2 ago 2011

Bologna 1980 - Genova 2011



Dieci anni dalla mattanza di Genova.

di Michele Lupo


Copertina
Dieci anni dalla mattanza di Genova. Che inizia prima dei fatti ignobili della scuola Diaz e di Bolzaneto, con i blindati che si abbattono a velocità folle su singoli manifestanti mettendo in conto anche di farli fuori al momento (ci sono in giro immagini che parlano chiaro), pacifici manifestanti presi a legnate e calci in faccia e fatti sanguinare per la strada, la farsa dei “black blok” (questa ridicola ma a quanto pare efficace invenzione narrativa della comunicazione dei governi internazionali) che non vengono mai caricati, e i manganelli illegali (ce ne sarebbero di legali, pare) e la tragedia di Carlo Giuliani… 
Consiglierei intanto di leggere Diaz – Processo Alla Polizia, del giornalista Alessandro Mantovani (l’editore è Fandango). Una documentazione ineccepibile sui fatti concernenti l’irruzione della polizia durante la notte di sabato 21 luglio nella scuola Diaz. Con la ridicola motivazione “ufficiale” di una perquisizione a caccia di black block (l’uomo nero che terrorizza i bambini a uso e consumo di una narrazione del mondo terra terra di buoni vs cattivi e bene vs male che la destra reazionaria americana ben prima di Bush junior – un semifermo di mente utilizzato alla bisogna – e il capitalismo finanziario globale hanno prodotto e venduto al mondo con disinvolta efficienza), insomma raccontando al Paese e all’informazione mondiale l’oscena balla di una caccia a pericolosi terroristi sovversivi, ex celerini e Digos prelevarono e pestarono a sangue un centinaio di persone.
Dopo duecento udienze e sessantamila pagine di atti, nessuno dei responsabili di questi esemplari custodi della legge è finito in carcere nonostante la doppia condanna e l’attesa del verdetto della Cassazione; molti anzi hanno fatto carriera (l’elenco di queste biografie esemplari - delle quali possiamo solo sperare che ci verranno risparmiate i postumi omaggi di nomi di strade e piazze – lo troviamo in appendice al libro di Mantovani), sono stati coccolati dai politici (quasi tutti, ricordiamo che Di Pietro nell’ultimo governo Prodi si oppose all’istituzione di una commissione d’indagine riguardante i fatti di quell’orribile estate).
Scrisse poco tempo dopo le immonde sequenze della “macelleria messicana” un moderato come Umberto Eco che la polizia italiana si era giocato in quei giorni il poco credito che aveva faticosamente guadagnato nel ventennio precedente (grosso modo) a fronte di una storia precedente infelice almeno a partire dagli operai uccisi a Reggio Emilia nel 1960 e passando (saltando per motivi di spazio) per i fatti di Avola, le morti di Pinelli, Serantini, Giorgiana Masi.
Chissà se tutte le serie di telefilm dedicate a poliziotti e carabinieri che Rai e Mediaset hanno propinato ogni inverno per rassicurare questo paese di creduloni sentimentali sulla “bontà” delle sedicenti forze dell’ordine sono riuscite nel loro intento. Ho i miei dubbi, visto che fino alle ultime vicende anti-Tav, quelli veri di poliziotti hanno fatto di tutto per non smentire l’inclinazione al manganello (ostentato persino come minaccia da “far salire su per il culo” - testuale, poi ancora ci si chiede perché ai poliziotti gli si dà dei fascisti di merda anche quando non lo sono) esibita a Genova dieci anni fa. Forse hanno rinunciato agli inni al duce e a Pinochet, ma non a sfondare le facce contro i muri, a costringere la gente a pisciarsi addosso dalla paura.
Da Fandango peraltro c’è alle viste un film: Diaz. Don’t clean up that blood, per la regia di Daniele Vicari, prodotto ovviamente con grandi, immaginabilissime difficoltà. E in un paese civile si dovrebbe invece immaginare il contrario.
C’è poi, di questi giorni, il dvd SoloLimoni, della Shake Edizioni (con annesso libriccino e brevi testi di scrittori e poeti italiani che avremmo letto se fosse stato stampato con un corpo leggibile… fuori argomento – ma siamo una rivista letteraria – vorremmo ricordare alla piccola e quando meritevole editoria italiana che la precaria leggibilità dei testi non può essere il prezzo da pagare alle difficoltà economiche). Un video peraltro dalle indubbie ambizioni formali (dal montaggio che chiede allo spettatore di ‘partecipare’ alla costruzione del senso, alle voci recitanti di Giacomo Verde e Lello Voce, curatori del lavoro e autori dei testi, in aggiunta ad altri di Cervantes o Brecht o Pagliarani - alla musica di Mauro Lupone usata a volte in senso straniante, in altre perfettamente drammatica, ai passaggi dal colore al bianco e nero) e che richiama giocoforza un giudizio anche est-etico. Alcune scene sono completamente inedite, qualcuna inutile e sovraccarica di una certa retorica della “manifestazione”, altre istintivamente poetiche, altre ancora di una potenza commovente, non a caso quando quella retorica viene tenuta a bada e la ripresa si concentra sulle cose e sui volti e li lascia parlare, compresi quelli indicibili dei giovani poliziotti in primo piano. Folgorante la scena (“Il controfagotto”) di un uomo molto anziano che si aggira fra le macerie e le devastazioni, nel pieno centro del terrore poliziesco, incredulo, con una specie di sorriso amaro da vecchio signore che ne ha viste tante ma non quello – il disegno delinquenziale disposto dallo stesso governo criminale, l’attuale, che un popolo degno di questo nome avrebbe dovuto sforzarsi di cacciare (non tramite le “elezioni”, parola che in queste condizioni - quelle che loro hanno determinato, compresa la “legge elettorale”, va da sé - è del tutto priva di significato) con una rivolta civile, tenace e silenziosa, a tempo indeterminato. Nello sguardo stupefatto di quell’uomo anziano c’è lo sgomento di chi vede come nella durissima battaglia che il capitalismo finanziario ha ingaggiato contro il genere umano (non del comunismo, parola ancora usata a sproposito da coloro che avversano qualsiasi idea di benessere che sia pubblico laddove invece o lo è oppure andrebbe chiamato privilegio, violenza persino di cattivo gusto perché lascia al sangue dei poveri la vergogna di spargersi per le strade e a se stessa l’arbitrio di accamparsi in una eleganza abusiva), le “forze dell’ordine”, replicando il triste modello della lotta fra poveri, hanno scelto da quale parte stare. 
Questo è il punto, chi non lo vuol capire la smetta di parlare con sdegno del nazismo, perché il paradigma Norimberga è lo stesso: il principio della scelta e della responsabilità individuale. Anche i soldati nazisti obbedivano agli ordini. Il nodo è questo. I mercati globali che usano le persone come cose sono il fascismo oggi come oggi e non da ieri: nessuno dei politici a vista ha intenzione di combatterli. Hanno provato a farlo semplici cittadini, senza più sponde politiche su cui contare. E hanno preso legnate e qualcosa di più. Fini non ha mai chiarito cosa ci facesse in una caserma dei carabinieri, e va bene (si fa per dire); su Scaiola, il ministro dell’interno di allora che diede ordine di sparare contro chi avesse sfondato la zona rossa, inutile aggiungere alcunché: poi dal prefetto La Barbera passato ai servizi segreti, al questore Colucci divenuto prefetto, al comandante del reparto romano di polizia Centerini promosso questore (la meritocrazia in Italia) si scende fino all’ultimo miserabile che protetto dal suo casco difende con la sua triste busta paga gli interessi di qualcuno che della stessa è responsabile: come lui, il nostro poliziotto, dovrebbe essere responsabile dei comandi cui ha scelto di obbedire. 
Lo sento già il biascichio del lettore che si ritiene realista e smaliziato. La sua disapprovazione. E allora tenetevi Wall Street e Piazza Affari e tutto il resto così com’è, mettetevi un paio di cuffie e godetevi Minzolini.

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