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11 nov 2011

UNA VOLTA, L'ARGENTINA

Sperando di non finire allo stesso modo: prendiamone il meglio, un eccellente scrittore per esempio


Andrés NEUMAN 

su lankelot
Ha scritto Borges da qualche parte – chiedo scusa per l’approssimazione, cito a memoria – che l’Argentina è sempre stato un paese con una sproporzionata idea di sé, perciò stesso fatalmente votato al sublime e alla retorica. Corollario aggiuntivo: incline a vivere al di sopra dei suoi mezzi reali. A leggere fra le righe di questo belmemoir di  Andrés Neuman, Una volta l'Argentina, scritto nel 2003 e tradotto ora da Silvia Sichel per Ponte alle Grazie, tutto questo lo si capisce benissimo (per chi avesse un interesse peculiare per il grande paese sudamericano, consiglierei di accompagnare la lettura di Neuman con un recente volumetto dell’editore il Mulino, Argentina, a cura di Marzia Rosti, che traccia un quadro preciso della sua storia, delle sue sinistre vicende politiche e sociali, dei suoi partiti e dei suoi ordinamenti giuridici).
Intanto, non sfugge al lettore come nel paese raccontato da Neuman galleggi un’insistente baldanza machista. L’esaltazione viriloide introiettata a forza da bambini, il calcio “maschio” (in un paese che pure ha dato i natali al più grande virtuoso della storia pallonara), l’estetica militarista delle dittature che non sono mai mancate – e sanguinarie. Neuman, discendente di emigrati europei, russi, francesi, ebrei poco osservanti, tutto questo lo constata con rapida ironia, facendoci i conti da piccolo, tenendosi, dato il temperamento non bellicoso ma nemmeno mellifluo, stretto un suo ruolo di outsider, invaghito di una “mezz’ala di classe”, il mancino Chino Tapia, che prima del sovrumano Maradona, per via del talento femmineo sembra patire diffidenze per gli eccentrici del pallone ben note a un altro paese carognesco assai– il nostro.
È solo uno dei modi possibili per leggere questo libro, nel quale l’eccellente autore de Il viaggiatore del Secoloalterna storie di antenati alle prese con l’Europa travagliata di fine Ottocento e inizio secolo, all’approdo nel “paese delle possibilità” (una versione più precaria ma fastosa degli Stati Uniti) dei parenti più prossimi, a ricordi più o meno plausibili della sua infanzia e adolescenza argentine – entra nel vivo, lui appena nato, col racconto di suo padre che si disinteressa del trionfo ai mondiali del ’78, non per snobismo ma perché gli è molto chiaro come lo spettacolo dei coriandoli che inondano lo stadio di Buenos Aires dopo il gol del 3 a 1 di Kempes all’Olanda nasconda l’immonda tragedia che sta cancellando dalla faccia della terra migliaia di desaparecidos. Del resto, il padre, musicista come la madre (violinista e coraggiosa sindacalista) il calcio non lo ama, non lo conosce, ma ne intuisce il portato (non inevitabile, ma possibile) di perversa, potenzialmente truffaldina passione sociale quando, per evitare il servizio militare, approfitta della credulità del caporale che gli domanda se non sia per caso il fratello del calciatore del Chacarita che porta il suo stesso cognome. Del resto, il bisnonno paterno Jacobo fuggì dalla Russia prendendo in prestito da un tenente tedesco un cognome non suo (Neuman appunto). Del resto, ancora, questo è il paese in cui Maradona, alla domanda se conosca Borges, chiede a sua volta in quale squadra giochi, involontariamente ricambiando la distrazione del grande scrittore che dice di non sapere nulla di Diego. Sublime – forse inevitabile che un paese abbia una tale concezione di sé: la mitopoiesi poggiando su qualche prodigioso elemento di fatto.
Così, anche le storie che Neuman racconta non è detto che siano sempre vere, la memoria può ingannare, l’immaginazione può prenderti la mano: tutto questo non è importante, ce lo ricorda egli stesso. Ci racconta degli zii Silvia e Peter, librai, che da un giorno all’altro vengono prelevati e portati via dai militari i quali non si accontentano di far sparire i libri (compreso Il Rosso e il Nero, visto il pericoloso colore iniziale da comunisti! - Videla ci teneva a informare gli argentini che terroristi erano tutti quelli che diffondevano idee “lontane dalla tradizione occidentale e cristiana”.) Di come i libri li scopracontro le insistenze dei propri genitori, due borghesi colti che non mancano di custodire fra i propri scaffali Edgar Allan Poe e Julio Cortazar, con grande stupore del giovane Andrés, costretto a rivedere il giudizio che, come ogni pischello che si rispetti, aveva frettolosamente formulato sulla loro personalità.
Ed è certo che diverte, Neuman, coinvolge, ha una sua grazia diceva Bolaño – vero -, una capacità di rendere cristalline le vicende più drammatiche di un paese affascinante ma sempre a un passo dall’abisso tragico, attraverso una scrittura capace di “intelligere” come poche, senza fare lezione, superando in souplesse qualsiasi patetismo – ma emozionante. A tratti fa pensare a una variante  meno caustica e fredda di Martin Amis. La narrazione è rapsodica, difficilmente insiste su una scena per più di qualche pagina. Fosse un romanzo magari sarebbe un difetto, ma Una volta l’Argentina non è propriamente un romanzo e si legge che è una bellezza.



22 giu 2011

Grazie a Giovanni Turi per questa lettura del mio primo romanzo


Su PugliaLibre
Riscoperte: “L’onda sulla pellicola” di Michele Lupo

Dalla Rubrica LaPugliaChePubblica
Scritto da Redazione
L’ambiguo protagonista del romanzo d’esordio di Michele LupoL’onda sulla pellicola (Besa Editrice, pp. 386, euro 15), è Livio Viola: inetto per scelta e vocazione, docente per necessità; mentre sogna di scrivere la sceneggiatura di un film post-surrealista, o quantomeno di fare l’attore, la sua vita è un susseguirsi di passioni sfrenate per donne diverse. Forse è il suo modo di sentirsi vivo, «ogni nuova puttanella che incontrava, incontrandolo sembrava dirgli: esisti. Tu esisti»; forse è il tentativo di esorcizzare l’orrore per la famiglia, che i suoi genitori gli hanno dimostrato essere inevitabile campo di tensioni e ipocrisie; forse è il tentativo di sfogare l’umiliazione di insegnare per pochi spiccioli in una scuola privata, dove la massima aspirazione di un docente è quella di non farsi sodomizzare.
Livio vorrebbe protrarre all’infinito la sua adolescenza, ma l’incontro con Giulia è un sommovimento destabilizzante: il suo odore, le linee del suo corpo lo irretiscono come mai gli era capitato prima; che sia davvero amore? Entrambi si abbandonano senza inibizioni all’attrazione reciproca, ma di mezzo c’è Giorgio: alunno di Livio e figlio di Giulia, ormai separata dal marito; lui intuisce nel ragazzo quel talento nella scrittura che probabilmente gli manca, lei non può sedare i sensi di colpa per averlo lasciato in affidamento al (presunto) padre. Gradualmente non potrà dunque che riproporsi l’assioma su cui Livio ha fondato le sue relazioni: «da solo, ognuno di noi riesce a barcamenarsi nella propria debolezza. Ma quando due corpi fragili provano a compattarsi, l’instabile equilibrio che prima regolava le rispettive solitudini rischia di saltare del tutto. Si finisce in una bolla di vetro e lì, ogni minima scheggia è un attacco alla carne dell’altro».
Resta sullo sfondo l’Italietta clericale e della cattiva politica, delle raccomandazioni e dell’irresponsabilità di giovani e adulti, dei prepotenti e dei furbetti che in un modo o nell’altro raggiungono sempre i propri fini, del capitalismo onnivoro; ma a stridere con questa realtà non è tanto la condotta accidiosa e velleitaria di Livio, quanto l’ingenua integrità di chi come Giorgio subisce ignaro queste brutture: le pagine estratte dal suo diario, che interrompono la narrazione in terza persona, sono forse le più intense e delicate, poiché prive di filtri critici.
Se nei racconti raccolti sotto il titolo I fuoriusciti (Stilo Editrice) prevalgono la concentrazione e la sintesi, nell’Onda sulla pellicola invece è la sovrabbondanza a caratterizzare la scrittura di Michele Lupo; pur sempre ironica e grottesca, capace di improvvise epifanie sulla realtà che ci attornia, ma soprattutto di attingere a svariati registri linguistici, senza alcuno stridore nel tracciare uno stile inconfondibile: penetrante e irriverente.
Giovanni Turi





23 feb 2011

L'invenzione del romanzo


di Michele Lupo
La lettura ad alta voce oggi è pratica diffusa solo nei luoghi deputati a readingsletterari moltiplicati sia dalla legittima necessità per molti scrittori di farsi spazio nell’oceano dell’offerta editoriale che da un certo compiacimento modaiolo e spettacolare.
L’invenzione del romanzo di Rosamaria Loretelli ricostruisce una storia della lettura dalla Grecia antica al Settecento, il secolo maggiormente implicato nelle argomentazioni della studiosa perché è allora che alcune trasformazioni diventano significative e il romanzo si afferma come genere letterario – a prescindere dagli episodi pur giganteschi del secolo precedente. In secondo luogo, e perciò, il volume è anche una storia delle forme narrative dall’epica classica in poi.
Nel Settecento dunque la lettura diventa silenziosa e interiore. Assistiamo a uno spostamento di focalizzazione dalla voce e dai gesti allo sguardo. Si afferma il romanzo e tutto comincia a gravare sulla parola in sé, più che sulla sua esattezza come avrebbe detto più tardi l’imprescindibile Flaubert, sulla tessitura di un organismo complesso fatto di rimandi in avanti e all’indietro, di tracce proteiformi e piste secondarie di personaggi luoghi trame che l’oggetto romanzo garantisce in virtù di una costruzione materiale precipua – una segnaletica monumentale e fittissima che il romanziere trama e disperde attraverso l’opera a piacimento e in cui, come nella vita reale, i fili narrativi si accumulano dentro lo stringente accadere del tempo, ben al di là insomma del tempo astratto e mitico in cui ancora vive il capolavoro di Cervantes, con il quale pure molti fanno nascere il romanzo moderno.
Pertanto, muta lo spazio temporale attraverso il quale percepiamo il contenuto del testo assieme al mutare delle posture corporali. Ed è piuttosto con Fielding per la Loretelli che si produce lo scarto davvero decisivo; lo scrittore inglese all’inizio del Tom Jones dichiara “apertis verbis” che si augura un lettore “bramoso di leggere all’infinito”. La storia assume un ruolo centrale e con essa il tempo, l’orizzonte d’attesa che il romanzo può soddisfare in modi più immediati.
Lo scrittore di romanzi approfitta della lettura silenziosa e individuale, del supporto libro (che qualcuno non a caso ha definito l’oggetto tecnologico per eccellenza –kindle permettendo) e edifica un’architettura complessa in cui ci si può muovere a piacimento – la metafora dell’edificio è spesa da Samuel Johnson a Henry James. Egli stesso rilegge e corregge. Il romanzo crea una dinamica di attese e rinvii in cui lo scrittore mistagogo porta il lettore dove vuole.
Non solo. La nascita del romanzo inglese moderno comporta un cambiamento anche nel lettore; la lettura silenziosa beneficia dei progressi della tecnica (diversità e maneggevolezza del formato, chiarezza dei caratteri, introduzione di nuovi segni grafici ecc.), propizi alla concentrazione. È per calamitare l’attenzione di questi nuovi lettori che i teorici e romanzieri d’oltremanica saranno costretti ad approntare una nuova estetica del racconto.
Peraltro, come ricorda l’autrice in un’intervista, “non può essere uguale l’effetto di un racconto letto da un rotolo, come accadeva nell’antichità classica, o di una lettura in piedi da un volumone incatenato a un leggio, come era nel Medioevo, o di un abbandono al godimento di un volumetto in copertina morbida, scorso con gli occhi mentre si sta stesi su un letto o sdraiati su una spiaggia“. Nel Settecento comparvero le poltrone, per leggere semisdraiati, le donne magari discinte. Ci fu chi si allarmò, allora, per le conseguenze “morali”.
La lettura silenziosa gode di un maggiore abbandono, certo – trovo però meno convincente l’idea che essa rifletta una condizione di passività. Rimanderei al gran libro di Neil Postman Divertirsi da morire perché è al mondo video che possono agevolmente rimandare certe considerazioni che l’autrice fa a proposito del leggere come atto “naturale e meccanico” (con le drammatiche conseguenze, chezPostman, che registriamo qui e ora).
Detto ciò, questo saggio di marcata robustezza teorica ci insegna a vedere nel leggere un gesto materiale, mostra come le posture corporali modifichino la percezione della storia: viviamo come leggiamo. Che “i testi non sono oggetti astratti (…) bensì il prodotto di menti e corpi in situazione”. Perciò, la differenza ha da fare con l’esperienza stessa non del leggere, ma del vivere (per chi se lo fosse dimenticato in questi strani tempi smemorati, viviamo solo nella storia, appunto).


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