7 feb 2011

Pessime notizie dal fronte scuola

I più non lo sanno – di solito in Italia i più non sanno né vogliono sapere niente che non sia strettamente legato alla pizza davanti alla partita in diretta – ma se c’è un peggio del peggio nell’opera di sfascio del paese di questi anni sta proprio dalle parti della scuola. Parlo dei contenuti ma anche dei metodi: si sarebbero detti una volta autoritari, ma non sta bene, t’insorge subito un Ostellino o qualche altro anticomunista sfegatato del Corsera a ricordarti i gulag, le purghe i baffoni certo poco moderni di quello lì. Con Craxi si definirono decisionisti. Oggi semplicemente “governo del fare”. E che ti fa la mascotte aizzata dai nani di Palazzo Chigi? Gli aumenti ai meritevoli – che a Torino e persino nella Napoli malfamata e traboccante di monnezza hanno deciso di non volerli – lei glieli dà per decreto. Beccatevi ‘sti euro, masochisti che non siete altro.

6 feb 2011

Marco Belpoliti - Pasolini in salsa piccante - Guanda

Questa recensione l'ho scritta per la rivista lankelot.eu di Gianfranco Franchi




Un libro sbagliato




“Forse è venuto il tempo di seppellire il corpo insepolto di Pasolini… Dimenticare Pasolini per ricordarlo davvero”.
Sono passati alcuni mesi dall’uscita del libro di Marco Belpoliti Pasolini in salsa piccante. Ora le polemiche si sono allentate, ma il libro, accompagnati dalle fotografie di Ugo Mulas, non ha smesso di lasciare perplessi. Non tanto per la sua tesi di fondo – opinabile ma non inusitata, secondo la quale “l’omosessualità rimossa di Pasolini (…) costituisce la radice vera della sua lettura della società italiana, l’elemento estetico su cui egli ha fondato la critica della società dei consumi”, quanto perché da essa Belpoliti ne desume una conclusione che concerne non la dimensione simbolica dell’affaire Pasolini ma la realtà dei fatti – segnatamente quelli riguardanti la sua tragica fine. La stessa cui pure gli avversari teorici di Belpoliti a suo avviso non avrebbero saputo guardare con la necessaria lucidità proprio per un fraintendimento concettuale (ipocrita o in buona fede, al momento consideriamolo secondario) che trasfonde l’esperienza letteraria e civile in indebita congettura politico-giudiziaria.
Ha ragione il sociologo milanese quando sostiene che  Pasolini, per il modo in cui è morto, costringe molti a una sorta di ricatto. Passata l’età delle demitizzazioni a tutti i costi, non pare un colpo di genio iscriversi al partito dei fedeli a oltranza. Si sta tra fanatici sostenitori senza se e senza ma e detrattori barbosi. Vero che non se ne può più del santino, ma la stupidità di chi non coglie la congerie di snodi culturali che partono da Pasolini merita una cordiale pacca di consolazione sulle spalle.
Personalmente non mi sento offeso dalle frasi di Belpoliti del genere di quella riportata all’inizio; altri sì. Pasoliniani fino in fondo, si direbbe, intanto perché assumono dell’autore di Petrolio (romanzo postumo che ha provocato uno smottamento sensibile e mai concluso sul terreno della lettura politica di vita e morte di Pasolini stesso) la vocazione a un approccio meno illuministico alle cose – un di meno di razionalismo, un di più di sangue e sacro (talché questo paese galleggia in un oceano di emotività e niente vi è attualmente inviso come il ragionamento – Pasolini non c’entra forse, ma il pasolinismo sul modello del morettiano Caro Diario certamente sì). Peraltro, se c’è uno scrittore, un intellettuale, che della contraddizione ha fatto a sua volta un sistema, costui è Pasolini. Perciò un uomo adulto e mediamente dotato lo si dovrebbe immaginare abbastanza travagliato nelle sue di contraddizioni perché possa abbracciare in toto quelle di un altro senza con ciò testimoniare in diretta e irreparabilmente di non essere né adulto né mediamente dotato. Insomma, la partita fra i partiti Pasolini sì-Pasolini no, poco la capisco se non smettendo di prendere sul serio i suoi giocatori. Trovo quindi più che ragionevole, sensatissimo, che il sopravvalutato poeta friulano nonché autore di almeno un film, Accattone, splendido, romanziere improbabile e intellettuale e critico e poligrafo a volte geniale a volte involuto venga affrontato senza fronzoli sentimentali – ormai è tempo, d’accordo.
Quello che non convince affatto in Pasolini in salsa piccante è che (nonostante il dimenarsi ermeneutico di Belpoliti fra elementi biografici, materiale fotografico, letture testuali) la sottolineatura della sua omosessualità quale segno precipuo della sua visione delle cose, anche fosse dimostrata in modo incontrovertibile (e avrei qualche dubbio al riguardo) la si pretende buona per concludere che la sua morte fu solo una questione di froci.
Molti a sinistra hanno temuto in questi anni di chiamare le cose con il loro nome, cosa che, ricorda Belpoliti, sapeva fare Arbasino quando ancora era Arbasino (che pure del pederasta – non aveva timore di chiamarlo così - era amico); vero anche che molti dei fedeli a oltranza di cui sopra non sanno bene come mettere insieme l’artista a caccia di avventure erotiche con certo moralismo di ritorno e il politicamente corretto sempre più insicuro di questi anni. Spesso queste contraddizioni invece di essere prese in carico dai loro portatori, si tacciono assieme a quelle del santino Pier Paolo. Ma il corto circuito che Belpoliti aggiunge fra la ri-lettura di un Pasolini omosessuale che farebbe da scaturigine a tutta la sua opera, e la convinzione quasi certa (esemplata su quella di Nico Naldini, cugino di Pasolini) che dietro alla sua morte non ci fosse alcun complotto politico, nessuna matrice oscura legata alle vicende Mattei–Cefis adombrate nel romanzo postumo, e/o ad ambienti fascisti legati ai servizi segreti, insomma al solito anti-Stato nello Stato che ha fatto la nostra triste storia, be’, questo corto circuito lascia a dir poco perplessi perché è un salto incongruo dal simbolico al fattuale: un errore rovesciato e speculare all’altro.
Non voglio chiedermi cui prodest, come ha fatto per esempio nei mesi scorsi Carla Benedetti; non voglio vedere “dietro” il libro di Belpoliti chissà quale operazione “moderata” (qualcuno addirittura ha chiamato in causa il Partito Desolante, e una volta tanto lasciamolo morire in pace). “Se Naldini, Belpoliti e altri – scrive la Benedetti - sono così certi che non c’è più nulla da scoprire, perché non ci dicono allora chi erano gli “ignoti” che presero parte all’omicidio di Pasolini? Non ce lo dicono perché ovviamente non lo sanno. Non lo sanno, però sostengono che si sa già tutto. Come se temessero l’emergere di un’altra verità.” Non mi avventuro su questo terreno che ho già definito scivoloso; marco solo la precarietà esegetica del saggio di Belpoliti. Pasolini era un coacervo di incoerenze; l’oltranza del suo desiderio, si sarebbe detto un tempo, la sua pulsione di morte, possono averlo condotto verso un’avventura, quella della tragica notte del ’75, oggettivamente più insidiosa di altre, ma sono fatti anche le incongruenze legate alla ricostruzione dell’omicidio, sono fatti anche le versioni stagionali di Pelosi, il suo assassino. Mangiarsi il santino in salsa piccante e smetterla con la mitizzazione ingenua è un ottimo proposito, smontare l’edificio degli indizi a carico di un’ipotesi politica dell’omicidio quando si basano solo sulla letteratura (ancora Petrolio), anche; resta però che Belpoliti per mettere una pietra sopra a vita e morte di Pasolini e rubricare la seconda come una tragedia dovuta a un banale incontro sessuale, si avvale di una lettura, la propria, che è tutta letteraria: quella del Pasolini ossessionato dal corpo, che attraverso il corpo interpreta la realtà (“metodo semiologico-visivo attraverso il quale osserva i segni, i comportamenti, i gesti”). Un poeta che biasima la consumistica libertà sessuale degli etero perché viene così a mancare “la disponibilità alla pratica omosessuale” dei ragazzi diventati ai suoi occhi, non casualmente, brutti – questo secondo Belpoliti. Che sconcerta: poiché Pasolini, quel che dice e quel che fa, ha sempre e solo una matrice (omo)sessuale, non poteva che morire andandosi a cercar la bella morte dell’esteta. Ci siamo persi qualcosa in mezzo?

MICHELE LUPO
http://puntocritico.eu/?p=1038



michele lupo I fuoriusciti

recensioni

Stilo editore, Pag. 130 Euro 10,00


copertina del libro
Sull’orco Lupo inutile aggiungere alcunché: parlano i suoi articoli e le sue recensioni. Ma questo continuo confronto ha portato l’autore a specificar(mi) che i racconti di questa antologia, scritti in tempi diversi, mostrano stili diversi.
Probabile – ed il mio personale riscontro conferma la tesi, anche se la distanza tra gli scritti è assai meno evidente di quanto si possa pensare – ma quel che mi preme sottolineare è l’universalità dell’azione letteraria.
Cerco di chiarire: l’autore ‘sfoggia’ spesso la prima persona, ma chi parla è diverso dal narrante, nel senso che Lupo si scinde in innumerevoli personaggi, più volte lontani dal proprio sé (bambino, donna, ragazzo, uomo, sacerdote) per essere comunque mondo.
Molti scrittori ‘utilizzano’ questa tecnica per rappresentare il presente o, come si dice nel sottotitolo, per raccontarstorie di fughe, ritorni e trascurabili vendette. A ben vedere: ma c’è il rischio (rischio che vedo tutto mio, nell’approcciarmi personalmente alla materia) di atomizzare la realtà, di renderla meno identificabile, proprio perché troppo eterogenea.
Ma è il classico pelo nell’uovo (anzi, e ripeto, una mia personale visione della narrativa): ne I fuoriusciti c’è ben altra materia e lingua, finalmente, viva e scarnificante (che bello quel passaggio in ‘Ego te absolvo’ in cui il personaggio principale, un sacerdote, ‘mistifica’ in qualche modo la propria ‘sapienza’ linguistica elargendola a secondi: Perché nonostante i buoni risultati scolastici, nulla lasciava trapelare una seppur vaga inclinazione alla riflessione filosofica, alla pruderie intellettuale (il giorno dell’esame di maturità classica, davanti ad un uditorio stupefatto, udii per la prima volta pronunciare quel termine da un amico, evidentemente più preparato di me).
Il mondo – così parcellizzato – di Lupo è davvero nevrotico, sia se si tratti di Enrico che cerca un affrancamento dai propri fallimenti tentando un ricatto ai danni di una sua ex fiamma (‘Il babysitter’), sia se si tratti di una donna preoccupata dell’attitudine un po’ mignottesca della sorella (‘La sciarpa verde’), sia se si tratti di un disoccupato che alla fine si ritrova a rubare un paio di pantaloni (‘Cimento del tempo libero’) sia se si tratti di Marta che all’improvviso ha rinunciato a vivere (‘Congedo’).
Fuori discussione la bellezza dei due racconti centrali. Si avverte nei ‘Gatti del sud’ la compiutezza narrativa (sarà che forse c’ho visto una evidente impronta autobiografica?), il fluire cospicuo delle sensazioni che soprattutto nella parte finale rasenta la partecipazione emotiva da parte del lettore. E anche in ‘Ego te absolvo’ l’innominabile assunto di un sacerdote diventa certificazione oggettiva di una cristallina sostanza della lingua.
Come si diceva all’inizio: sull’orco Lupo inutile aggiungere alcunché. O nulla di più.

Alfredo Ronci
GustosoGustoso









Stipendi bloccati a vita

4 feb 2011

MAURIZIO DE BENEDICTIS



MAURIZIO  DE BENEDICTIS
Da Paisà a Salò e oltre. Parabole del grande cinema italiano.
Avagliano Editore  Pag 584  € 25,00

Libro dalla mole impegnativa, ricco però di spunti, riflessioni, analisi che, invece di ammorbare il lettore su minuzie da cinefili che spesso nella saggistica cinematografica rischiano l’autoreferenzialità, cercano nel cinema dei grandi registi italiani un’immagine che sia una specie di valore-mondo.
Che si tratti di Pasolini o di Rossellini, di Eduardo o di Antonioni, di Fellini o di Citti, in questo volume dell’editore Avagliano Maurizio De Benedictis descrive e cerca di dare significazione al grande cinema italiano nell’arco di un trentennio importantissimo, in certi casi formidabile, senza dimenticare le profonde differenze di sguardo e metodi e interpretazioni che i nomi sopra citati hanno dato della nostra storia.
L’aspetto più interessante che rende Da Paisà a Salò e oltre un libro davvero importante è la capacità dell’autore di tenere insieme il livello alto della ricerca attraverso le immagini, le tecniche, il modo di girare di ogni regista con la ricchezza di aneddoti e racconti riguardanti ciascuno di loro: la sintesi non è peregrina perché attraverso la congerie di apporti eteroclitii, De Benedictis ci fa entrare nel laboratorio creativo con una sensazione di concretezza anche fisica, materiale del lavoro cinematografico. L’analisi è stilistica e tematica a un tempo, scorre dall’oggetto filmico ai suoi referenti esterni. Tutto fa insomma tranne che isolare il cinema dal contesto di insiemi artistico-letterari che lo precedono e lo premettono (cosa che nella giovane pseudocritica odierna succede spesso: il cinema mondiale non attraversa una fase splendida, la critica segue a ruota - o sarà il contrario? è quello che una volta si chiamava orizzonte d’attesa a esser crollato? -: come già detto tempo fa su queste pagine, i giovani che oggi si affacciano al cinema lo fanno spesso via Dams, preferendo però l’ultima lettera dell’acronimo ossia non avendo la più pallida idea di, in ordine sparso, storia, e storia della letteratura, e della pittura etc). Né il lavoro di De Benedictis dimentica l’apporto della psicoanalisi, o delle neuroscienze, o delle tecniche attoriali (per gli appassionati non solo di cinema, ma anche di antropologia italiana, un interessantissimo studio su Alberto Sordi). Ma soprattutto molto si guarda alla realtà in divenire e in brutale trasformazione che si andava facendo dall’Italia del conflitto mondiale a quella degli anni Settanta. I nostri grandi registi lo sapevano, perché innanzitutto la guardavano, la osservavano, per poi raccontarla o reinventarla a modo loro, e lo sa l’autore di questo bellissimo saggio. Non solo per addetti ai lavori.

2 feb 2011

Su S. Ocampo - LPELS

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/02/02/silvina-ocampo-uninnocente-crudelta/#comments

Silvina Ocampo
Un'innocente crudeltà
La Nuova Frontiera Editore

Nemmeno essere dentro e in prima fila nella  «scuola di Buenos Aires» e dei «cuentistas», gli scrittori di racconti fantastici che di tanto prestigio hanno goduto in Europa ha fatto crescere più di tanto l’apprezzamento di Silvina Ocampo fuori dalla cerchia ristretta di pochi cultori forse non meno eccentrici di lei. Né, ogni volta che se n’è scritto o parlato, si è riusciti a evitare il riferimento alle sue prestigiose e ingombranti parentele, dalla sorella Victoria al marito Adolfo Bioy Casares, autentiche star della letteratura argentina del secolo scorso - per non dire dell’amicizia con  Calvino, Wilcock o De Chirico di cui fu allieva pittrice. Ancora, assieme al marito e a Borges, la Ocampo realizzò la celebre «Antologia della letteratura fantastica». Forse questa singolare scrittrice, capace di visioni strambe ed ellittiche ma spesso infallibili, avrebbe meritato uno spazio  nel pantheon letterario meno incerto e sospettoso di quello che le è toccato in sorte.
La scrittura di Ocampo (pittrice più che potenziale…) è una festa per gli occhi, spesso le sue scene sono piene di dettagli, di vere e proprie collisioni visive che di colpo si risolvono – e certo Borges c’entra – in un esito metafisico improvviso e imprevisto. Rispetto alla voga sudamericana che avvinse molti lettori italiani alcuni decenni fa, nell’arte di Silvina Ocampo, almeno in alcuni dei racconti qui presenti vi è però qualcosa che in parte spiega la mancanza di un pubblico numeroso. A volte v’è un che di eccessivamente concettoso, una certa freddezza quand’anche non priva di sinistra amabilità che mentre decifra e misura la distanza fra le persone, specie fra gli adulti e i bambini (filo conduttore di questi racconti) di fatto impegna il lettore su un piano che non è quello dell’empatia con i personaggi – spesso le loro azioni disorientano, i bambini di questa raccolta essendo imprevedibili, appunto innocentemente crudeli. Così possono disorientare le scelte stilistiche della scrittrice, specie per i lettori frettolosi di oggi. Non aiuta il compiacimento intellettualistico per uno humor raffinato quanto elusivo, che rende problematica la partecipazione alla già misteriosa crudeltà dei bambini. Essa sembra provenire da un mondo altro, in una versione peculiare di un fantastico a noi prossimo, più sinistro che magico, di ragazzini beffardi pronti a creare effetti di realtà in alcuni casi illuminata di una luce nuova e mai vista prima; la condensazione delle immagini permette di esplorare microuniversi della coscienza vertiginosi, ma altre volte invece queste storie non sfuggono all’impressione di una eccessiva preoccupazione stilistica in cui le cose si perdono nell’ordito dell’artificio letterario. I racconti sono quasi sempre molto brevi, di diseguale valore e costante enigmaticità. Come, è spesso stato notato, la personalità della scrittrice porteña. Però vale la pena di leggerli.



1 feb 2011

Livio Viola


Livio chiude il quaderno e lo vede, lo vede che nuota a fatica sul filo di luce e a ogni bracciata cerca di scrollarsi l’ombra di se stesso che gli si curva sulle spalle - e annaspa, il tontolone...
Il barista del traghetto, un ragazzo sui venti-ventidue anni, tra un caffè e l’altro e con un mignolo cavato in un orecchio, lo guarda con occhi curiosi. Serve le colazioni con l’aria assorta, sebbene si sia formata una discreta fila e non ci sia nessuno alla cassa. Gli getta ancora un’  occhiata. Si chiederà dov’è che lo ha visto, quel tizio, che maneggia penne libri quaderni e guarda a sua volta la gente che passa. Perché lui deve averlo già visto, sembra sicuro, e più di una volta, sullo stesso traghetto, forse, o forse no - Stromboli? O non è quello che avevano pescato senza biglietto a Lipari con un’americana che aveva poi pagato la multa per lui?
 Livio si alza, gli va vicino mentre il tipo batte alla cassa un latte macchiato. - Hai da accendere? – gli domanda. Il barista non risponde e lo costringe a ripetere la domanda, questa volta accompagnata da un gesto inequivocabile con il pollice. Dopodiché estrae un accendino da una tasca e colloca la fiammella sotto la sigaretta. Livio china il capo leggermente, aspira il dovuto e accenna una specie di ringraziamento. – Ecco, bravo – gli fa. E’ una giornata delle sue, una di quelle in cui gli altri sono di troppo. Una di quelle giornate in cui vorrebbe salpare verso una rotta che non trova priva di umani fantasmi come lui, dove l’esistenza sia ridotta a una trama dimenticata di trapassate afflizioni e larve abbiosciate nel ricettacolo profondo del mare. Non lo ritiene un gusto catastrofico, il suo, anzi, è per non partecipare a quello inconscio degli altri che preferirebbe vederli placarsi in una quiete mistagogica, un assurdo, una mirabilia. Un augurio, forse.
Il barista continua a fissarlo.
- Che c’è? – fa Livio. – Anche tu ti stai domandando se sono esaurito?
L’ altro non risponde.
- Visto che ci tieni, ritengo di essere piuttosto preciso affermando che soggiorno stabilmente in una zona liminare, se capisci cosa intendo.
Il barista lo guarda con un senso di impotenza negli occhi e non dice una parola.
Livio sbuffa. - Di confine, va bene?
- Guarda che è muto – dice un ragazzo che aspetta alla cassa.

31 gen 2011

modesta proposta 2

qualcuno comincia a farlo


non mi riconoscono il copyright ma l'idea sul web l'ho lanciata io

quella dei balconi intendo. se conoscete un imprenditore che vuole diventare ricco in pochissimo tempo commissionategli
un milione di bandiere -  "B. Vattene"  5 euro max

Le classi pollaio, la mascotte e le solite cose

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2011/01/31/vivalascuola-68/
Qualcuno le chiama classi-pollaio. Possono arrivare anche a 35 alunni. Al Tar del Lazio, bontà sua, non piacciono. Ecco così avviata la prima class action italiana contro la Pubblica amministrazione.

Per la mascotte di viale Trastevere, signora Gelmini – è sempre lei, squadra vincente non si cambia, portafortuna compreso – il ricorso presentato al Tar del Lazio “è destituito di qualsiasi fondamento”.

Le cronache infatti ci dicono che i bunga-bunga a volte sono affollatissimi e nessuno sembra si sia lamentato, tantomeno il padrone di casa più famoso d’Italia, che certo avrà aule più grandi delle nostre ma ha dimostrato che con la necessaria amabilità ci si può stringere tutti insieme. C’è qualche differenza, è vero, la più parte di noi non dispone dei mezzi persuasivi del caudillo ma bisognerà anche imparare prima o poi da certi self-mad-men: tirare fuori le palle e smetterla con il piagnisteo.




27 gen 2011

ROBERTO BOLAÑO OVVERO LA NARRATIVA DEL SITUATION PLOT

Interessante riflessione di Tommaso Pincio su Roberto Bolaño


Tommaso Pincio



La recensione sul paradiso questa volta l'hanno fatta a me

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=961
di alfredo ronci


Michele Lupo

I fuoriusciti

Stilo editore, Pag. 130 Euro 10,00


copertina del libro
Sull’orco Lupo inutile aggiungere alcunché: parlano i suoi articoli e le sue recensioni. Ma questo continuo confronto ha portato l’autore a specificar(mi) che i racconti di questa antologia, scritti in tempi diversi, mostrano stili diversi.
Probabile – ed il mio personale riscontro conferma la tesi, anche se la distanza tra gli scritti è assai meno evidente di quanto si possa pensare – ma quel che mi preme sottolineare è l’universalità dell’azione letteraria.
Cerco di chiarire: l’autore ‘sfoggia’ spesso la prima persona, ma chi parla è diverso dal narrante, nel senso che Lupo si scinde in innumerevoli personaggi, più volte lontani dal proprio sé (bambino, donna, ragazzo, uomo, sacerdote) per essere comunque mondo.
Molti scrittori ‘utilizzano’ questa tecnica per rappresentare il presente o, come si dice nel sottotitolo, per raccontarstorie di fughe, ritorni e trascurabili vendette. A ben vedere: ma c’è il rischio (rischio che vedo tutto mio, nell’approcciarmi personalmente alla materia) di atomizzare la realtà, di renderla meno identificabile, proprio perché troppo eterogenea.
Ma è il classico pelo nell’uovo (anzi, e ripeto, una mia personale visione della narrativa): ne I fuoriusciti c’è ben altra materia e lingua, finalmente, viva e scarnificante (che bello quel passaggio in ‘Ego te absolvo’ in cui il personaggio principale, un sacerdote, ‘mistifica’ in qualche modo la propria ‘sapienza’ linguistica elargendola a secondi: Perché nonostante i buoni risultati scolastici, nulla lasciava trapelare una seppur vaga inclinazione alla riflessione filosofica, alla pruderie intellettuale (il giorno dell’esame di maturità classica, davanti ad un uditorio stupefatto, udii per la prima volta pronunciare quel termine da un amico, evidentemente più preparato di me).
Il mondo – così parcellizzato – di Lupo è davvero nevrotico, sia se si tratti di Enrico che cerca un affrancamento dai propri fallimenti tentando un ricatto ai danni di una sua ex fiamma (‘Il babysitter’), sia se si tratti di una donna preoccupata dell’attitudine un po’ mignottesca della sorella (‘La sciarpa verde’), sia se si tratti di un disoccupato che alla fine si ritrova a rubare un paio di pantaloni (‘Cimento del tempo libero’) sia se si tratti di Marta che all’improvviso ha rinunciato a vivere (‘Congedo’).
Fuori discussione la bellezza dei due racconti centrali. Si avverte nei ‘Gatti del sud’ la compiutezza narrativa (sarà che forse c’ho visto una evidente impronta autobiografica?), il fluire cospicuo delle sensazioni che soprattutto nella parte finale rasenta la partecipazione emotiva da parte del lettore. E anche in ‘Ego te absolvo’ l’innominabile assunto di un sacerdote diventa certificazione oggettiva di una cristallina sostanza della lingua.
Come si diceva all’inizio: sull’orco Lupo inutile aggiungere alcunché. O nulla di più.

Alfredo Ronci
GustosoGustoso

26 gen 2011

L’esercizio della memoria, bon.


L’esercizio della memoria, bon. Ma se non è accompagnato dall’azione vigile nel presente serve a qualcosa? Da più di un decennio è invalsa l’abitudine di portare gli studenti ad Auschwitz. Per alcuni (pochi, molti?) di loro, è una gita come un’altra, e questo è noto. E dovrebbe esserlo anche il fatto che neppure Hitler fece quel che fece da subito – nemmeno il falò ai libri. La Lega Nord, ossia un partito che si dichiarò fuori dello Stato con l’esplicito obiettivo di farne uno a parte, avrebbe dovuto essere messa al bando a suo tempo – con gli extraparlamentari, a sinistra, si faceva con disinvoltura anche quando non amavano giocare con la P38. La sua lotta, la Lega, avrebbe dovuto condurla, per ovvie ragioni politiche, fuori dal parlamento, ne fosse stata capace, manu militari.  E noi tutti avremmo dovuto essere un po’ più svegli.

25 gen 2011

Recensione a I fuoriusciti su thrillermagazine

grazie a giorgio bona


uno stralcio: 
"Il titolo fa immediatamente pensare a un mondo di esclusi, reietti, uomini e donne ai margini della società, che con questo mondo non vogliono avere a che fare.
Invece un lettore attento questi personaggi potrebbe vederli sotto un’ottica diametralmente opposta, come degli eroi che prendono di petto la dura e cruda realtà dando subito la sensazione che il mondo, questo mondo, gli è distante e non gli appartiene."

24 gen 2011

Un vero classico


George Steiner

Tolstoj o Dostoevskij

Garzanti, Pag. 360 Euro 13,50


copertina del libro
Un libro capitale della storia della critica letteraria. Ha molti anni e li dimostra tutti – ma parliamo di vino buono. Lo ripropone ora Garzanti in economica. Un lavoro gremito di riflessioni analisi exempla. Uno stile nitido, nonostante la necessaria capillarità dei percorsi intertestuali, l’ossatura enciclopedica che si avvale di richiami dottissimi, da Omero a Hoffmannsthal, da lettore che ama i testi epperò non li usa per lambiccarsi con il proposito di farsi bello lui – v’è chi per questo lo ritiene vecchio, ossia da buttare, senza spiegarci in cosa consista il nuovo. Né tantomeno sapersi affrancare da infantili sindromi avanguardistiche più noiose che irritanti.
Il dolce stile di questo capo d’opera sta davanti ai due monumenti con devozione e rigore. Il romanzo russo, fosse solo per quei due, diventa cioè il campo d’indagine di una ricerca che investe l’universo-mondo, che dalla letteratura ricava due concezioni fondanti e antitetiche: Tolstoj situandosi al punto liminare della tradizione epica persuasa del carattere unitario dell’esperienza umana, Dostoevskij avvicinando come nessun altro il paradigma di una visione tragica della realtà. Essa ai suoi occhi appare “spettrale e inconsistente”, sicché egli, con tutti gli sforzi possibili, non ha da proporre una verità definitiva del mondo. Il finale di Delitto e Castigosuona posticcio (parere di chi scrive non di Steiner) essendo evidente come il senso dell’opera sia nel processo dialettico delle lingue che ivi si scontrano; e come aveva mostrato un altro grande dimenticato, Michail Bachtin, il mondo nell’opera di Dostoevskij prende il tono e la consistenza che gli forniscono i personaggi – lo stile, in lui, è faccenda che riguarda i suoi fantasmi. Tolstoj, non più morale dell’altro, ma tetragono nella dura necessità di un fondamento, cerca una giustezza, quasi una rettitudine dell’opera che sia inclusiva della biografia del suo autore. La frattura, in lui, è “composta”, la lacerazione meno agitata – il principio speranza ancora un vessillo (anche qua: ma ci crede davvero?). Tolstoj in somma sembrerebbe illudersi di fissare il tempo in una superiore sostanza metafisica che dia ragione del mondo, laddove Dostoevskij accelera sul pedale dell’entropia con un’intensità drammatica che il mondo glielo toglie sotto i piedi.
L’idea è – per chi non lo avesse ancora fatto: leggersi almeno tre o quattro opere dei due grandissimi russi e poi tuffarsi in questo libro per tornare suLa morte di Ivan Il'ic e I Fratelli Karamazov come quando, dopo averne goduto attraverso gli occhi, ci riavviciniamo a un ritratto fiorentino del Rinascimento avendo imparato la lezione di Ady Warburg.
Diceva difatti da qualche parte Steiner, anni fa: Agli studenti bisogna dire di non leggere le critiche, ma di leggere i testi. I miei studenti a Cambridge hanno un esame in cui discutono l'opinione di T.S. Elliot su Dante senza dovere leggere Dante, un solo verso di Dante. (...) Quello che ci vuole è un'interpretazione dinamica, un'interpretazione che sia azione e non passività. Leggere la critica, leggere i testi "secondari", significa essere passivi, come davanti alla televisione; significa rinunciare alla responsabilità dell'azione. Chiaro no?

Michele Lupo

I fuoriusciti

Per chi avesse difficoltà a reperire il libro e non volesse per qualsiasi motivo acquistare nelle librerie on-line ricordo che può anche chiederlo all'editore senza spese di spedizione.


http://www.stiloeditrice.it/sito/index.php?option=com_content&view=article&id=331%3Ai-fuoriusciti-michele-lupo&catid=67%3Anovita-della-stilo-editrice&Itemid=60


21 gen 2011

La protervia dell'ignoranza

faccio prima così, rimando all'indirizzo di loredanalipperini:
la giornalista sta raccogliendo moltissimo materiale sulle discussioni relative alle pazzesche iniziative che in Veneto pretendono di riesumare pratiche che si pensavano consegnate, come usa dire in questi casi, ai libri di storia . Altra espressione abusata, "il silenzio degli intellettuali": che gli scrittori italiani la più parte in questi anni non abbia mosso un dito contro l'andazzo in corso, ritenendo poco elegante qualsiasi intervento che non fosse l'espressione di uno scontato sopracciò verso il porcello brianzolo, l'ho personalmente rilevato più volte - i nostri Piperno si crogiolavano anni fa con le immagini dei monaci buddisti in Birmania: soavi, silenziosi e cool nelle loro proteste contro il regime militare. Lui ovviamente in Veneto non corre rischi a parte quello di non esser letto perché non sapendo rinunciare alle sue legittime ambizioni di scrittore di qualità, si ostina a infilare periodi lunghi sei o sette righe, e le subordinate concessive abbondano: fuori della portata degli assessori leghisti e della stragrande maggioranza dei loro elettori



Hans-Joachim Roedelius

conobbi hans.joachim una ventina d'anni fa, fui ospite per due giorni nella sua casa di Blumau, villaggio perduto fra le foreste viennesi; un uomo delizioso







20 gen 2011

fermate il cyborg santanché





tornogiovedì 2

Un'altra piccola anticipazione di un lavoro che diventerà un libro alla fine dell'anno
su questa finezza che è tornogiovedì

http://www.tornogiovedi.it/2011/01/fuga-2/





Recensione a I fuoriusciti - Lucia Tosi, LPELS

un grazie di cuore alla pestifera 

Vestiti, fuoriusciamo
di Lucia Tosi


Michele Lupo ha pubblicato numerosi racconti su riviste letterarie, un romanzo, L’onda sulla pellicola, Besa Editrice, 2004, un altro romanzo è atteso per la prossima primavera. Fresca di stampa la raccolta di racconti I fuoriusciti, Stilo editrice, 2010, E. 10,00.
Di queste “Storie di fughe, ritorni e trascurabili vendette“, eloquente sottotitolo, colpisce innanzi tutto l’assenza del finale regolamentare, quello che vorrebbe il racconto, felice o tragico, in sé compiuto, risolto, ma più ancora l’intento esatto, pervicacemente ricercato, di non sedurre il lettore. Paradossalmente la seduzione arriva puntuale: i diversi registri con i quali le sei storie “aperte” sono raccontate, il malessere che vi si respira, l’etica, apparentemente esclusa, che ricompare silenziosa, in absentia, in ogni racconto, sono almeno tre buoni motivi che inducono il lettore a leggere d’un fiato la raccolta, specie di affresco su un’umanità di marginali, reietti, dimenticati, che spessso ci scorre accanto, senza averne, peraltro, gli aspetti canonici più eclatanti.
Nel ripensare al tratto comune dei diversi personaggi, protagonisti o comprimari, torna utile l’aggettivo fastidioso, dallo spessore quasi fisico, in un’accezione un po’ più ampia che il solo noioso, irritante, come recita il Devoto-Oli; vi si aggiunga sgradevole, imbarazzante: ciò che preferiresti non vedere, non toccare, che ti suscita un moto di repulsione che però devi trattenere, perché il tipo del “fastidioso” non commette mai atti eccessivi, degni di una reazione vistose.
I personaggi dei sei racconti contenuti ne I fuoriusciti sono così: altamente sgradevoli, fastidiosi. Goffi, rinunciatari, perdenti; grassi, sudaticci, convenientemente sporchi; deliranti, fissati, crudeli; dediti più o meno tutti a qualche bassezza, ma allo stesso tempo così normali che ti chiedi che ci stanno a fare dei personaggi siffatti dentro a delle storie.
Insopportabile, nel suo glamour da belloccia di periferia in là con gli anni, l’oca – un’autentica oca, come non se ne vedevano da un po’ – de La sciarpa verde, che la sorella maggiore, meno giuliva, vorrebbe raddrizzare, salvo il fatto che, detto en passant, quest’ultima – scopriamo non senza una certa dose di irritazione – si dà buon tempo, regolarmente, con il benestare di un marito che ha l’unico difetto di scordarsi a volte, nelle sue, di scappatelle, il preservativo, cosa su cui essa non transige!
I racconti si leggono agevolmente: la prosa è limpida, a tratti reticente, a volte sapientemente avara. Verista, per quanto lo consenta l’uso prevalente della prima persona, specie in Gatti del Sud, racconto che si chiude con pochissime pennellate magistrali, come se l’ex-ragazzino, tornato nei luoghi della sua infanzia (luoghi di misfatti odiosi, da lui compiuti, che ricordano certe scene di Novecento di Bertolucci, quelle per stomaci forti, per intenderci) avesse fretta di concludere per andare oltre quel passato, da cui emergono situazioni e figure forti, determinanti, come il nonno, mitico, “immortale“. A proposito della nonna, cogliamo l’io narrante – sarebbe il caso di ricorrere all’espressione “io poetico” – chiudere la vicenda con tre verbi negativi, in climax discendente, nel ritmo di un quinario e due ottonari:
Quella donna morì poco dopo, senza che nessuno fosse riuscito a diagnosticarle alcuna malattia precisa. Semplicemente, in quelle tre settimane che impiegò per ricongiungersi all’uomo con cui aveva diviso la vita, smarrì il senno, disimparò l’alfabeto e non ci riconobbe più.
Preferibilmente paratattico, Michele Lupo tuttavia fugge dalla tentazione, oggi parecchio diffusa, di scrivere come si mangia (e molti non sanno di mangiare veramente male), accostando la necessaria frase al grado zero, che più zero non potrebbe nemmeno Roland Barthes, ad una, al contrario, resa preziosa non da trovate ginniche, ma da un’immagine, un vocabolo scelto con cura, laddove un sinonimo meno raro non avrebbe tuttavia stonato.
E’ il caso, in particolare, di Ego te absolvo, in cui l’autore mima, con ferocia contenuta (se ne avverte il sorriso), le elucubrazioni di un prete malato, in una “memoria” destinata al suo psicanalista. Qui sembra aleggiare la penna di Manganelli: sarà l’argomento chiesastico, o il tratteggio di una qualche angoscia – anche se non propriamente dirupante-, fatto sta che il linguaggio si punteggia di elenchi baroccheggianti, di vocaboli meno immediati, per i quali la giustapposizione funziona a meraviglia, riproducendo ritmicamente una certa nasale salmodìa da parroco ben temperato.
Al di là della grata capita di udire voci che da subito provocano in me una curiosità eccessiva, malsana, contro cui ho tentato vanamente di oppormi, di combattere. E’ un tono, una modulazione, come se si annunciasse la possibilità di una rivelazione straordinaria, il dono di un fosco segreto che suscita in me una certa impudenza.
Due personaggi, nel primo e nell’ultimo racconto del sestetto, sono – un uomo e una donna – due artisti incompresi, ma nient’affatto simpatici. Non prova, l’autore, a strizzarci l’occhio, non è con loro indulgente, non è romantico. Non sappiamo se si tratta di un pittore e di una poetessa ingiustamente emarginati, se la ribellione, la frustrazione che entrambi covano – che nella donna si esprime in un progressivo ritrarsi dal mondo, dalla parola, in una sorta di lercia catatonia – è motivata dall’incomprensione del genio che rappresentano. Noi li vediamo alle prese con gli altri, simmetricamente o troppo indifferenti, o troppo solleciti nei loro confronti. Posti all’inizio e in coda al gruppo di racconti, condividono un oggetto che scatena la loro furia variamente distruttiva: la televisione, contenitore di troppe immagini e di troppe parole.
Invadente, onnipresente, facile bersaglio polemico, viene da pensare: ma Lupo si gioca l’oggetto trasformandolo in un concentrato, tunc et illic, del malessere dei due personaggi, in un – tutto loro – esasperato polemon, avendoli preventivamente liberati da precisi connotati in cui il lettore possa riconoscersi. E’ questo che li rende pienamente deifuoriusciti: devono risultarci estranei, non dobbiamo solidarizzare con loro. Nessuna concessione sentimentale, nessun “come è vero!“, eppure conveniamo sicuramente che l’atto non ortodosso, o addirittura illecito, a cui qualcuno di questi personaggi si abbandona, sorta di pericoloso riscatto agli occhi di se stessi, è l’unico da compiersi.
In questo senso rischia di esserci simpatico lo sfigatissimo ex-libraio ciccione del raccontoCimento del tempo libero, bizzarro titolo, forse perché la sua forma di protesta è diretta contro un mondo che abbiamo imparato ad odiare ampiamente, o, almeno: una minoranza di noi sicuramente non sopporta il mondo degli imbonitori, quello per cui ilconsumatore (elettore) assomiglia molto ad un bambino di undici anni neanche tanto intelligente:
Dovrete farlo sentire a disagio, il cliente, e anche in colpa, possibilmente: in colpa per essere stato così sbadato, così vicino a fare la figura da cretino, dovrebbe arrossire per essersi separato dal mondo che conta, per aver isolato la famiglia e allontanato i figli dalla modernità e dal benessere [...].
Lo stesso personaggio odioso poco più avanti definisce in questo modo il cliente che “si rifiuta di comunicare“:
Si tratta di persone irresponsabili. Una minoranza. Gente che pone domande prive di risposte possibili. Disadattati. Perché deve esserci sempre una risposta a una domanda plausibile. Se non c’è, vuol dire che la domanda è sbagliata [...] Al cliente ottuso invece, che vorrebbe sapere in cosa consiste il beneficio di questi prodotti, il bravo venditore non è tenuto a rispondere subito: in prima battuta mostrerà un sorriso folgorante che costituirà esso stesso la risposta.
Non è dato sapere a cosa, a chi pensasse Michele Lupo, nel tratteggiare l’istruttore di aspiranti venditori door-to-door, ma il suo allenato senso del grottesco, la conoscenza delle arti carnevalesche (il nostro si è laureato con una tesi dal titolo eloquente: Elementi carnevaleschi nel Decameron), per cui scoronare e denudare il re è un giochetto da ragazzi (lo fa regolarmente qui e qui), mi fanno pensare a qualcosa di reale e quotidianamente sparato a mille in tv.

19 gen 2011

modesta proposta 2

e se pare troppo impegnativo e/o pericoloso potremmo
riempire i nostri balconi e finestre con una bandiera e la scritta : 
B. Vattene - 
non c'è qualche imprenditore sveglio che voglia guadagnarci su? prezzi modici eh, cinque euro massimo







18 gen 2011

modesta proposta

modesta proposta - ma molto molto ragionevole: circondare palazzo chigi, migliaia e migliaia, decine e centomila, e restare lì due tre ore ciascuno, darsi il cambio, giorni, settimane, fin a quando gli portano un elicottero sul terrazzo, come a ogni caudillo che si rispetti, e se ne ne va finalmente affanculo

La mascotte Gelmini, ancora


La mascotte a capo di viale Trastevere si è presentata a “Ballarò”, misurandosi con uno degli uomini più lucidi d’Italia, Stefano Rodotà, evitando accuratamente di giocare sul suo terreno, quello della lingua italiana. Siccome “non l’ho letto e non mi piace” mi sono limitato a sbirciarne qualche frammento in rete – poiché sospetto che la signora fosse (sia) impossibilitata ad articolare testi molto più complessi, credo di poterla recensire lo stesso. E’ presto detto: l’ho trovata perfettamente addestrata, la testolina che faceva no no, il sorriso triste e offeso di fronte alla brutalità del ragionamento, quella roba odiosa che gli italiani non gradiscono. 

17 gen 2011

recensione a I fuoriusciti di Stefano Donno

http://stefanodonno.blogspot.com/2011/01/i-fuoriusciti-di-michele-lupo-stilo.html
grazie a stefano

Marilyn in Paradiso


Marilyn Monroe

La mia storia

Donzelli, Pag 221 Euro 19,00


copertina del libro
Pensavo che le persone con cui vivevo fossero i miei genitori. Li chiamavo mamma e papà. Un giorno quella donna mi disse – Non chiamarmi mamma. Sei abbastanza grande per sapere come stanno le cose. Non ho nessun legame di parentela con te. Qui sei solo a pensione. Tua madre verrà a trovarti domani. Puoi chiamare lei mamma, se vuoi.
Iniziano così queste “riflessioni autobiografiche” che Marilyn prese a scrivere con lo sceneggiatore Ben Hacht agli inizi del 1954 su incarico dell’agente Charles Feldman: l’intenzione era di corrobare il mito in ascesa di quella meravigliosa fanciulla la cui grazia numinosa e tragica sembra oggi fuori della portata di chiunque. In somma avrebbero voluto farne solo una veloce autobiografia che vendesse quanto i biglietti per vedere i suoi film. Norma Jean Baker si lasciò andare e aprì il vaso dei suoi mali; aiutata dalla scaltra maieutica di Ben Hacht, per due mesi si mise di buzzo buono e rovistò nei ricordi dell’infanzia, e dell’adolescenza soprattutto, un’adolescenza protratta nel tempo – non è la fine del moderno Marilyn? –, non per questo meno inquieta e anzi non priva di episodi violenti. Colpisce fra gli altri lo sguardo esitante sul proprio corpo che presto iniziò ad assestare colpi micidiali ai coetanei, fino a quel momento - aveva tredici anni – del tutto ignari di lei, e alle amiche che smisero subito di esserlo, va da sé. Marilyn ritorna ai timori di una vita di commessa o cameriera che pure guardava in certi momenti con ansia spasmodica per allontanarsi da quella tristezza che le metteva “voglia di morire” – lavorò anche come operaia, la dea. Ve lo immaginate un ossimoro più stridente? oggi soprattutto, che gli operai non solo hanno smesso il ruolo metafisico attribuitogli da Marx ma sono circondati dalla stuccata indifferenza di tutti, intellettuali in primis? oggi che le zoccolette che riempiono lo schermo tv non sanno nemmeno fare un caffè? 
E poi, la splendida attrice per niente sicura di sé, che vuole “imparare e imparare”, che ha il terrore di non riuscire, di essere nata sotto una cattiva stella da cui non riuscirà mai a liberarsi; che una volta a Hollywood continua a tormentarsi, non tanto per “l’ambizione o il desiderio di essere ricca e famosa”, quanto per inseguire la “follia” – la definisce così – che le “parlava attraverso i colori: scarlatto, oro, bianco splendente”, i colori che sognava “durante l’infanzia, quando cercavo di nascondermi dal mondo opaco, ostile, nel quale viveva la schiava dell’orfanotrofio Norma Jean”. Qualcuno le disse che avrebbe fatto strada, che sarebbe andata più lontano di Lara Turner. Allora perché non riesco nemmeno a ottenere un lavoro per sfamarmi? domandò lei. La risposta di Johnny Hyde fu sacrosanta: Non è facile per una star ottenere un lavoro solo per sfamarsi. Una star è buona solo come star. Tu non sei adatta a qualcosa di più piccolo.
Bon, tutti sanno tutto su Marilyn, inutile aggiungere aneddotica. Serve invece ricordare che questo piccolo libro dell’editore Donzelli, prefato da Joshua Greene, contiene 47 fotografie, molte delle quali bellissime, di suo padre Milton H. Greene, amico caro della diva, che egli seppe ritrarre da maestro.


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