16 nov 2010

LPELS vivalascuola



Riduzione di un anno di scuola dell’obbligo, solo 20 ore a settimana di lezione e assunzione locale degli insegnanti – per questi ultimi, la conoscenza dell’italiano fa punteggio ma non è requisito obbligatorio. Tre perle tre ma voi, patiti dell’umor nero, se vi informate meglio trovate dell’altro (chi scrive è alla frutta e di più non gliela fa).
I leghisti, questi nazistoidi un tantino più burini degli originali, organizzano un convegno (almeno loro lo chiamano così) nella scuola Bosina di Varese (fondata dalla moglie di Umberto Bossi e finanziata anche dai terroni) per tirare le somme (pare vi riescano senza calcolatrice) sul “che fare” nella scuola pubblica. Non so se nello specifico si siano richiamati più alla tradizione (il dialetto la polenta la Val Camonica) o viceversa alla necessità di una “modernizzazione” – dipende da quali giornali li intervistavano. Avanti, scrivetecelo voi un pezzo.

10 nov 2010

LPELS


Ora tutti a dire quanto è emblematica l’immagine del crollo a Pompei - persino i politici che questo paese lo hanno massacrato con l'appoggio entusiasta della famigerata maggioranza degli italiani - ora che il crollo a forza di ripetersi non è più emblema né tantomeno metafora delle rovine in corso ma paesaggio globale dalle Alpi agli Appennini. La verità, a parte corsi e ricorsi storici che in Italia sono sempre gli stessi, le magie di Tremonti riescono tutte, che i prestanome siano Bondi o Gelmini, la macchina iperbolica dello sfascio non ne sbaglia una: nella mia scuola i secchi di plastica sono sparsi per i corridoi come immagini surrealiste, incongrue (Tremonti odia i libri ma conosce a memoria la lezione dell’Ubu Roi), ché il soffitto è un lusso di cui il Tesoro non si può occupare. Si spera che piova poco - ma forse il momento è un altro, forse la storia s'invera e trova infine una forma, per cui, per rimanere a Jarry,  "non avremo distrutto nulla finché non avremmo distrutto anche le rovine".
Con i banchi ci stiamo arrangiando, i ragazzi stanno a due a due, e fra l’altro si scaldano a vicenda (a volte troppo). Poco lontano da dove scrivo, Roma caput mundi, i banchi sono firmati da uno sponsor, “Lo zio d’America”, che è un bel bar, bisogna ammetterlo… Quando lo sfascio di Pompei sarà completato, ne faranno una copia a conduzione privata, pubblicità a cura della Santanché, un altro prodigio dei tempi. Si farà pagare con l’eleganza che la contraddistingue, appiccicando una sua foto sull’affresco di un postribolo.

7 nov 2010

Il segreto nella letteratura moderna

A cura di Patrizia Guida, Giovanna Scianatico

Pensa Multimedia




copertina del libro
Il segreto nella letteratura moderna, volume di critica collettiva, è un esempio, scrivono le curatrici nonché autrici di due dei saggi qui presenti Patrizia Guida e Giovanna Scianatico, di un’attitudine comparatistica che se da una parte è ovvia e slitta ormai in assenza di definizioni dentro l’orizzonte tutto dell’universo letterario che nessuno può oramai più considerare costituito di recinti conclusi in se stessi e alieni dall’angoscia dell’influenza (compresa quella dei critici) - da cui caso mai è arduo liberarsi, dall’altro rischia di ripassare moduli interpretativi poco stimolanti perché agganciati a uno sguardo ripetitivo che non aggiunge molto al già detto. In generale, l’accademia è accademia, il ritardo rispetto alla letteratura viva – compresa quella dei morti da un pezzo - quasi comico; perlopiù ciò che oggi esce dall’università non appassiona nessuno. Non siamo nostalgici del furore semiotico che è  passato senza lasciare granché, con buona pace di Umberto Eco, e non è più questione di contrapporlo a un approccio lasco post-post romantico o neo-neo impressionista. Voglio dire, non è certo l’apertura interdisciplinare il problema, benché gli studi di questo genere spesso risultino pretestuosi e più che denunciare debolezza teorico-argomentativa evidenziano un deficit dello sguardo, incapace di sopperire alla stanchezza dell’occhio presbite che si affatica davanti alla contemporaneità dei vivi e vegeti – parliamo di testi, ovvio. E qui si sta sui testi, certo, e l’acribia formale non fa difetto. Però, che si tratti di studiosi del Rinascimento o contemporaneisti, italianisti o germanisti, i contributi, secondo lessico in uso da quelle parti, possiamo soltanto giudicarli uno a uno per quel che sono. Alcuni buoni, altri meno; qualcuno illeggibile (la prosa di un saggetto che si esercita malamente su Dostoevskij e Kafka è sconsolante).
La tematica in gioco nel libro, dichiarata “fondante della letteratura a partire dalle sue origini mitiche”, è quella del segreto, secondo accezioni e declinazioni diverse.
L’aggettivo “moderna” – è il caso di notarlo ché di solito il Paradiso non va troppo indietro nel tempo - è qui da intendersi secondo aduso protocollo storiografico che ne individua l’inizio nell’Umanesimo; e difatti questo volume eterogeneo, anche nei modelli letterari che investiga, dalla poesia al romanzo cavalleresco, dal dialogo morale al romanzo novecentesco – principia da Petrarca, autore che la tradizione italiana l’ha inventata (e non è stato un gran bene, agli occhi di chi scrive, visto che il modello per troppi versi inimitabile ma per altri indigeribile che lo stomaco peloso della corte italica ha messo da parte, si chiama Dante Alighieri. Nei fatti, ossia nella lingua e quindi nel corpore vili della nostra spirituale costituzione è Petrarca il “padre della lingua italiana”). Ma non è di questo che discute il saggio introduttivo al volume di Antonia Acciani, quanto delsenhal Laura: essa segreto più segreto di tutte dell’opera petrarchesca, cuore pulsante della sua stessa vita (del poeta) perciò anche veleno sicuro per tirare le cuoia. Limitandoci a segnalare i lavori più riusciti, interessante appare anche il saggio di Lorella Bosco su Marcel Beyer, poeta, scrittore e critico musicale da noi poco noto (nonostante sia stato pubblicato da Einaudi) che ragiona intorno alla natura segreta perché elusiva delle immagini. O quello sulla segretezza femminile che s’interseca nella storia letteraria italiana con il motivo del silenzio e delle donne “che van mostrando con le poppe il petto” per lo scorno del severissimo Alighieri. Infine, l’indagine della Guida, precisa ancorché non originalissima, sull’afasia novecentesca quale sublime paradosso dell’indicibilità del segreto, fra il cipiglio sacerdotale di Ungaretti e le folgorazioni implose del dimenticato Dino Campana, trova forse il cuore stesso del libro ossia  una sua più puntuale motivazione intrinseca al di là delle presumibili ragioni editoriali.

1 nov 2010

l'ultimo numero del paradiso

Succulento, direbbe l'orcocapo, l'ultimo numero del http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=home ; proprio Ronci torna sulla Brennan, poi ci ragguaglia sul declino di John Banville che dimostra quanto sia difficile parlare di erotismo in un romanzo; in compenso un bel rinvio a  Carmelo Bene su una splendida poesia di Dino Campana, http://www.youtube.com/watch?v=BdgMs2O914c&feature=player_embedded  di mio si può leggere una recensione a un volume collettivo curato da Patrizia Guida e Giovanna Scianatico sul Segreto nella letteratura moderna.

30 ott 2010

Il romanzo e l'enigma

http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl

'Soldati di Salamina' di Javier Cercas

Copertina
Questo libro, che scruta nelle pieghe della guerra civile spagnola, è la storia di Rafael Sanchez Mazas, ideologo della falange e scrittore, e del come e del perché un repubblicano che poteva giustiziarlo, avesse deciso di non farlo. Questo libro è soprattutto storia della sua ricostruzione, di come il narratore, un giornalista e scrittore che porta lo stesso nome dell’autore empirico, attraverso molteplici testimonianze e piste vere e false cerchi di recuperare più al senso che alla mera memoria quell’episodio incredibile. 


E’ un momento di altissima tensione e sagacia descrittiva quello in cui Rafael Sanchez Mazas viene fatto prigioniero insieme ad altri cinquanta sodali dai repubblicani che stanno per soccombere, viene condotto in una radura per essere fucilato, prova a fuggire nel bosco e viene scovato da un soldato repubblicano che dopo averlo fissato per un tempo indescrivibile, decide di risparmiarlo. E’ il momento topico del romanzo, una delle sue pagine più belle e da solo vale il libro. Nel quale Cercas percorre le tracce del soldato repubblicano e cerca di individuare le motivazioni del suo gesto. Inizia così a scrivere un libro intitolato “Soldati di Salamina”, proprio come il libro che Sanchez Mazas aveva vagheggiato di scrivere per narrare la sua avventura. 
Cercas definisce “racconto reale” e non finzione la sua storia; in essa tenta di penetrare nei gangli di una sorte altrimenti inesplicabile. Non mancherebbero elementi ludici, stratificazioni metanarrative informate al dogma dell’interpretazione, che lavorano proprio con la lama affilata che smembra verità e finzione e le scioglie in un enigma non ricomponibile. Ma questo non è un apologo sulla superficie che ha sostituito la profondità, non è una lezione sul gioco degli specchi che moltiplicano la verità per dissolverla liberandoci dalla sua ossessione. Con questo romanzo si dice e ripete per l’ennesima volta quello che la letteratura sa da sempre, ben prima della filosofia, del suo invito a salutare la pretesa di verità come una malattia. La verità fragile che il romanzo ha inseguito nella sua gloriosa storia è anche la sola possibile, quella che fonda il linguaggio alla base dei nostri sentimenti, che non è il sapere delle soluzioni ma delle domande. Dice l’autore in una recente intervista che compito della letteratura è quello di rendere visibile l’invisibile, dare peso a ciò che il mondo ritiene di vedere, ma in fondo non vede. E ricordare chi la storia non ha saputo riconoscere. Lavorare intorno alla Storia e alla Politica, in un romanzo, è un rischio che pochi possono correre. Cercas è uno di questi.
Il grande Bolaño, che il narratore incontra nel corso del libro in cerca di intuizioni suggestioni illuminazioni che lo aiutino a chiarirsi la natura delle cose sulle quali sta lavorando – per dire, una cifra più segreta del falangismo-, espone un punto di vista che egli non sa come accogliere. “Per scrivere romanzi – dice il cileno – non c’è bisogno di immaginazione. Ma soltanto di memoria. I romanzi si scrivono intrecciando ricordi”.
Cercas sembra di accogliere quest’idea senza decidersi a darle torto ma nemmeno ragione. Come sempre, nell’arte, contano solo i risultati, e le poetiche si lasciano agli accademici e agli esperti di marketing. 
Per chi pensa che la letteratura non abbia più niente da dire – e non si capisce perché continui a scrivere – libri come questo sono una iattura. Perché Cercas ridicolizza le pose degli indossatori che invitano dalle pagine culturali di grandi giornali ad abbandonare pretese di grandezza o complessità o profondità. Per chi si accampa nella barbarie l’imbarazzo è un sentimento desueto – l’esorcismo si avvale del corrivo pubblico dei lettori. Ognuno legge (e scrive) quello che merita. 

29 ott 2010

L'ottimo Scanzi sul modestissimo Fazio

La fenomenologia di Fabio Fazio nell'esercizio ermeneutico di Andrea Scanzi non ha goduto della notorietà di quella che l'accademia ha costruito intorno al Mike Bongiorno descritto da Umberto Eco (peraltro vana visto che il presentatore televisivo se n'è andato con gli onori di stato e della semiotica resterà pochissimo).
Eppure, il lavoretto di Scanzi è delizioso (fazio-so davvero il minimo); ora, dopo la scena da baciapile di f.f. al cospetto di Marchionne - uomo non meno pericoloso di Tremonti - Scanzi ha aggiunto una postilla che potete leggere qui http://temi.repubblica.it/micromega-online/fabiofazio-lintervistatore-senza-domande/ (nell'articolo di micromega troverete anche il link al primo pezzo),

19 ott 2010

Carlo D'Amicis




La battuta perfetta
Il romanzo definitivo sul modo in cui la televisione ha costruito gli ultimi cinquant’anni di storia italiana. E’ stato letto così, il libro di Carlo D’Amicis, racconto rapsodico di un narratore quarantenne, Canio Spinato, cinico fan di Forza Italia e persino amico del Cumenda, uomo che la televisione ce l’ha scritta nel sangue praticamente da piccolo, prima che il suo stesso padre grazie al partito diventi un bigotto funzionario Rai, di quelli che la democristiana tv pedagogica degli inizi intendevano esattamente come intendevano la scuola pubblica (fiducia nella probità del sapere purché servile, alfabetizzazione di massa in funzione di una convenzionale e sterile rispettabilità sociale, onorabilità dell’ordine costituito, decoro del comportamento e rispetto formalistico del galateo, etc).

Quando nel profondo sud lucano arriva la tv, negli stessi giorni in cui Pasolini vi sta girando il suo Vangelo e proprio nella casa dei due Spinato, il figlio ragazzino e fescennino ne intuisce subito non solo il portato ludico, ma, visto col senno del poi, il suo destino di “gioiosa macchina da guerra” pronta a fare a pezzi – ridendo e scherzando, va da sé – il concetto stesso di realtà così come gli uomini si sono abituati a pensarlo per secoli. La riduzione della vita a inane e ridicolo show troverà in lui infatti un attivista entusiasta, per inclinazione naturale e precipua convinzione teorica, in opposizione alla funerea, seriosa tristezza paterna (che grava in effetti sul personaggio così pesantemente da rischiare l’iperbole).
Il figlio nasce insomma nel mondo giusto al momento giusto, adattissimo al futuro che verrà e che quelli come lui contribuiscono a modellare: è nato per piacere, lui, e ci riesce benissimo. Sa come far ridere e ne fa uno scopo nella vita – l’unico. Il suo berlusconismo precede la famigerata “discesa in campo”, l’amicizia con l’eponima farsa tragica che la segna, inevitabile. Né stupisce che chiamerà Silvio suo figlio; ma sarà proprio lui la nemesi che gli farà sudare per il resto della vita la ricerca della “battuta perfetta” che lo faccia amare. La pregnanza con la trama del presente è di tutta evidenza – le battute di Spinato sono spesso migliori di quelle oggi in voga, questo va detto.
D’Amicis ha scritto un bel libro. E’ un bravissimo scrittore che mi sembra in potenza un grande scrittore – uno dei migliori in Italia. Il punto decisivo, a mio avviso, sta in una domanda: quanto gli interessa narrare? La sua lingua (capace di passare da un tono all’altro, da un registo all’altro con grande abilità) è così densamente espressiva, così costantemente e mirabilmente tesa verso la determinazione esatta di stati d’animo, condizioni psicologiche etc da raggiungere spesso vertici di definitezza ammirevoli; peccato però che gli prenda la mano, che si acclimati a volte in una “letteratitudine” compiaciuta, così al racconto capita di perdere ritmo o naufragare nel frammento o ancora, più spesso, d’esser tirato via in fretta, passando da un fatto, un momento o un ambiente all’altro per troppo libera associazione – ancorché veritiera nella similitudine, nell’analogia, nella corrispondenza.
Uso termini di scuola, ché mi sembrano indicativi della forza e della debolezza insieme di questo lavoro: l’acribia linguistica è degna a volte della migliore poesia, ma lo sforzo mi sembra pagato dalla tensione narrativa, che a volte viene perduta (basterebbe constatare l’uso eccessivo dell’imperfetto). Inoltre, tende a spiegare troppo spesso ciò che le scene potrebbero limitarsi a mostrare; anche lo splendido dialetto dei dialoghi, a mio avviso, potrebbe fare a meno della traduzione che quasi sempre segue fra parentesi. Quando D’Amicis dà maggiore corpo alle scene e vi si abbandona, vien voglia di applaudirlo, ché sollecita cuore e intelligenza insieme, emoziona, diverte. E vai a rileggerlo. Perché ti dice il presente e il passato prossimo italiani come pochi.



15 ott 2010

Howard Jacobson



Grazie a questo premio http://espresso.repubblica.it/dettaglio/howard-jacobson-chi/2136212 si parla un po' più in Italia di questo  bravissimo scrittore inglese. Ripropongo una mia vecchia lettura di un suo romanzo Kalooki Nights, dal paradiso, come sempre
http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl?Tipo=recensione&Chiave=515

13 ott 2010

gli usa, la scuola e superman


Arriva la notizia di un film dagli Stati Uniti, “Aspettando Superman”. E’ un film sulla scuola. Fra l’altro, come ci racconta Federico Rampini su “la Repubblica”, ne emerge che “fra i 30 paesi più sviluppati, gli Usa figurano al 25esimo posto nell'apprendimento scolastico della matematica, al 21esimo nelle scienze. Il 69% dei suoi alunni di terza media non sa leggere e scrivere in modo adeguato. Il 68% è insufficiente in matematica. In California (cioè lo Stato più ricco degli Usa) il 20% dei liceali lascia la scuola senza neppure ottenere il diploma di maturità. La percentuale di abbandono scolastico prima della maturità sale al 26% tra gli ispanici, al 35% fra i neri".
Come pensano di risolvere la faccenda? 
Aspettando Superman. 
Noi, malpensanti, sospettavamo che l’America un tempo tanto vagheggiata nei palazzi del potere italico non fosse quella del MoMA o del Greenwich Village di Albert Ayler. Che quella sopra descritta piacesse molto di più. Difatti vi si sono ispirati, e i risultati si vedono.
Per non dire che Superman noi ce l’abbiamo da un pezzo. 
Fa e disfa. 
Ghe pensi lù.

11 ott 2010

Riccardo Iacona







L’Italia in presadiretta


Riccardo Iacona fa un lavoro raro di questi tempi. Racconta lo sfascio “in diretta” del paese, ma stranamente non sembra inquietare più di tanto i servi del padrone come succede ai pochi altri che lo fanno. Eppure, i suoi racconti sono puntuali, documentati, a volte agghiaccianti – come nello sputtanamento totale del governo nelle vicende di migranti fra la Sicilia e la Libia, oppure nella dovizia di dati e verifiche e dimostrazioni di come la tragedia aquilana sia servita alle cricche poi venduta come “grande operazione del governo”. Ma chissà perché, di solito le sue trasmissioni non scatenano tutto il fragore di contumelie e minacce della cialtronissima corte fascistoide di casa rai.
Aggiungerei che rispetto al passato Iacona ha sottratto un bel po’ di patetico alle sue trasmissioni - era a mio avviso il suo limite. Non a caso qualcuno infatti aveva definito i 
suoi "reportages emotivi": il coinvolgimento diretto dei suoi giornalisti era (ed è) palese. Il punto era (è) salvaguardare la qualità dell’informazione pur dentro un’evidente dimensione narrativa peraltro inevitabile e non snaturarla con un sentimentalismo fuori luogo (montaggio orientato a commuovere più che a far capire, utilizzo di musichette strumentali un po’ piagnone). Oggi il suo lavoro a mio avviso ha raggiunto questo obiettivo, lo sguardo è più lucido, i confronti con gli altri paesi europei, già presenti nelle trasmissioni della Gabanelli, illuminanti.
In questi testi (ed. Chiare Lettere) riveduti e meglio articolati delle sue trasmissioni televisive il dettato è ancora più asciutto. Il libro, che passa attraverso alcuni dei punti nevralgici del cataclisma in atto – l’attacco alla giustizia, le cementificazione brutale, le mafie, la privatizzazione dell’acqua, la dismissione della scuola pubblica - si apre e si chiude passando in rassegna alcune delle mosse grazie alle quali  Berlusconi ha spostato a totale suo vantaggio l’assetto informativo di questi anni. Dal caso dei migranti dalla Libia (in cui la cattiva in-form-azione costruisce l’habitus mentale adatto alla becera propaganda della Lega) alla capillare diffusione di un veleno mortale nel sistema televisivo, la menzogna si è organizzata con una struttura micidiale che ha lasciato pochissimi spazi di libertà; al riguardo, Iacona non la manda a dire e all’omertà di categoria preferisce la denuncia senza peli sulla lingua delle manchevolezze dei colleghi – quelli che Ettore Petrolini avrebbe buttato di sotto dal loggione. Quando dice che “se tutti provassero a fare il mestiere con onestà e professionalità, ci sarebbe ancora una speranza per questo Paese” Iacona può sembrare banale. Eppure, è esattamente quello di cui abbiamo bisogno. Niente di più. A nome di chi non si rassegna, ringraziamolo.www.paradisodegliorchi.com

8 ott 2010

Le invasioni barbariche (cinema)



Regia di Denys Arcand
2002  Canada / Francia


Immaginatevi un uomo che sa di dover morire, e per risparmiarsi atroci sofferenze si fa iniettare una dose letale di eroina e nel frattempo saluta uno a uno i suoi amici e i suoi familiari più cari, comprese le amanti e la moglie: chi potrebbe permettersi una scena così senza rendersi ridicolo?
Be’, il film Le invasioni barbariche, non solo vi riusciva ma a suo tempo, otto anni fa, ci regalò uno dei momenti più emozionanti del cinema dell’epoca, una lezione di civiltà, una roba che era proprio un altro mondo rispetto a quello che già vivevamo e non vuol morire.
Nemmeno il protagonista, uno splendido tipo-Falstaff, vuol saperne di tirare le cuoia. Dotato di un garbo raro come è a volte degli erotomani spiritosi - in una versione meno pecoreccia di quella oggi in voga - , poetico nei suoi sogni di libri e gonne al vento, antitetico rispetto al figlio agente di borsa strepitosamente ricco e cinico secondo lezione in auge dagli anni Ottanta, ma in grado alla fine di iniziare un proprio involontario percorso alla ricerca del senso smarrito nel fortuito incontro con una tossica, colei che incaricherà di fare l’iniezione letale al protagonista. Una morte di struggente dolcezza, un film commovente e insieme molto spiritoso.

30 set 2010

James Wood in Paradiso

Come funzionano i romanzi
Mondadori




Libro utilissimo questo del critico americano James Wood, certo più di decine di manuali che promettono la ricetta per il bestseller che poi non arriva e lo scorno imbarazza più che addolorare – vedi la nota massima busiana per cui “è ben triste scrivere per vendere, sacrificare tutto il resto, e poi non vendere”.
Utile si diceva soprattutto a chi desidera comprendere alcuni meccanismi del romanzo dall’interno, non per imparare come si costruisce un plot, o come sorprendere il lettore con quattro trucchetti e “colpi di scena”. Il libro di Wood, che lavora a “The New Yoker”, avvicina la materia sì con un approccio tecnico (dallo stesso critico paragonato a quello usato un secolo e mezzo fa da John Ruskin per la pittura) ma per entrare nella macchina del processo creativo e mostrare come la tecnica sia al servizio di uno sguardo sul mondo: come, in sostanza, le questioni di forma siano problemi di contenuto. Se il romanzo insomma è una strategia di narrazione e interpretazione del mondo, si tratta di capire che il modo in cui lo scrittore risolve i problemi tecnici dell’opera ordina quella strategia. Tanto per dare l’idea di alcune delle questioni toccate da Wood, guardiamone qualche passo.
Soccorre intanto la nozione di indiretto libero, il cui uso sapiente rappresenta spesso una chiave di volta nel funzionamento di un romanzo. Non è inutile ricordare per es. come dal punto di vista “veritativo” la narrazione onnisciente sia spesso meno affidabile rispetto a un punto di vista “onestamente” consegnato allo sguardo e alla lingua idiosincratica dell’indiretto libero (o alla prima persona, va da sé). Ci ricorda Wood come W.G. Sebald sia severo al riguardo, ma non varrebbe il prezzo del libro se non fossero mostrati esempi “dal vivo” sull’argomento, da James a Joyce, da Cechov a Flaubert. L’autore dell’Educazione sentimentale è un po’ il punto di irradiazione del libro, per il semplice motivo che è a Flaubert che il moderno guarda come punto di svolta del lavoro romanzesco. Il grado di consapevolezza raggiunto dal romanziere francese in seno alla problematica epistemologica del romanzo (chi e come parla, cosa sa dei fatti, cosa vede…) ha pochi paragoni nella storia. La soluzione che è alla base di quest’arte, c’insegna Flaubert, consiste nel suo paradosso principe, ossia nel nascondimento del lavoro. I bravi scrittori di romanzi lavorano cioè a una specie di “artificio della verosimiglianza” che rende esteticamente credibili le loro storie (nulla ha da spartire questa nozione con la vulgata, rozza idea di realismo, sebbene Wood faccia discendere da Flaubert persino il reportage di guerra così come lo conosciamo) - uno dei corollari che gli scrittori (soprattutto gli stilisti) ben conoscono è il rischio sempre in agguato che la mimesi della voce narrante o dell’indiretto libero dia vita a una lingua corriva.
Centrale Flaubert anche in un altro degli aspetti decisivi del romanzo qui affrontati, l’arte del dettaglio. Sulla pagina del romanziere moderno spesso i dettagli appaiono elencati così come passano sotto gli occhi di un flâneur, senza apparente rigore logico e criterio gerarchico. Il lettore spesso non riesce a decidere se appartengano all’autore o siano il risultato di una scomparsa dello stile letterario (laddove è invece il frutto più mirabile dello stile stesso). Flaubert ci insegna a guardare, insomma – ed è un passo ulteriore rispetto alla smodatezza balzacchiana.
Peraltro, la decisività del dettaglio, avverte Wood, può essere fraintesa. Accumularli senza controllo può alterare la visione fino a comprometterne quella che il critico americano chiama, con il teologo medievale Duns Scoto, ecceità. Questa ridondanza che sbaglia la mira per eccesso – diagnosticata per esempio al Paradiso in un libro recente, pur interessante di Davide Longo, L’uomo verticale – non va confusa con i dettagli “significativamente insignificanti”, e sparsi con studiata nonchalance in una storia e che servono invece a creare l’ambiente che la rende possibile.
Notazioni ed esempi interessanti riguardano anche il linguaggio, il dialogo, il concetto stesso di realismo. E non poteva mancare un capitolo sul personaggio. Fin troppo ovvio e condivisibile il biasimo verso l’imbecillità di chi condanna un romanzo per la presenza di personaggi negativi e dimostra così una totale incomprensione della letteratura di finzione. Non va meglio con chi riduce il personaggio a una sequenza di frasi (questo in realtà succede con i cattivi scrittori), secondo la vulgata che ha tenuto insieme due protagonisti apparentemente agli antipodi della storia letteraria: il nouveau roman, canto del cigno del moderno, e certo post-modern alla John Barth.
Quanto alla mal posta dicotomia di E.M. Forster fra flat e round character (almeno nella sua assolutezza smentita preventimente dal romanzo inglese del ‘700) e discussa qui con esempi doviziosi, sarebbe interessante domandarsi cosa resta oggi, nell’irrealtà dominante, di un’arte del romanzo come ritrattistica morale. Che non abbia timore di quella che il solito poseur (imprenditore della torinese scuola “Holding”), su quello che vorrebbe essere il più prestigioso giornale “de sinistra”, recentemente ha definito come una nozione kitsch: la “profondità”. Leggere il libro di Wood (a prescindere dalla condivisibilità o meno di certe sue opinioni) è anche un salutare esercizio di rigore per ridere poi con più gusto alle fregnacce di chi col kitsch ci campa da sempre e lo fa passare per letteratura.

29 set 2010

LPELS a scuola


Nell’epoca Berlusconi le donne le vogliono zoccole o utili idiote; le seconde le piazzano spesso nella scuola. Hanno i loro padroni (scegliete voi: Tremonti Confindustria CL Bossi? – dal tappetto brianzolo a scender per li rami) ma Moratti e Gelmini e Aprea e Goisis una volta messe lì non schiodano, ci prendono gusto, ognuna vaneggiando e spacciando la sua “riforma epocale”. L’improntitudine non manca e la goffaggine intellettuale è conditio sine qua non. Nel dettaglio, Aprea e Goisis, non propriamente avvenenti anzi un tantino muscolari, lavorano fuori dalle scene mediatiche più affollate, Moratti e Gelmini una dopo l’altra hanno prestato invece i loro visini atteggiati a materna indulgenza alla grande impresa della neo-scuola aziendalista – la Moratti, mutando piglio appena eletta sindaco. Intanto, l’aspetto da suorina dice(va) agli italiani, distratti come sempre da tutt’altre questioni, che:
1) il “rinnovamento” non poteva essere che buono
2) che la scuola è ormai diventata solo una faccenda di femmine (più le utili idiote che le zoccole)
3) (e il cerchio si chiude) che solo gli infami sparano sulla croce rossa.

23 set 2010

Maeve Brennan, una vera grande del Novecento.








Personaggi non proprio sani, d’accordo, enigmatici e fragili, ambienti malagevoli, idiosincrasie dai tratti qua e là forse troppo irlandesi: quelle narrate dalla straordinaria Meave Brennan sono però affezioni che nella descrizione esatta dei dettagli, nel continuum di una prosa incessante che colloca lo sguardo dentro e fuori i personaggi alternandolo con mirabile maestria, risultano vivissime ahimé anche a latitudini inferiori, per esempio quella newyorkese in cui visse la scrittrice nativa di Dublino e quindi anche la nostra di italici lettori.
Sto parlando di un’autrice che conoscono in pochi ma che è una delle più grandi del Novecento. Entriamo subito nel vivo della scena e mettiamo insieme questo brano, tratto dal racconto eponimo della raccolta Il principio dell’amore, in sé quasi un romanzo:  “Nella voce di Polly aveva udito l’ostilità che l’aveva oppressa tutto il giorno, l’ostilità che emanava dalle strade cittadine(…), un’ostilità distante e incomprensibile che aveva sentito salire dal ponte (…), dai campi, dagli alberi (…) e anche dal cielo, sebbene fosse azzurro e bianco ed estivo”, con quest’altro, “Il suo repertorio era costituito da smorfie, strizzate d’occhi, cenni e gesti che indicavano, parodiandoli, allarme, timidezza, rabbia e pietà, oltre a una collezione di frasi sarcastiche o umoristiche che, quand’era giovane, aveva trovato utili.”
Da una parte una sonda sensibilissima s’affaccia spietata nel tremore emotivo del personaggio – una donna dalla vita infelice e morbosamente legata al fratello che se n’era fatta una legittima per conto suo –, dall’altra la voce narrante ce ne mostra il regesto di segni relazionali goffi e incagliati che sintetizzano visivamente il profilo della disgraziata. Provate a immaginare in questo ventaglio di possibilità quale campionario di tristezze umane possa sfoggiare un personaggio del genere. Ma senza leggerlo d’altronde non immaginereste quanta improntitudine sappia sfoderare nel perseguire un suo ideale di vita familistico, morboso, l’unico rifugio protettivo di un’inclinazione alla solitudine che è una costante dei personaggi della Brennan. Il presente e il passato in queste vite trascorrono senza interruzione o salto definitivo uno nell’altro, il secondo talvolta salvandosi nello spleen di una traccia aurorale non sai mai quanto verosimile ma di sicuro segnata come edenica solo perché affrancata dai rapporti umani. Spesso i personaggi della Brennan preferiscono la solitudine piuttosto che le relazioni travagliate – non sempre lo sanno, ma la grandezza della scrittrice sta anche in questa capacità di misurare al milligrammo le variazioni umorali, i silenzi, gli slittamenti di tono nei dialoghi.
Quando la leggi pare di vederla, Meave Brennan, la sua bellezza diafana, gli occhi vitrei e malinconici che trafiggono le vite dei suoi personaggi, umbratili e spigolosi, con un’incisione crudele.  Descritta dall’amico, collega e editor William Maxwell come una donna imprevedibile e sofisticata, bellissima, dotata di uno splendido humour, la Brennan lavorava al New Yorker; nelle sue recensioni spicca un non scontato entusiasmo per “Menzogna e sortilegio” di Elsa Morante. Scrisse poche cose, ma di esperta concentrazione espressiva, prima di perdersi nelle nebbie della psicosi – sola, va da sé.
Fu molto amata da altri scrittori, da Mavis Gallant a John Updike a Paula Fox. Nelle due raccolte di racconti e nel breve romanzo La visitatrice in cui consiste la sua opera, Brennan seppe tenere insieme un complicato amore per la vita – che sensibilità nella descrizione degli oggetti, che acutezza nel coglierne senza pedanteria la vividezza materica e la pregnanza simbolica! – con l’esercizio magistrale della verità, che è poi il vero fine ultimo della letteratura. Negli spazi claustrofobici delle sue storie – anche quando sono en plain air! – una sapiente mistagoga, troppo lucida anche per se stessa, ci conduce dentro un’avventura conoscitiva affascinante, sempre a un passo dall’adombrare verità indicibili – bastano personaggi ordinari, vite fuori dalla storia, ghiacciate in un’immobilità senza riscatto, banali angustie domestiche, dolori spesso soffocati e due frasi fulminanti per dirle. Questa è l’arte di Meave Brennan, forse troppo sensibile e lucida insieme per non soccombere alle allucinazioni della follia. Leggetela.



MEAVE BRENNAN

Il principio dell’amore

BUR – Scrittori Contemporanei Original 2006

20 set 2010

Nuova puntata di vivalascuola

http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/09/20/vivalascuola-57/
I sindacati, ormai, quando non collaborano allegramente allo sfascio in corso, se la dormono – se t’imbatti in Bonanni intuisci il significato esatto del termine “letargia”. Perciò, non si sono accorti di una modifica alla manovra finanziaria nella quale l’attuale, umoristico governo ha deciso che i risparmi(??) derivanti dal fondo di istituto delle scuole saranno dirottati sulle forze armate. E sì, grazie all’avveduta, coscienziosissima parsimonia degli insegnanti, le forze armate potranno finanziare corsi finalizzati alla “diffusione dei valori e della cultura dellapace e della solidarietà internazionale tra le giovani generazioni”. Io se penso che rinunciando a un verso dell’intrattabile Alighieri posso favorire una lezione di La Russa (uomo di grazia iperestesica), su, che so, Danilo Dolci o Aldo Capitini, be’ dico ragazzi, sono soddisfazioni.
Bonanni, sii bravo, resta dove sei.

19 set 2010

Valerio Magrelli rivisti - riletti





Nel condominio di carne
Einaudi, Torino 2003



Ci vogliono prima due cose che spieghino cos’è questo libro
Una bellezza esatta ma sulfurea, più Manganelli che Calvino quella qui esposta come una lastra tesa a fare i conti (perduti in partenza) con l’enigma metamorfico, capriccioso e multiforme del corpo.
Quando non si compiace nell’ostentazione estetizzante del trovato linguistisco (tale da mettere paradossalmente a rischio il pregevole sforzo di metaforizzazione che percorre il libro) l’esercizio topografico riesce ad approssimare il continente mostruoso scelleratamente definito ‘organismo’, il concerto delle malattie che lo invadono, l’apparato sghembo di congegni bislacchi ed eccentrici che lo abitano - eccentrici poiché nulla tiene insieme l’ensemble.
Impastato di organi rissosi, il corpo agisce su di noi come un’ interferenza, come una macchina dissonante di strumenti impazziti la cui musica il proprietario subisce come un intruso cieco e imponderabile. Assistiamo in questo poema in prosa a quella che l’autore definisce una psichizzazione che rovescia la facile psicologia della somatizzazione, ragione per cui mentre enuclea gli accidenti che lo attraversano, il corpo, noi lettori vediamo il suo sguardo sgomento, freddo e perplesso affacciato sull’enigma che condiziona (che è) la nostra vita. Veramente un bel libro.

13 set 2010

ultimo numero del http://www.paradisodegliorchi.com/cgi-bin/pagina.pl


Autori vari

Roma durante l’occupazione nazifascista

Franco Angeli editore, Pag. 446 Euro 35,00
di A. Ronci




etc

Si ricomincia

La Gelmini non riceve i precari della scuola perché, dice, “sono stati strumentalizzati dalla politica”. Pensare che ‘sti insegnanti si credono intellettuali. Faticheranno con lo stipendio, d’accordo, spesa e affitto e bollette saranno ogni mese una sfibrante avventura, ma dovrebbero saperlo che tutto è cultura. Che tanti bisogni sono indotti. E invece ignorano che se non fosse per qualche dirigente di partito nemmeno la sentirebbero, la fame – tant’è che qualcuno ci si è messo pure in sciopero, costa niente. Ignorano che se spirassero senza l’ombra di una spinta politica, se non fossero “strumentalizzati”, non solo non se ne accorgerebbero, ma Mariastella potrebbe averla una (cristiana?) parola di conforto, di benedizione. Somari!


(oggi prima puntata del nuovo anno di vivalascuola, nel portale
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2010/09/13/vivalascuola-54/
grazie a Giorgio Morale, e Francesco Accattoli, Alessandro Cartoni, Roberto Plevano, Lucia Tosi)

9 set 2010

Beppe Sebaste su nazione indiana

Sulle conclusioni non saprei, ma sull'assenza del tragico nella riflessione degli scrittori italiani trovo le parole di Beppe Sebaste decisive.
Questo stralcio, per es. "Siamo in un paese dove “pensare” è sentito come sinonimo di “essere tristi”, dove la constatazione del successo di un prodotto (che sia un libro o un leader politico) soppianta il giudizio di valore, dove l’opposizione politica di sinistra ha preferito condividere linguaggio, logica e agenda con la destra invece che col proprio popolo elettivo; e dove anche scrittori e intellettuali hanno interiorizzato i meccanismi e le retoriche del potere e del datore di lavoro, invece di denunciarne la stessa colonizzazione della mente di cui siamo – tutti, nessuno escluso – vittime e conniventi. Non stupisce se Marchionne dice “basta coi conflitti capitale e lavoro”, “la lotta di classe è cosa del passato”, pur facendola lui, e guadagnando, per la prima volta nella Storia, 400 volte più dei tre operai licenziati." 
Il resto qui

29 ago 2010

Signorini, tronisti e mignotte – ci serve Gramsci?



Utilizzare il paradigma gramsciano dell’egemonia per parlare del presente, scavare nell’immondizia che ci sommerge sino al collo e piantarla di ritenerla accidentale, come fosse roba d’altri, ma assumerla come il paesaggio terrificante che è, per realizzare che o si prova a spazzarlo via o sono cazzi non per noi che siamo già andati ma per i nostri figli che se la vedranno con la prole delle Ventura o col pesciolino boccheggiante allevato in casa Bossi.
E’ quello che prova a fare in un libro recente (L’egemonia sottoculturale – L’Italia da Gramsci al gossip, per Einaudi), Massimiliano Panarari, che riprende Gramsci per ridefinire lucidamente lo stato delle cose (sebbene con qualche indulgenza di troppo qua e là, un riguardo civettuolo per certi figuri che Berlusconi ha messo a capo del killeraggio gossipparo, quasi a testimoniare per paradosso la bontà inconclusa del concetto di egemonia).
Uno degli spunti a mio avviso più interessanti del libro, anche se qui più registrato empiricamente che analizzato nei nessi causali, e sul quale la sinistra che ancora si considera critica farebbe bene a riflettere, è la paradossale convergenza di cui già parlammo mesi fa fra certa ispirazione libertaria e “anarchiste” e la svolta destrorsa dell’ultimo quarto di secolo (en passant, smettiamola con l’ipocrisia e diciamolo: il crollo del muro di Berlino per l’Occidente è stata una vera sciagura!). Perché se molti odierni funzionari dell’ideologia egemone (per tornare alla koiné gramsciana), ossia gli staffieri dello spettacolo e dell’informazione – o in non casuale sintesi, dell’infotainment – provengono da ambienti situazionisti (Antonio Ricci, per es.), il disegno, consapevole o no, che sta alla base della loro azione, e quindi della deriva del continente occidentale (e inevitabile terremoto già in atto nelle zolle asiatiche che cominciano a sentire gli effetti dello scontro) nasce per Panarari (ma è un’opinione piuttosto diffusa) nella destra americana degli ultimi decenni e poi nelle oligarchie che si sono impadronite del pianeta con la precisa intenzione di far collassare le conquiste sociali di filiazione illuministica che sono la faccia migliore del fu Secolo Breve.
Allo scopo l’egemonia (sotto)culturale ha costruito il foucaultiano “a priori” psichico necessario al progetto: dealfabetizzando masse sterminate di deficienti, addestrando milioni di umani alla “servitù volontaria” che il grande La Boetié aveva diagnosticato come precipua patologia della specie – gli altri animali per lo più quando subiscono una costrizione cercano di ribellarvisi – attraverso il panopticum dello spettacolo. L’instrumentum regni, ossia il divertimentismo, lo spettacolo infinito (che ha soppiantato l’infinito letterario di Blanchot), l’illusione edonistica di un piacere realizzato e sempre a portata di mano, abbisognano di una strategia che mirando nei fatti a una micidiale involuzione autoritaria (parliamo dei reali rapporti di potere: ripercorrere Marx, please, e prendersi il buono che c’è) si realizza attraverso dosi così massicce di ignoranza programmatica che chi ne sta fuori – chi si affanna per salvarsi – finisce per risplendere agli occhi altrui, dei più, in tutta la sua fulgida coglionaggine. Paradosso solo apparente perché l’egemonia non ha ancora finito il suo lavoro se chi ne sta fuori non finisce con il sentirsi inadeguato, persino in colpa – altrimenti, che egemonia sarebbe?
Nella fattispecie italiana, videocrazia all’avanguardia nel mondo, quello che abbiamo visto in questi anni sul versante culturale è stato, più o meno nell’ordine: incomprensione e sottovalutazione del cataclisma, illusione di una sua perifericità, stordimento timoroso e infine, quando l’inferno aveva piallato l’orizzonte, goffo tentativo di rincorrerlo (vedi il coté politico, Bersani che dice ai suoi elettori di non snobbare Rete 4!); e non ultimo, snobismo di riporto di chi si è creduto spiritoso e con allegra disposizione d’animo si vanta della consuetudine con il pattume videocratico. Qui per pietà nomi di scrittori non ne faccio, che al Paradiso siamo stufi di dargli importanza. Basti ricordare quanti danni ha fatto il fine Angelo Guglielmi direttore di rete con il suo orrore per una tivù pedagogica, come se dovesse significare tornare a Bernabei, come se da quel lato fosse possibile solo la famiglia Angela. Il mantra dello spocchioso critico, qualcuno lo ricorderà, era: “La televisione è un linguaggio”. Uno statuto ontologico, niente di meno. E perciò indiscutibile. Stiamo qui a goderci il risultato di trent’anni di questa metafisica.
Quanto poi il giornalismo (ossia un genere ufficialmente ancora separato dallo spettacolo solo perché in questo caso il pudore assicura una maggiore efficacia) abbia contribuito a questo splendido stato di salute, il libro di Panarari lo ricorda attraverso i casi umani che portano i nomi di Vespa o Signorini, le declinazioni cabarettistiche di ”Porta a Porta” o quelle trash del gossip, ma, stante che lo spettacolo si è mangiato l’informazione  (e già che oggi ci siamo con i consigli, i più giovani che non lo conoscono farebbero bene a leggersi Guy Debord: la deriva totalitaria dello spettacolo era stata letta e prevista mezzo secolo fa) sarebbe urgente vedere dentro il buco nero della crassa ignoranza ivi fabbricata. Il servizio militare permanente prestato dai Minchiolini in difesa del padrone e dei suoi accoliti (come il futuro dottore in Scienze della Comunicazione Bossi Umberto,  leader di un partito nazistoide declinato in chiave burina e dialettale, gratificato dalla mascotte brianzola Mariastella per la sua maestria semiotica, specie il mirabile dito alzato ai giornalisti – che se lo meritano – nonostante la cinesica frenata dal coccolone di qualche anno fa), la guerra ininterrotta delle troie di regime, dicevo, si avvale di falsificazioni sistematiche, omissioni, storture logiche (chi è più in grado di capirle?), interpretazioni truffaldine passate per oggettività, zoomate sacramentali sul nulla dei Casini Capezzoni Rotondi, esercitazioni sulla moda dei cagnolini da passeggio, le vacanze di Bonolis (che non ne vuol sapere di tirare le cuoia), le ultime sulla liposuzione delle grandi labbra traboccanti e via coglionando. Il paese si de-costruisce così, azzerando quel po’ di buono che fa la scuola quando lo fa: vedi i recenti coccodrilli dedicati a Cossiga, vedi la signora Palombelli che quando difende la televisione di merda nella quale sguazza con pose da intellettualina “alla mano” osa utilizzare la nozione di nazionalpopolare fingendo di dimenticare (o forse davvero non lo sa) che nel pensatore sardo ucciso dal fascismo quella era una via per costruire un’alternativa, come usava dire, al pensiero dominante. Il nazionalpopolare avrebbe dovuto essere, nelle sue intenzioni, la lingua capace di preparare una dissidenza culturale rispetto all’egemonia capitalista (personalmente non mi ha mai convinto, ma questo è un altro discorso). La struttura eroicomica della mitologia gossippara invece allestisce l’Olimpo odierno in perfetta sintonia con l’ideologia liberista, anzi agendo come suo fattore propulsivo (se v’imbattete in qualcuno che ancora ripete la cazzata della “fine delle ideologie” fate come il maestro zen con il discepolo duro di comprendonio: dategli uno sganassone sul collo).
E si avvale dicevo anche di nuova prassi scolastica, occultata anch’essa ma non troppo, costruendosi un’egemonia attraverso l’emulazione di modelli didattici di base: al posto di Gentile teniamo la moglie di Maurizio Costanzo. I suoi ragazzi teneri e dolci e determinatissimi. Chiappe al vento perché c’è sempre il Vaticano che ci guarda e si sa, i guardoni proliferano fra i guardoni.

11 ago 2010

Su una certa Gelmini, mascotte di Tremonti

qui una trouvaille di Girolamo De Michele e Carmilla sull'osceno sedicente ministro dal quale dipendono le sorti della (pubblica?) istruzione in Italia - cioè del suo alfabeto minimo. La prosa, nel suo sforzo vieppiù frustrato di risultare persuasiva,  è commovente.

3 ago 2010

L’antiretorica di Beppe Fenoglio



Scrivevo giorni fa dei brevi saggi raccolti in italiano nel volume minimum fax Nel territorio del diavolo, una pubblicazione di qualche anno fa, della straordinaria Flannery O’Connor. Ricordavo che per lei la narrativa ha da fare con i sensi e la materia giacché essa “è un’arte basata sull’incarnazione”: personaggi in situazione, dall’azione drammatica dei quali lo scrittore tenta di approssimare il nucleo d’irripetibile individuale verità. Non spiegando e interpretando dall’esterno, ma “guardando fisso le cose”.
E’ ciò che fece Beppe Fenoglio nello splendido Una questione privata, racconto di ambiente resistenziale ma svolto al netto di qualsiasi faciloneria, il caso di dire, partigiana. Fenoglio fu combattente, ufficiale di collegamento con gli Alleati, e aveva chiaro l’altissimo senso morale e il valore politico di ciò che stava facendo (non abbiamo l’equivalente nella nostra storia precedente – e successiva meglio tacere - quanto a dignità di un popolo e partecipazione dal basso), ma sapeva altrettanto bene che la letteratura non si riduce a slogan né a esercizio di articolazione delle proprie ragioni.
Una questione privata è un racconto nel quale, nonostante l’amarezza di fondo - il partigiano Milton, badogliano che ha l’incauta idea di tornare nei luoghi in cui nacque il suo amore per la giovane torinese Fulvia, viene a conoscenza della probabile relazione fra la ragazza ed il suo amico Giorgio, anch’egli partigiano, e  nel mezzo della guerra si mette alla sua ricerca per conoscere la verità sino in fondo –, attraverso un’arte ineguagliata della descrizione palpita una fisica plasticità che ha pochi paragoni nella letteratura italiana.  Milton, immerso in un fango «giallo come zolfo, tenace come mastice», si muove in un paesaggio invaso continuamente da una nebbia spessa, che “intasava i valloni e si stendeva in lenzuola oscillanti sui fianchi marci delle colline”, poi “formava spessori concreti, una vera e propria muratura di vapori” o anche “un mare di latte, rimescolato in fondo da pale gigantesco e lentissime” – e via di questo passo, attraverso decine di pagine di straordinaria densità espressiva.
In questi casi si dice che il paesaggio è un personaggio. Io direi che queste Langhe in cui “Milton ha sempre la sensazione del cozzo e della contusione” sono la storia – quella del libro, s’intende. La dimostrazione che per chi ha occhi per vedere la natura può farsi essa stessa racconto. Ché è da un dentro fisico, da uno spazio materiale e sensoriale che noi viviamo queste nostre vite in transito. Occorre saper vedere sì, avere il senso del ritmo che aveva Fenoglio, sulla pagina, e la lucidità (è più la lucidità che il sentimentalismo terreno buono per la poesia) di riconoscere che le buone e ottime e fondamentali ragioni storiche non impediscono a un uomo di trovare in un altrove, un amore definitivo e infelice il cuore della propria esistenza, di innescare un meccanismo di fuga che non è irresponsabilità ma adesione alla verità delle cose - in letteratura, oltre le poetiche, anche quella di programma che si chiamava neorealismo. Tanto che la morte Milton va a rischiarla non per uccidere un fascista o un tedesco ma per ritrovare l’amico che chiudeva il beffardo triangolo amoroso. Del resto è questo il grande libro di Fenoglio, non Il partigiano Johnny, troppo programmatico nella sua ostinata e un po’ fredda ricerca stilistica. Laddove la scrittura di questo romanzo breve è a tratti straordinaria eppure emotivamente intensa, capace di restituire tragica evidenza alle cose, di saggiarne il sapore e di ascoltarne i rumori – corpi che pesano, sensibili. Vivi nell’inevitabile sfida a un destino tutt’altro che scontato. Uno dei libri migliori del secondo Novecento italiano

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