel Garko. E restare inutilmente tutta ignuda. Commuove, intenerisce.

18 apr 2011

Comunisti a scuola?


Insomma tutti questi comunisti a scuola che io mi giro e rigiro per i corridoi per la sala-professori (sala mo’…) non ne trovi più uno manco a pagarlo. Tanto che per compensare mi son messo di buzzo buono per lavorare a un recupero di Pol Pot. Possibile che non vi fosse nulla di buono in quel fine stratega? Pensa che ti ripensa… Ecco, le bambine e i bambini cambogiani. Sono i più belli del mondo – è un fatto. La prostituzione, dopo l’Angkor Wat, è la voce più redditizia benché non ufficiale del Pil di quel paese. Questi fanciulli, lineamenti a parte, hanno scritto negli occhi un terrore atavico, mutuato dalle esperienze degli adulti, che contribuisce al loro fascino. Il merito di Pol Pot mi pare evidente – se a voi lettori no, vuol dire che siete comunisti davvero. Ossia fossili della storia ancora alla ricerca – noiosissima peraltro – di un senso logico nel ragionamento. Avete le facce tristi. Pretendete pure di vincere le elezioni, magari, no?

10 mar 2011

Beatitudine dei cattolici


Naturalmente non si è burnout alla leggera, tanto per far scrivere i giornali e darsi un tono. Minimo minimo, la lucidità se ne va a ramengo. Difatti, non avevamo capito niente manco stavolta. Difatti, l’immarcescibile lo ha detto, ha detto guarda che i vostri stipendi fanno schifo, mica che non lo so, guarda che noi ci stiamo lavorando a ‘sta cosa qua, la colpa è degli inculcatori – quella ci maledetta – che rovinano tutto. Domandate un po’ a Santa Romana Chiesa quanti soldi gli abbiamo dato. Domandatelo un po’ agli insegnanti di religione che servizietti gli abbiam fatto. Domandatelo etc – si sa, quando ci si mette, l'ometto, è prolisso.
Così, in breve: insegnanti e lettori cattolici, va tutto bene a questo mondo, no?

28 feb 2011

Il porcello, l'otre di lardo e lo psicopatico


“Nelle scuole di stato gli insegnanti inculcano idee diverse da quelle che vengono trasmesse nelle famiglie”: ha detto così. Non ero a conoscenza del fatto che nelle famiglie italiane circolassero delle idee, ma registro che l’uscita del porcello segue quella “Dal Verme” in cui il suino princeps, l’otre di lardo, sbrodolò contro la scuola pubblica e i suoi insegnanti. Disse che inculcano l’odio.
In tv ora annunciano Sgarbi, prima serata: dirà che gli insegnanti inducono il sonno, l’acquiescenza, il rigor mortis.
Segue sparatoria.
Poi riforma.
Della riforma.
Poi zero.

23 feb 2011

L'invenzione del romanzo


di Michele Lupo
La lettura ad alta voce oggi è pratica diffusa solo nei luoghi deputati a readingsletterari moltiplicati sia dalla legittima necessità per molti scrittori di farsi spazio nell’oceano dell’offerta editoriale che da un certo compiacimento modaiolo e spettacolare.
L’invenzione del romanzo di Rosamaria Loretelli ricostruisce una storia della lettura dalla Grecia antica al Settecento, il secolo maggiormente implicato nelle argomentazioni della studiosa perché è allora che alcune trasformazioni diventano significative e il romanzo si afferma come genere letterario – a prescindere dagli episodi pur giganteschi del secolo precedente. In secondo luogo, e perciò, il volume è anche una storia delle forme narrative dall’epica classica in poi.
Nel Settecento dunque la lettura diventa silenziosa e interiore. Assistiamo a uno spostamento di focalizzazione dalla voce e dai gesti allo sguardo. Si afferma il romanzo e tutto comincia a gravare sulla parola in sé, più che sulla sua esattezza come avrebbe detto più tardi l’imprescindibile Flaubert, sulla tessitura di un organismo complesso fatto di rimandi in avanti e all’indietro, di tracce proteiformi e piste secondarie di personaggi luoghi trame che l’oggetto romanzo garantisce in virtù di una costruzione materiale precipua – una segnaletica monumentale e fittissima che il romanziere trama e disperde attraverso l’opera a piacimento e in cui, come nella vita reale, i fili narrativi si accumulano dentro lo stringente accadere del tempo, ben al di là insomma del tempo astratto e mitico in cui ancora vive il capolavoro di Cervantes, con il quale pure molti fanno nascere il romanzo moderno.
Pertanto, muta lo spazio temporale attraverso il quale percepiamo il contenuto del testo assieme al mutare delle posture corporali. Ed è piuttosto con Fielding per la Loretelli che si produce lo scarto davvero decisivo; lo scrittore inglese all’inizio del Tom Jones dichiara “apertis verbis” che si augura un lettore “bramoso di leggere all’infinito”. La storia assume un ruolo centrale e con essa il tempo, l’orizzonte d’attesa che il romanzo può soddisfare in modi più immediati.
Lo scrittore di romanzi approfitta della lettura silenziosa e individuale, del supporto libro (che qualcuno non a caso ha definito l’oggetto tecnologico per eccellenza –kindle permettendo) e edifica un’architettura complessa in cui ci si può muovere a piacimento – la metafora dell’edificio è spesa da Samuel Johnson a Henry James. Egli stesso rilegge e corregge. Il romanzo crea una dinamica di attese e rinvii in cui lo scrittore mistagogo porta il lettore dove vuole.
Non solo. La nascita del romanzo inglese moderno comporta un cambiamento anche nel lettore; la lettura silenziosa beneficia dei progressi della tecnica (diversità e maneggevolezza del formato, chiarezza dei caratteri, introduzione di nuovi segni grafici ecc.), propizi alla concentrazione. È per calamitare l’attenzione di questi nuovi lettori che i teorici e romanzieri d’oltremanica saranno costretti ad approntare una nuova estetica del racconto.
Peraltro, come ricorda l’autrice in un’intervista, “non può essere uguale l’effetto di un racconto letto da un rotolo, come accadeva nell’antichità classica, o di una lettura in piedi da un volumone incatenato a un leggio, come era nel Medioevo, o di un abbandono al godimento di un volumetto in copertina morbida, scorso con gli occhi mentre si sta stesi su un letto o sdraiati su una spiaggia“. Nel Settecento comparvero le poltrone, per leggere semisdraiati, le donne magari discinte. Ci fu chi si allarmò, allora, per le conseguenze “morali”.
La lettura silenziosa gode di un maggiore abbandono, certo – trovo però meno convincente l’idea che essa rifletta una condizione di passività. Rimanderei al gran libro di Neil Postman Divertirsi da morire perché è al mondo video che possono agevolmente rimandare certe considerazioni che l’autrice fa a proposito del leggere come atto “naturale e meccanico” (con le drammatiche conseguenze, chezPostman, che registriamo qui e ora).
Detto ciò, questo saggio di marcata robustezza teorica ci insegna a vedere nel leggere un gesto materiale, mostra come le posture corporali modifichino la percezione della storia: viviamo come leggiamo. Che “i testi non sono oggetti astratti (…) bensì il prodotto di menti e corpi in situazione”. Perciò, la differenza ha da fare con l’esperienza stessa non del leggere, ma del vivere (per chi se lo fosse dimenticato in questi strani tempi smemorati, viviamo solo nella storia, appunto).


7 feb 2011

Pessime notizie dal fronte scuola

I più non lo sanno – di solito in Italia i più non sanno né vogliono sapere niente che non sia strettamente legato alla pizza davanti alla partita in diretta – ma se c’è un peggio del peggio nell’opera di sfascio del paese di questi anni sta proprio dalle parti della scuola. Parlo dei contenuti ma anche dei metodi: si sarebbero detti una volta autoritari, ma non sta bene, t’insorge subito un Ostellino o qualche altro anticomunista sfegatato del Corsera a ricordarti i gulag, le purghe i baffoni certo poco moderni di quello lì. Con Craxi si definirono decisionisti. Oggi semplicemente “governo del fare”. E che ti fa la mascotte aizzata dai nani di Palazzo Chigi? Gli aumenti ai meritevoli – che a Torino e persino nella Napoli malfamata e traboccante di monnezza hanno deciso di non volerli – lei glieli dà per decreto. Beccatevi ‘sti euro, masochisti che non siete altro.

2 feb 2011

Su S. Ocampo - LPELS

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/02/02/silvina-ocampo-uninnocente-crudelta/#comments

Silvina Ocampo
Un'innocente crudeltà
La Nuova Frontiera Editore

Nemmeno essere dentro e in prima fila nella  «scuola di Buenos Aires» e dei «cuentistas», gli scrittori di racconti fantastici che di tanto prestigio hanno goduto in Europa ha fatto crescere più di tanto l’apprezzamento di Silvina Ocampo fuori dalla cerchia ristretta di pochi cultori forse non meno eccentrici di lei. Né, ogni volta che se n’è scritto o parlato, si è riusciti a evitare il riferimento alle sue prestigiose e ingombranti parentele, dalla sorella Victoria al marito Adolfo Bioy Casares, autentiche star della letteratura argentina del secolo scorso - per non dire dell’amicizia con  Calvino, Wilcock o De Chirico di cui fu allieva pittrice. Ancora, assieme al marito e a Borges, la Ocampo realizzò la celebre «Antologia della letteratura fantastica». Forse questa singolare scrittrice, capace di visioni strambe ed ellittiche ma spesso infallibili, avrebbe meritato uno spazio  nel pantheon letterario meno incerto e sospettoso di quello che le è toccato in sorte.
La scrittura di Ocampo (pittrice più che potenziale…) è una festa per gli occhi, spesso le sue scene sono piene di dettagli, di vere e proprie collisioni visive che di colpo si risolvono – e certo Borges c’entra – in un esito metafisico improvviso e imprevisto. Rispetto alla voga sudamericana che avvinse molti lettori italiani alcuni decenni fa, nell’arte di Silvina Ocampo, almeno in alcuni dei racconti qui presenti vi è però qualcosa che in parte spiega la mancanza di un pubblico numeroso. A volte v’è un che di eccessivamente concettoso, una certa freddezza quand’anche non priva di sinistra amabilità che mentre decifra e misura la distanza fra le persone, specie fra gli adulti e i bambini (filo conduttore di questi racconti) di fatto impegna il lettore su un piano che non è quello dell’empatia con i personaggi – spesso le loro azioni disorientano, i bambini di questa raccolta essendo imprevedibili, appunto innocentemente crudeli. Così possono disorientare le scelte stilistiche della scrittrice, specie per i lettori frettolosi di oggi. Non aiuta il compiacimento intellettualistico per uno humor raffinato quanto elusivo, che rende problematica la partecipazione alla già misteriosa crudeltà dei bambini. Essa sembra provenire da un mondo altro, in una versione peculiare di un fantastico a noi prossimo, più sinistro che magico, di ragazzini beffardi pronti a creare effetti di realtà in alcuni casi illuminata di una luce nuova e mai vista prima; la condensazione delle immagini permette di esplorare microuniversi della coscienza vertiginosi, ma altre volte invece queste storie non sfuggono all’impressione di una eccessiva preoccupazione stilistica in cui le cose si perdono nell’ordito dell’artificio letterario. I racconti sono quasi sempre molto brevi, di diseguale valore e costante enigmaticità. Come, è spesso stato notato, la personalità della scrittrice porteña. Però vale la pena di leggerli.



31 gen 2011

Le classi pollaio, la mascotte e le solite cose

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/31/vivalascuola-68/
Qualcuno le chiama classi-pollaio. Possono arrivare anche a 35 alunni. Al Tar del Lazio, bontà sua, non piacciono. Ecco così avviata la prima class action italiana contro la Pubblica amministrazione.

Per la mascotte di viale Trastevere, signora Gelmini – è sempre lei, squadra vincente non si cambia, portafortuna compreso – il ricorso presentato al Tar del Lazio “è destituito di qualsiasi fondamento”.

Le cronache infatti ci dicono che i bunga-bunga a volte sono affollatissimi e nessuno sembra si sia lamentato, tantomeno il padrone di casa più famoso d’Italia, che certo avrà aule più grandi delle nostre ma ha dimostrato che con la necessaria amabilità ci si può stringere tutti insieme. C’è qualche differenza, è vero, la più parte di noi non dispone dei mezzi persuasivi del caudillo ma bisognerà anche imparare prima o poi da certi self-mad-men: tirare fuori le palle e smetterla con il piagnisteo.




26 gen 2011

L’esercizio della memoria, bon.


L’esercizio della memoria, bon. Ma se non è accompagnato dall’azione vigile nel presente serve a qualcosa? Da più di un decennio è invalsa l’abitudine di portare gli studenti ad Auschwitz. Per alcuni (pochi, molti?) di loro, è una gita come un’altra, e questo è noto. E dovrebbe esserlo anche il fatto che neppure Hitler fece quel che fece da subito – nemmeno il falò ai libri. La Lega Nord, ossia un partito che si dichiarò fuori dello Stato con l’esplicito obiettivo di farne uno a parte, avrebbe dovuto essere messa al bando a suo tempo – con gli extraparlamentari, a sinistra, si faceva con disinvoltura anche quando non amavano giocare con la P38. La sua lotta, la Lega, avrebbe dovuto condurla, per ovvie ragioni politiche, fuori dal parlamento, ne fosse stata capace, manu militari.  E noi tutti avremmo dovuto essere un po’ più svegli.

20 gen 2011

Recensione a I fuoriusciti - Lucia Tosi, LPELS

un grazie di cuore alla pestifera 

Vestiti, fuoriusciamo
di Lucia Tosi


Michele Lupo ha pubblicato numerosi racconti su riviste letterarie, un romanzo, L’onda sulla pellicola, Besa Editrice, 2004, un altro romanzo è atteso per la prossima primavera. Fresca di stampa la raccolta di racconti I fuoriusciti, Stilo editrice, 2010, E. 10,00.
Di queste “Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette“, eloquente sottotitolo, colpisce innanzi tutto l’assenza del finale regolamentare, quello che vorrebbe il racconto, felice o tragico, in sé compiuto, risolto, ma più ancora l’intento esatto, pervicacemente ricercato, di non sedurre il lettore. Paradossalmente la seduzione arriva puntuale: i diversi registri con i quali le sei storie “aperte” sono raccontate, il malessere che vi si respira, l’etica, apparentemente esclusa, che ricompare silenziosa, in absentia, in ogni racconto, sono almeno tre buoni motivi che inducono il lettore a leggere d’un fiato la raccolta, specie di affresco su un’umanità di marginali, reietti, dimenticati, che spessso ci scorre accanto, senza averne, peraltro, gli aspetti canonici più eclatanti.
Nel ripensare al tratto comune dei diversi personaggi, protagonisti o comprimari, torna utile l’aggettivo fastidioso, dallo spessore quasi fisico, in un’accezione un po’ più ampia che il solo noiosoirritante, come recita il Devoto-Oli; vi si aggiunga sgradevole, imbarazzante: ciò che preferiresti non vedere, non toccare, che ti suscita un moto di repulsione che però devi trattenere, perché il tipo del “fastidioso” non commette mai atti eccessivi, degni di una reazione vistose.
I personaggi dei sei racconti contenuti ne I fuoriusciti sono così: altamente sgradevoli, fastidiosi. Goffi, rinunciatari, perdenti; grassi, sudaticci, convenientemente sporchi; deliranti, fissati, crudeli; dediti più o meno tutti a qualche bassezza, ma allo stesso tempo così normali che ti chiedi che ci stanno a fare dei personaggi siffatti dentro a delle storie.
Insopportabile, nel suo glamour da belloccia di periferia in là con gli anni, l’oca – un’autentica oca, come non se ne vedevano da un po’ – de La sciarpa verde, che la sorella maggiore, meno giuliva, vorrebbe raddrizzare, salvo il fatto che, detto en passant, quest’ultima – scopriamo non senza una certa dose di irritazione – si dà buon tempo, regolarmente, con il benestare di un marito che ha l’unico difetto di scordarsi a volte, nelle sue, di scappatelle, il preservativo, cosa su cui essa non transige!
I racconti si leggono agevolmente: la prosa è limpida, a tratti reticente, a volte sapientemente avara. Verista, per quanto lo consenta l’uso prevalente della prima persona, specie in Gatti del Sud, racconto che si chiude con pochissime pennellate magistrali, come se l’ex-ragazzino, tornato nei luoghi della sua infanzia (luoghi di misfatti odiosi, da lui compiuti, che ricordano certe scene di Novecento di Bertolucci, quelle per stomaci forti, per intenderci) avesse fretta di concludere per andare oltre quel passato, da cui emergono situazioni e figure forti, determinanti, come il nonno, mitico, “immortale“. A proposito della nonna, cogliamo l’io narrante – sarebbe il caso di ricorrere all’espressione “io poetico” – chiudere la vicenda con tre verbi negativi, in climax discendente, nel ritmo di un quinario e due ottonari:
Quella donna morì poco dopo, senza che nessuno fosse riuscito a diagnosticarle alcuna malattia precisa. Semplicemente, in quelle tre settimane che impiegò per ricongiungersi all’uomo con cui aveva diviso la vita, smarrì il senno, disimparò l’alfabeto e non ci riconobbe più.
Preferibilmente paratattico, Michele Lupo tuttavia fugge dalla tentazione, oggi parecchio diffusa, di scrivere come si mangia (e molti non sanno di mangiare veramente male), accostando la necessaria frase al grado zero, che più zero non potrebbe nemmeno Roland Barthes, ad una, al contrario, resa preziosa non da trovate ginniche, ma da un’immagine, un vocabolo scelto con cura, laddove un sinonimo meno raro non avrebbe tuttavia stonato.
E’ il caso, in particolare, di Ego te absolvo, in cui l’autore mima, con ferocia contenuta (se ne avverte il sorriso), le elucubrazioni di un prete malato, in una “memoria” destinata al suo psicanalista. Qui sembra aleggiare la penna di Manganelli: sarà l’argomento chiesastico, o il tratteggio di una qualche angoscia – anche se non propriamente dirupante-, fatto sta che il linguaggio si punteggia di elenchi baroccheggianti, di vocaboli meno immediati, per i quali la giustapposizione funziona a meraviglia, riproducendo ritmicamente una certa nasale salmodìa da parroco ben temperato.
Al di là della grata capita di udire voci che da subito provocano in me una curiosità eccessiva, malsana, contro cui ho tentato vanamente di oppormi, di combattere. E’ un tono, una modulazione, come se si annunciasse la possibilità di una rivelazione straordinaria, il dono di un fosco segreto che suscita in me una certa impudenza.
Due personaggi, nel primo e nell’ultimo racconto del sestetto, sono – un uomo e una donna – due artisti incompresi, ma nient’affatto simpatici. Non prova, l’autore, a strizzarci l’occhio, non è con loro indulgente, non è romantico. Non sappiamo se si tratta di un pittore e di una poetessa ingiustamente emarginati, se la ribellione, la frustrazione che entrambi covano – che nella donna si esprime in un progressivo ritrarsi dal mondo, dalla parola, in una sorta di lercia catatonia – è motivata dall’incomprensione del genio che rappresentano. Noi li vediamo alle prese con gli altri, simmetricamente o troppo indifferenti, o troppo solleciti nei loro confronti. Posti all’inizio e in coda al gruppo di racconti, condividono un oggetto che scatena la loro furia variamente distruttiva: la televisione, contenitore di troppe immagini e di troppe parole.
Invadente, onnipresente, facile bersaglio polemico, viene da pensare: ma Lupo si gioca l’oggetto trasformandolo in un concentrato, tunc et illic, del malessere dei due personaggi, in un – tutto loro – esasperato polemon, avendoli preventivamente liberati da precisi connotati in cui il lettore possa riconoscersi. E’ questo che li rende pienamente deifuoriusciti: devono risultarci estranei, non dobbiamo solidarizzare con loro. Nessuna concessione sentimentale, nessun “come è vero!“, eppure conveniamo sicuramente che l’atto non ortodosso, o addirittura illecito, a cui qualcuno di questi personaggi si abbandona, sorta di pericoloso riscatto agli occhi di se stessi, è l’unico da compiersi.
In questo senso rischia di esserci simpatico lo sfigatissimo ex-libraio ciccione del raccontoCimento del tempo libero, bizzarro titolo, forse perché la sua forma di protesta è diretta contro un mondo che abbiamo imparato ad odiare ampiamente, o, almeno: una minoranza di noi sicuramente non sopporta il mondo degli imbonitori, quello per cui ilconsumatore (elettore) assomiglia molto ad un bambino di undici anni neanche tanto intelligente:
Dovrete farlo sentire a disagio, il cliente, e anche in colpa, possibilmente: in colpa per essere stato così sbadato, così vicino a fare la figura da cretino, dovrebbe arrossire per essersi separato dal mondo che conta, per aver isolato la famiglia e allontanato i figli dalla modernità e dal benessere [...].
Lo stesso personaggio odioso poco più avanti definisce in questo modo il cliente che “si rifiuta di comunicare“:
Si tratta di persone irresponsabili. Una minoranza. Gente che pone domande prive di risposte possibili. Disadattati. Perché deve esserci sempre una risposta a una domanda plausibile. Se non c’è, vuol dire che la domanda è sbagliata [...] Al cliente ottuso invece, che vorrebbe sapere in cosa consiste il beneficio di questi prodotti, il bravo venditore non è tenuto a rispondere subito: in prima battuta mostrerà un sorriso folgorante che costituirà esso stesso la risposta.
Non è dato sapere a cosa, a chi pensasse Michele Lupo, nel tratteggiare l’istruttore di aspiranti venditori door-to-door, ma il suo allenato senso del grottesco, la conoscenza delle arti carnevalesche (il nostro si è laureato con una tesi dal titolo eloquente: Elementi carnevaleschi nel Decameron), per cui scoronare e denudare il re è un giochetto da ragazzi (lo fa regolarmente qui e qui), mi fanno pensare a qualcosa di reale e quotidianamente sparato a mille in tv.

18 gen 2011

La mascotte Gelmini, ancora


La mascotte a capo di viale Trastevere si è presentata a “Ballarò”, misurandosi con uno degli uomini più lucidi d’Italia, Stefano Rodotà, evitando accuratamente di giocare sul suo terreno, quello della lingua italiana. Siccome “non l’ho letto e non mi piace” mi sono limitato a sbirciarne qualche frammento in rete – poiché sospetto che la signora fosse (sia) impossibilitata ad articolare testi molto più complessi, credo di poterla recensire lo stesso. E’ presto detto: l’ho trovata perfettamente addestrata, la testolina che faceva no no, il sorriso triste e offeso di fronte alla brutalità del ragionamento, quella roba odiosa che gli italiani non gradiscono. 

11 gen 2011

Viale Trastevere e la meritocrazia


Il professor Israel non è a suo agio. Collabora con il simulacro che sta(rebbe) a capo dell’Istruzione non si sa se pubblica o de papi suo (dice non va bene che le dai della mascotte, è irriguardoso: ma a me pare che le mascotte portino fortuna e ditemi voi se con tutte le porcherie che fanno non gli dice culo a rimanere ancora lì); collabora il professore, si diceva, porta pazienza e tutto. Però i simulacri a volte stentano, arrancano, infiacchiscono. La pazienza pure. Così l’ha detto: il professore è sbottato e ha detto che gli Invalsi non vanno bene per giudicare gli insegnanti, e nemmeno il parere dei genitori e degli studenti va bene. Ohibò. Ci vogliono gli ispettori, ha detto… poi si è fermato subito (un collaboratore deve fare attenzione).
Qui da noi la proposizione ha fatto un certo effetto. Saranno stati i puntini sospensivi. Non perché si abbia paura di gente (armata?) (e) col tesserino e che sa il fatto suo – lo Zibaldone passo passo, per dire. E’ che la pensata, gli ispettori, sanno di detection story, e sebbene in LPELS si parli più agevolmente di sineddoche e terza rima, la letteratura è di casa. Attendiamo thriller foschi, noir psicologici, cacce al distopico.



6 gen 2011

KARL OVE KNAUSGARD


La mia lotta (1),  Ponte alle Grazie


La mole è impegnativa ed è solo il primo di sei volumi. Il titolo, Min Kamp, sinistro. Le ambizioni da leggere fra le righe – in tutti i sensi. Ha un bel dire Knausgard che non voleva fare letteratura quanto piuttosto un esercizio (di verità) che avesse insieme il valore di un’esperienza: raccontare la sua vita, di bambino poi di adolescente, i difficili rapporti con il padre, i non avvenimenti più banali e quotidiani: omettendo quei problemi formali senza i quali non si dà arte né letteratura. Difficile parlare di trama, di plot infatti, sebbene qui non sia in ballo un qualche tifo per l’intreccio spettacolare o i colpi di scena: è che il rischio della noia - di cui l’autore in qualche intervista si è dichiarato consapevole - è lì dietro l’angolino di fine pagina. Volendo (ri)scrivere qualsiasi attimo della vita che la memoria ti riporta alla mente, ti esponi a quel rischio anche se ti chiami Proust – soliti paragoni schiocchi di una recensionistica imbarazzante.
Non che sia privo di talento, lo scrittore norvegese, di sensibilità psicologica e linguistica - a giudicare dalla traduzione, una lingua pulita, di educata chiarezza. Anzi, quando si ricorda di essere uno scrittore e si preoccupa di andare oltre la pedissequa narrazione di qualsiasi sospiro e deglutizione, il libro si ravviva, trova momenti di gradevole leggibilità e alcuni anche magistrali. Allora il romanzo (romanzo?) funziona, colpisce la forza calma e stringente con cui sentimenti e stati d’animo vengono triturati senza pietà. Colpisce l’ironia che si affaccia all’improvviso. Ed emozionano certi gesti decisivi anche se marginali: prossemica e cinesica dei personaggi, dicono molto, più degli aspri dialoghi.
Il racconto muove dalla morte del padre, figura decisiva per il narratore. La storia del loro rapporto, del narratore bambino con l’uomo del quale subisce l’attrito freddo e autoritario, assieme alla perizia visiva di molte descrizioni è la cosa migliore. Knausgard del (al) padre non risparmia nulla; coraggiosamente confessa quanto orribile sia stato il senso di vergogna che accompagnava le umiliazioni dell’infanzia - un sentimento peggiore della paura, lo definisce. La lotta di cui dice il titolo, è una lotta per scrivere, innanzitutto, lotta con le proprie condizioni di marito, padre a sua volta, lotta contro il caso che entra nella vita dello scrittore che vorrebbe non certo la felicità ma solo le condizioni necessarie a scrivere. Il carattere di sfida agonistica di questa vita si ripropone in un certo senso nel libro: l’autore ha fatto leggere a tutti i personaggi la storia prima di pubblicarla, senza omettere i dettagli più imbarazzanti.
Per non fare fiction, Knausgard ha finito con lo scrivere 3000 pagine (pubblicazione ancora in corso in Norvegia) passando da una cosa all’altra e seguendo il filo dei ricordi, lavorando sul dettaglio insignificante per restituire la sua storia in uno specchio che rendesse l’esperienza intelligibile – epperò, vi sono casi in cui riuscire significa fallire.
Stando alle dichiarazioni, Knausgard avrebbe cercato di colmare la distanza che separa l’autore come persona in carne e ossa dal narratore, ma perché questo genere di lettura sia appassionante sino in fondo bisognerebbe essere il Proust che i recensori hanno tirato in ballo a sproposito (a mio parere, nel caso specifico non c’è nemmeno la malafede, il servaggio dei circoletti editoriali: qua Proust non sanno proprio chi è). Del grandissimo linfatico della Recherche  - solo uno dei tre o quattro giganti del ‘900 – non casualmente hanno scritto filosofi, come per Kafka. Quando Knausgard filosofeggia sull’arte, la vita e la morte invece non brilla per originalità. Se ci si chiede come mai tutto questo successo a fronte del fatto che Proust non lo leggono più nemmeno all’università, viene il sospetto che la risposta stia proprio nella banalizzazione (colta) con cui lo scrittore norvegese discetta di massimi sistemi. Stima per il talento narrativo, rispetto per le ambizioni, perplessità per la sproporzione con gli  esiti letterari complessivi – o bisognerà attendere la fine del lavoro? mica uno scherzo, per il lettore dico.


27 dic 2010

LPELS Giacomo Sartori





Sono 16 racconti questi raccolti in Autismi; qualcuno fra i lettori potrebbe già conoscerli poiché sono stati “postati” su Nazione Indiana (Giacomo Sartori fa parte della redazione in pianta stabile) lungo un intero anno.
Il libro è un trattatello di vita domestica feroce, vero e divertentissimo. Sartori vi dispiega uno humor delizioso che unisce per ossimoro acribia e svagatezza. Una scrittura tutta materica, giocata su un registro “basso ma non ammiccante né manieristico, nonostante gli argomenti scatologici dispiegati con pronuncia serissima. La cacca non sta lì a far da civetta al riso facile di lettori rabelesiani (ammesso che ancora ne esistano), ma costituisce un tema da affrontare con il piglio deciso delle questioni definitive. Il problema del narratore infatti sta nella riuscita di “una cacca di qualità omogenea, puntuale e affidabile, e di odore sopportabile, se non proprio profumata”. Egli si dice giustamente scandalizzato dal constatare come “bellissime donne che brigavano tanto per il loro fascino sfornassero impunemente cacchette maleodoranti (…) tanti poeti smentissero l’evanescente illibatezza dei loro versi con pedisseque feci”. Trova abbastanza intollerabile che l’umanità dopo millenni non abbia trovato una soluzione alla pessima qualità della merda – sull’argomento siamo rimasti allo stesso punto del primate di Kubrick. Sicché affronta la faccenda con tenacia e puntiglio “scientifici”; sebbene la moglie e gli amici temano che sia un po’ andato di testa – la moglie persino che le sue siano manovre astruse per mandare a monte il matrimonio – l’uomo si applica, tiene “al guinzaglio enzimi, quantità e qualità dei succhi gastrici, bile, equilibrio degli ormoni”; ma niente, deve convenire che la sua “è una cacca impresentabile”.
Assistiamo in questa e altre storie insomma a un rovesciamento dell’epica, ossia a un dettato eroicomico: benché applicato a casi di ordinaria vita quotidiana, lo scetticismo è pugnace quanto la volontà. S’indovina una lotta sotterranea con la tentazione sempre dietro l’angolo del nichilismo. La stessa caparbia ostinazione è all’opera nella descrizione dei rapporti parentali: nell’analisi e rivelazione delle falle innumerevoli che li squarciano da tutte le parti si procede spietati e perplessi; si ha la sensazione che il narratore non si fermi davanti a niente. E’ l’abitudine a non lasciare nulla d’intentato che gli viene forse dal suo mestiere – l’autore empirico, come il narratore protagonista, fa l’agronomo. Il che aiuta a definire non solo un modo di procedere, un asintotico anelito all’esattezza, ma pure un codice lessicale, un’adesione incondizionata a una realtà materiale solo tenendo sempre presente la quale, attraversandola ed esaurendola in ogni dettaglio, si può forse aspirare a qualcos’altro – in un libro a mio parere stupendo, le pochissime cadute stilistiche si verificano proprio quando ci si allontana troppo dalla grana corporea delle cose e ci si lascia carezzare da tentazioni diverse: lì si rischiano soluzioni posticce come “il vissuto telefonico” (ma si tratta di rari casi e lo sottolineo affettuosamente all’autore di questo libro che è fra i migliori dell’annata).
Per quanto tagliente e nero, l’umorismo di Sartori è ottenuto quasi “senza parere”; il narratore sembra intenzionato solo a ricostruire i fatti, dominato dalla “sete di capire” e da “una fanatica ostinazione”. Scava e misura, da buon agronomo; gli capita pure di finire accanto ai cimiteri e per quanto voglia fuggirli sente una specie di aria famigliare – sinistra, va da sé. Non è che in famiglia le cose vadano molto meglio, infatti. Il rapporto con la moglie si limita agli incontri settimanali con la psicoterapeuta che dovrebbe risolvere i problemi di coppia. Ma i due si accapigliano già per decidere come andarci, con quale mezzo di trasporto, così ognuno ci va per conto suo. E non concordano nemmeno su ciò che debbono fare una volta lì (eccellente la capacità di Sartori di far parlare i personaggi attraverso i loro sguardi, prima e oltre le schermaglie dialettiche). Il risultato è che litigano proprio perché vanno in terapia. Solo questo racconto vale migliaia di pagine stampate dalle majorsnell’anno morente 2010.
I libri dell’editore Sottovoce sono di una sobria, asciutta e quasi severa eleganza e quel che più conta tentano di inserirsi attraverso la qualità dei testi in un mercato sempre più dominato dai brand fasulli che purtroppo occupano le librerie con insopportabile prepotenza. I librai fanno il loro mestiere, ma per invertire la tendenza avremmo bisogno di negozianti che i libri li amassero almeno un po’, che invece di assecondare i distributori dedicassero un’ora del loro tempo quotidiano a sbirciare le pagine di libri come questo e li affiancassero alle pile dei carifigli di papà mercato.

20 dic 2010

Un'altra lista

e qui, a cura dell'impagabile Giorgio (Morale) gli auguri per la categoria - va da sé che ne ha particolare bisogno; e un'altra lista di libri, legati in qualche modo alla scuola
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/12/20/vivalascuola-64/




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