9 ott 2012


Jim Shepard

Non c'è ritorno

66thand2nd 
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Qualcuno si ricorda di Johan Cruyff? Che cosa premeva davvero al campione dell'Ajax durante una partita? Sentite qua: "Sarebbe stato felice di giocare in un campo lungo due chilometri, senza porte, nient'altro che stupende onde di movimenti che facevano avanti e indietro".
A dircelo, a raccontarcelo è Jim Shepard, eccellente narratore americano, del quale era stato prima tradotto da noi solo un romanzo, Project X, da Meridiano Zero, e viene ora presentato nella solita elegante veste editoriale di 66than2nd in una raccolta costruita per l'occasione selezionando racconti di ambientazione "sportiva". Titolo Non c'è ritorno (cura di Tim Small, revisione di Michele Martino. prefazione Eraldo Affinati).
A parlare nel racconto 'L'Ajax non difende mai' è Velibor Vasovic, difensore del campionato jugoslavo, che ebbe la fortuna di essere acquistato dalla formidabile squadra olandese negli anni che rivoluzionarono la storia del calcio. Il verbo non solo non è esagerato, ma risuona di significati extrasportivi se è vero che lo stesso Cruyff in quegli anni vagheggiava un cambiamento che riguardasse anche la politica – o almeno, i costumi - e se la voce narrante è costretta a misurare le differenze abissali che intercorrono fra quel mondo e la Belgrado degli anni Sessanta.
Shepard mostra al lettore italiano – in questo di certo non abituato dalla letteratura nostrana – come la scrittura possa trovare nello sport un luogo per storie interessanti, un ambito in cui naturalmente agisce quella dimensione conflittuale senza la quale la narrativa non ha grandi spazi di manovra. Ciò che riesce allo scrittore del Connecticut, nato nel 1956, giustamente considerato un rappresentante di prim'ordine nel genere della short story, è il passaggio fluido e stringente al tempo stesso dall'agone sportivo ai casi privati non solo di professionisi ma di gente qualunque che ha da vedersela coi malesseri del quotidiano – un cattivo clima famigliare, per esempio. Perché se la famiglia con le sue pastoie, i suoi cupi pantani, non smette di stare al centro degli interessi della grande letteratura americana, Shepard non fa eccezione.
Entra nelle situazioni con molta agilità, con poche frasi fa percepire al lettore voce e corpo dei personaggi, l'aria ostile che spesso aleggia nelle loro case. Il tutto con una scrittura piana, che fa della semplicità un evidente punto d'arrivo di un accurato lavoro teso più sulle cose – i personaggi innanzitutto – che sull'oltranza dello stile. Una prosa si temperata asciuttezza, uno sguardo rispettoso dei personaggi, benché spesso siano poveri cristi, dalle vite problematiche, spesso tentati da soluzioni drastiche anche in condizioni psicologiche difficili, forse perché lo sport aiuta a costruirsi se non un'etica, un'abitudine alla sconfitta. Qualcosa come un addestramento. Di sicuro favorisce la conoscenza dei propri limiti. E un certo grado di consapevolezza diffusa costituisce un po' una cifra comune di queste storie, le voci dei protagonisti si fanno carico delle loro sconfitte, delle delusioni, che vanno ben oltre lo sport. V'è poi il tifo esasperato, una malattia, una via di fuga dalla realtà, - lo sa e lo riconosce lo stesso Shepard. E prima di lui lo sapevano gli antichi, lo sapeva bene il potere romano. E il nostro, qui e altrove – e anche per questo in Non c'è ritorno conoscerete gente che già conoscevate, ma raramente raccontata così bene.

30 set 2012

ricordo d'infanzia



Sull'inserto laLettura del Corriere di oggi, alcuni ricordi d'infanzia raccolti da Giulio Mozzi per un libro futuro


http://vibrisse.files.wordpress.com/2012/09/laletturan46_30-09-2012.pdf

qui il mio


È autunno e fa già freddo. Sto al bar del mio piccolo paese sugli Appenini lucani. Un posto per tutti, compresi i ragazzini di sette-otto anni come me. Ci sono il juke-box e il flipper. Gli adulti giocano a carte nelle stanze più interne. Quando entra Adele con le sue amiche, ho appena strappato a mio nonno cinquanta lire per l’aranciata. Non so dove posare lo sguardo e ho paura di diventare rosso. Ma mi faccio coraggio e le offro un Buondì Motta. È il primo corteggiamento della mia vita.


21 set 2012

Los Angeles Stories


su http://www.tornogiovedi.it/2012/09/los-angeles-stories/

Ry Cooder


Nell’indimenticabile Buena Vista Social Club (non a caso film-non film di un pomposo signore tedesco che un tempo era stato regista di talento e con l’intrapresa cubana interrompeva una serie già annosa di esercizi cinematografici ammorbanti), il bassista Cachaíto Lopez a un certo punto dice: “L’unico mio stile è la concentrazione”. Che mi è sempre parsa proposizione tanto onesta quanto  geniale.
L’ideatore di quel progetto come si ricorderà fu il chitarrista Ry Cooder, che ora con i racconti tradotti per Elliot da Luca Fusari, Los Angeles Stories, dimostra sufficiente concentrazione, ossia apprezzabile serietà d’intenti e di metodo, in un mestiere che non è il suo, quello di scrivere storie. Lo fa allestendo un campionario di figure che quando non hanno qualcosa da spartire con la musica – comunque spesso – sembrano disporre il loro rapporto con la realtà in maniera fantasiosa, obliqua, anche nella versione più cupa di un destino che chiamiamo convenzionalmente noir.
Ora, se non è qui che cerchiamo la genialità di un artista che ha saputo andare ben oltre i confini angusti di una chitarra rock, Cooder dimostra però di sapere cos’è un approccio onesto – e capace – verso forme espressive estranee alla sua professione. Implicito risulta il suo sguardo aperto, curioso ma rispettoso verso una complessità di modelli narrativi ed estetici (che è quello che ha sempre fatto all’interno del lavoro musicale). Le storie di Los Angeles guardano a un sorta di “America ieri”, di mezzo secolo fa, più immaginaria che reale forse, a suo modo codificata fra cinema, musica e letteratura nel suo lato più ambiguo, sospeso fra il crimine, più indotto dal disincanto che efferato, e il sogno – a partire dall’eco della Bunker Hill del grande John Fante.
È da lì che, nel racconto non casualmente introduttivo, organizza le sue giornate il raccoglitore di dati dell’Annuario della città di Los Angeles, mestiere che gli consente di conoscere una varia umanità di malandati e falotici cristi che la sfangano alla bell’e meglio.
C’è di tutto in questa città-mondo, ballerine, alcolizzati, venditori improbabili di piccole felicità, disturbati d’ogni sorta, mafiosi e detective va da sé. Ma soprattutto musicisti, quelli veri e quelli farlocchi, e musica che pare connessa intimamente alla vita dei più,  gente che la suona o la ascolta, e trattandosi di Cooder, ovviamente spaziando dal blues alla samba, dal rock al jazz. Accanto a John Lee Hooker o Charlie Parker, ecco sconosciuti e immaginari protagonisti di illusioni fatte di note musicali che ballonzolano nella testa e li fanno finire su palchi molto provvisori; e si sa, se la vita dell’artista è giù dura di suo, la proprietà di questi locali non è mai cristallina. Nel fallimento, il crimine diventa una possibilità concreta.
Una Los Angeles molto “costruita” dunque dalle narrazioni precedenti – la si direbbe quasi nata come spettacolo a priori. Sia come sia quel che conta è che Cooder, un musicista, dimostra di saper raccontare. E qui “la domanda sorge spontanea” etc: gli americani lo fanno meglio? Non mancherà il lettore pronto a sbuffare. Vorrei rassicurarlo. Non è che ci si svegli la mattina smaniando per tirare addosso all’editoria italiana (lo fa benissimo da sola). Ma, per quanto epigonici siano questi racconti, per quanto difficile sia sottrarsi a un certo sapore dideja vu che in fondo è obbligato dal fatto che i racconti sono innanzitutto un omaggio a un immaginario, provate a leggere Los Angeles Stories insieme al fessissimo catalogo di un noto editore milanese che se li è fatti tutti, gli sciacquapalle (già falliti come musicisti) Ligabue Capossela Jovanotti (me ne sarò scordato qualcuno ma mi pare di ricordare che il Vecchioni – uno dei fenomeni più tristi d’Italia – sia un affaire di altri) e poi mi dite.

12 set 2012

GAIL HAREVEN

su lankelot

LE CONFESSIONI DI NOA WEBER


Romanzo interessante seppure non privo di difetti Le confessioni di Noa Weber,esordio sulla scena italiana di Gail Hareven, appena uscito per i tipi di Giuntina. Sentimenti e trepidazioni dispiegate con scioltezza di spirito (di chi li ha metabolizzati con franchezza), dunque un certo grado di onestà e caparbia presunzione nelle faccende amorose; e ancora, acume analitico a tratti capzioso che non sfigurerebbe nel campionario allestito dal discorso amoroso dell’indimenticato Barthes: direi che sono questi i talenti esibiti nel libro della scrittrice, polemista e storica del femminismo nata in Israele nel 1959.
Spingendo sul pedale di uno humour che non ha nulla della vacua leggerezza della banalità, la storia raccontata in questo libro chiama l’attenzione partecipata del lettore non solo satireggiando le “donne che amano troppo” (e inveendo contro i loro uomini) che una consolidata femminista ovviamente non può tollerare, ma anche scivolando sul versante più ambiguo e letterariamente più interessante di una confessione (giusto il titolo) di quanto la libertà di muoversi e scopare a piacimento non basti a sottrarsi a una sorta di schiavitù sentimentale.

Noa Weber è ancora una ragazzina quando nell’estate del 1972 s’imbatte in Alek, un ragazzo incontrato negli ambienti artistoidi e intellettuali di Gerusalemme, giovane dall’aria sicura che la destabilizza una volta e per sempre con un semplice gesto, il dito di uno sconosciuto che la invita a seguirlo come fosse una bambina, un “movimento nonchalant che la eccita come se le si muovesse fra le gambe”. Noa ne farà il tormentatissimo amore della sua vita. E non potrebbe essere altrimenti se è vero che al momento non è nemmeno sola, avrebbe un fidanzato con cui va d’amore e d’accordo e che lascia secco con una freddezza improvvisa (in effetti narrativamente il passaggio non convince del tutto).
Noa non sa ancora che è destinata a un futuro di scrittrice, di successo per giunta; e che non le basterà una vita socialmente, sessualmente, “emancipata” – si sarebbe detto una volta, e si credeva che nella parola vi fosse il mondo, al meglio delle sue possibilità – per sfuggire al destino di innamorata cronica che l’aspetta. Non le basterà sapere (e dirlo senza fronzoli e orpelli romanticoidi, e farlo, convinta che l’uomo si ecciti sentendo l’odore di altri uomini su di lei – su questo, vorremmo dissuaderla…) che “si scopa per divertimento”. O convincersi che la retorica sentimentale è insopportabile. Né crescere, da sola, la figlia frutto di quell’amore (di lei per lui, soprattutto) organizzandone l’impianto pedagogico sulla base di un femminismo radicale e meno incerto del suo (il deficit la narratrice se lo trova da solo, il lettore forse non sarebbe d’accordo). Sarà proprio l'ossessione immarcescibile per Alex - inaccettabile per i principi ideologici della donna - a darle una paradossale possibilità di uscirne, in un certo modo, salva: vincente.
Il limite del romanzo è il troppo di elucubrazione sparso nelle trecento e passa pagine. Non di rado il lettore ha la sensazione che la voce dell’autrice empirica si sovrapponga a quella della protagonista. Che dichiari più che mostrare  (a prescindere s’intende da cosa “dice”, da ciò che chiamiamo volgarmente “prese di posizione”: in letteratura son tutte buone e nessuna lo è nel momento in cui il racconto cede il passo all’enunciazione).
La sua forza sta invece nel fatto che la stessa voce debordante e un po‘ oltranzista, ideologicamente arcigna, è anche sapida di verve e ironia. Lingua e intenzioni nella traduzione di Shulim Vogelmann suonano vivaci e irridenti. Da subito. “Del tutto impossibile ormai parlare di Gerusalemme. Cioè, impossibile senza vicoli tortuosi, cortili di pietra, ciuffi di capperi e donne arabe sulla piazza del mercato. E io non ho nulla da dire sui ciuffi di capperi e i cortili di pietra e neppure ho il minimo desiderio di insaporire la mia storia con il colorito gergo di coloriti personaggi di Gerusalemme che si arricciano i baffi snocciolando favole orientali”. Peraltro, tranne alcuni brevi inserti, nel romanzo della Hareven la società israeliana resta sullo sfondo, non per disinteresse, anzi, ma perché l’esercizio di riflessione sembra esercitarsi su una modalità particolare del discorso pubblico. Quella in cui riecheggia il motto di alcuni decenni anni fa: “Il privato è politico”. Se erano bei tempi non lo so, inconclusi e brutalmente distanti, di certo.

9 set 2012

Ronald H.Fritze


Falsi miti - Come si inventa quello in cui crediamo


copertina del libro
Ronald H.Fritze insegna Storia all’università di Athens in Alabama. È l’uomo giusto al posto giusto, si direbbe. Da uno degli stati americani più conservatori, tradizione fatta di mitologie fondative refrattarie alla verifica critica, empirica e scientifica, Fritze dispiega un piccolo campionario di esempi di pseudostoria e credenze annesse, dal riemergente mito di Atlantide ai molto famigerati alieni che nella Preistoria sarebbero piombati sulla terra per insegnarci a costruire piramidi; o ancora, dall’oltranzismo narrativo del movimento Nation of Islam alle congetture altrettanto fantasiose ma assai dogmatiche sulla “scoperta” dell’America. Ché il punto più interessante fra quelli che emergono nell’indagine di Fritze fra le strampalate narrazioni che attraversano il reticolo geografico è questo: spesso i fautori delle opinioni più stravaganti in materia di (pseudo) storia risultano molto più intolleranti degli illuministi – utilizzo l’espressione in senso lato e metastorico – contro cui inveiscono per il loro presunto “cieco” e intransigente razionalismo. Indifferenti ai protocolli minimi della ricerca storica, sospettosi sovente verso le regole sottese a un approccio scientifico, indifferenti all’elementare concetto di prova, questi ultras di teorie cospirazioniste e complottiste sospettano di tutto tranne che della loro corriva ingenuità. Tutt’altro che innocente, peraltro, se è vero come è vero che non di rado “la pseudostoria si presta a diventare un veicolo di razzismo, di fanatismo religioso”. Ricorda Fritze la perniciosa confusione fra leggenda e mito e fra possibilità e probabilità che impera nella pseudostoria e nella pseudoscienza, che si tratti dell’Evemero (300 a.C.) interprete di un dettato letterale dei miti greci o dei fondamentalismi mai sopiti di certo protestantesimo americano in chiave biblica. Che ci crediate o no, Galilei sembra aver vissuto invano per milioni di persone. Il libro si apre con il mito di Atlantide, immarcescibile, “prodotto durevole e commerciabile – scrive Fritze – che fa gola a molte persone diverse”, per secoli da più parti rimasticato attraverso variazioni e declinazioni disinvolte dell’avventurosa ipotesi di Platone che (ri)leggeva da par suo la distruzione dell’isola vulcanica di Thera. Gli altri, dopo, indifferenti a dati e prove e fatti accertati hanno collocato e fatto sprofondare quella terra di segni archetipi a piacimento qua e là. 
Ci sono poi gruppi di esaltati inclini alla violenza più oscena, quella che ha bisogno di giustificazioni teoriche immancabilmente ridicole per (far) credere di stare in piedi, che rileggono cosmogonie antiche in chiave razzista. Il caso del Christian Identity (a volte fra tifosi, religiosi e barcollanti sognatori di alieni le affinità sembrano strutturali) che arriva a sostenere l’eredità biologica degli ebrei da Satana (avete letto bene). A fronte di una tale incredibile imbecillità, negare l’Olocausto come si fa ancora oggi da più parti, pare quasi un dettaglio trascurabile. Più complesso il caso dell’Atena Nera di Martin Bernal che negli anni furiosi del “politically correct” poneva giustamente la questione di un’influenza africana nella cultura occidentale e malamente la risolveva in un tendenzioso e assai fragile afrocentrismo (così, ne approfittiamo per ricordare la recente scomparsa dell’ottimo Robert Hughes la cui splendida Cultura del Piagnisteo tradotta da Adelphi nel 1994 consigliamo alle prefiche che ci ammorbano oggi come allora).

22 ago 2012

David Bezmozgis


dal recensore.com
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Forse un lettore romano potrebbe risentirsi. Perché se se lo dice da solo è un conto, se viene a dirglielo un lettone trapiantato in America, che la sua invero strarotta città è sporca da far schifo…
E non solo: “dura, sgarbata e inospitale”, rovesciando in epitaffio da consegnare ai posteri (virtualmente, anche i lettori eventuali del prossimo secolo) un’immagine così negativa, be’, i romani, si sa, finché “se scherza”. ma poi…
David Bezmozgis, scrittore meno che quarantenne, tra i venti migliori della sua generazione ad avviso del New Yorker, la pensa proprio così. Non si è limitato a raccontare (Il mondo libero, editore Guanda) le peripezie di una famiglia di ebrei lettoni che nel 1978 lasciano l’Unione Sovietica per raggiungere l’America passando per l’Italia – peripezie, e prolungato soggiorno italiano non di rado fastidiate, ma ha rilasciato interviste in cui ha lasciato intendere di non pensarla molto diversamente da alcuni dei suoi personaggi, riguardo alla capitale, città amabile solo per i “turisti che hanno soldi da spendere”, ha detto, tutt’altro che accogliente per i rifugiati.
Tutto questo lo diciamo non per gettare una luce di antipatia sull’autore (anche perché, non conosciamo l’esperienza dei rifugiati, ma il tracollo di Roma lo può negare solo un ultrà), ma per quella che sembrerebbe una non scontata convergenza tra lo spirito del romanzo e l’esperienza del suo autore.
Ne Il mondo libero, Bezmozgis (al suo secondo romanzo dopo Natasha) racconta della famiglia Krasnansky, dell’idiosincratico e borbottante patriarca Samuil, dei figli Alec, un adorabile sciupafemmine, e Karl, incline invece a cercare occasioni per far soldi, delle loro donne, la madre Emma, e le mogli Polina e Rosa, di figli assortiti, insomma di una bella banda di rifugiati che a Roma incontrano altri russi, altri ebrei. L’inizio è folgorante: di passaggio a Vienna, mentre sui binari i più “si affannavano, ringhiavano e sgomitavano per depositare i loro averi sul treno fermo in attesa” e la famiglia aspetta che lui, uomo giovane, faccia il suo dovere di aiutare a sistemare bagagli e il resto, Alec è incantato da due giovanissime ragazze abbronzate, “a piedi nudi (…) le camicie leggere e senza maniche (…) il viso incantevole e inespressivo”. Alec ha la sua brava epifania, probabilmente gli arriva all’altezza mediana del corpo. Il fatto è che le due giovani “sembravano immuni da orari e obblighi”. Ecco, il tempo senza tempo della pura possibilità, l’orizzonte del piacere, del gioco che vorrebbe sostituirsi all’anfanare di una vita faticosa, che ti costringe a emigrare. Il mondo libero per Alec è innanzitutto quello lì, evidentemente. Ma lui è un caso a parte. Per gli altri, si tratta di replicare per l’ennesima volta un destino, consegnato al popolo ebraico da una storia peculiare. La moglie Polina, imbozzolata in un senso di spaesamento, sembra subire gli eventi. L’idea di dover passare per Roma (“città dal crimine dilagante”) l’atterrisce. Non la solleverà se non in parte scoprire che i russi fuggiaschi di quegli anni perlopiù sverneranno a Ostia, o a Ladispoli.
Il patriarca, Samuil, ex ufficiale dell’armata rossa, nel comunismo stava a suo agio, e prende di mala voglia questo cambiamento, meno ancora gli piace sentir parlare di sionismo dalle donne della famiglia.
Non sempre il romanzo mantiene le promesse della prima pagina, a volte rallenta nell’accumulo di informazioni, o dei dialoghi, ma non mancano quelle godibili. Humour e malinconia accompagnano l’esodo di gente che però vi è “geneticamente” abituata, e mentre borbotta o recrimina per quel che lascia, si dà da fare. Ché la vita non va perduta, anche se ti costringe a inseguirla.

18 ago 2012

Le storie ciniche di Maugham


dal recensore.com
storie-cinicheBasterebbe il primo racconto, “Louise”, per capire di che pasta sia fatto il perfido humour di W. Somerset Maugham, autore delle cattivissime “Storie ciniche“ raccolte nel volume uscito da poco per Adelphi, una dozzina di racconti ambientati al solito in giro per il mondo.
Louise, a suo tempo “ragazza diafana con grandi occhi malinconici”, si accampa con agio nelle riserve di una vita messa forse a rischio (ma lei mostra di crederci sul serio, e così tutti quelli che la circondano) da una vaga debolezza di cuore procuratale nell’infanzia dalla scarlattina. In effetti sembra venir meno se non il suo cuore almeno la forza per vivere delle giornate normali, ogni volta che la ragazza si trovi in situazioni per lei poco gradevoli (le feste noiose per esempio, le persone antipatiche, le incombenze sgradevoli). Destinata per tutti a una vita breve, resiste invece per decenni, si sposa due volte e in entrambi i casi resta vedova, fino a quando viene messe alle strette dal narratore, un amico che pare il solo ad aver capito in tanti anni la sua felice attitudine alla menzogna sofisticata. Difatti il giorno delle nozze della figlia – giorno che Louise dice di aspettare con ansia e che teme invece come una disgrazia irreparabile - pensa bene di dar soddisfazione a lei e all’amico facendosi venire uno dei suoi attacchi, solo un po’ più serio degli altri (“morì perdonando delicatamente a Iris di averla uccisa”).
Anche in queste storie dunque dell’autore di romanzi come Lo scheletro nell’armadio, Maugham  una dimostrazione di quella intelligenza che non si sa bene perché agli scrittori italiani piace solo declinata come “narrativa”. Ossia come capacità di imbastire trame e intrecci ma senza aprire mai una fessura di luce nuova, rivelativa su un personaggio, su un rapporto umano – ossia, su noi stessi. Il cinismo di Maugham è un modo di conoscere e raccontare esente da perifrasi perbeniste (peraltro arioso anche nella descrizione di vite anguste e miserande) che molti liquidano come al più “divertente” ma non serio, con ciò mostrando non tanto quanto siano limitati i loro orizzonti estetici, che sarebbe secondario, ma la diffidenza (antropologicamente cattolica anche se ci si dichiara atei o agnostici) di una cultura come la nostra per la verità compunta che non sia pronta per la redenzione.
Dal figuro di Vladivostok che si commuove parlando della moglie morta malcelando di essere lui l’assassino, alle signore determinatissime a sbarazzarsi di uomini pesanti portandoli fino all’Oriente Estremo che Maugham ben conosceva, lo scrittore britannico attraversa il mondo e ne afferra gli aspetti più beffardi e inemendabili. Felloni o mignotte, artisti della crudeltà o mentecatti del crimine, i personaggi di Maugham sono straordinariamente vivi. Maugham, che ambienta le sue storie a qualsiasi latitudine, cosmopolita lo era intanto nello sguardo – disincantato davvero, il che non vuol dire abbandonato a una mera radiografia degli umani che incontrava e descriveva. Partecipe piuttosto come e quanto chi sa che amare la vita non ci impedisce di guardarla per ciò che è, grottesca e menzognera, senza risparmi per nessuno. L’eleganza virile e sentimentale insieme di Maugham è proprio ciò che manca alla nostra stanchissima romanzerìa.

5 ago 2012

Su un romanzo-non romanzo


Emanuele Trevi

pubblicata sul paradisodegliorchi qualche tempo fa 


Copertina
Già detto da tutti, quello di Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, è l’ennesimo esempio di romanzo non romanzo, un po’ saggio critico, un po’ autobiografia, “qualcosa di scritto” ma diversamente dall’oggetto principe della sua narrazione, l’indefinibilePetrolio, data di pubblicazione 1992, autore Pier Paolo Pasolini.Figura che qui è meno interessante, avvincente, dell’altro personaggio centrale del libro: l’attrice Laura Betti. Se infatti PPP qui è inscindibile da Petrolio (pur nella debita premessa che il libro “dice” il momento apicale di un’esperienza umana), la Betti esiste per sé stessa, sebbene stregata dal poeta fino alla morte di lei. Partecipe della stessa oltranza ipervitalistica di PPP, si arroga così la pretesa di essere il solo vero destinatario della sua opera.Il giovane Trevi la conosce lavorando al Fondo Pasolini. “La Pazza” è un animale eccessivo, assurdo, da cui Trevi è soggiogato. La paranoia dell’attrice, assurda come ogni paranoia, trova agli occhi del futuro autore romano una giustificazione proprio in quella sorta di stato d’eccezione che la lega a Pasolini, come fossero alterità quasi mitologiche rispetto al mondo borghese del quale egli invece fa parte. La Betti è un’Erinni, una furia isterica, talmente eccessiva da risultare comica (“Questo piaceva soprattutto alla Pazza: mandare vaffanculo”), ma quel che affascina il narratore (che venga chiamato “zoccoletta” è un dettaglio non infimo della scena), e non poco il lettore, è la consapevolezza di essere com’è. Betti, in apparenza massacrata dall’impietosa descrizione, è un personaggio straordinario. E poi c’è il suo maestro, PPP. Petrolio è, lo sanno tutti, un monstrequalcosa di scritto lo definisce appunto Trevi, un oggetto letterario che però scardina qualsiasi confine estetico, una roba non più concepibile nel 1992. Si era entrati, e già da un decennio almeno, in un’epoca in cui la letteratura viene ridotta a trame, a storie, a intrattenimento. Qua invece siamo più vicini – sostiene Trevi – alla body art che alla letteratura. La lettura del libro non è un esercizio tecnico, strutturale, filologico, benché si avvalga di tutti questi strumenti ma mette in gioco l’esperienza, la vita anche emotiva del suo interprete. E se l’opera, anzi l’opera-vita che in questo Pasolini terminale ha da fare con un’iniziazione (ne è il fine ultimo), sembra un viaggio iniziatico anche quello dell’autore, a partire dai mesi di soggezione assoluta, pavido-ironica, verso l’arbitrio violento della Betti fino al viaggio in Grecia, a Eleusi – viaggio mai davvero terribile, certo, mai a rischio di nulla di fondamentale, inevitabilmente commento, secondo vocazione epigonica che Trevi non può nascondere (se a Pasolini, tutto immerso in un processo creativo, sorgivo e intemperante come quello di Petrolio, risulterebbe un’ “insopportabile pappa finto-erudita” la vacuità del postmoderno citazionista… Trevi se ne salva in parte grazie a una controllata partecipazione sentimentale che, al netto di qualche eccesso retorico, sa emozionare).Il racconto di Trevi dunque, nonostante non faccia che esaltare il ‘900, è quello di un uomo del nostro tempo, impossibilitato a procedere senza accordarsi alla voce di un altro, incapace di attraversare l’oscurità senza lo strumentario di citazioni altrui ma onestamente consapevole di questi limiti, che sono poi dei più, e bravissimo a illuminare quella che invece gli appare una storia umana e artistica irripetibile. Che passa, è ora di dirlo, perlopiù dai misteri eleusini e dal mito androgino, attraverso un processo di sdoppiamento e metamorfosi sessuale. Per una conoscenza, diciamo, “superiore”.Quel che non convince è il fare spallucce sul lato civile, politico di PPP (a prescindere da giudizi di valore: di cazzate Pasolini ne diceva tante, come tutti) – mentre lavorava a Petrolio e a Salò, negli anni settanta PPP scriveva sui giornali quello che tutti sanno.Non vedo perché una lettura come quella proposta da Trevi – quasi esoterica, gnoseologica – debba escluderne un’altra… Sarebbe schizoidismo? In arte non c’è niente di meglio. Vale la pena notare che una letteratura come forma estrema di conoscenza (il “moderno” lo chiama Trevi) se non ha niente a che fare con il “prodotto”, la “bella confezione”, non ha bisogno di cercare il suo opposto nelle bolle di sapone di Baricco (da Pasolini a Baricco, un bel saggio di storia italiana… e chi scrive non soffre di alcuna venerazione per Pasolini) – basterebbe, per Trevi, fermarsi a Carver, uno scrittore per il quale non a caso si è utilizzato l’etichetta di minimalismo: avvicinare il lettore, blandirlo anche nel male, tutto sommato anche rassicurarlo. Scrivere buone storie.
Sarei meno drastico. Certo, lo spettacolino di innumeri fighetti che non hanno niente da dire ma riempiono le scuole di scrittura e le pagine del 'Corriere della Sera' sono l’omologo dei patetici editoriali politico–culturali ivi ospitati. Come quello del PG Battista che approfitta del libro di Trevi, capendoci poco o niente, forzandone a sua volta l’interpretazione, omettendo di notare che Trevi si guarda bene dal far scendere il santino dall’altare (trasferendolo caso mai da quello della religione civile al ben più suggestivo trono di un’iniziazione estatica) e definendo una “richiesta ossessiva” quella di riaprire il processo. La mira? I soliti. Non i comunisti (questi fantasmi, la parola stavolta è evitata) – ma quelli che non avendo nessun pregiudizio verso i “misteri eleusini” trovano che la storia politica italiana sia tutt’altro che candida e che PPP non sia stato ucciso per un pompino malriuscito.

31 lug 2012

Grandi ustionati (da se stessi)

dal paradiso


copertina del libro
Ero curioso – cose che capitano col caldo, non saprei dire - di rileggere Paolo Nori dopo averlo presto abbandonato, agli inizi, per colpa sua mica mia, avendo l’uomo preso gusto alle sue letture di storie troppo uguali per non sottendere che l’unico suo vero interesse fosse la voce che le raccontava. Che ci ha fatto una carriera, Nori, con la sua voce, ma anche irritato non pochi lettori che di fronte ai suoi libretti, diciamo al secondo al terzo, capita l’antifona, li abbandonavano (perché sulla pagina resta poco o nulla) o rispedivano sulla fin troppo celebrata via Emilia di scrittori e cantanti che hanno ammorbato la scena italiana degli ultimi trent’anni. Come l’orribile voce+chitarra di Ligabue, anche Paolo Nori, a un più alto livello di consapevolezza artistica ci mancherebbe (con Ligabue in verità ci vuole poco), ripete se stesso a vita. Il suo giro di frase, intonazione e parlato “antiletterari” che già nella rivista “Il semplice” di Gianni Celati (agli esordi delle sue storie comiche un geniaccio, poi lentamente impallidito) mostravano la corda di una maniera riconoscibilissima e paradossalmente iperletteraria nonostante e anzi in ambigua virtù della propria avversione alla retorica – come fosse possibile non averne una. “Il semplice” divenne la palestra di Nori, che in questo Grandi Ustionati uscito nel 2001 per Einaudi e ora riproposto da Marcos y Marcos tornava sul suo alter-ego Learco Ferrari, lo faceva finire in ospedale a causa di un incidente e gli metteva in bocca la sintassi sgangherata ad arte (“Ho scosso la testa, volevo significare che io certe cose non mi metto neanche a spiegarle io, certe cose”) ma con un sapore di già visto già letto da decenni che ovviamente aveva fatto godere la critica di zombi con pannoloni e camomilla di quelli visti all’ultimo Strega. Dunque ho riprovato, con Nori, a vedere se il mio era un fastidio motivato. Se non fossi stato ingeneroso a pensare che poi la retorica degli anti-retorici è una gran furbata e poco più. Ho pescato Learco domandarsi com’è che ama tanto la sua gatta e com’è che vanno tanto d’accordo, loro due. E poi illuminarsi tutt’assieme. Con frasi come questa: “Che lei, la gatta, personalmente, e io, Learco, come discendenza, noi siamo entrambi dei clandestini dei sans papiers noi l’abbiam conosciuta, la sofferenza del mondo, l’ho capito stasera, il motivo che noi siamo tanto legati”.Che, come direbbe proprio lui, uno ride e però ci trova pure il messaggino perbene, di quelli – uomini (e gatti, ma loro non lo sanno) - che si vogliono straniati, diversi, pauperisticamente fighi. Mah, sarà che da queste parti abbiamo un brutto carattere. Che tendiamo a pensar male. Che certe moine infastidiscono – vedete, son facili facili. Che se volete vado avanti, dieci cento mille pagine a piacere… E invece no, va bene che uno scrittore scrive sempre lo stesso libro, ma non è detto che gli altri debbano leggerselo.

27 lug 2012

La sfida

sul recensore.com

einaudi-la-sfidaUn altro mondo, davvero. Lecito una volta tanto lasciarsi andare alla nostalgia quando parliamo di “The Rumble in the Jungle”. 
Il match pugilistico per eccellenza, fra lo splendido Muhammed Alì, al secolo Cassius Clay, e George Foreman, pugile di una potenza devastante come poche volte si è visto nella storia della boxe.
Leggersi “La sfida” (Einaudi 2012) di Norman Mailer significa rivivere quella straordinaria pagina di storia dello sport, che fu molto di più: un esempio insuperato di come anche la brutalità di una violenza inaudita, capace di distruggere la vita di uomo (se è vero che il Parkinson del meraviglioso Alì fosse il lascito avvelenato di un incontro di boxe, anche se non questo), possa soggiacere a un’idea estetica del gesto. Ma non fu solo questo (bellezza e tecnica e coraggio). Non fu nemmeno solo il capolavoro di tattica di Cassius Clay, che lo vinse quell’incontro per ko all’ottava ripresa, dopo aver preso una gran quantità di colpi dal suo gigantesco avversario, colpi che però ebbero il solo effetto di spossarlo, Foreman, snervarlo, esaurirne le energie fino ad aprire il varco che il nero islamizzato che aveva sconcertato e meravigliato il mondo per le sue scelte politiche, civili e culturali, stava aspettando.
L’incontro ebbe luogo a Kinshasa, Zaire. Era la fine di ottobre del 1974. Foreman era il campione in carica. Aveva vinto 40 incontri su quaranta. Vinceva con una tale facilità da annoiare. E poi era un tipo chiuso, poco interessante per il mondo dello spettacolo. Alì aveva una storia unica. Anni di squalifica per essersi rifiutato di partire per il Vietnam, ostacoli vari per impedirgli di combattere, la conversione all’Islam dei padri neri, la corrosiva e strafottente disposizione comunicativa, rivolta agli avversari come alla politica imperialista americana (a suo avviso tutt’altra che pacificata quanto al razzismo). Aveva perso l’ultimo incontro con Joe Frazier ma aveva tutta l’intenzione di riprendersi il titolo che gli avevano sottratto una decina di anni prima per le sue prese di posizione.
Foreman era strafavorito, si trattava di vedere solo quanto Clay avrebbe resistito. Bene, Mailer racconta, prima che la sfida sportiva, quella che lo strepitoso danzatore del ring preparò nelle settimane precedenti. Come seppe sfruttare quello che oggi si direbbe il fattore campo, in quel caso l’Africa nera dello Zaire.
Clay empatizza con il continente nero, trascina il pubblico in attesa dell’evento dalla sua parte. In quel contesto ritorna a essere l’africano delle origini (storiche). E Foreman si sente fuori posto. Come se nero lo fosse per caso. Non gli garba il clima, nemmeno quello metaforico, non gliene frega granché delle questioni razziali, del coté politico – che poi, non era nemmeno facilmente schematizzabile in un qualche paradigma di comodo, visto che vi comandava il dittatore Mubutu.
Alì prese dalla scena quello che gli serviva. Fu artefice di una guerra psicologica spietata, da stratega sofisticato. Fuori del ring, ma mentre fa questo prepara il match vero e proprio. E lì tira fuori un’invenzione geniale. Sorprende l’avversario da subito, al primo round, attaccandolo. Poi mette in pratica un piano pazzesco. Invece di passare il tempo a ballare com’era solito fare, gioca in difesa, sì, ma aiutandosi con una guardia perfetta che rende complicatissimo il lavoro di Foreman, raramente in grado di colpirlo in maniera significativa. Ma soprattutto Alì sfrutta l’elasticità delle corde del ring, restandovi appoggiato per minuti interi così da attutire la violenza dei colpi e non farsela pesare sulle gambe. Fino all’ottava incredibile ripresa.
Mailer scrive forse il miglior libro della sua vita. La sola cosa che disturba nel racconto è l’eccesso di similitudini con cui cerca di tenere stilisticamente alto il tono della storia con l’effetto ogni tanto di perdere invece la tensione – ma è un difetto contenuto, alla luce di uno scontro (reinventato da vero scrittore) che il lettore può leggere come se l’avesse davanti agli occhi. E ai più giovani che non l’avessero mai visto non possiamo davvero non consigliare di leggere prima il libro, poi magari dimenticarlo e guardarsi il filmato dell’evento in rete, perché quella bellezza lì il pugilato – morto da un pezzo come tutti sanno – non è stata più in grado di offrirla.

18 lug 2012


Il sesso secondo Weininger e il pensiero reazionario


Copertina
Ora, diciamolo forte e chiaro: ci sono pensatori, scrittori, filosofi che dicono cose aberranti, o stupide, o palesemente campate per aria, eppure vantano agli occhi di molti lettori, perversi motivi di fascino. Vuoi perché scrivono da dio, vuoi per l’appeal della loro persona, vuoi perché nonostante tutto, i nuclei concettuali sui quali affiggono le loro risposte sbagliate non smettono per questo di restare problematici.Non so quale delle tre opzioni sia la più pertinente nel caso di Otto Weininger, psicologo e filosofo viennese nato nel 1880 e morto suicida nel 1903. Quest’ultimo aspetto ha il suo ruolo di sicuro: un suicidio a ventitre anni indubbiamente conferisce un’aura particolare alle intenzioni, alle motivazioni, alla pretesa di serietà di un’opera – nel caso specifico Sesso e carattere – che avrebbe potuto correre il rischio di un facile, persino comodo oblio. E invece.Si dà il caso che il corpus di pensieri in questione sia il più indigeribile per la cultura “progressista” del ‘900. Laphilosophia sexualis di Weininger è manichea come nessun’altra: un polo maschile buono, attivo, logico, l‘altro, indovinate quale, maledetto, immorale, menzognero. Le donne non possono esistere se non come completamento oggettuale del soggetto-uomo; la loro stessa vanità vi è orientata: “Le donne non vivono che pensando ad altri”; l’uomo deve farsi carico di condurre la donna a uno stato di coscienza “umana”. Essa si salva come strumento della riproduzione, ciò che solo può giustificare il mancato raggiungimento di un piano che non sia meramente sessuale. Immaginiamo il corollario di luoghi comuni negativi che facilmente chiunque potrebbe stigmatizzare e il resto è fatto. Suggerisce però Franco Rella in un vecchio saggio ora riproposto nella ristampa del libro per le Edizioni Mimesis che il fascino di Weininger sta nella sua “parola piena”, la parola della Kultur, la parola monologica, antiplurale, antimoderna (un pensiero fortissimo diremmo), che oggi sembra sedurre trasversalmente europei di tutte le latitudini angosciati e spaesati dalla crisi devastante. E dunque, ricerca di un’unità organica, impossibile, che tuttavia nel caso di Weininger non manca di sollecitare anche oggi qualche riflessione. Se accreditiamo valore a una qualche distinzione biologico e/o culturale del segno maschile e di quello femminile, non ci si può non domandare il perché del dilagare di una nauseabonda emotività che oggi passa per valore indiscutibile, tale da orientare scelte culturali, giuridiche, pedagogiche. Navigando a vista: la femminilizzazione nella scuola per esempio: ha prodotto esiti catastrofici. E ancora: un marito separato una volta che arriva davanti al giudice è un uomo morto. E la letteratura trova la quadra fra ridicolo apprezzamento della critica e del pubblico quanto più si profonde in esibizioni di dolori, sensibilità ferite, vittimismi più o meno patetici, o febbrili. Vale l’inverso: la “donna in carriera” è un maschio surrettizio cui manca il membro e per il resto ha introiettato il peggio da chi ce l’ha. E se non è difficile scorgere in certe idee di Weininger (la donna che è incapace di essere, ma diviene ciò che il soggetto uomo decide per lei) la replica della storia su una certa costola di Adamo, va ricordato che le sue considerazioni inattuali affascinarono Wittgenstein, Karl Kraus, Broch, lo stesso Freud che era il suo nemico teorico.Ma il progetto complessivo di tenere concettualmente uniti sesso e carattere non poteva non fallire, e più ancora l’approccio alla questione semita – l'altro argomento forte del libro. Vero che anche qui, per l’ebreo Weininger, come nella problematica maschile-femminile, conta la teorica polarizzazione degli elementi più che gli individui in sé: l’ebreitudine è una costituzione psichica, più che biologica, per cui si danno, secondo Weininger, ebrei più ariani degli ariani e ariani più ebrei degli ebrei…L’ebreo per Weininger è la femmina “par excellence” della popolazione mondiale, il codardo archetipo, il principale malfattore e malpensante della Zivilisation, della frantumazione plurale, dell’analisi accanita e disgregante - per esprimerci ancora nei termini nietzscheani che gli si sono superficialmente accostati, della “décadence”. Il dionisiaco che interessa Weininger, per proseguire nella serie delle risposte opinabili alle domande ineludibili, “non ride e non balla”: è quello morale che cerca “un senso dell’universo”, Kant insomma, e per questa via vischiosa, un ritorno all’ordine religioso. Difatti, l’ebreo Weininger crede di rifugiarsi nel cristianesimo protestante. Non gli sarà sufficiente, evidentemente, se deciderà presto di farla finita. Si potrebbe liquidare l’oltranza arcaica di Weininger come mera follia e morta lì; ma qualche spunto interessante invece lo cercherei. Ci si potrebbe anche chiedere perché dello specifico femminile – se ve n’è uno – debbano occuparsi solo le donne. E certe domande sono come i classici di Calvino: “non finiscono mai…” etc etc. Fine delle domande, assalto delle orde barbariche. Che l’orrore si nutre anche dell’indifferenza degli illuministi troppo fiduciosi nelle magnifiche sorti e quel che segue.

8 lug 2012

Walter Siti

sul recensore.com

resistere-non-serve-a-nienteUn gran personaggio insoffribile l‘obeso fantasma di “Resistere non serve a niente“(Rizzoli, 2012), ultimo romanzo di Walter Siti - uno dei tre o quattro scrittori davvero importanti fra i viventi in Italia dove sono morti spesso anche da vivi.

Per non essere un esperto di economia, Siti, che si limita a maneggiare il materiale informativo
 che ha saputo procurarsi, in virtù di una notevole bravura mimetica, di una scioltezza di passo e una “naturalezza” di tono (le virgolette sono necessarie come non mai) tiene bene agganciato il lettore alla storia, meglio, al suo personaggio. Un artefice dell’abissamento del mondo verso la sconfessione teorica e pratica di un secolo e mezzo di tensione che ci avvicinasse a un qualche ideale di giustizia sociale.
Ora, uno degli effetti perversi della letteratura sta nel procurare interesse, compassione a volte persino innamoramento per figuri che la sana necessità di distinguere ciò che è bene da ciò che invece  distrugge il mondo, nella vita reale ci indurrebbe a tenere a distanza. Siti mostra bene questo destino che fa del romanzo un unicum dell’espressione umana (le altre sono derivate) con il suo Tommaso, uno di quelli che con i giochetti di borsa sono in grado di decidere il destino di milioni di persone. D’altronde - dice Tommaso al narratore cui ha chiesto di scrivere su di lui per mostrare al mondo che anche un uomo del genere potrebbe vantare un’anima - “devi dirmelo tu chi sono”. Lo scrittore, ancora una volta, e di questo a Siti dobbiamo essere grati, si fa carico di trovare un senso alle cose.
E chi è questo Tommaso? Il parto butirroso di una borgata standard, di una violenza standard, uno la cui la vita è legata a doppio filo a quella del padre, un manovale del crimine – la scena iniziale con cui lo costringono a far fuori un altro disgraziato è un piccolo saggio della capacità di Siti di modulare la lingua a suo piacimento. La ricompensa per quello che il padre ha subìto è lauta – in termini materiali certo, che sono gli unici a contare. Gli danno modo di studiare nelle scuole migliori – e nel suo caso un senso l’operazione ce l’ha. Perché ha una specie di talento matematico che nel suo lavoro (lavoro poi, già questo si dovrebbe discutere), nella finanza in cui inizierà a fare presto carriera, sarà prezioso.
L’epidemia che avvelena quest’età di insinuante depressione, e minaccia l’ecatombe, s’incarna dunque in un rappresentante non so se esemplare ma dalla biografia più stratificata del prevedibile. Siti ce lo racconta nella sua infanzia balorda e ce lo fa letteralmente crescere davanti agli occhi. Fino alla salienza dell’officiante ancora giovane che celebra i suoi riti sacri nel templi della borsa inventando formule nuove, giocando come un mago di lungo corso con denaro invisibile che difatti non è denaro ma divinità elusiva quanto potenzialmente apocalittica nei suoi effetti.
Il pianeta sembrerebbe voler dividere il mondo in due: da una parte, i più col terrore di finire in miseria, dall’altra pochissimi che invece giocano a fare più soldi di quelli che possono concepire. E perché, se non per godere di questo potere di vita e di morte sul resto del mondo? La politica si limita a servire, adapparecchiare il tavolo da gioco – o l’altare. Nel quale muovere capitali immensi e con essi decidere le sorti di nazioni intere. Questa è la scena del dominio, oggi. E Siti ce la racconta da par suo. L’ossessione sessuale (omoerotica poco importa, checché ne avesse detto a suo tempo l’ex editor Antonio Franchini, così come secondaria se non francamente noiosa mi pare la questione dell’autofiction), dei suoi libri mi sembra meno rilevante rispetto alla scena del potere allestita in questo romanzo. Ché il sesso è solo l’aspetto più popolare del teatro vivente, quello più “democratico”, in cui tutti più o meno hanno l’opportunità di fantasmatizzare, delirare, godere - com’è sempre stato. Ma il rinculo della storia deciso dalle divinità dei mercati mi pare una faccenda ben più seria e drammatica. Difficile da raccontare senza cadere nell’ovvio e nel retorico. Questo  libro ci riesce.

6 lug 2012

BRICE MATTHIEUSSENT

La vendetta del traduttore


Hai da fare tutti i giorni con parole altrui. In una lingua che conosci magari come la tua ma che talvolta, non troppo raramente, nei romanzi con i quali lavori non dà il meglio di sé - lo sai benissimo, ci sei abituato. Ma non è detto che non arrivi il momento che non ce la fai più. Di mestiere fai il traduttore, di letteratura per la precisione, si dà il caso che sai di cosa si tratti. Perché ti dà da campare, il tradurre, ma per te la letteratura non è solo un mestiere (d’altri), ma una passione. Hai tradotto anche  scrittori di valore, hai letto tutti i classici fondamentali della tua lingua; sai – lo hai imparato con il tempo, a forza di  leggere quelle altrui - come si manda avanti una storia e certe volte hai l’impressione che il tuo autore non sappia bene come procedere con la sua.
Così, con pudore e rispetto ma anche sicuro delle tue ragioni, arriva il giorno che inizi a correggere. Proprio così, a correggere il testo di partenza, quello che stai traducendo nella tua lingua, con la precisa intenzione di migliorarlo, di farne un libro più interessante di quello originale, più convincente. Sai soprattutto infatti che nelle sfumature di significato, di espressione, il gioco della lingua e del tradurre impattano l’aspetto decisivo della  partita; che lì si annidano le insidie e le opportunità per cui un lavoro mediocre può diventare un romanzo discreto oppure si può distruggere quello che in partenza era un ottimo racconto. E se il tuo stesso lavoro di emendamento conosce con i momenti successivi intoppi ulteriori – perché, diciamolo, stavolta ti è capitato un romanzo sbagliato dall’inizio alla fine – finisce che l’acribia delle tue mosse s’intoni a un puntiglio meticoloso, accanito, sì da trasformare, com’è inevitabile e giusto, una questione estetica in un’operazione etica.
Questa è La vendetta del traduttore, il regolamento di conti di un professionista non privo di un qualche talento con la mediocrità di scrittori, magari sopravvalutati, che il mondo editoriale impone al mercato e del quale “l’umile trascrittore” conosce benissimo infamie e modestie. E si decide a un certo punto a cancellarle, con dovizia di dettagli, passo dopo passo, riga dopo riga, pagina dopo pagina. Implacabile, disgustato dalla pochezza del testo d’avvio, lo azzera, a partire dalla congerie degli aggettivi inutili, dagli avverbi pleonastici e che spesso finiscono per indebolire una frase laddove pensavano di darle forza, raschiando via i cascami stucchevoli di metafore e similitudini soporifere, e avanti così fino alla risoluzione definiva che il testo di fronte a lui è sostanzialmente inemendabile e l’unica sorte che merita è di essere sostituito (reinventato) da quello del traduttore, dimentico del progetto originario di disseminare appunti, considerazioni, digressioni, parentesi, note varie e felicemente avviato a una totale riscrittura.
La vendetta del traduttore (il romanzo che leggiamo noi, Marsilio) è mise en abîme e insieme messa in scena di questo travaglio tra filologia e arte, sottolineatura del senso e creatività della storia, semantica della frase e perizia del narrare. Non poteva che portare la firma di un traduttore-scrittore di estrema consapevolezza quale si dimostra il marsigliese Brice Matthieussent, traduttore cresciuto fra i testi di Joyce Carol Oates e Bret Easton Ellis,  certamente e fin troppo addentro alla ludica disposizione metaletteraria anni Ottanta, fra l’Oulipo e il Calvino terminale (in tutti i sensi) la cui prima pagina di Se una notte d’inverno è chiaramente rievocata nell’esordio di questo romanzo, ben tradotto a sua volta (e mai come in questo caso ricordarlo è fondamentale) da Elena Loewenthal. Il romanzo nel romanzo sul quale finge di lavorare Matthieussent (sul quale si esercita il suo narratore aggiungerei, e se riflettiamo sull’ulteriore distanza che passa dall’autore empirico all’”io” che appronta per la bisogna del caso, la complicazione fa un passo ulteriore) si chiama Transaltor’s Revenge e parla di un famoso scrittore francese ormai decotto, Abel Prote, e del suo traduttore americano, David Grey, costretto ad anfanare appresso a un discutibile romanzo intitolato N.d.T. Il traduttore ora è chiamato a mettere in riga il suo pretenziosissimo autore. E così fa anche l’autore del libro “vero”. La struttura metaromanzesca che appassiona ormai poco in questo caso è però necessitata dal tema, dal carattere congenito dell’opera, non si limita insomma alla rappresentazione di uno sterile gioco e se su questo aspetto possiamo tranquillamente sorvolare, ciò che fa del libro di Matthieussent un oggetto letterario interessante è che in fondo inscena nel suo farsi una vera lezione di scrittura. Un libro da consigliare agli aspiranti scrittori e ai traduttori sommari.

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