28 feb 2012

Andrea Caterini

IL PRINCIPE È MORTO CANTANDO
C’è una cosa credo implicita, e forse più propedeutica che collaterale al resto, in Il principe è morto cantando. Una autobiografia letteraria attraverso l’analisi critica del personaggio, che mi sento di sottoscrivere: ciò che resta nella letteratura  romanzesca sono innanzitutto i personaggi. Che esistano in quanto figure in movimento, che trovino il loro senso nell’azione piuttosto che nel pensiero, è secondario. Perché se non per la lettura immediata almeno per l’eco che producono nel tempo, secondarie appaiono piuttosto le trame e gli intrecci. Laddove è della schiera dei grandi personaggi la capacità di costruire “miti”. Archetipi, persino. Esagerando un poco, direi che l’opzione critica avanzata e praticata da Andrea Caterini nel suo libro di saggi suHenry James, Dostoevskij, Conrad, Dickens, e poi Moravia, Siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Quarantotti Gambini, sembrerebbe quella di un’adesione-opposizione sentimentale che si fa carico del peso del personaggio – e da esso muove verso una conoscenza che parrebbe osare l’incrocio di più vettori: l’oggetto in sé, l’autore che gli dà vita, il cuore stesso della propria ricerca di lettore. Come se il critico lì trovasse le ragioni anche del proprio ruolo, prim’ancora, del suo proprio innamoramento (persino di una patologia, suggerisce Caterini). Come se nel personaggio si tracciasse il crocevia in grado di congiungere in un unico punto magico la risposta a una domanda possibile (e non v’è chi non se la sia sentita porre più di una volta nella vita): ma perché non fai altro che leggere? Un’esagerazione?
Epperò, così fosse non sarebbe deprecabile. Perché nella via aperta dall’esaurimento ormai ventennale delle pretese di una critica oggettiva, scientista, il libro di Caterini è non l’ennesimo sintomo di un ripiegamento impressionista, ma la rivendicazione chiara e onesta di una rimessa in gioco della personalità del critico, partecipe e direttamente coinvolto in ciò che indaga. Che poi in effetti: se la letteratura non cambia qualcosa dentro di noi, non ci scuote almeno un po’, a che serve? Se il termometro non dell’emozione ma della conoscenza non si smuove di un grado, cosa resta di diverso rispetto allo spettacolo? La letteratura ridotta a spettacolo veniva teorizzata guarda caso più di venti anni fa da un allora giovane piacione torinese, all’inizio di carriera – e i risultati si son visti. I suoi s’intende. 
Ciò che viene meno in un approccio del genere, a parte il rischio  - non parlo del libro specifico ma di un’eventuale “tendenza” - di una deriva emozionale e filologicamente inerte (molto se non tutto dipende dalla qualità del lettore) è la sciagurata pretesa di esaurire il significato (mi si perdoni l’orrenda parola) di un’opera, il senso di un personaggio. Da questo punto di vista ben venga insomma una critica autobiografica, in cui tutto o quasi – va precisato con chiarezza - dipende dall’acume del lettore. Che a Caterini non manca. Ora, poiché in queste pagine il testo è stato già trattato dal direttore G.F., più che dell’Idiota o del Michele moraviano, di Copperfield o Lord Jim, vorrei soffermarmi su una nota dell’autore in apparenza avulsa dal contesto, spia probabilmente di un disagio. Caterini ha fatto bene a esprimerlo, scoperchiando unpunctum dolens della ciclotimica vita letteraria italiana di questi anni.
Egli richiama l’evidenza della distanza sempre più forte fra scrittori (aggiungerei lettori) di narrativa e poeti (e, forse, lettori di poesia). Per il critico questo è inconcepibile perché, scrive, entrambe le forme espressive hanno una radice primigenia nel sogno (e ciò varrebbe per la stessa vita). Ecco, non saprei dire se è tutto lì. Io volo basso, da rozzo empirista scettico quale più o meno temo di essere; noterei solo che nessuno si è mai stupito del fatto che piccoli o grandi musicisti (del presente e del passato) abbiano rifiutato drasticamente forme musicali diverse dalle proprie. Anche contestandole in maniera aspra e decisa (non c’è nemmeno bisogno di arrivare alla violenta idiosincrasia di alcune avanguardie del ‘900 per il melodramma). Avendo magari torto, ovvio – pensiamo a Michelangelo, per far riferimento a un’arte, quella della pittura, di cui mi pare Caterini sia un cultore sensibile e attento, e ricordiamo il suo sprezzante giudizio sulla pittura di paesaggio.
Ora, temo che la diagnosi di Caterini sull’”informale freddo” di Marco Giovenale (poesia, a suo avviso, cerebrale ridotta a grammatica e a metrica) possa estendersi, agli occhi di un narratore anche molto più sofisticato del tipo trama-stile-personaggi, alla gran parte della poesia oggi in circolazione. Potrebbe trovarla per gran parte illeggibile, inutile – anche nella versione non “fredda”. Agli occhi di molti scrittori (anche se i più si guardano bene dal confessarlo per non fare brutta figura e inimicarsi l’ambiente) non l’ammissione di un male di vivere, ma l’omissione mascherata di un’incapacità di scrivere. Potrebbero avere torto, si capisce. Epperò,  mi permetto di dire, potrebbe non essere un dramma non “comunicare”, ma una liberazione.

25 feb 2012

The Paris Review - racconti



rew
Dopo il libro di interviste di qualche mese fa, procede la pubblicazione da parte di Fandango dei volumi della “Paris Review”, rivista che ha ospitato in più di mezzo secolo centinaia di racconti e interviste dei migliori scrittori in circolazione. Il progetto prevede otto titoli complessivi.
Il Libro per aerei, treni, ascensori e sale d’attesa è stato concepito secondo un criterio apparentemente bizzarro, ma non più di quanto non accada generalmente con i volumi collettanei, perlopiù montati secondo poetiche spesso immaginifiche che il lettore smagato tollera ben sapendo che in qualche modo i libri vanno pur venduti.  


continua http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/02/torna-the-paris-review-letteratura-formato-rivista/


20 feb 2012


Hermann Ungar

La Classe

Editore Silvy 




copertina del libro
La paranoia – ci soccorre il gran libro recente di Luigi Zoja – non ha linee di demarcazione precise. Aspetti patologici a parte, può aggredire chiunque, per un tempo o un’occasione particolare. La cosa interessante nella paranoia letteraria è la quota di possibile verosimiglianza dei suoi fantasmi. Per esempio la parte per così dire “oggettiva” che potenzialmente dà ragioni alle ossessioni, pur nel complesso sbagliate, di un personaggio. 
Un insegnante potrebbe trovare in tutto questo un motivo in più per leggere uno scrittore in Italia quasi sconosciuto, tradotto pochissimo, meritevole invece di attenzione per chiunque: Hermann Ungar, ebreo moravo di lingua tedesca. Il mondo di riferimento è quello mitteleuropeo del primo ‘900, che è peraltro l’orizzonte di attività della piccola ma interessante casa editrice trentina Silvy. Il romanzo di Ungar, La Classe, fa parte di una collana, “I narratori”, appena avviata, che ha l’intenzione di approfondire la conoscenza di autori dell’Europa centro-orientale (accanto alla narrativa, anche una sezione dedicata alla saggistica).Ora, quel che fa di un romanzo – senza avventurarci nella nozione di classico – un’opera leggibile in uno spazio-tempo totalmente diverso è il fatto di saperci parlare anche a prescindere dai suoi tratti meramente sociologici: checché se ne dica da più parti, anche da letterati che non sembrano più credere alla letteratura e non si capisce cosa aspettano a darsi ad altro, è questo uno dei motivi della sua insostituibilità. E se l’opera sa parlarci è perché ci dice qualcosa che ci riguarda. Così, potremmo riconoscere qualcosa di tremendamente vivo, plausibile, nelle prime strepitose pagine del romanzo di Ungar: un professore, un paranoico totale, pavido ma ostinato, apprensivo come un’educanda ma testardissimo nel suo costruire ragioni paralogiche, diffidenze capziose e mai meno che penose. L’uomo gioca nella sua classe una partita di nervi bestiale, una sfida in cui ne va della sua stessa vita. Indigente, è costretto a lavorare fra mocciosetti benestanti che non vedono l’ora di umiliarlo, e, teme, magari farlo fuori. L’esattezza millimetrica con cui è descritto ogni minimo respiro, ogni spostamento d’aria, la postura in cui il nostro s’irrigidisce per paura, goffaggine e timore di regalare un vantaggio al “nemico” è mirabile. La descrizione del centellinato, livoroso tormento di questa vita, micidiale.E poi c’è il resto, non meno oppressivo per un personaggio dalla sensibilità impensabile. Dentro il resto c’è Selma, la poveretta che sta per dargli un figlio. Inutilmente bella, di lei il nostro si vergogna – il nostro si vergogna un po’ di tutto, in effetti. La sua mente, essendo come piallata sotto una lastra di ghiaccio che nasconde il fuoco turbolento che brucia ogni pensiero, il più futile di tutti, alla stregua di un angosciosissimo dramma, produce fisime. L’uomo teme che “la classe” possa insultare entrambi, lui e la donna, irridendo la loro stessa vita sentimentale (sessuale). Così sceglie il rigor mortis di un ordine astratto, rigidissimo, in cui muoversi il meno possibile per rischiare il meno possibile. Spera in questo modo di salvarsi, di tenere a bada il “destino” – il clima ricorda quello che aleggia nell’universo di un suo fratello maggiore (e maggiore di tutti), Kafka, che non conobbe Ungar nonostante gli ambienti biografici e letterari non fossero così distanti. Il nostro sceglie di non vivere, insomma. E la vita non è detto che te lo perdoni. Ti viene da chiederti cosa ci fosse di sbagliato in questo scrittore che non ha goduto nemmeno di una fortuna postuma. Se l’autore de La Metamorfosi non si accorse di lui, Thomas Mann invece ne riconobbe il valore. Così Silvy, che preannuncia la pubblicazione di tutte le sue opere. Vedremo di trovare una risposta o piuttosto la conferma che nel mondo le cose non girano per il verso giusto. La Classe intanto (nuova traduzione dello scrittore Franco Stelzer) merita di entrare a pieno titolo nella fosca e orgogliosa riserva indiana che chiamiamo letteratura del sottosuolo.

7 feb 2012

E non ci sono nemmeno più i divi di una volta.



E non ci sono nemmeno più i divi di una volta. Quelli che il carisma non sai bene cos’è – anche perché va bene il paese che non ha bisogno di eroi, ma il democraticismo della sinistra ha preteso infine di piallare persino l’avvenenza -, quelli che andavi al cinema e ti costringevano a chiederti cosa ci fosse dentro quegli occhi, in quel modo di tenere la sigaretta (dio!, la sigaretta! in galera!). Se ne scrive nel numero 22 (“Divismo/Antidivismo”) della rivista di Estetica “Àgalma” diretta da Mario Perniola, filosofo fra i pochissimi davvero interessanti della cultura italiana, del quale abbiamo più volte parlato sul Paradiso (e intervistato). I saggi sparsi nel periodico (è un semestrale, edito da Mimesis) ruotano soprattutto intorno al mondo del cinema, e si capisce, peraltro con un pendant politico che si spiega e giustifica almeno dai tempi di Ronald Reagan.L’assunto dell’editoriale di Perniola sollecita tangenzialmente la lettura delle brevi ricerche ivi contenute, tirando le somme di un processo argomentativo partito da Marx, il quale agognava un mondo in cui la sparizione della divisione del lavoro avrebbe favorito la possibilità di essere artisti tutti – e, meno pacifico il suo caso, di Lautréamont, poeta agli albori del simbolismo, secondo cui “la poesia deve essere fatta da tutti non da uno”. Così passando per Dada, Andy Warhol e i social network, siamo giunti, scrive il filosofo, “nell’ultima fase del populismo, quella divistica”. Il che vuol dire sostanzialmente che divo può esserlo chiunque e perciò più nessuno nel senso classico cui ci aveva abituati il ‘900 (diciamo fino agli anni Settanta). A ciò non è estraneo il trionfo dell’anti-intellettualismo (a tal punto che è di moda fra molti che scrivono-pubblicano il facile esercizio retorico di dichiararsi anti-intellettuali). Che consiste in un atteggiamento di sufficienza verso i saperi più organizzati e legittimati da uno studio approfondito e dalla qualità della ricerca. In Italia (e varrebbe la pena di leggersi il volumetto che Perniola gli ha dedicato recentemente, Berlusconi o il ’68 realizzato, presso lo stesso editore) “la confusione fra autoritarismo e autorevolezza, l’individualismo senza freni, l’ostilità verso la vera grandezza”, ossia le non troppo parallele convergenze fra l’incultura del capo di Mediaset e il fallimentare lascito del ribellismo fine a se stesso, hanno portato fra l’altro non a un acuirsi estremo del senso critico, ma a innescare in ognuno di noi la domanda fatidica “perché lui sì e io no?”. Scompaginando alla cieca ogni criterio per, non diciamo misurare, ma approssimare il vero valore di una cosa, in nome di una malintesa uguaglianza e del diritto di “essere qualcuno” anche non sapendo essere/fare alcunché: in luogo di una Marilyn che non c’è più, va bene una qualunque sgallettata purtroppo uscita viva dall’isola dei famosi imbecilli. Il fatto è che tutti “si esprimono”, da noi, cioè tutti spremono dalle proprie cavità il lavorio delle proprie interiora, convinti che gli altri non vedano l’ora di rallegrarsene – e non si capisce perché. Gli italiani sono un popolo di attori, diceva Orson Welles, uno che se ne intendeva, ma conoscere il mestiere – fosse anche quello indecidibile di affascinare il mondo - oggi è un’aggravante, per cui, diamogli dentro con le patacche. Ora, è proprio questo esito avvilente a problematizzare il punto di vista dell’articolo iniziale, a opera di Veronica Pravadelli, teso a ribaltare la vecchia prospettiva di Morin e Marcuse per i quali il divismo sarebbe solo il risultato di un lavoro industriale costruito su misura. Se in alcuni casi il carisma di queste divinità moderne è stato in grado di produrre mito per forza intrinseca, è difficile confermarlo per le nullità da prima serata raiset. Dalla fascinosa Clara Bow a Sabrina Ferilli. Da Gary Cooper (articolo di Maria Paola Pierini che mostra come l’elusivo attore si svincolasse dalle immagini che la Paramount tentava di cucirgli addosso) a PF. Favino, uno che aggrava la sua posizione ogni volta che apre bocca. Così, latitando il fascino di attori e attrici, la si butta in politica – al solito, gli italiani sentendo il bisogno di seguire gli americani nel peggio (e la nostra storia dovremmo conoscerla). Ma se l’appeal di Obama lo hanno a suo tempo fabbricato sui modi e il passo di Denzel Washington, il vecchietto di Arcore chi s’è dato come modello? Se stesso, ovvio, giusta la teoria della star strategy rievocata nel saggio di Cristina Jandelli: è la marca che si trasforma in star. Berlusconi avrebbe potuto chiamare le sue aziende con il proprio nome, non gli avrebbe nociuto neanche un po’. Perché Berlusconi è stato la sua azienda. E la sua azienda quella che ha eletto la mediocrità a sistema, che ha permesso ai mediocri orgogliosi di esserlo, di “esprimersi”. Di farsi divi di se stessi e dei propri simili persino migliori d loro. A ogni epoca, le star che merita.

L'Italia dei libri smarriti

Paese sfasciato senza rimedio o di lettori incalliti? 
: fra vacanze natalizie, forconi e autotrasportatori, 
e neve, il numero di libri inviati dagli uffici stampa 
e mai arrivati a destinazione, cioè a casa mia, negli 
ultimi due mesi cresce in maniera preoccupante: 
così la domanda: un'impensabile passione letteraria 
on the road? un involontario bookcrossing? o  aprono i 
pacchi e se li vanno a vendere? o gli danno 
fuoco per riscaldarsi sulle strade?

2 feb 2012

www.tornogiovedi.it

Strategie della confusione

Un altro frammento

In redazione le acque sono agitate.
Negli ultimi tempi accade sempre qualcosa che non dovrebbe. La pressione è forte e c’è un senso come di catastrofe. Uno dei capi – un amico della Vacca – l’hanno beccato con la zoccola sbagliata. Di quelle che la bocca la usano anche per parlare. E che voleva, un posto qua dentro?

continua http://www.tornogiovedi.it/2012/02/strategie-della-confusione-2/

30 gen 2012

Marco Rossari


L’unico scrittore buono è quello morto


copertina del libro

Un divertissement può aspirare a essere qualcosa di più dell’entertainment? Volando basso, ci si può sbellicare dalle risa e nel frattempo farsi venire qualche idea riguardo alla strana umanità condannata da demoni discordi all’esercizio (talora del tutto immaginario) della scrittura? Magari approfittare per rivedere un po’ di aberrazioni in corso trasformate in abitudini ormai considerate normali? E rivederle per es. con un ceffone assestato a mestiere? Provate a leggere questo libro di Marco Rossari e ditemi: non lo fareste, nel caso pur impossibile foste Tolstoj, costretto a vedersela con un paio di esemplari tipici dell’odierna società della comunicazione che fagocita e tira verso le sabbie mobili della stupidità anche un capolavoro della scrittura (che - parrà curioso solo agli incauti - con la comunicazione niente ha da spartire)? Non lo sgancereste un bel ceffone, molto espressivo, foste l’autore della Sonata a Kreutzer, se vi trattassero come una cretinetta che ha firmato l’ennesimo repertorio di ricette, come il giornalista cerchiobottista cui hanno attrezzato un romanzaccio sulle comode scrivanie di una major milanese, come il rocker che è un pianto come musicista e un disastro ambientale come scrittore? Immaginatevelo il buon vecchio Lev Nikolaevič, invitato a Roma in una radio per parlare del suo romanzo, accolto da una sciamannata che fra le altre cose gli domanda cosa sta leggendo in questo periodo e quando sente rispondersi “La Bibbia”, gli fa “E com’è?”, e poi deve vedersela, il vecchio russo, con il garrulo conduttore e gli ascoltatori che fanno a gara a chi gli pone la domanda più idiota…Ma se Tolstoj passa una brutta giornata, pure Shakespeare deve vedersela con un mediocre tutore dell’idiozia, un giudice, che ha deciso di condannarlo per plagio e diffamazione, avendo il grandissimo inglese rubato le sue storie a destra e a manca, con l’aggravante, da lui ingenuamente pensata come sola, onorevole discolpa, di “averci messo la poesia”…Rossari racconta storie così. Brevissime, a volte ridotte a fulminanti battute, a scambi o pensieri non solo di scrittori giganteschi ma di poveri, comici, disgraziati scriventi… Se ai grandi risparmia le reazioni estreme vagheggiate dal comune lettore, dei restanti colleziona immagini definitive. “C’era uno scrittore che aveva letto un solo libro, il suo. E gli era bastato”. E ce n’era un altro “che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro.”Le vicende umane e professionali degli scrittori – di quelli veri e di quelli farlocchi - possono essere tragicomiche, come quelle di chiunque altro, ma godono, si fa per dire, di una peculiare caratteristica: sembrano poggiare sul nulla, non hanno appoggi sicuri, il mestiere in sé può non sembrare un mestiere, non v’è certezza, come dire, statutaria, figuriamoci ontologica; è un’avventura destinata per lo più alla sconfitta, e in nessun altro caso la disfatta è spietata quanto in questo eterno Purgatorio sospeso fra la gloria e l’abisso. Nessuno - è noto - perdona a uno scrittore di non esserlo compiutamente… Epperò, cos’è quella mancanza? che vuol dire? non finire un romanzo, non pubblicarlo, non venderlo? o semplicemente non essere cacato da nessuno - nemmeno dai propri amici? Rossari sa che parlare di scrittori non è come parlare di ingegneri. O, ancor meno, di farmacisti. Ché poi la natura precaria degli scrittori dipende anche dai lettori (e mica sempre con la testa a posto pure loro, a cominciare dalle lettrici che si aspettano di essere scopate a sangue da un ficaccio col proprio nome stampato da qualche parte), dagli editori e via dicendo. Tutto questo complica la faccenda, già poco limpida di suo… Metti a scuola, che ci hanno raccontato di una certa tradizione romantica, che ci sarebbe come “un sentire” dello scrittore… Il narratore di Rossari sa per esempio di uno scrittore isolato in uno sperduto villaggio del cosiddetto Terzo mondo: be’, costui non aveva una penna né un foglio, forse nemmeno una lingua. Così, “se ne stava lì, seduto su una roccia, a contemplare il creato. Eppure era uno scrittore”. Umanità dalle strane caratteristiche, non c’è che dire. E c’era quell’altro – ancora - che “stroncava montagne e partoriva topolini”.

La parodia, modalità stilistica che oggi non gode di grandi apprezzamenti da parte della critica, salvo dimenticare che l’ottanta per cento dei romanzi italiani in circolazione sono involontariamente parodistici, nel libro di Rossari mostra come, nelle mani giuste, possa “dire” senza parere cose mica così frivoli. Non so se l’autore ha qualcosa in comune con lo scrittore-dandy cui l’editore che lo scopre suggerisce di scrivere aforismi, più che romanzi, perché ha un gran talento nello scatto, nella “definizione fulminante, nella battuta salace”. Non ho letto gli altri suoi libri. Certo, se Wilde non ebbe pari nel “paradosso spiazzante”, Rossari (fra l’altro, di questo ho contezza reiterata, ottimo traduttore) non scherza quanto a beffarda lapidarietà. Aspiranti o sfigati scrittori sappiatelo: ce n’era uno “che decise di vivere recluso e non pubblicare più. Nessuno venne a cercarlo”.

21 gen 2012

BERNARD QUIRINY

LE ASSETATE
Le assetate


Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no. Invece questa satira di un femminismo totalitario, realizzazione dai tratti fin troppo noti perché mutuati da esperienze storiche “reali” (credo che l’autore guardasse soprattutto ai paesi dell’est comunista) di un ordinamento distopico che rovescia il secolare potere del maschio è stata immaginata e scritta da un trentacinquenne scrittore belga di lingua francese, 
Bernard Quiriny, professore universitario di filosofia del diritto e bravo narratore, anche se improvvidamente paragonato all'inavvicinabile Bolaño. Siamo in Belgio. Anni ’70. Una rivoluzione femminista di dure e pure quant’altre mai prende il potere e instaura un regime totalitario incuneato nel centro dell’Europa ricca e avanzata. Ovviamente, gli intellettuali coevi – francesi, e non stupisce – trovano l’evento esaltante. Così, non vedono l’ora di andare a vedere di persona cosa accade a Viragoland (così come nella realtà si andava in Cina).
Le assetate di Quiriny (Transeuropa) è costruito con un montaggio che alterna la storia del viaggio (non priva di momenti esilaranti) di questi intellettuali francesi (parte della critica d’oltralpe ha voluto vedervi l’ombra caricaturale dei vari Bernard-Henri Lévy, Philippe Sollers, Julia Kristeva, ma giustamente l’autore nega, anche per non passare guai...) con il diario di una donna che vive  nel neo Impero. L’autrice del diario, un'infermiera, “sa” cosa deve fare per essere una brava militante ma “sa” anche quanto sia astuto il condizionamento che dall’alto pretende di ridurla a una serva del regime. Sarà anche per questo, perché la voce è costruita da un uomo, ma un romanzo potenzialmente esplosivo è in parte disinnescato da una disposizione didascalica, “esterna”, che l’ironia non riesce a nascondere. La faccenda è scoperta. Per dare un’idea, a pagina 20, la narratrice ritorna al momento della presa di potere delle donne a L’Aia, ubriache (eppure l’alcol verrà vietato, fatti salvi i privilegi della nomenklatura…), che si lasciarono andare a eccessi indicibili, “ebbre della loro potenza, braccando gli uomini”… E aggiunge:”questo non lo sentiremmo certo raccontare in televisione”. Esattamente come in qualsiasi dittatura più o meno totalitaria, ma scritto da un uomo la rivelazione in realtà appare, come usava dire fino a qualche tempo fa, “telefonata”… Manca in un certo senso la sorpresa, il valore aggiunto dato dalla scoperta di qualcosa che avremmo faticato a intuire. 
Detto dei limiti, il romanzo è godibile, la satira intelligente, gli intellettuali esagitati che vanno alla scoperta del luogo “magico” - ovviamente un inferno - sono ridicoli secondo lezione fin troppo metabolizzata negli ultimi decenni. Credono di tenere in tasca la verità, si entusiasmano per i motivi sbagliati, distinguono da savi il bene dal male, e quando complicano il codice lo fanno senza grandi necessità etiche o logiche, mostrando uno zelo rivoluzionario messo in crisi qua e là solo dal capriccio (sono intellettuali un po’ en artiste – eccetto le capesse iperfemministe: quelle sono le solite stronze e basta). Quando arrivano in Belgio, qualcuno di loro è scioccato dai metodi rudi delle soldatesse, locali “forze dell’ordine”, le femministe al seguito invece sono febbrili e non fanno un piega quando viene chiesto loro di consegnare orologi e macchine fotografiche. Altrettanto delle dirigenti, che non hanno bisogno eventualmente di esibire rudezza anche di mani, ma sono decisamente altere e carismatiche. Se ne accorge anche l'infermiera, per caso proiettata sui piani più alti della piramide in occasione di una celebrazione “di stato” in onore di Judith, figlia ed erede della Pastora Ingrid, papessa del regno di Viragoland, al cui culto è ovviamente immolato l’intero Impero. Un bell’avanzamento per lei, cui tempo prima avevano ucciso la madre, sospettata di aver tradito la Pastora, costretta a vivere in un regime di diffidenze, di spie appostate ovunque, qualcuna al corrente del fatto che la donna nasconde un figlio maschio in campagna.
Risultato del fanatismo progressista? Dinamiche poliziesche, censure di libri e giornali, divieti d’ogni tipo, inneschi psichici paranoici in virtù (si fa per dire) dei quali un bravo (brava) militante non deve farsi sorprendere da un mutamento in seno al regime (di opinione, di comportamento) perché dovrebbe intuirlo in anticipo da sé… Insomma, quel tratto che resta il più sinistro di ogni dispositivo totalitario, per il quale, passata la fase programmatica della violenza e del consenso, il lavaggio del cervello è arrivato alla conclusione “organica”: un’ideologia da connaturare all’individuo sì che il venir meno ai suoi dettami è pagato attraverso il più mortificante e suicidale senso di colpa. Il peggiore? Farsi passare per la testa che un maschio possa essere attraente, dunque altro dalla condizione di servitù cui è stato relegato. Ma agli intellettuali in trasferta interessa meno la verità che promuoversi come “esploratori” dell’utopia. Ne faranno un racconto non proprio fedele. Il romanzo di Quiriny più che ricordarci una stagione della storia occidentale, ci squaderna davanti un tipo d'"intellettuale" che conosciamo bene. E in fondo, non è colpa di Quiriny se un romanzo del genere non sia stato scritto da una donna.

11 gen 2012

Nabokov, l'incantatore

incantatore-adelphi“È un bel brano di prosa russa, preciso e limpido”. Che l’autore se lo dica da solo, in astratto, potrebbe sembrare di cattivo gusto. Il fatto è che non puoi dargli torto. “L’incantatore“, piccolo romanzo che Nabokov scrisse nel 1939 nella sua lingua nativa, è persino qualcosa di più: un piccolo gioiello, magari con qualche accelerazione improvvisa, qualche slittamento di troppo negli snodi narrativi – per i quali il curatore e traduttore prima in inglese e poi in italiano Dmitri Nabokov, figlio del grande scrittore, chiama in causa le forme cinematografiche, passione ben nota dell’autore, nel cui racconto i riferimenti al cinema, almeno sul piano metaforico, si sprecano).


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4 gen 2012

SCOTT IN ANTARTIDE


Era il giugno del 1910 quando la nave Terra Nova prese il largo da Londra, in direzione dell’Antartide. Trentuno uomini, selezionati con cura dal capo della spedizione, l’esploratore britannico Robert F. Scott, che azzeccò anche la scelta della nave. L’errore venne dopo, quando dal campo base si trattò di raggiungere il Polo Sud. Scott lo capì solo nel momento in cui il 18 gennaio 1912 fu abbagliato dai colori della bandiera norvegese che l’avversario Roald Amundsen aveva piantato un mese prima nel cuore del continente – e festeggiato la circostanza con bistecca  di foca. Vi era arrivato con sci e cani da slitta, adeguatamente equipaggiato. Scott invece no – preferì i pony della Manciuria e improbabili slitte a motore che avrebbero fatto drammaticamente cilecca. Purtroppo per lui, l’errore non gli costò tanto una sconfitta “sportiva” ma la vita – la vulgata assegna al norvegese uno spirito più competitivo, al britannico, che pure in Antartide era già arrivato una decina di anni prima, più disinteressate ambizioni scientifiche. Difficile dimenticare tuttavia che la sua impresa era, agli occhi dei suoi connazionali, da ascrivere alla mitologia dell’Impero, qualcosa a metà fra il beau geste e l’effrazione territoriale.
Organizzazione razionale contro un eccesso di romanticismo? Fatto sta che la marcia di ritorno fu troppo lenta, e le temperature letali. Scott non fu il solo a lasciarci la pelle. Lo stesso capitò ai quattro uomini che erano con lui.
Storie di un altro mondo, insomma. Per chi volesse farsene un’idea ecco un bel libro fotografico, Scott "In Antartide, La spedizione Terra Nova nelle fotografie di Herbert Ponting," edito da Nutrimenti, nella collana “Tusitala” a cura di Filippo Tuena (che accompagna il volume con un suo scritto, assieme a una brevissima prefazione dello storico Ranulph Fiennes e una nota biografica sul fotografo da parte di H. J. P. Arnold). Ponting partecipò per un bel pezzo alla spedizione. Ne registrò momenti, luoghi, oggetti, persone. La baracca meteorologica, il montaggio di una slitta, il cuoco che impasta il pane, chi cuce una tenda chi i sacchi a pelo. Capo Evans, il monte Erebus, il blizzard e i sastrugi. Le grotte nel ghiaccio, le capanne e le marce. I pony e le slitte. I gabbiani e i pinguini. Gli uomini, soprattutto.
Tuena costeggia le fotografie di Ponting nel suo racconto della spedizione impaginandolo non come una didascalia discorsiva ma come un “a parte” – favorito anche dal formato scelto per l’occasione: la narrazione e le immagini sono due “testi” che possono procedere per proprio conto e nello stesso tempo guadagnano dalla compresenza dell’altro. Ciò che ne emerge in entrambi i casi, a prescindere dal fatto che l’organizzazione norvegese fu alla prova dei fatti molto più efficace, è che un’avventura estrema, del genere di quelle che per loro natura evocano quasi un oltre della fisica proprio perché ne esplorano lo spazio liminare, ha bisogno tuttavia della più ferrea, robusta, minuziosa disposizione alla manovra materiale: al controllo di sé, del proprio corpo, e delle cose. Dal canto suo, Pointing era avvezzo agli spazi insoliti, alle zone pericolose, avendo documentato la guerra russo-giapponese del 1904-1905, perciò stesso meritandosi un’ottima reputazione. Ma la sua parte gloriosa nella storia della fotografia se la guadagnò in questa impresa. Vale la pena ricordare agli eventuali curiosi dell’argomento, che nelle ultime settimane, per il centenario, lo storico Roland Huntford, incline a ridimensionare i meriti di Scott mette a confronto i suoi diari con quelli di Amundsen. Il volume s’intitola "Race. Alla conquista del polo Sud" (Cavallo di Ferro, pagg. 416, euro 23). La battaglia è aperta.



26 dic 2011


Oltre il Piano B

Ci sarebbe un modo leggero di leggere il libro di Gianfranco Franchi (L'arte del Piano b): intenderlo come un divertissment, non perché mero esercizio ludico, ma parodico “manuale di sopravvivenza” sentito e insieme ironico, appassionato ma divertito. Forse è il più lecito. Ma intanto non vorrei fare una “normale” recensione: niente libro bello, brutto o così così, secondo categorie che una volta sentii dalla bocca dell’ottimo ma non infallibile Cesare Garboli definire stupide e – questo era un portato d’epoca, sebbene alla sua fine – “piccolo borghesi”. Non per sfuggire all’imbarazzo di scrivere di un amico, nonché sodale di una piccola ma tenace impresa letteraria quale quella del 'Paradiso degli Orchi' (imbarazzo che il giudizio positivo sul libro di un amico non impedisce perché sarebbero facili i sospetti di comunella da piccola società letteraria, laddove chi scrive ha sempre biasimato l’affaire su piccola o larga scala di intrecci letterari di favori reciproci – una più comica e trista versione dei berlusconiani conflitti d’interesse: a sinistra più che a destra - solo perché di scrittori dichiaratamente “di destra” in Italia non se ne vedono e quelli che sì in effetti meglio sorvolare).Piuttosto, il libro di Gianfranco mi offre lo spunto per porgli qualche domanda sperabilmente interessante non solo per lui, ma per i frequentatori della rivista, e interessanti perché, nelle mie modeste intenzioni, a partire dal Piano B si possono aprire domande su questioni più ampie, certo impegnative ma credo necessarie – ripeto, forzando forse le stesse intenzioni dell’autore, al quale ho chiesto preventivamente disponibilità a questo confronto.Un passo indietro. Sulle singole declinazioni (e opinioni implicite) del manualetto si può concordare o dissentire. Per esempio, a me persuade la serie “documentazione, progettazione, sperimentazione, attuazione”, mi piace e molto il richiamo, seppur detto con passo lieve ma tutt’altro che esangue, alla serietà, al rigore, alla concentrazione; l’invito a sgamare i “venditori di culo”, quelli che senza mestiere, dedizione, professionalità vogliono venderti la facilità di una botta di culo, appunto; mi piace l’istinto di Gianfranco che sa guardare oltre la superficie del teatro della vita; e mi piace moltissimo il coraggio di mettersi in gioco. Franchi ha qualcosa del romantico; di non scontata accezione. Il tipo da Piano B nelle intenzioni dell’autore è un individuo lucido, freddo. Uno stratega, a suo modo. Termini tutti che non sembrano consegnarlo a un’immagine romantica, almeno a dar retta alla vulgata. Che difatti mica è tanto sballata: è solo che Franchi lo è, romantico, come può esserlo un uomo di questi anni, che non sono evidentemente quelli di Novalis. Come può esserlo un uomo ossimorico e sufficientemente addestrato non solo alle buone letture, ma consapevole della complessità strutturale del mondo in cui vive: un mondo che non cambia con una manifestazione, figuriamoci con una poesia.Non sono sicuro invece del sentimento con cui Gianfranco riprende il motivo dell’eccezionalità italiana, dell’essere versati al Piano B (gli “artifici, gli espedienti, gli escamotage” per sopravvivere ai popoli dominatori): credo che il compiacimento – qualora vi fosse ed è una delle domande che gli pongo - per questa tradizione (vocazione?) non ci faccia bene. E con esso la parola “disfattismo”: evoca brutte storie. Ancora: non so se i Dardenne siano dei vetero-marxisti ma 'Rosetta' è a mio avviso un non piccolo film; e lo sono anche alcuni titoli di Kaurismaki.Ciò detto, vedo una componente romantica nella generosità dell’approccio di Gianfranco alle cose, e agli altri. Romantica – imperturbabile e febbrile insieme - sembra la sua stessa sfida, il suo proprio Piano B (è fin troppo ovvio immaginare che ne abbia uno). L’intrapresa e durata di “Lankelot”, il portale da lui fondato, lo conferma con un’evidenza palmare. L’amore per la letteratura, quella vera, il lavoro e il sostegno alla piccola editoria di qualità - non è una cosa scontata. L’ambiente letterario in Italia, spesso è fatto di gente del cazzo. C’è chi scrive bene - personalmente, se un libro mi convince, tendo a non farmi condizionare dalla biografia dell’autore; mi frega poco se è uno stronzo, e nemmeno se lo è il suo editore; o qualcuno pensa di dar fuoco alla moltitudine di capolavori della storia dell’arte firmati da emeriti figli di puttana? – Però, c’è chi scrive bene ma resta un odioso opportunista, un ipocrita arrivista, un servile intrallazzatore. E quanto questo faccia male al paese non dovrebbe esserci bisogno di ricordarlo. Di berlusconismo editoriale e “letterario” son piene le pagine de “la Repubblica”, per esempio. Sono le imprese come 'Lankelot', o il 'PDO' che state leggendo – del tutto sottratte a qualsiasi logica commerciale – a tenere in piedi quel po’ che resta di salute “letteraria” contro le pile di merda che occupano militarmente le librerie sponsorizzate da recensori compiacenti etc…Insomma, mi parrebbe quello di Gianfranco un romanticismo robusto ma temperato (ne partecipa anche la “zemanite”, che non è una malattia di malinconici “perdenti” per il semplice fatto che la sconfitta è solo l’esito apparecchiato per chi non ha occhi per la bellezza). Invece mi disorienta l’abbraccio pop con “il sovrano artefice delle coincidenze”, con il Dio cui conviene credere secondo antica utilitaristica disposizione pascaliana. E sulla stessa via, antitragica, mi sembra il riferimento alla Dissimulazione Onesta dell’Accetto, compagno di viaggio del tipo da Piano B.Ora, non so se si tratti di aporie testuali, di legittime oscillazioni biografiche, o di imperizia ermeneutica del lettore. Ma v’è una zona di complicazione centrifuga che forse sussume alcuni dei punti a mio avviso dilemmatici, ed è quella che qui vorrei aprire all’attenzione di Gianfranco e dei lettori. Parlo della “politica”: metto le virgolette perché non intendo la parola come adesione eventuale o già implicita a un partito, ma a un’interrogazione delle categorie politiche il cui sommario abbandono a mio avviso non sarebbe un buon viatico per avvicinare il futuro (che è già ora). A latere di altri libri, di recente abbiamo io e Franchi abbozzato qualche frammento di possibile discussione intorno alla generazione dei trentenni, io lamentando, molto alla grossa, una certa qual vaghezza di propositi, un’opacità “politica” che al fondo sembra sapere quello che non vuole (il rifiuto in blocco di schemi ideologici del passato) ma non pare altrettanto sicura (o addirittura seriamente interessata) nel proporre nuovi indici (cauti, flessibili ma forti) per un progetto di più ampio respiro. Mancando il quale trovo difficile immaginare cambiamenti significativi (naturalmente, qui riassumo al netto di un’altra evidenza: sono fuori causa gli slogan rimasticati senza lucidità dai cosiddetti “indignados”, quando pure autentici - parlo delle insorgenze più spettacolari, quelle in superficie, forse costrette esse stesse da schemi giornalistici a formulazioni sbrigative). Mi domando se non si annidi una sorta di rifiuto pregiudiziale delle categorie del politico, come se il loro lascito novecentesco fosse soltanto un cumulo di morti e di macerie.La domanda sincera insomma è: può un 'Piano B' fare a meno di una progettualità politica che, appresa dal passato la lezione di quanto sia catastrofico irreggimentare il mondo in una interpretazione che lo contenga interamente (uno dei peccati capitali di Marx cui intanto sfugge l’irripetibilità non deterministica di ogni vita umana), sappia tuttavia articolare convinzioni e intenzioni – duttili, sempre auto-critiche, certo - che eccedendo la pura teoria oltrepassino insieme la dimensione meramente individuale del vivere? È possibile concepire vite in astratto, ossia avulse dai contesti materiali, economici, fattuali del mondo in cui siamo immersi? Ricorderò una cosa molto semplice. In natura la democrazia non esiste. Non v’è niente, ma niente, nella storia d’Occidente, di quello che consideriamo civile, appena giusto, “democratico” (legislazioni sociali, diritto a un vita dignitosa, la stessa “libera” partecipazione alla vita politica: sapete tutti che potrei continuare per interi volumi) che non sia stato conquistato, con durezza estrema spesso, a costo della vita. Non è retorica, è l’abc della storia dei padri. Anche e soprattutto di quelli più ravvicinati, del secolo scorso. Perciò chiedo a Gianfranco se al di là delle fondamentali risorse individuali - della “disposizione spirituale”, dello “stato mentale” di un Piano B, propedeutici a qualsiasi svolta della storia - non riterrà davvero che si è sempre e comunque artefici del proprio destino. Se crede che basti l’onestà – necessaria, certo, la stessa che muove questo mio intervento. Se, per tornare all’Italia, l’antropologia evocata dal suo libro non meriterebbe di farsi non solo civismo (esempio individuale, rispetto delle regole, pagare le tasse eh…) ma rinnovata vita pubblica ossia politica in un paese che ne è privo con somma disgrazia di tutti. Non meriterebbe il paese un Piano B da Trieste a Palermo? E se sì, questo non significa abbozzare risposte proposte idee concrete, traduzioni di aperte ma non deboli “visioni del mondo” che soltanto un’ideologia massiva, la presente e nascosta e spacciata per “natura” dal delinquenziale iper-capitalismo finanziario biasima come “ideologiche”?
Con stima e affetto

pubblicata sul paradisodegliorchi

23 dic 2011

Philip Ball


L’istinto musicale. 


copertina del libro
Occorre del tempo per leggere il voluminoso L’istinto musicale (Come e perché abbiamo la musica dentro), complesso ma niente affatto pesante, persino didascalico. Non solo per la mole. Se è vero che cerca di tracciare una mappatura la più esaustiva possibile di una nozione così prensile e al tempo stesso sfuggente come quella indicata nel titolo avvalendosi di prospettive differenti - diciamo banalmente interdisciplinari – ognuna delle quali foriera di spunti anche utilizzabili in sé, è solo l’insieme intrecciato e così vasto di contributi che può davvero avvicinare una risposta al sottotitolo. Philip Ball è un divulgatore scientifico d’indubbia intelligenza, dalle conoscenze evidentemente massicce, non solo musicali, il che gli consente un approccio prismatico all’argomento – intanto, ottimo per sgombrare il campo da una serie di banalità e luoghi comuni anche stupidi intorno all’arte per eccellenza. A partire dall’equivalenza della musica con la matematica, disciplina che con la musica ha certo a che fare ma non può coincidere con essa (piuttosto, essa “è la più notevole combinazione di arte e scienza, logica ed emozione, fisica e psicologia”). La matematica serve invece all’autore per avvicinare l’oggetto del suo studio non più di altri apporti quali quelli delle scienze cognitive, della psicologia, della neurologia, della filosofia, della semiotica. Ma soprattutto è la stessa teoria musicale a orientarci, declinata però dentro un campionario storico-geografico di molteplici possibilità, tali da non garantire certezze esaustive al riguardo. Non è compito di questo libro ma da esso emerge con definitiva dimostrazione (e direi implicita soddisfazione del lettore) che il salto verso un orizzonte extraoccidentale è definitivamente compiuto, non solo perché musiche estranee alla notazione “classica”, europea, aspirano a uno stato di pari dignità, ma perché i ragionamenti persino più scontati che facciamo intorno agli aspetti emozionali della musica possono essere preventivamente problematizzati dalla domanda: “di che cosa parliamo quando parliamo di emozioni musicali”? Per un ascoltatore subsahariano ha lo stesso significato?Che questo sia un aspetto non secondario della faccenda lo ricorda nell’introduzione al volume il semiologo Franco Fabbri: “L’identificazione della musica eurocolta con la musica tout court (…) ha fortemente influenzato l’attività scientifica nelle discipline sperimentali”. Ecco, l’antropologia culturale basterebbe per sapere che le categorie concettuali che utilizziamo per studiare questo o quell’aspetto della musica presuppongono che l’impostazione delle stesse domande sia tutt’altro che pacifica. Anche le più immediate: cosa sono le note musicali? La musica è un linguaggio? Ha un significato (vexata quaestio)?
Se a qualcosa di definitivo giunge lo studio di Ball (degli apporti etnografici si è detto, ma non mancano exempla da Bach a Bacharac, dai Beatles a D. Ellington, da Ligeti a Copland) è l’idea che l’essenza della musicalità “quasi tutti la possediamo”, a prescindere dall’essere musicisti (anche dilettanti, evidentemente). Perché la “musica non è un fenomeno naturale, ma un concetto umano”. Ed è certo che non si danno notizie di società “prive di una qualche forma di musica”, pur di intenderla – questo è il punto imprescindibile – attraverso modalità che possono essere lontanissime da quelle cui siamo abituati. Per gli Igbo nigeriani non esiste un concetto di musica estraneo alla danza (il che è un di più rispetto al pensare una musica “per la danza”); i “talking drums” comunicano informazioni specifiche; per Boezio la musica aveva da fare con la ragione e non con i sensi, era una roba filosofica; Margaret Mead negava la vecchia convinzione che la musica balinese fosse meramente utilitaristica, ma indubbiamente il piacere del gamelan è più legato alla sua esecuzione che alla musica in sé (per quel che vale, confermo l’impressione). Probabile, come sosteneva Darwin, che non abbia un valore adattivo, ma è certo che farne uno “zuccherino” come vorrebbe il neo-cognitivista S.Pinker è una cosa che fa ridere. Stiamo piuttosto con Nietzsche, per il quale la musica “è qualcosa per cui vale la pena vivere sulla Terra”.

in lettura

..."le cose che aveva sempre pensato a proposito delle confraternite e dei loro membri: che la loro attrattiva nasceva da un bisogno di protezione primitivo (clan di neandertaliani che si coalizzavano contro neandertaliani di altri clan)...
 da "la trama dl matrimonio" - jeffrey eugenides

20 dic 2011


Rocco Carbone

Il padre americano


copertina del libro
Il padre americano dello scrittore prematuramente scomparso Rocco Carbone è un romanzo di affetti, di pudori e premure sempre contenute in un contegno fermo, perplesso e malinconico. Romanzo inedito, scritto prima di Per il tuo bene, l’altro titolo pubblicato postumo, esce ora a tre anni dall’incidente automobilistico che tolse la vita allo scrittore calabrese. Ci pensa l’editrice Cavallo di Ferro di Romana Petri, scrittrice che fu amica dello scrittore e a lui dedicò un breve racconto aggiunto in appendice a questa bella edizione.Poiché “Dopo una certa età è difficile per un uomo non dare ragione a una donna giovane e bella”, la storia inizia con un inopinato viaggio in America del narratore, convinto dalla ragazza con cui ha una relazione a prendere un aereo e lasciarsi alle spalle la mestizia di un lutto, quello del padre, cui l’uomo fa appena in tempo a organizzare un funerale. Non sembrerebbe una persona particolarmente attenta ai bisogni altrui, la ragazza, tant’è che si capisce presto l’aria che tira. Per quanto innamorata possa dirsi di lui, è capace di lasciarlo di stucco con parole sgradevoli dette con un eccesso di disinvoltura. E di abbandonarlo a un certo punto senza tante spiegazioni. Del resto lo aveva fatto egli stesso, anni prima, con la moglie – a chiederselo, il perché, non saprebbe rispondere con sicurezza nemmeno lui. Un po’ opaco l’intero paesaggio affettivo implicato in questa vita, insomma. Cui il protagonista non fa che ripensare, a partire dal rigore non sempre perspicuo del padre, un giudice calabrese che non ha nessuna intenzione di abbandonare quella terra triste e malsicura: è lì che servono quelli come lui, quelli che ci credono. Piuttosto aveva mandato lui, il ragazzo, lontano, a Roma, perché la minaccia di una vendetta della ‘ndrangheta non si era fatta attendere. Il romanzo dunque cambia di continuo luogo e tempo con evidente abilità e scorrevolezza, costruendo con sagacia un tessuto narrativo che si fa più stretto man mano che si procede nella lettura. Il ricordo e la consapevolezza - che cresce con il tempo - di una regione, la Calabria (terra d’origine anche dell’autore) saccheggiata dalla malavita, dall’abusivismo, espropriata della legge, s’intreccia con gli anni romani del narratore, capace studente universitario, timido con le ragazze, fulminato dall’amicizia di Ernesto, giovane svagato e inconcludente prima, ben presto futuro ottimo scrittore afflitto dalla classica sindrome bipolare che si accanisce non di rado sulle menti molto creative. Ma la relazione decisiva, quella intorno alla quale si stringono i nodi fondamentali della vita del narratore, ha da fare con il padre. Che, anziano, non può più farcela da solo, perde colpi e forse per questo con la senilità inizia ad aprire le porte prima sempre serrate alla cauta ma sorprendente rivelazione di vitali storie di famiglia. Un uomo insomma che ha fatto dell’onestà un principio basilare della sua vita, eppure è meno trasparente di quanto non sembri, avendogli tenuto nascosta la storia del padre – del nonno del narratore. Un uomo che aveva vissuto per qualche anno proprio in America. Ecco che il viaggio del nipote diventa l’occasione inaspettata per ricostruire un passato ignoto e scoprire segreti insospettabili.
Una scrittura denotativa e più che asciutta, persino grigia quella di Carbone, con un modesto indice di metaforizzazione, senza guizzi stilistici. Però di pregevole tenuta ritmica, passo regolare, antispettacolare ma in grado di rendere bene il clima non di rado angusto, disagevole, di apprensione trattenuta a fatica, di non detto che tedia le relazioni fra i personaggi. Una scrittura di cose e non di parole insomma, sebbene non vi accadano moltissimi fatti e parte non esigua del materiale narrativo sia di tipo psicologico, pensato oltre che vissuto. Un buon libro con un sapore molto tradizionale.

15 dic 2011

Il Pinocchio di De Pascalis

da  alibionline



Mentre annuncia che dal 2012 presenterà una nuova collana di fumetti (specie mistery, thriller e favole), la piccola casa editrice La Lepre di Roma manda in libreria un bella edizione del Pinocchio rivisto dallo scrittore nonché – qui è proprio il caso di sottolinearlo – grafico, illustratore, pittore Luigi De Pascalis, del quale ci siamo occupati su ALIBI in occasione del romanzo La pazzia di Dio.

Si tratta per l’occasione di una graphic novel ispirata ai passi più noti del gran libro e anche ad alcuni meno noti. Disegnata (direttamente su lastre di acetato) con gusto inconsueto perché insieme stilizzato e “popolare”, con un color seppia il cui umore antico è bilanciato da un tratto nervoso, come a suggerire il temperamento febbrile dell’imprendibile ragazzino di legno, una storia sospesa nella sua unicità e nello stesso tempo – sono le parole dell’autore – ben dentro la Toscana di fine Ottocento. Il seppia in fondo rievoca il legno di cui è fatto Pinocchio e suggerisce con efficacia l’oscurità di certa campagna toscana, non quella vagheggiata dai ricchi inglesi che acquistano ville e casolari evidentemente.PinocchioOscurità che è anche un po’ il tragico che De Pascalis legge (interpreta) nella presunta favola, ché l’aerea fiducia di Pinocchio è messa a dura prova da un paesaggio di comprimari – umani e non – tutt’altro che rassicuranti, spietati nel ricondurre il ragazzino di legno a un principio di realtà molto poco poetico, va da sé. E il tragico sta nel fatto che per smettere di penare, Pinocchio è costretto a diventare altro da ciò che è. Pinocchio può trovare il suo posto tranquillo nel mondo solo pagando un prezzo incalcolabile – la bellezza della sua libertà.Insomma, che si tratti di scrivere o disegnare, De Pascalis sa che una storia è detta intanto dal suo “come” – e l’atmosfera non è l’ultima delle sue preoccupazioni stilistiche. Anche come pittore e illustratore, potendo vantare ormai un’esperienza di diversi decenni.L’edizione è bella, dunque: difficile che un adulto possa regalarla a un giovinetto senza volerne una copia anche per sé.

14 dic 2011

Il carattere nazionale


Forse c'è una cosa peggiore della lagna non richiesta delle poetesse avventizie che popolano la rete: i cantanti. Non so altrove, ma è difficile
immaginare tanta idiozia tutta assieme (una sorta di parodico rovesciamento del rinascimento, ridicolmente macchiettistico): jovanotti, vascorossi, antonellovenditti...

8 dic 2011

Operazione Massacro

Rodolfo  Walsh  


Dopo la traduzione Sellerio del 2002, esce nella medesima versione di Elena Rolla ma presso i tipi de lanuovafrontiera (benemerita casa specializzata in letteratura sudamericana) un classico del giornalismo investigativo e in un certo senso, da chiarire,  “letterario”. Operazione massacro dell’argentino Rodolfo Walsh, a suo tempo (successivo agli eventi raccontati nel piccolo libro) guerrigliero della sinistra peronista, ebbe l’idea, nemmeno tanto determinata all’inizio, poi sempre più imposta alla sua coscienza dall’intuizione dei fatti, di guardare a fondo in una storiaccia del 1956: a margine, si fa per dire, della presa di potere da parte dei militari, e contemporaneamente al fallito tentativo dei peronisti di ribaltare la situazione con un putsch, un gruppo di civili fu massacrato dalla polizia alla periferia di Buenos Aires.  

Uno degli uomini scampati a quel terribile 9 giugno gli racconta quello che ha visto. L’allora un po’ vago scrittore di storie fantastiche e soprattutto poliziesche trova modo di ricostruire la storia e pubblicarla di straforo sul foglio sindacale Revolucion Nacional, prima  di farne un libro nel 1957. Il “letterario” evocato prima va inteso come apporto a un genere che coniuga cronaca e finzione: un anticipo di quel new journalism del quale tutti ricordano il capitale A sangue freddo di Truman Capote.

Ecco, Operazione massacro rivela agli argentini la violenza inaudita di un crimine nascosto (sui giornali dell’epoca non v’è alcuna traccia di quella notte), restituisce nobiltà al mestiere del giornalista – anche se qui non si tratta più di mero giornalismo, vale da esempio purtroppo seguito da pochi eroi (e non dovremmo avere bisogno di eroi no?) e, last but not least, dispiega un modello di scrittura pregevole. Nelle prime pagine è evidente lo schema strutturale che ri-costruisce gli eventi, avvicinando uno a uno le vittime, riesumandone alcuni tratti decisivi della personalità, intrecciandone i destini fatali poco a poco, infine stringendo il racconto verso il suo esito drammatico.

La scrittura di un capitolo nero della purtroppo cupa storia argentina (politicamente parlando) fa del libretto di Walsh un classico della “non-fiction”, come potremmo anche definire il genere – ce lo ricorda Alessandro Leogrande, autore dell’introduzione, a sua volta un rappresentante del modello in questione. Che trova giustamente lo specifico di Operazione Massacro nell’intuizione di Walsh – quella che lo spingerà alla rischiosa intrapresa - che polizia periferica e potere militare centrale erano parti di uno stesso sistema criminale.

Per questo, il crimine va letto con un approccio narrativo che superi le secchie della mera cronaca per diventare conoscenza più profonda degli umori e delle dinamiche di potere di un paese. L’altro paradigma duale, rovesciato, riguarda lo stesso Walsh, che cerca per tutta la vita di tenere insieme etica e scrittura. Non solo sarà lui a scoprire la preparazione americana dell’attacco alla Baia dei Porci – per dire il suo talento di giornalista d’inchiesta -  ma negli anni a seguire farà parte dei Montoneros, partecipando attivamente alla lotta democratica del suo paese contro i militari. Nel marzo del 1977, infine, scrive una celebre lettera aperta alla Giunta militare (come tutti sanno, siamo nella fase peggiore di una dittatura ferocissima), che accusa di detenere un potere illegittimo e sanguinario, di aver ucciso e torturato migliaia di persone. Che non fa attendere la propria reazione. Il giorno dopo, lo prendono, Walsh. In un certo senso è fortunato, se consideriamo che l’ordine era di torturarlo per qualche anno prima di farlo crepare. Il giornalista e scrittore reagisce all’imboscata sparando. Ferisce un soldato. Sono “costretti” a sparargli.

Muore a cinquant’anni.


1 dic 2011

Il carattere nazionale



Roma cominciava a incarognirsi con quella nuova frenesia del giubileo. Si favoleggiava di giganteschi progetti che avrebbero finito di straziarla in nome dell’ illuminata visione del mondo vaticana. Pochi avevano da obiettare qualcosa. Non era più di moda, porre obiezioni. Eccepire, veniva ormai considerato uno sport obsoleto di vecchi barbogi che la menavano ancora col materialismo, l’ideologia etc. Del resto, anche lui con Perduro si mostrava intollerante, sebbene del vecchio fosse l’ipocrisia a dargli fastidio. Eleganti pensatori sedicenti di sinistra si erano innamorati del papa polacco - e questo Livio lo considerava curioso fino a un certo punto: in questo paese, quando muoiono le parole d’ordine sempre là va a finire. Per decenni, vedi milioni di creature invasate di utopie, poi, tutt’assieme, crollano i castelli di sabbia e non trovi neanche un imbecille che non sia in afasia - un cavolo di sturdellone sfaccendato capace di inoltrare in Vaticano due paroline sensate fuori dal vecchio compitino imparato a memoria e poi dimenticato quando non è più buono. E quelli carini con tanto di cariche politico-istituzionali si pascevano e preparavano per la grande festa mediatica che avrebbe celebrato carità cristiana e brillante iniziativa economica. Un efficientismo capital-clericale da veri snob. 

27 nov 2011

I filosofi e le maschiette di Francis Scott Fitzgerald

http://www.alibionline.it/biblioteca/2437-le-qmaschietteq-di-scott-fitzgerald-in-bilico-tra-moda-e-romanticismo.html


Dopo il successo folgorante del romanzo Di qua dal Paradiso, Francis Scott Fitzgerald dà alle stampe una raccolta di racconti di varia efficacia e riuscita, Filosofi e maschiette (Flappers and Philosophers), di non impervia lettura, buoni per un pubblico non necessariamente sofisticato, sebbene non manchino finezze psicologiche, micidiali battute e qua e là una certa aurea cupezza che la leggerezza di superficie non nasconde del tutto. Le storie raccontano un tipo nuovo di fanciulle non più adolescenti, non più ninfette, ma ancora acerbe per assurgere a una vagheggiata, abbastanza illusoria immagine di femme fatale, meno sicure di quanto non vogliano apparire, coi capelli corti da maschietto secondo un’immagine che all’epoca fece scuola. Per dire a ogni modo di un’asprezza, di un’individuale esibita sedizione al vetusto e ai loro occhi ormai ridicolo modello delle Piccole Donne – e della moglie dimessa e obbediente a una volontà maschile quale che fosse.Si tratta di un’America già cinematografica, anche nell’immaginario delle protagoniste, modaiola, attratta dalle feste e incline a un marcato gusto edonistico – le maschiette interessate più che a “rivendicare” femministici diritti civili o politici, com’è noto, a godersi la vita abbronzandosi su splendidi yacht nella convinzione di meritare il massimo in circolazione in virtù del loro fascino. Che non solo non è detto sia eloquente ma è talvolta gonfiato dal vizio di fondo di una vanità debordante, di una strafottenza destinata a sbriciolarsi davanti a eventi non calcolati, a subire il ritorno di micidiali rigurgiti “romantici”. Le maschiette insomma non sempre si rivelano all’altezza delle loro ambizioni, il perfido Fitzgerald lascia che si illudano, che giochino le proprie mosse, che si sentano padrone della scena, il tempo necessario per infilarle in una storia più grande di loro e farle soccombere – secondo cifra a lui tipica, sospesa fra leggerezza e dramma.
Fitzgerald_1Per quanto cinismo pretenda la maschietta de Il pirata, lettrice del dissacrante La rivolta degli angeli di Anatole France, non priva in effetti di una sua autocompiaciuta e caustica sveltezza (“Mi dicono che sono l’incarnazione della gioventù e della bellezza”, riferisce sprezzante al ragazzo che non sembrerebbe all’altezza dell’infatuazione che nutre per lei, preoccupato dall’affollato panorama di pretendenti. “E tu cosa rispondi?”, azzarda. “Oh. Concordo in silenzio”), per quanta si mostri sicura, non le riesce di rovesciare il paradigma del potere maschile, finendo per subire il piano ingegnoso dell’uomo che la seduce. Le giravolte narrative in Fitzgerald non mancano nemmeno nello spazio breve del racconto, così ne La testa e le spalle, il destino della solita bella coppia di scrittore e ballerina prende una strada inaspettata, e Berenice che si staglia i capelli alla maschietta per stare al passo coi tempi dietro suggerimento di amiche e cugine più scaltre di lei, non sa quanto farebbe meglio a starsene nella sua tristezza di goffa passatista. Insomma, i tempi stanno per cambiare, ma non tutte queste ragazze riescono a essere quello che vorrebbero. Nemmeno i maschietti, quelli veri, però se la passano troppo bene. C’è pure chi si becca qualche cazzotto in faccia di troppo, com’è nell’ultimo racconto Quei quattro pugni. La prosa di Fitzgerald, che qui non si risparmia qualche caduta corriva, l’eccesso didascalico in alcuni dialoghi, al solito ha momenti incantevoli, sempre su un filo fragilissimo di crudele, musicale levità. 




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