30 nov 2009

L'onda. Il raga.



Ci vollero un po’ di minuti, dieci, forse venti. Poi Livio prese il telecomando dello stereo dalla pila di libri che usava per comodino, accese il cd e si ridistese sul letto, nudo accanto a lei, semivestita. In posizione supina tutti e due. Fu allora che successe, dentro una specie di animistica requie il fiato di Giulia si aprì in una corolla di aromi - il suo corpo aveva la capacità di orchestrare una scenografia olfattiva irresistibile –, fu come se la sua voce si trasfigurasse in un’ altra, un tono incantatorio, un suono che sembrava sorgere da un alito arcano, lontano, era la voce di Parveen Sultana, raga da ultima notte, ultimo cielo, primo e ultimo... L’alap, al solito, era iniziato lento, come un cerchio avvolgente, sulla filigrana densa del tampura, do, re bemolle, mi bemolle, e poi di nuovo la tonica, e fu lì che si aprì la voce, su quel bordone primordiale che stava prima dell’ universo, che inglobava tutti i suoni dell’universo, e quando la voce si levò verso il sol ecco le tabla, a inventare un tempo, una scansione di tempo, e poi, inavvertitamente, una progressione, lenta ma incessante, e pian piano un po’ più veloce. Livio sentì soltanto il respiro, di Giulia, il sollevarsi del suo seno, quel corpo consegnato a se stesso, solo alla verità di quel momento lì... e fu uno scarto ritmico improvviso quello che gli fece posare con una naturalezza rubata al volo ai santi indù una mano sulle sue gambe, era il passo di danza di Shiva e Parvati, fa diesis e sol, il bottone della camicetta che saltò via da solo, come se le intenzioni degli umani e degli dei per una volta coincidessero alla perfezione, nella giustezza del tempo quand’ esso è puro, ignaro del fardello di ieri come dell’ansia di domani, fin lì si era sporta la voce, lo capì mordicchiandole i capezzoli, prima, e poi il ventre, fin lì lo aveva portato, su quella peluria umida e nera, ecco cos’era, attraverso quella voce sprofondava fin dentro l’origine del mondo, ora lo riconosceva, il quadro, lì davanti a lui, identico come l’avverarsi di una profezia, la stupefacente cava di carni, la chiusura del cerchio, il dittico cruciale, la torsione simmetrica aperta dalla magnifica schiena si avvolgeva e chiudeva infine nella rivelazione del dipinto di Courbet, microstoria dell’arte riepilogata nel corpo di Giulia Armena e tramata nell’ ipotalamo di Livio Viola per produrre ossitocina, ossia replicare l’unico portento della sua vita, indurire la verga...
... oh quanta improvvida tristezza amore mio - e non fu esattamente un pensiero, ma un asfodelo di luce che gli brillò nell’iride mentre cominciava a strofinarle la lingua sulla fica - lo senti il respiro di questi corpi che sono tutta la nostra vita, ora… lo senti... le diceva senza parlare, commosso da quel piccolo incendio di rimpianti bruciati come steli d’insensatezza, lui che non poteva seguirne le ombre in quel fato librato in spazi siderei solo per lei in quanto lontanissimi da lui che sapeva solo stare in ginocchio, lì, sulla terra... appiccicato a lei, accovacciato dentro l’origine del mondo...
... ave maria mia, Giulia e sultana...




15 nov 2009

Gianni Biondillo


Nel Nome Del Padre
(apparso su   http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl)


D’accordo, il tema merita. I padri separati penalizzati da una legislazione sbilanciata in modo smaccato in favore delle donne, o meglio, dei genitori affidatari, che sono quasi sempre le donne. Una scelta esistenziale, la separazione fa due coniugi con prole, o un destino inevitabile, quello che si vuole, che s’incancrenisce in un impasto malato di ragioni economiche, ricatti emotivi, agonie affettive e tracolli sociali: il merito di averne trattato, all’autore glielo riconosciamo. Bastasse il tema, però,, ci sarebbero milioni di scrittori al mondo, chi più chi meno sensibile a questo o a quello, chi più chi meno sul punto, al momento giusto, o munito di antenne vigilissime che riafferrano onde psichiche lasciate sotto traccia dal rumore bianco in cui siamo immersi.
La faccenda di cui si parla in questo libro non è priva di interesse. Peccato però che Biondillo ne faccia una storia didascalica, un repertorio di banalità, goffamente addomesticate da un tentativo maldestro di accattivarsi la simpatia, se non l’indulgenza, del lettore. A pagina 16, di due personaggi che rinunciano dopo i sogni di gloria alla musica, il narratore dice che “hanno appeso lo strumento al chiodo”. Sicché, egli stesso aggiunge fra parentesi “(Che brutto modo di dire. Perché continuiamo a parlare per modi di dire? Quale vuoto nascondiamo dietro queste frasi fatte?)”
Non tocca certo a noi dare una risposta. Il fatto è che Biondillo, noto per una serie di romanzi gialli che hanno goduto di un certo credito fra i lettori, con questa lingua scialba, satura di frasi fatte, sembra andarci a nozze. Il catalogo di luoghi comuni è fitto, e non si vorrebbe essere impietosi. Estrapoliamone qualcuno (per la verifica decida il lettore se ne vale la pena). Il protagonista, il padre disgraziato del titolo, che una ex moglie stronzissima costringerà a meditare il suicidio, è in un bar con Sandro, il suo migliore amico (scopriremo solo verso la fine che è con lui che la moglie lo tradiva, soluzione non proprio originale, ma tant’è). Li serve al tavolo una cameriera cilena. Sandro è uno che di solito con le donne ci prova, quindi lo fa anche con lei. Ordina fra l’altro un bicchiere di vino. – Rosso? – dice la donna. E lui risponde – Rosso. Caliente…
Qualche riga dopo, Sandro e l’amico continuano come sopra, fino a quando uno fa all’altro – Ma smettila, magari è pure fidanzata. – E il secondo – Qual è il problema? Io non sono mica geloso…
Si potrebbe obiettare che a parlare così, con queste battutine terra terra, sono i personaggi. Che tocca beccarceli per quello che sono, schematici, banali. Che se la donna non ha più voglia di scopare con il marito e comincia con l’accampare il solito “mal di testa”, l’autore non ha fatto altro che registrarlo, trascriverlo pari pari. Peccato però che la voce narrante s’intoni con disinvoltura a questa faciloneria (e non parliamo, beninteso, di indiretto libero, che sarebbe questione diversa). I “bastoni fra le ruote”, le cose che accadono “in fieri”, “ l’infanzia che è “un amalgama di sensazioni”, essere “felice come una pasqua”… insomma per un autore che in una recente intervista radiofonica ha rivendicato il merito di una “scrittura molto letteraria”, questi non ci sembrano esiti folgoranti.
Il libro ha uno scatto di tensione solo nella parte centrale e le soluzioni drammaturgiche non sembrano originali, piegate all’esigenza di un racconto troppo “dimostrativa” per essere convincente sul piano letterario. I dialoghi sono quelli di una fiction televisiva, e con una così lingua blanda, molto “rai”, molto “un posto al sole”, non si fa un libro ambizioso.








10 ott 2009

Cosimo Argentina


Beata Ignoranza
Fandango
Lo scrittore Cosimo Argentina, romanziere tarantino trapiantato in Brianza, insegnante precario di diritto da molti anni, è autore di un breve pamphlet sulla scuola uscito per i tascabili Fandango nel 2008. Ha lavorato dappertutto Argentina, scuole private comprese. Ne sa abbastanza, insomma. E ne ha anche abbastanza, si capisce. Per esempio di sentir parlare di scuola da incompetenti assoluti, e/o da prestanome agli ordini del Ministero del Tesoro, dal quale, come molti italiani non sanno, effettivamente gli insegnanti dipendono. Tanto che, visto lo stato dell’arte, il dicastero della Pubblica Istruzione lo si potrebbe pure smantellare e cavarci un estemporaneo risparmio una tantum che ad Argentina, a chi scrive e forse anche a chi legge, farebbe comodo (ogni riferimento alle esoteriche, ineffabili competenze della signora Gelmini è dovuto).
Il libretto è diviso in una quindicina di brevissimi capitoli; si passa dalla tragicomica questione della precarietà alla famigerata faccenda della meritocrazia, dalla stanchezza dei colleghi alla supponenza analfabeta dei genitori – se in Italia comanda chi comanda e ci chiediamo ancora perché, si osservino attentamente, questi genitori: “i genitori dei geni incompresi”, “i genitori abbagliati” (dal paranoico pregiudizio che i prof ce l’avrebbero con i loro pargoletti), quelli disperati “che non sanno più che fare”, quelli che vanno ai consigli di classe solo per sapere come vanno i loro figli, quelli violenti, quelli supplicanti etc.
I motivi per arrabbiarsi sono tanti e, per chi fa questo mestiere, tutti noti, ma Argentina si fa leggere per la verve sagace e l’acutezza divertita che agilmente ritmano la sua prosa. Si diceva una volta: è come sparare sulla croce rossa, se ad esempio si fa del sarcasmo sui collegi docenti, ma resta il fatto che continuiamo ad accettare questo rito per lo più svuotato di senso quando è ridotto, e ben lo racconta Argentina, a scazzi grotteschi sulle ‘funzioni obiettivo’ (si chiamano ancora così?), interminabili schermaglie dialettiche concernenti i criteri con cui stabilire i criteri per decidere i criteri… i sonni degli inguattati, gli sms non più di nascosto alle babysitter, i pistolotti dei retori innamorati della propria voce…
Nel cahier de doléances di Argentina (ma ripeto, con ammirevole sens of humor, considerato che vive tutto sulla propria pelle) la parte più consistente è dedicata al precariato. Dai ricatti che anch’io ho raccontato altrove dei gestori delle scuole private ( - Tu mi lavori gratis in cambio del punteggio), agli stipendi da fame (che riguardano tutti ma con l’aggravante per chi il 30 giugno viene rimandato a casa di sentirsi sempre come sul Titanic mentre sulla riva  si confezionano agevolazioni fiscali per mantenere Mourinho), al disagio di contare ancor meno dei colleghi in quella stupida guerra fra poveri che insegnanti non sempre all’altezza (etica, intellettuale) del compito conducono in sordina mentre la nave affonda. Magari qualche pagina in più la si sarebbe potuta dedicare alla brillante intelligenza dei dirigenti, figurarsi, eccitati prima dalla prospettiva di finire nell’olimpo delle alte magistrature di questo farsesco paese, poi scornati dal ridimensionamento provocato dalla cronica mancanza di danaro (peraltro, chissà quante persone in Italia sanno che molti dirigenti scolastici non sono stati insegnanti strepitosi, soprattutto perché alla cultura hanno preferito l’intrallazzo utile a fare il salto di qualità al momento giusto – e nemmeno tutto ‘sto gran guadagno, economicamente parlando). Molti di noi invece non si sorprenderanno di scoprire che anche per Argentina, alla fine della storia, la scuola resta un luogo che può regalare momenti irripetibili, di bellezza autentica. E per quanto antico e demodè possa suonare, alla fine lì torniamo: “irrobustire la mente, crearsi uno stile, scoprire attitudini, abituare al sacrificio (…) tutto per loro, sono loro, la dolce marmaglia, il pane quotidiano”: la scuola, ecco quanto – si provino a sostituirla con qualcos’altro.   




9 set 2009

Todd Hasak-Lowy



Prigionieri



Dopo Non parliamo la stessa lingua, una raccolta di racconti uscita in Italia nel 2007 da minimum fax, lo stesso editore pubblica il primo romanzo dell’ebreo americano Todd Hasak-Lowy. Si è gridato all’evento ed evento non è. Prigionieri racconta la storia di Daniel Bloom, sceneggiatore di successo e marito e padre in crisi che, schifato dalla politica americana degli ultimi anni, ne viene a tal punto ossessionato dall’immaginare una storia in cui un tizio comincia a far fuori un bel po’ di gente di potere, perlopiù cagnacci da guardia di multinazionali. Questa urgenza di giustizia sociale coglie di sorpresa lo stesso protagonista, fino a quel momento inserito benissimo nella macchina di Hollywood (i suoi sono film adatti a un pubblico vastissimo purché intrappolato nella banale estetica della violenza spettacolare). Ora, il tentativo di sfogarsi nella scrittura legittimando la violenza sistematica su un piano etico-politico ha da fare i conti non solo con le difficoltà tecnico-espressive del progetto ma anche con i dubbi riguardanti la giustezza dell’implicita posizione ideologica (la legittimità della vendetta, appunto, della violenza politica) assunta da Bloom che mette alle costole dell’omicida un agente per nulla convinto di volerlo prendere. E soprattutto si scontra con la sua crisi personale: marito periclitante, padre assente ed ebreo a disagio con la sua religione. Talché, influenzato da un inquietante esemplare di rabbino aduso all’acido lisergico, decide di partire per Israele, in un viaggio a dir la verità senza capo né coda che culmina in un’improbabile, sostanzialmente isterica palingenesi. Il libro racconta la storia dell’uomo (che verrà lasciato dalla moglie e vedrà il figlio allontanarsi sempre di più) e quella che egli scrive sperando di farne un film che scuoterà gli spettatori dal torpore di questo orribile primo decennio del duemila (politicamente parlando). Naturalmente, tutta la sua crisi si risolve nell’assunzione della banale consapevolezza (e ci mette più di 400 pagine a capirlo) che ciò che gli preme di più è essere lasciato in pace, ossia scrivere senza sensi di colpa per le sorti della famiglia e del mondo che possono andarsene tristemente a puttane. Il problema non è l’esilità della trama ma il tentativo di Todd Hasak-Lowy di volare alto con certe questioni di fondo e soprattutto certi modelli letterari senza possedere, al momento, le ali per farlo. L’allestimento dello spettacolo concernente i travagli interiori di scrittori o film-maker et similia, in cui si intrecciano questioni estetiche, esistenziali e famigliari andrebbe riservato ai grandi: in una rispettabile bibliotechina casalinga sull’argomento c’è abbastanza da godere per dieci anni di lettura. In Prigionieri (si veda il primo capitolo) assistiamo a periodi prolissi e slabbrati che ripetono per troppe pagine le stesse cose con un lessico generico che non aggiunge nulla al detto prima; sembrano esercizi di maniera di uno studente in cerca di applausi, dotato ma non abbastanza da soddisfare le proprie ambizioni. La frase gira spesso su se stessa, fatica ad avvincere, spesso è accademica quando non proprio pleonastica. Roba del genere: “Sebbene le fatiche tutt’altro che trascurabili richieste dallo scrivere e vendere una sceneggiatura di successo fossero, appunto, tutt’altro che trascurabili” etc…: giudicate voi che bisogno c’era di sprecare tempo, suo e nostro, carta, energia…vita, insomma, per aggiungere niente alle prime due righe. Visto il libro nell’insieme, poteva andar meglio. Perché non mancano spunti interessanti. L’inscenarsi nella mente del protagonista del conflitto fra arte e spettacolo per esempio, la messinscena dei meccanismi mitopoietici contemporanei che sostanziano il lavoro creativo, la morsa che lo stringe fra la necessità di fabbricare una storia pensando a milioni di spettatori e il bisogno di raccontare la propria versione del mondo, il contrasto fra il Demiurgo che lo plasma nelle sue forme e gli accidenti temporali macchinati dalla tentacolare onnicomprensiva ragione del denaro. Sarà l’estate, ma ho pensato a quelle gelaterie dall’aspetto tremendamente invitante e al senso di parziale delusione alla fine del cono dal gusto un po’ vago. Coi dialoghi va meglio, a tratti molto buoni ma non di rado manieristici e troppo lunghi. Poiché il romanzo l’ho letto solo in italiano, non saprei dire quante e quali sono le cadute stilistiche dovute alla traduzione. Certo è che, visto che da minimum fax non lesinano civetterie come quella di aggiungere alla fine del libro filmici “titoli di coda” in cui si passano in rassegna non solo i nomi del traduttore ma anche quello di chi la traduzione l’ha rivista, dei redattori, dei correttori di bozze etc, decidano loro di chi è la responsabilità di quell’imbarazzante “molto certamente” di pagina 330. 










1 set 2009

Giorgio Falco



L’ubicazione del bene
Un lettore intemperante davanti all’incipit del secondo libro di Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, potrebbe quasi credere di trovarsi di fronte a una rappresentazione manieristica, alla descrizione di un décor infernale che indulge al capriccio: “I topi annusano di notte lattine compresse nell’asfalto, muovono baffi, fiutano ruote, risalgono nei motori delle auto parcheggiate tra batterie, liquidi di freni e di raffreddamento, imbevono code nell’olio semisintetico, costeggiano marciapiedi, pronti a rifugiarsi nei tombini”. Orbene, le pagine successive smentiscono l’eventuale impressione ingannevole e cambiano di segno all’intero lavoro. Che riguarda l’inferno sì, ma come luogo domestico a noi molto familiare perché è quello che abitiamo nelle nostre depresse, sfilacciate periferie irriducibili a una significazione ancora umana. Questi “animali – dice Falco - sono parte integrante della narrazione, irrompono, la modificano, sono il correlativo oggettivo dei personaggi”. Io aggiungerei, sperando di non forzare le intenzioni dell’autore, che nascondendosi nello stesso spazio in cui vivono gli umani, le bestie ne denotano l’aspetto globale di inganno auto-organizzato: il mondo che ci siamo scelti, che ci rappresentiamo, del quale non sappiamo fare a meno è falso perché la sua faccia notturna è occultata, specie quando si affanna a disegnarci un’idea del bello che è la sola oggi a portata di mano dei più: il brutto delle villette a schiera disseminate attraverso anonimi agglomerati urbani confezionato da chi decide per tutti. Si direbbe che oggi il demiurgo è un cosmico agente immobiliare. E lo scrittore non è dio, lo scrittore è semmai Lucifero che ce ne mostra il fallimento.
La presenza inconciliata e mai doma delle bestie, nonostante patetici tentativi contrari, sembra un contrappunto ribelle alla dispersione urbanistica – umana - che è lo spazio slabbrato in cui si delineano le vicende di questo libro. Precisamente a Cortesforza, immaginario hinterland milanese, piccolo comune in cui si addensano rimanendo disperse e reciprocamente ostili vite inguaribili di famiglie rotte, di coppie subito scoppiate, di imprenditori avventizi di cupa inettitudine che non capiscono il mercato. “Il mercato è tergiversare (…) è saltare il pagamento con un fornitore. Dilazionare. Minimizzare. Usare diminutivi e vezzeggiativi (…) lettere di sollecito. Carte intestate degli studi legali.” Ma il mercato è il mondo così come gli è stato raccontato, a questi personaggi. Sono impossibilitati a fare altro. A immaginarlo, un mondo diverso. Costretti tutti come sono in un presente pesante come l’acciaio, vissuto come se fosse condizione di natura, al punto che nemmeno la morte sembra riguardarli mai da vicino. “Nei luoghi come Cortesforza la morte sembra un’anomalia abusiva”, scrive Falco in uno di questi racconti (al solito, per incrementarne le vendite, qualcuno lo ha definito romanzo). Le case - il bene materiale - in cui cercano rifugio dal planetario apparato aziendale che ha sostituito la vita si disfano e si macerano nell’umidità: formiche, termiti, scarafaggi brulicano nei muri. La rabbia attonita di un fallimento costante, l’esito beffardo di una corsa senza senso non sono la storia di un personaggio particolare ma il destino cui sembra essersi consegnata la piccola ma significativa porzione d’Occidente che è raccontata in queste pagine.
Intorno, l’opacità astiosa di una banale tangenziale, (non) luogo di un passare senza fine (sostantivo da intendersi in entrambi i generi), di catatonica fissità violentemente interrotta da piccole esplosioni di furore in dialoghi compressi come i protagonisti, che sono protagonisti di nulla se non di una coazione a ripetere: vite replicate secondo i modelli dettati dalla narrazione pubblicitaria sedimentata nella pelle di cemento di un paese come tanti, ormai, senza storia, ove il bene – morale - non sembra ubicato da nessuna parte. Un libro importante, necessario. Che rattrista, ma nello stesso tempo rassicura ancora una volta sulla forza della letteratura: che sta nel nominare le cose con la lingua giusta, atto conoscitivo primo fra gli altri, approssimazione alla verità. Il contrario della pubblicità.

Michele Lupo

8 apr 2009

Giorgio Bona






Chiedi alle nuvole chi sono

Besa Editrice  Pag 157 ,  Euro 13,00

Un’umanità entusiasta e accorta insieme, eccitata e disincantata corre in queste pagine. Quello raccontato nel romanzo di Giorgio Bona è un mondo lontano. Non solo perché vi si narra di uomini e donne che nel teatro tele-metropolitano sembrano scomparsi ma perché è il modo stesso, stile e tono, del narratore che cifra un indubbio sentimento nostalgico, virile e apprensivo insieme, di rievocarlo ossia di farlo emergere dal passato. Così è anche della lingua, impastata nella stessa terra che racconta, “storie che devono molto ai racconti dei vecchi di famiglia”, secondo le parole dell’autore.
Bona gli ridà vita con la chiara intenzione di enucleare dai personaggi il cuore poetico del loro stare al mondo: un senso di fedeltà ai luoghi cui appartengono - la Val Susa -  anche quando se ne dipartono per terre promesse – il Venezuela – che non le mantengono, all’ethos che la sostanzia che consiste poi in una ruvida concretezza, una primaria partecipazione all’urgenza materiale del vivere. Per cui non v’è contraddizione in quella nuda crudezza di natura nell’oscillare fra un bucolico sentimento del tempo e la scabra disillusione di piccoli eroi costretti a sfangare la vita ogni giorno.
Se la storia principia per piccoli quadri lirici, scorci di paesaggio visti con la meraviglia di un ragazzino attento ma innamorato della sua terra, ancora disposto a lasciarsene stregare, ben presto assume le movenze di un western. Le peripezie si moltiplicano, le occasioni per guadagnarsi il pane s’inventano e non tutto riesce a dovere – che romanzo sarebbe se tutto andasse bene?
Ma la sgangheratezza del nonno e del padre del narratore, impegnati soprattutto in avventure di contrabbando dai risvolti comici e malinconici, non è quella dei pitocchi: ribalderia e affanno del vivere qui si congiungono sì ma suggellati in uno stigma di decoro, di dignità personale non negoziabili. Nella descrizione che ne fa l’autore tutto ciò sembra stargli molto a cuore; lo stesso uso del dialetto piemontese in funzione financo narrativa e non relegato a puro accidentale inserto, traduzione di una mentalità, di un’orchestrazione sintattica della realtà ben codificata intorno a una circoscritta ma solida compagine di intermittente saggezza, tutto questo sembra fare del suo libro soprattutto un atto d’amore per un’umanità di cui le statistiche odierne non sembrano avere contezza. La dimensione del sogno, rivendicata dall’autore a mo’ di preludio al libro, è nelle cose, nella stessa terra-personaggio, e perciò la lingua che la nomina si acclimata in un accordo elegiaco, dall’andamento fortemente emotivo, partecipato. Il che non impedisce al racconto di tradursi in vera e propria avventura fra Val Susa e il confine francese. Il contrabbando è la strada più spregiudicata, percorsa a rotta di collo - e sempre giocando al limite - da questa famiglia di sodali inquieti e un po’ spacconi; fra sparatorie e salti mortali di furgoni carichi di sigarette disperatamente decisi al grande colpo della vita - e intervallati nel montaggio dalle sequenze infelici del malriuscito viaggio del nonno in Venezuela - i fatti si susseguono a ritmo sostenuto. E si concludono dov’erano cominciate, in una terra “carica di stupore e meraviglia”. 

4 apr 2009

Daria Galateria

Mestieri di scrittori   Sellerio  






 Da Céline a Morand, da London a Hrabal, la francesista Daria Galateria colleziona ventiquattro brevi ritratti di scrittori colti in un momento – a volte la vita intera – che precede o accompagna la fatica dello scrivere per quella più prosaica del vivere, ossia nel tragicomico travaglio dello scrittore che fuori della pagina deve combattere per assicurarsi pane e companatico. Perché una costante che emerge da queste mini-biografie è il disagio degli scrittori nell’accettare l’idea di fare altro nella vita che non sia scrivere. Diciamo subito che nonostante l’interesse del tema – non so se un interesse da maniaci – il libro, forse per l’occasione da cui è nato (una serie di trasmissioni radiofoniche), non sempre brilla per verve e nel complesso si lascia leggere senza grandi entusiasmi. A volte il tono da regesto inficia il resoconto di biografie che immaginiamo piuttosto sapide - esemplare il caso del ritratto dedicato a Céline.
Ci saremmo aspettati dosi più massicce di humor nero, ingrediente che nella vita degli scrittori alle prese con difficoltà materiali non manca mai. Basti pensare ai casi di Svevo (prima impiegato in banca, poi responsabile della ditta di vernici dei suoceri), o ancor più in Kafka (una vita intera nel ramo assicurativo), nei quali è interessante la contraddizione fra l’aspirazione a un’esistenza votata interamente alla scrittura e la consapevolezza di doversi aggrappare a qualcosa, a un’occupazione materiale che li tenesse ancorati al banale regime delle preoccupazioni quotidiane, non tanto per ragioni economiche quanto per sentirsi - gli veniva facile – meno lontani da quella che potremmo definire, al netto di aggiornate considerazioni postmoderne, “la realtà”. A Svevo bastava che gli galleggiasse una frase nella mente per mandare in crisi la sua vita pratica per una settimana, per farne quell’inetto che il suo primo romanzo descrisse con l’implacabile ferocia del vero scrittore. Kafka confida al giovane amico Janouch il sospetto che “il lavoro manuale avvicina gli uomini”. Non stupisce il seguente paradossale corollario: la tensione per uno scrittore è tale che fuori della scrittura per molti di loro è meglio avvicinare la brutale fisicità del lavoro corporale piuttosto che riempirsi la testa con altre chiacchiere, idee o preoccupazioni di concetto. La testa di uno scrittore, perché dia il meglio, deve svuotarsi, lasciare campo aperto all’immaginazione, guadagnare vigore ed energia dallo sgombro che deriva dal pieno del gesto fisico. Sempre che ve ne sia stretta necessità: andare a chiedere a Jack London, costretto da un’adolescenza infame a rubare ostriche nella baia di  San Francisco, a cacciare foche nell’Artico, ad accatastare carbone in una centrale elettrica e molte altre cose ancora. La sera era distrutto e la letteratura sembrava un miraggio. Però in seguito ci lasciò alcuni racconti memorabili che non poco dovevano a quelle esperienze. Mille lavori (e vita davvero avventurosa) anche per il poeta svizzero naturalizzato francese Blaise Cendrars, prima della serie sgobba e muori (fuochista anche lui, cacciatore di balene, scaricatore nei mattatoi…) poi più consoni alla dimensione espressiva (reporter, sceneggiatore, animatore di riviste culturali). Proprio in area francese si dà il numero maggiore (fra quelli compresi nel libro) di scrittori nella cui vita si è affacciata la politica. Da Morand a Malraux alla Duras una certa urgenza ideologica, o uno smaccato interesse per il potere – elementi tutti non proprio proficui per la scrittura – sembra segnare l’intellighenzia creativa francese del secolo scorso. Cosa che non passava minimamente per la testa al grande Gadda, vessato da una madre rigidissima che lo costrinse a prendersi una laurea in ingegneria per la quale l’autore della Cognizione del dolore non aveva interesse (checché ne abbiano detto critici smaniosi di reperire sostegni tecnico-scientifici alla sua scrittura, che caso mai si nutriva di suggestioni epistemologiche, desunte dall’interesse per la filosofia, interesse non pacifico, problematico come tutto lo era nella sua vita). Per Gadda, parte della fatica insita in un mestiere, che fosse quello di  ingegnere o di giornalista, era già nel contatto coatto con i propri simili, che spesso faticava a considerare tali; lo spazio agito della polis per lui sarebbe stato un incubo. Laddove invece Ottiero Ottieri a modo suo lo indaga, quasi lo provoca andandoselo a cercare nelle nervature materiali dell’Italia industriale. Ma non fu una passeggiata, nemmeno per lui.





21 gen 2009

François Bégaudeau




La classe
Einaudi, Pag 223 Euro 12,80
Non sempre si leggono libri così.
La classe, romanzetto su una scuola multietnica di Parigi, stupisce per quanto è inerte e stolido nella sua ossessiva ripetitività che si vorrebbe forse mimetica della gabbia che racconta ma di sicuro è pari alla noia che procura. Altrettanto difficile provare così cristallino fastidio per la voce narrante, qui quella di un professore sprovveduto che si merita abbondantemente l’indifferenza che gli spira intorno.
Non sembrerebbero argomenti critici questi ma reazioni primitive da lettore che impatta il testo e gli chiede contezza del suo essere: che cosa mi dici e come lo fai. Però è lo stesso professor Bégaudeau, autore del lavoro, che parlando in prima persona elimina la cogenza di un peculiare lasciapassare metodologico per il lettore (pur tralasciando la questione che si tratti di romanzo o documento sociologico - né interessa qui discutere perché il film da cui è tratto possa ispirare più benevoli commenti).
Il fatto è che, in un contesto difficile di ragazzi provenienti da tutte le parti del mondo, il primo a non credere in ciò che fa è lui, il professore-narratore. Messo di fronte ad alunni il cui modo di stare in classe è in sé una domanda sul senso del fare scuola – e qualcosa di più - l’uomo reagisce come peggio non potrebbe. Non c’è logica – non c’è senso - nel suo approccio alla lezione e non c’è invenzione nel modo in cui racconta. Somministra pillole grammaticali estemporanee e altrettanto casuali nozioncine storiche buttandole a casaccio in un côté barzellettistico che non fa nemmeno ridere: – E’ arrabbiato, prof? / - Perché, ho l’aria?/ - E’ tutto rosso. / - E’ perché mi sono grattato gli occhi.
Di queste perle di presunta comicità che Einaudi sbandiera come folgoranti il libro è pieno. La voce del narratore - presentato come un rapper della scrittura! - si appiattisce sulla stessa vuotezza da dj Francesco alfabetizzato ma senza convinzione. Giorno dopo giorno, pagina dopo pagina, affoga nella stessa insulsaggine che pensa di voler combattere; mai un colpo di reni, mai uno scatto d’immaginazione da opporre allo sfascio di chi non trova ragioni per stare lì. Il ribellismo scontato dei ragazzi è affrontato con punizioni aleatorie prima e scuse biascicate poi per aver alzato la voce. Il professor Bégaudeau non sa bene cosa fare “Entre les murs”, dunque mai riesce a supplire al vuoto di quel mondo (che non è diverso dal fuori: per quegli sfigati la Parigi di cui possono disporre non sarà migliore perché non hanno né i mezzi materiali per godere della sua opulenza né quelli culturali per immaginarne un’altra). Perché i ragazzi dovrebbero stare a sentire uno che non ha mai un guizzo, un’idea che sia una di bellezza, di grandezza che suggerisca loro l’ipotesi di un altrove, di una differenza?
Come letteratura, La classe semplicemente non esiste. Come documento “realistico” sulla scuola finisce con lo sciorinare le solite tristezze che si scrivono da decenni, con ambiguo compiacimento per l’allegro naufragio dell’Occidente.
Nel libro sembrano - involontariamente? - sintetizzarsi in uno spaventoso pasticcio due retoriche oggi a tragicomico confronto, ascrivibili entrambe alla paleontologia culturale: il progressismo di maniera di chi soggiace al vittimismo da fine della storia e non sa farvi fronte, e il falso ritorno all’ordine privo di contenuti dei grembiulini: reperti fossili ambedue di un mondo che andrebbe reinventato daccapo.
Michele Lupo



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