2 apr 2012

Gipi


L'ultimo terrestre



Copertina
Per chi se lo fosse perso, vale la pena segnalare l’uscita in dvd di un film insolito, non del tutto riuscito, ma certo interessante e non privo di una sua periclitante grazia – parliamo de L’ultimo terrestre, opera prima di Gipi, nome d’arte del fumettista Gianni Alfonso Pacinotti. Tutto comincia con uno sfondo di cielo stellato e la messa in onda di una nota trasmissione radiofonica. Le frequenze arrivano nella radio di una piccola utilitaria malmessa e isolata in uno spazio urbano desolante. Dentro, un uomo che ha tutto dello sfigato: faccia, portamento, camicia e giubbetto – sempre gli stessi come vedremo, improbabili. Ascolta distratto la conversazione strampalata fra il conduttore e gli ascoltatori – parlano di una possibile invasione di alieni e intrecciano l’argomento in maniera assurda, comica, illogica con altre faccende. L’uomo ascolta ma in realtà è impegnato al telefono nel tentativo di rimediare prostitute al cellulare con cui passare la serata. Ecco, lo intuisci dall’inizio che è un’opera virtualmente aperta verso tentazioni formali, stilistiche e narrative tutte da decifrare. Ispirato a un fumetto non dell’autore, ma di Giacomo Monti, di cui Gipi adatta liberamente il lavoroNessuno mi farà del male, prodotto dalla Fandango, uscito nelle sale nel 2011 e ora in dvd Cecchi Gori, il film percorre la storia di un uomo tanto dimesso quanto lunare, Luca Bertacci, colta in un breve periodo durante il quale sono tutti in attesa di uno sbarco sulla terra degli alieni.L’uomo non sa più nulla della madre da quando era bambino, e la cosa in tutta evidenza non lo ha aiutato, soprattutto quanto a rapporti con l’altro sesso. Lavora come cameriere al Bingo, vive in un appartamento tristissimo in un caseggiato da fine della storia – solo un po’ più triste di una possibile new town da suicidio, vuoto come l’assenza di senso che sembra connotare questi cascami di vita occidentale – periferia italiana ormai poverissima in cui soltanto uno humour sbilenco e una certa fissazione per il sesso sembrano tenere in piedi i più (“Lo stile italiano è saper servire” dice un altro cameriere, frase che andrebbe studiata a memoria, ma del resto questo è il paese del Cortigiano e delle buone maniere di Monsignor della Casa).Luca ha una vicina che sembra sconvolta dallo scoprire che lui le appare come “la cosa più brutta” che abbia mai visto. Nel corso del film, cambierà idea. E darà forse una svolta a un’esistenza che sembra ruotare intorno al lenocinio come sola possibilità di renderla sopportabile. Non per altro, le puttane del film sono surreali, forse letteralmente oniriche, e i trans quanto di meno eccentrico sia rimasto in giro.
L’idea bizzarra quanto accattivante di mettere insieme il travaglio di un personaggio malandato e un evento - la possibile invasione degli alieni (dei quali in realtà non pochi sospettano che non potranno essere peggiori degli italiani) - sbilancia la storia verso una narrazione grottesca, a tratti poetica, fatta di incubi e fantasie a volte riuscite altre meno, giocati in una luce un po’ straniante, all’inizio quasi livida, di quelle che non concedono molto alla speranza di sottrarsi alla disperazione. Tanto che la sola luce naturale amichevole, rassicurante, di tutto il film inquadra una campagna dove in effetti accade l’impossibile - testimone il bravo Roberto Herlitzka. Film infine eccentrico ma non troppo, satirico e candido nello stesso tempo, comico e amaro, sospeso fra convenzione e invenzione, cinema e graphic novel. Il che ha fatto storcere la bocca ai “puristi” - di cinema, arte bastarda quanto nessun’altra. Mah.

25 mar 2012

alan bennett - leggerezza vs inconsistenza

Questa commedia del meraviglioso Alan Bennett vi divertirà parlando di cose serissime, di storia e di verità per esempio. Gli studenti di storia è datata 2004 ma è stata tradotta soltanto ora da AdelphiBennett fa ridere, lo sappiamo, come pochi. In Italia di scrittori così non ce ne sono.Mah, qualcuno passa per esserlo, divertente, ma vola basso rasoterra, dimentico dell’avvertenza di Valéry, per il quale “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume”: allora sentono subito odore di intellettualismo e preferiscono costeggiare la buona sana ignoranza che assicura qualche copia venduta in più e il plauso degli utili idioti messi a firmare la cosiddetta critica letteraria di giornali noiosi e facoltosi. 
continua sul recensore.com

19 mar 2012

Raro Video . Greetings De Palma


La prima cosa che ti vien fatto di pensare se ti metti a riguardare Greetings (Ciao America nella versione italiana) di Brian De Palma, a parte il décor anni Sessanta quasi esasperato, è il senso di notevole libertà della narrazione. Non solo perché le storie che lo compongono offrono lo spettacolo di una disinvolta insofferenza per le ragioni commerciali o puramente tradizionali dell’intreccio, della suspense, del romanzare ben congegnato, ma la capacità, invero tutta registica, di muoversi attraverso stili differenti – in questo e non solo dando ragione alla pretesa del De Palma d’antan di definirsi il Godard americano.
E direi che in effetti nonostante gli omaggi anche espliciti a Truffaut, è all’autore di À bout de souffleche maggiormente guarda De Palma. In uno scenario americano che spazia dalle strade aperte e colorate degli anni Sessanta agli interni fintamente ingenui e semplici, poveri, in realtà ipercerebrali tipici di certa nouvelle vague, dalla luce insieme sgranata e livida, discretamente espressionistica, il regista di Carlito’s WayBlow Out e qualche decina di altri film comunque molto diversi da Greetings, disegna geometrie sbilenche, oblique della gioventù americana che rifiuta la missione fintamente democratica in realtà fin troppo autoritaria dell’America di quegli anni.
Il film racconta di tre amici, giovani maniacali, balordi a modo loro, ossessivi o logorroici alle prese con le distorsioni dell’american dream (un sogno in questo caso assai straniante).
Joe - Robert De Niro, bel pischello -, incline al voyeurismo cinematografico, cultore di un genere per cosi dire autoprodotto visto che si diletta a filmare donne che si spogliano davanti alle finestre; Paul (Jonathan Warden), che De Palma lascia in balia di una serie grottesca di piccole avventure nel tentativo di farsi riformare dall'esercito ed evitare così la tragedia del Vietnam (preoccupazione condivisa con gli altri personaggi); infine Lloyd (Gerrit Graham), il cui unico scopo nella vita sembra essere quello di scoprire com’è davvero andato l’affaire JFK, escludendo come fa a priori che Kennedy sia morto per le ragioni propagandate dalla versione ufficiale.
L’evidenza di un potere coercitivo ma in superficie soft, che utilizza la televisione e l’appello ai “valori” americani del suo Presidente, è raccontata in chiave dissacrante e non priva di auto-ironia. La commedia vira verso il grottesco, il dramma (a parte Lloyd che viene fatto fuori con un colpo di pistola) è sottotraccia, i movimenti di macchina presentano una varietà di soluzioni notevole (compresi gli inserti reinventati da cinema muto) che riflette la libertà informale della struttura complessiva, con qualche momento di stanchezza nei momenti più accanitamente verbigeranti, secondo temperamento maniacale di certa generazione afflitta da inquietudine elocutiva e accanimento ragionativo, anche nel cazzeggio.
Terzo lungometraggio (1968) di Brian De Palma, che avviava con questo film e il successivo Hi, Mom! l’intrapresa di un cinema statunitense autoriale assieme a Coppola e Scorsese, Greetings vinse l'Orso d'argento a Berlino. Ora è uscito in DVD per le fondamentali edizioni RaroVideo.


18 mar 2012

Intervista

Fernando Coratelli
Fernando Coratelli




In occasione dell’uscita del suo secondo libro, Quando il comunismo finì a tavola (l'editore è CaratteriMobili di Bari, avanguardia del "piccolo ma sveglio", fra narrativa, saggistica e cinema - e grafica curatissima) Fernando Coratelli ci ha gentilmente rilasciato questa intervista. Le caratteristiche del romanzo ci hanno indotto intanto a domandargli quanto coincidano il narratore-protagonista del libro e lo scrittore in carne e ossa. Non per la solita pruriginosa curiosità su eventuali tracce autobiografiche ma per il fatto che il libro inscena dei “discorsi” sul mondo, idee, insomma.
Fernando, m’interessa il punto di vista dell’autore empirico, diciamo.

All’inizio del libro, come avrai visto, c’è un’avvertenza al lettore: l’io narrante e il narratore non collimano perfettamente. Ma autore e protagonista hanno parecchi punti in comune, in particolare circa le idee e le considerazioni sul mondo e sulla sinistra. A dire il vero sono molti anche i riferimenti autobiografici, direi che se si esclude l’escamotage narrativo dell’intervista il resto è quasi tutto coincidente con la mia biografia personale. Beh, ho cambiato qualche nome e ho invertito qualche episodio, questo per dare a certe idee più vigore.

Mi par di capire che concordi sostanzialmente con l’idea che l’89 per l’Occidente sia stato una catastrofe.

Lo profetizzò a suo tempo pure Giulio Andreotti (c’è una frase che metto in esergo). L’89 è stato una catastrofe e peraltro ha chiuso in anticipo il Novecento, il secolo breve, che si era anche aperto in ritardo nel 1914 con la Grande Guerra. La caduta del Muro ha avuto un effetto domino dirompente sia sul proscenio internazionale sia su quello italiano. Basti pensare alla Guerra del Golfo del 1990 di Bush padre: l’Unione Sovietica era ancora in piedi, ma ormai si era capito che non avrebbe più fatto da contrappeso (nel bene e nel male) a un’iniziativa di guerra da parte statunitense. Anche se quella guerra fu condotta sotto l’egida dell’Onu, con tutti i crismi internazionali eccetera, fu chiaro a tutti che da quel momento la Nato avrebbe sostituito l’Onu. In Italia, invece, la caduta del Muro accelerò quel processo di americanizzazione della sinistra che portò in fretta e furia a mettere in soffitta bandiere, simboli e storia per darsi alla grande abbuffata al cui tavolo da anni mangiavano democristiani e socialisti.

L’incrocio è obbligato. Hai vissuto con un certo coinvolgimento l’ambito politico e sei uno scrittore. Quale credi che sia un contributo possibile della letteratura allo stato delle cose? Non parlo in generale, dico oggi, in Italia.

È una domanda che ho sperato tu non mi facessi. So di essere assai pessimista al riguardo. Di botto risponderei “contributo possibile – nullo”. Non so se la letteratura e l’arte in generale abbiano più potere di cambiare (se mai lo hanno avuto) le cose. Temo siano state del tutto disinnescate. Si può tentare di dare voce a chi voce non ha. Ma qui poi sorge un altro problema. Se anche la letteratura desse voce a emarginati/precari/vessati ci sarebbe poi qualcuno in ascolto? Fuor di metafora: chi legge oggi? So che non si risponde con domande a domande, ma sai io mi sento solo un narratore, pongo interrogativi cui io stesso cerco risposta.



L’io narrante del tuo libro annovera fra i suoi scrittori di riferimento Brancati, Bianciardi, Pontiggia… E il primo libro di Erri De Luca. Io ho molte riserve sullo scrittore napoletano. Cos’è che attrae invece il tuo personaggio (o forse proprio Fernando Coratelli)?


Beh, Non ora, non qui è un gran romanzo, dal mio punto di vista. Stilisticamente e narrativamente. Poi sì, gli ultimi suoi romanzi/libri non hanno convinto tanto neanche me. Però io gli devo molto da un punto di vista personale e umano.


Lavori molto in rete. Tornogiovedi, che dirigi, è una bella rivista che tiene insieme scrittura, architettura, fotografia, riflessioni. Non mancano però nel libro considerazioni assai critiche sull’utilizzo della rete, facebook in primis. Fuori dai denti: pensi che serva ad altro che ad autopromuoversi?

La rete in generale è qualcosa ormai di imprescindibile. Non so cosa ci riservi il futuro dal punto di vista tecnologico, ma credo che il nuovo secolo inizi proprio lì dove il vecchio finiva, a cavallo tra l’89 e il 1993 – fra la caduta del Muro e l’arrivo di Internet. Detto questo, Facebook è sì un ottimo strumento di autopromozione (ma anche di promozione in generale), una buona agorà in cui dire qualcosa senza uscire di casa. Ma poco altro. Come Twitter, del resto. Io non credo troppo all’informazione dal basso, spesso è più falsata e mediata di quella dall’alto – soffrono le stesse psicosi goebbeliane. Se io ora andassi sul mio profilo Facebook o Twitter e scrivessi che “x” è un corrotto o “y” è stato arrestato, non vuoi che fra i miei mille e più contatti ci sia almeno uno che senza documentarsi rimbalza la notizia e a cascata essa si sparge per la rete? Casi simili sono già accaduti peraltro. No, non credo che i social network possano evitare di sporcarsi le mani di falsità e storture come i media canonici.


Mi pare che nel tuo futuro di scrittore sia alle viste un romanzo con un editore romano. Un’ anticipazione?

Sì, nel 2013 uscirà un mio nuovo romanzo per Gaffi editore. È però di tutt’altra pasta rispetto a questo. È un romanzo corale, in terza persona, piuttosto corposo con un plot consistente, in cui analizzo l’accidia, l’individualismo e la confusione dell’Occidente.


15 mar 2012

Erik Larson



Il giardino delle bestie

Neri Pozza


copertina del libro
Romanzo misurato ma appassionante,Il giardino delle bestie (l’editore è il vicentino Neri Pozza, la traduzione di Raffaella Vitangeli) dello scrittore e giornalista americano Erk Larson, che ricostruisce la storia del diplomatico americano William E. Dodd, inviato nel 1934 da Franklin Delano Roosvelt nella città in cui in quegli anni si stava letteralmente scrivendo e preparando una delle pagine più incredibili e orrifiche della storia umana – la splendida Berlino, ricolma di vessilli nazisti, bianco rosso e nero, triade sinistra che si staglia sul grigio diffuso che siamo abituati a percepire dai filmati dell’epoca e che mai come in questo caso ci sembra erroneamente necessario. Pare che l’industria del cinema americano si sia già mossa per fare del romanzo una trasposizione filmica di quelle da grande pubblico. Gli ingredienti ci sono (eccezion fatta per la scrittura temperata e attenta laddove notoriamente il cinema pesca bene da storie dal discreto potenziale narrativo ma scritte da cani) a partire dallo sfondo storico-geografico appunto. L’idea poi della “storia vera” per Hollywood è un ovvio elemento di attrazione. Peraltro l’autore ci tiene a definire il suo libro come un’opera di “non-fiction”: il virgolettato di ogni pagina non è di sua invenzione ma riportato da documenti, lettere, testimonianze etc.Fortunatamente, si tratta di un’ottima lettura per tutt’altri motivi, intrinseci alla bravura dell’autore. Che racconta di William Dodd, in principio uno storico, professore all’università di Chicago e dell’incarico che riceva di finire a capo della rappresentanza diplomatica americana a Berlino. L’affare lo sorprende, anche perché non gli risulta di avere santi nel paradiso dell’America che conta. In fondo non è che uno studioso che ha imparato il tedesco molti anni prima in un nemmeno troppo lungo soggiorno a Lipsia. Non pare particolarmente ambizioso se non nella sua professione, inadatto alla diplomazia e alla politica (ossia alla mondanità e alla fabbricazione di intrighi). Ma la sua ritrosia e discrezione nonché l’orientamento politico-culturale diremmo oggi progressista sembrano un ovvio anche se non determinatissimo contraltare alla furia nazista con cui dovrà fare i conti.Così, nel fasto cupo dei ricevimenti e delle feste dell’élite tedesca, Dodd si muove con educata parsimonia – financo eccessiva. Non che non veda l’escalation di esplosioni di violenza sempre più assurde. Le notizie sul regime che gli americani come tutti tendevano a sottovalutare, un po’ alla volta prendono sotto gli occhi del diplomatico la consistenza invincibile di fatti nudi e crudi, al punto che il Tiergarten - il più grande parco di Berlino, il centro di una vita urbana spettacolare - perderà ogni attrattiva per trasformarsi nella gigantesca sineddoche di una mostruosità: un giardino delle bestie, appunto. Abitato da “un’orda criminale di vigliacchi” scrive in una lettera il protagonista.La vera complicazione narrativa da cui muove la storia, assieme al passaggio tragico della cosiddetta “notte dei lunghi coltelli” che dà una sterzata irrimediabile al clima del regime e al rapporto fra la Germania e gli americani, è un personaggio molto diverso dal diplomatico, la figlia Martha, ventiquattrenne un po’ troppo sensibile alle faccende d’amore. E a una certa idea del bello tanto perigliosa quanto superficiale. Lei subisce il fascino di una città che aspira in quegli anni a diventare “la capitale del mondo”. E degli uomini che la abitano. I peggiori. Che sfileranno davanti al lettore attraverso uno sguardo che riesce nell’impresa non scontata di rinnovare l’interesse verso un’epoca e un mondo che la letteratura e il cinema non smettono di saccheggiare. 

Intervista dell'orco Ronci su L'Indice del mese

10 mar 2012

Spioni e comunisti (oddio, ancora?)


dal paradiso

dal paradiso



Copertina
L’eccessiva irrequietezza e sensibilità di Vittorio Gassman ne faceva un potenziale sovversivo - e perciò un tipo da tenere d’occhio, per i celeri tutori dell’ordine democristiano. Non so se è da considerare più un titolo di merito per l’attore o un paragrafo da aggiungere alla tragicomica sostanza di cui è fatta la storia dell’Italia repubblicana.Ma c’è poco da ridere, il lavoro di Mirella Serri Sorvegliati Speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980) è condotto su materiale degli archivi di stato. Scopriamo che lo status di “intellettuale” agli occhi di celerini questurini e carabinieri convinti di salvare la patria dai cattivissimi fan della falce e martello nonché buongustai di bambini, veniva concesso con molta facilità. Veniamo così a sapere che un bel pezzo del mondo teatrale e cinematografico del dopoguerra e dei decenni successivi viene monitorato e segnalato fra una recita e l’altra. Chissà se i più giovani immaginano che la dolce e soporifera Dacia Maraini potesse inquietare le notti delle nostre “forze dell’ordine” (nominalmente democristiane, sostanzialmente fascistoidi). O che le stesse prendessero sul serio i sogni (?) rivoluzionari di Gianfranco Funari o Giampiero Mughini (sic), o l’indecidibile afflato sovversivo del sempiterno Max D’Alema o dell’altro ineffabile Claudio Petruccioli (la suina pinguedine nel suo caso è una maschera ordita dal kgb). Avete voglia di denigrare gli anni Settanta, ma chi non li ha vissuti non s’è perso solo il piombo. Uno pensa a Feltrinelli, e vabbè, sa tutto della coppia Rame –Fo, PPP va da sé e con uno come Toni Negri dico, che dovevano fare? Essere vicini al Pci non suscitava simpatia. Essere a sinistra del Pci, peggio. Ma leggere certi nomi lascia interdetti. Gente già allora di spettacolo (perplime e spalanca abissi di ilarità trovare chessò il nome di Paolo Liguori - detto “Straccio”, all’epoca in Lotta Continua poi passato per il peggio degli ultimi decenni, da Comunione e Liberazione alla servitù del pecoreccio e agonizzante signore di Arcore), questa spavalda guitteria assortita sembra eccitare i poliziotti, artefici di mattinali che ne restituiscono pari pari l’immagine di broccoloni cattivelli tuttora in auge – l’immagine dico. Ridere fanno ridere spesso, ma non di rado fanno anche male (come oggi peraltro), come quando salta la rappresentazione de Il Vicario di Rolf Hochhuth, non proprio indulgente con l’indulgenza per non dire peggio di Pio XII verso il nazismo. Gian Maria Volontè ne sa qualcosa. Le botte volano.Il fatto è che molti non sanno che negli anni Settanta bastava essere un pischello e farsi una canna immaginando di essere Robert Plant piuttosto che accamparsi sotto l’ala protettiva di un prete o di un banchiere per meritare l’attenzione di una scheda a carico. Era sufficiente per ritagliarsi quel tanto di nobiltà spirituale che spettava ai ribelli, veri o presunti (la seconda che ho detto innanzitutto e per lo più).I motivi fondamentali di tanta alacrità erano i soliti: la fobia del comunismo, la filiazione fascista degli apparati di controllo (si direbbe che Togliatti con la sua amnistia le grane se le sia cercate) la guerra fredda, il maccartismo. Tutto concorreva ad accrescere la solerzia sospettosa di un potere non solo timoroso dell’avanzata comunista ma che non sapeva nemmeno distinguere fra l’anarchismo, poniamo, il maoismo (spesso improvvisato, è risaputo), e le Botteghe Oscure tutt’altro tenere con chiunque non la pensasse come loro. 
La Serri peraltro, nella sbilanciata introduzione che apre questa peraltro interessante “microstoria” di gendarmi – e di spie infiltrate - a caccia di agitatori sediziosi e magari terroristi ne approfitta per ricordare quanto brutta fosse la figura dell’intellettuale organico, quanto ciechi fossero i suoi esemplari rispetto alla tragedia sovietica (esagerando alquanto nel sostenere che tutti stessero ancora in adorazione di Stalin - quando? negli anni Settanta? mah) e quanto l’Italia sia ancora oggi priva di una vera cultura liberale, che si direbbe ai suoi occhi la sola degna di esercitare spirito critico. Naturalmente, Paolo Mieli ci si è buttato a pesce. 

28 feb 2012

Andrea Caterini

IL PRINCIPE È MORTO CANTANDO
C’è una cosa credo implicita, e forse più propedeutica che collaterale al resto, in Il principe è morto cantando. Una autobiografia letteraria attraverso l’analisi critica del personaggio, che mi sento di sottoscrivere: ciò che resta nella letteratura  romanzesca sono innanzitutto i personaggi. Che esistano in quanto figure in movimento, che trovino il loro senso nell’azione piuttosto che nel pensiero, è secondario. Perché se non per la lettura immediata almeno per l’eco che producono nel tempo, secondarie appaiono piuttosto le trame e gli intrecci. Laddove è della schiera dei grandi personaggi la capacità di costruire “miti”. Archetipi, persino. Esagerando un poco, direi che l’opzione critica avanzata e praticata da Andrea Caterini nel suo libro di saggi suHenry James, Dostoevskij, Conrad, Dickens, e poi Moravia, Siciliano, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Quarantotti Gambini, sembrerebbe quella di un’adesione-opposizione sentimentale che si fa carico del peso del personaggio – e da esso muove verso una conoscenza che parrebbe osare l’incrocio di più vettori: l’oggetto in sé, l’autore che gli dà vita, il cuore stesso della propria ricerca di lettore. Come se il critico lì trovasse le ragioni anche del proprio ruolo, prim’ancora, del suo proprio innamoramento (persino di una patologia, suggerisce Caterini). Come se nel personaggio si tracciasse il crocevia in grado di congiungere in un unico punto magico la risposta a una domanda possibile (e non v’è chi non se la sia sentita porre più di una volta nella vita): ma perché non fai altro che leggere? Un’esagerazione?
Epperò, così fosse non sarebbe deprecabile. Perché nella via aperta dall’esaurimento ormai ventennale delle pretese di una critica oggettiva, scientista, il libro di Caterini è non l’ennesimo sintomo di un ripiegamento impressionista, ma la rivendicazione chiara e onesta di una rimessa in gioco della personalità del critico, partecipe e direttamente coinvolto in ciò che indaga. Che poi in effetti: se la letteratura non cambia qualcosa dentro di noi, non ci scuote almeno un po’, a che serve? Se il termometro non dell’emozione ma della conoscenza non si smuove di un grado, cosa resta di diverso rispetto allo spettacolo? La letteratura ridotta a spettacolo veniva teorizzata guarda caso più di venti anni fa da un allora giovane piacione torinese, all’inizio di carriera – e i risultati si son visti. I suoi s’intende. 
Ciò che viene meno in un approccio del genere, a parte il rischio  - non parlo del libro specifico ma di un’eventuale “tendenza” - di una deriva emozionale e filologicamente inerte (molto se non tutto dipende dalla qualità del lettore) è la sciagurata pretesa di esaurire il significato (mi si perdoni l’orrenda parola) di un’opera, il senso di un personaggio. Da questo punto di vista ben venga insomma una critica autobiografica, in cui tutto o quasi – va precisato con chiarezza - dipende dall’acume del lettore. Che a Caterini non manca. Ora, poiché in queste pagine il testo è stato già trattato dal direttore G.F., più che dell’Idiota o del Michele moraviano, di Copperfield o Lord Jim, vorrei soffermarmi su una nota dell’autore in apparenza avulsa dal contesto, spia probabilmente di un disagio. Caterini ha fatto bene a esprimerlo, scoperchiando unpunctum dolens della ciclotimica vita letteraria italiana di questi anni.
Egli richiama l’evidenza della distanza sempre più forte fra scrittori (aggiungerei lettori) di narrativa e poeti (e, forse, lettori di poesia). Per il critico questo è inconcepibile perché, scrive, entrambe le forme espressive hanno una radice primigenia nel sogno (e ciò varrebbe per la stessa vita). Ecco, non saprei dire se è tutto lì. Io volo basso, da rozzo empirista scettico quale più o meno temo di essere; noterei solo che nessuno si è mai stupito del fatto che piccoli o grandi musicisti (del presente e del passato) abbiano rifiutato drasticamente forme musicali diverse dalle proprie. Anche contestandole in maniera aspra e decisa (non c’è nemmeno bisogno di arrivare alla violenta idiosincrasia di alcune avanguardie del ‘900 per il melodramma). Avendo magari torto, ovvio – pensiamo a Michelangelo, per far riferimento a un’arte, quella della pittura, di cui mi pare Caterini sia un cultore sensibile e attento, e ricordiamo il suo sprezzante giudizio sulla pittura di paesaggio.
Ora, temo che la diagnosi di Caterini sull’”informale freddo” di Marco Giovenale (poesia, a suo avviso, cerebrale ridotta a grammatica e a metrica) possa estendersi, agli occhi di un narratore anche molto più sofisticato del tipo trama-stile-personaggi, alla gran parte della poesia oggi in circolazione. Potrebbe trovarla per gran parte illeggibile, inutile – anche nella versione non “fredda”. Agli occhi di molti scrittori (anche se i più si guardano bene dal confessarlo per non fare brutta figura e inimicarsi l’ambiente) non l’ammissione di un male di vivere, ma l’omissione mascherata di un’incapacità di scrivere. Potrebbero avere torto, si capisce. Epperò,  mi permetto di dire, potrebbe non essere un dramma non “comunicare”, ma una liberazione.

25 feb 2012

The Paris Review - racconti



rew
Dopo il libro di interviste di qualche mese fa, procede la pubblicazione da parte di Fandango dei volumi della “Paris Review”, rivista che ha ospitato in più di mezzo secolo centinaia di racconti e interviste dei migliori scrittori in circolazione. Il progetto prevede otto titoli complessivi.
Il Libro per aerei, treni, ascensori e sale d’attesa è stato concepito secondo un criterio apparentemente bizzarro, ma non più di quanto non accada generalmente con i volumi collettanei, perlopiù montati secondo poetiche spesso immaginifiche che il lettore smagato tollera ben sapendo che in qualche modo i libri vanno pur venduti.  


continua http://www.ilrecensore.com/wp2/2012/02/torna-the-paris-review-letteratura-formato-rivista/


20 feb 2012


Hermann Ungar

La Classe

Editore Silvy 




copertina del libro
La paranoia – ci soccorre il gran libro recente di Luigi Zoja – non ha linee di demarcazione precise. Aspetti patologici a parte, può aggredire chiunque, per un tempo o un’occasione particolare. La cosa interessante nella paranoia letteraria è la quota di possibile verosimiglianza dei suoi fantasmi. Per esempio la parte per così dire “oggettiva” che potenzialmente dà ragioni alle ossessioni, pur nel complesso sbagliate, di un personaggio. 
Un insegnante potrebbe trovare in tutto questo un motivo in più per leggere uno scrittore in Italia quasi sconosciuto, tradotto pochissimo, meritevole invece di attenzione per chiunque: Hermann Ungar, ebreo moravo di lingua tedesca. Il mondo di riferimento è quello mitteleuropeo del primo ‘900, che è peraltro l’orizzonte di attività della piccola ma interessante casa editrice trentina Silvy. Il romanzo di Ungar, La Classe, fa parte di una collana, “I narratori”, appena avviata, che ha l’intenzione di approfondire la conoscenza di autori dell’Europa centro-orientale (accanto alla narrativa, anche una sezione dedicata alla saggistica).Ora, quel che fa di un romanzo – senza avventurarci nella nozione di classico – un’opera leggibile in uno spazio-tempo totalmente diverso è il fatto di saperci parlare anche a prescindere dai suoi tratti meramente sociologici: checché se ne dica da più parti, anche da letterati che non sembrano più credere alla letteratura e non si capisce cosa aspettano a darsi ad altro, è questo uno dei motivi della sua insostituibilità. E se l’opera sa parlarci è perché ci dice qualcosa che ci riguarda. Così, potremmo riconoscere qualcosa di tremendamente vivo, plausibile, nelle prime strepitose pagine del romanzo di Ungar: un professore, un paranoico totale, pavido ma ostinato, apprensivo come un’educanda ma testardissimo nel suo costruire ragioni paralogiche, diffidenze capziose e mai meno che penose. L’uomo gioca nella sua classe una partita di nervi bestiale, una sfida in cui ne va della sua stessa vita. Indigente, è costretto a lavorare fra mocciosetti benestanti che non vedono l’ora di umiliarlo, e, teme, magari farlo fuori. L’esattezza millimetrica con cui è descritto ogni minimo respiro, ogni spostamento d’aria, la postura in cui il nostro s’irrigidisce per paura, goffaggine e timore di regalare un vantaggio al “nemico” è mirabile. La descrizione del centellinato, livoroso tormento di questa vita, micidiale.E poi c’è il resto, non meno oppressivo per un personaggio dalla sensibilità impensabile. Dentro il resto c’è Selma, la poveretta che sta per dargli un figlio. Inutilmente bella, di lei il nostro si vergogna – il nostro si vergogna un po’ di tutto, in effetti. La sua mente, essendo come piallata sotto una lastra di ghiaccio che nasconde il fuoco turbolento che brucia ogni pensiero, il più futile di tutti, alla stregua di un angosciosissimo dramma, produce fisime. L’uomo teme che “la classe” possa insultare entrambi, lui e la donna, irridendo la loro stessa vita sentimentale (sessuale). Così sceglie il rigor mortis di un ordine astratto, rigidissimo, in cui muoversi il meno possibile per rischiare il meno possibile. Spera in questo modo di salvarsi, di tenere a bada il “destino” – il clima ricorda quello che aleggia nell’universo di un suo fratello maggiore (e maggiore di tutti), Kafka, che non conobbe Ungar nonostante gli ambienti biografici e letterari non fossero così distanti. Il nostro sceglie di non vivere, insomma. E la vita non è detto che te lo perdoni. Ti viene da chiederti cosa ci fosse di sbagliato in questo scrittore che non ha goduto nemmeno di una fortuna postuma. Se l’autore de La Metamorfosi non si accorse di lui, Thomas Mann invece ne riconobbe il valore. Così Silvy, che preannuncia la pubblicazione di tutte le sue opere. Vedremo di trovare una risposta o piuttosto la conferma che nel mondo le cose non girano per il verso giusto. La Classe intanto (nuova traduzione dello scrittore Franco Stelzer) merita di entrare a pieno titolo nella fosca e orgogliosa riserva indiana che chiamiamo letteratura del sottosuolo.

7 feb 2012

E non ci sono nemmeno più i divi di una volta.



E non ci sono nemmeno più i divi di una volta. Quelli che il carisma non sai bene cos’è – anche perché va bene il paese che non ha bisogno di eroi, ma il democraticismo della sinistra ha preteso infine di piallare persino l’avvenenza -, quelli che andavi al cinema e ti costringevano a chiederti cosa ci fosse dentro quegli occhi, in quel modo di tenere la sigaretta (dio!, la sigaretta! in galera!). Se ne scrive nel numero 22 (“Divismo/Antidivismo”) della rivista di Estetica “Àgalma” diretta da Mario Perniola, filosofo fra i pochissimi davvero interessanti della cultura italiana, del quale abbiamo più volte parlato sul Paradiso (e intervistato). I saggi sparsi nel periodico (è un semestrale, edito da Mimesis) ruotano soprattutto intorno al mondo del cinema, e si capisce, peraltro con un pendant politico che si spiega e giustifica almeno dai tempi di Ronald Reagan.L’assunto dell’editoriale di Perniola sollecita tangenzialmente la lettura delle brevi ricerche ivi contenute, tirando le somme di un processo argomentativo partito da Marx, il quale agognava un mondo in cui la sparizione della divisione del lavoro avrebbe favorito la possibilità di essere artisti tutti – e, meno pacifico il suo caso, di Lautréamont, poeta agli albori del simbolismo, secondo cui “la poesia deve essere fatta da tutti non da uno”. Così passando per Dada, Andy Warhol e i social network, siamo giunti, scrive il filosofo, “nell’ultima fase del populismo, quella divistica”. Il che vuol dire sostanzialmente che divo può esserlo chiunque e perciò più nessuno nel senso classico cui ci aveva abituati il ‘900 (diciamo fino agli anni Settanta). A ciò non è estraneo il trionfo dell’anti-intellettualismo (a tal punto che è di moda fra molti che scrivono-pubblicano il facile esercizio retorico di dichiararsi anti-intellettuali). Che consiste in un atteggiamento di sufficienza verso i saperi più organizzati e legittimati da uno studio approfondito e dalla qualità della ricerca. In Italia (e varrebbe la pena di leggersi il volumetto che Perniola gli ha dedicato recentemente, Berlusconi o il ’68 realizzato, presso lo stesso editore) “la confusione fra autoritarismo e autorevolezza, l’individualismo senza freni, l’ostilità verso la vera grandezza”, ossia le non troppo parallele convergenze fra l’incultura del capo di Mediaset e il fallimentare lascito del ribellismo fine a se stesso, hanno portato fra l’altro non a un acuirsi estremo del senso critico, ma a innescare in ognuno di noi la domanda fatidica “perché lui sì e io no?”. Scompaginando alla cieca ogni criterio per, non diciamo misurare, ma approssimare il vero valore di una cosa, in nome di una malintesa uguaglianza e del diritto di “essere qualcuno” anche non sapendo essere/fare alcunché: in luogo di una Marilyn che non c’è più, va bene una qualunque sgallettata purtroppo uscita viva dall’isola dei famosi imbecilli. Il fatto è che tutti “si esprimono”, da noi, cioè tutti spremono dalle proprie cavità il lavorio delle proprie interiora, convinti che gli altri non vedano l’ora di rallegrarsene – e non si capisce perché. Gli italiani sono un popolo di attori, diceva Orson Welles, uno che se ne intendeva, ma conoscere il mestiere – fosse anche quello indecidibile di affascinare il mondo - oggi è un’aggravante, per cui, diamogli dentro con le patacche. Ora, è proprio questo esito avvilente a problematizzare il punto di vista dell’articolo iniziale, a opera di Veronica Pravadelli, teso a ribaltare la vecchia prospettiva di Morin e Marcuse per i quali il divismo sarebbe solo il risultato di un lavoro industriale costruito su misura. Se in alcuni casi il carisma di queste divinità moderne è stato in grado di produrre mito per forza intrinseca, è difficile confermarlo per le nullità da prima serata raiset. Dalla fascinosa Clara Bow a Sabrina Ferilli. Da Gary Cooper (articolo di Maria Paola Pierini che mostra come l’elusivo attore si svincolasse dalle immagini che la Paramount tentava di cucirgli addosso) a PF. Favino, uno che aggrava la sua posizione ogni volta che apre bocca. Così, latitando il fascino di attori e attrici, la si butta in politica – al solito, gli italiani sentendo il bisogno di seguire gli americani nel peggio (e la nostra storia dovremmo conoscerla). Ma se l’appeal di Obama lo hanno a suo tempo fabbricato sui modi e il passo di Denzel Washington, il vecchietto di Arcore chi s’è dato come modello? Se stesso, ovvio, giusta la teoria della star strategy rievocata nel saggio di Cristina Jandelli: è la marca che si trasforma in star. Berlusconi avrebbe potuto chiamare le sue aziende con il proprio nome, non gli avrebbe nociuto neanche un po’. Perché Berlusconi è stato la sua azienda. E la sua azienda quella che ha eletto la mediocrità a sistema, che ha permesso ai mediocri orgogliosi di esserlo, di “esprimersi”. Di farsi divi di se stessi e dei propri simili persino migliori d loro. A ogni epoca, le star che merita.

L'Italia dei libri smarriti

Paese sfasciato senza rimedio o di lettori incalliti? 
: fra vacanze natalizie, forconi e autotrasportatori, 
e neve, il numero di libri inviati dagli uffici stampa 
e mai arrivati a destinazione, cioè a casa mia, negli 
ultimi due mesi cresce in maniera preoccupante: 
così la domanda: un'impensabile passione letteraria 
on the road? un involontario bookcrossing? o  aprono i 
pacchi e se li vanno a vendere? o gli danno 
fuoco per riscaldarsi sulle strade?

2 feb 2012

www.tornogiovedi.it

Strategie della confusione

Un altro frammento

In redazione le acque sono agitate.
Negli ultimi tempi accade sempre qualcosa che non dovrebbe. La pressione è forte e c’è un senso come di catastrofe. Uno dei capi – un amico della Vacca – l’hanno beccato con la zoccola sbagliata. Di quelle che la bocca la usano anche per parlare. E che voleva, un posto qua dentro?

continua http://www.tornogiovedi.it/2012/02/strategie-della-confusione-2/

30 gen 2012

Marco Rossari


L’unico scrittore buono è quello morto


copertina del libro

Un divertissement può aspirare a essere qualcosa di più dell’entertainment? Volando basso, ci si può sbellicare dalle risa e nel frattempo farsi venire qualche idea riguardo alla strana umanità condannata da demoni discordi all’esercizio (talora del tutto immaginario) della scrittura? Magari approfittare per rivedere un po’ di aberrazioni in corso trasformate in abitudini ormai considerate normali? E rivederle per es. con un ceffone assestato a mestiere? Provate a leggere questo libro di Marco Rossari e ditemi: non lo fareste, nel caso pur impossibile foste Tolstoj, costretto a vedersela con un paio di esemplari tipici dell’odierna società della comunicazione che fagocita e tira verso le sabbie mobili della stupidità anche un capolavoro della scrittura (che - parrà curioso solo agli incauti - con la comunicazione niente ha da spartire)? Non lo sgancereste un bel ceffone, molto espressivo, foste l’autore della Sonata a Kreutzer, se vi trattassero come una cretinetta che ha firmato l’ennesimo repertorio di ricette, come il giornalista cerchiobottista cui hanno attrezzato un romanzaccio sulle comode scrivanie di una major milanese, come il rocker che è un pianto come musicista e un disastro ambientale come scrittore? Immaginatevelo il buon vecchio Lev Nikolaevič, invitato a Roma in una radio per parlare del suo romanzo, accolto da una sciamannata che fra le altre cose gli domanda cosa sta leggendo in questo periodo e quando sente rispondersi “La Bibbia”, gli fa “E com’è?”, e poi deve vedersela, il vecchio russo, con il garrulo conduttore e gli ascoltatori che fanno a gara a chi gli pone la domanda più idiota…Ma se Tolstoj passa una brutta giornata, pure Shakespeare deve vedersela con un mediocre tutore dell’idiozia, un giudice, che ha deciso di condannarlo per plagio e diffamazione, avendo il grandissimo inglese rubato le sue storie a destra e a manca, con l’aggravante, da lui ingenuamente pensata come sola, onorevole discolpa, di “averci messo la poesia”…Rossari racconta storie così. Brevissime, a volte ridotte a fulminanti battute, a scambi o pensieri non solo di scrittori giganteschi ma di poveri, comici, disgraziati scriventi… Se ai grandi risparmia le reazioni estreme vagheggiate dal comune lettore, dei restanti colleziona immagini definitive. “C’era uno scrittore che aveva letto un solo libro, il suo. E gli era bastato”. E ce n’era un altro “che considerava la letteratura finita, anche perché non leggeva mai un libro.”Le vicende umane e professionali degli scrittori – di quelli veri e di quelli farlocchi - possono essere tragicomiche, come quelle di chiunque altro, ma godono, si fa per dire, di una peculiare caratteristica: sembrano poggiare sul nulla, non hanno appoggi sicuri, il mestiere in sé può non sembrare un mestiere, non v’è certezza, come dire, statutaria, figuriamoci ontologica; è un’avventura destinata per lo più alla sconfitta, e in nessun altro caso la disfatta è spietata quanto in questo eterno Purgatorio sospeso fra la gloria e l’abisso. Nessuno - è noto - perdona a uno scrittore di non esserlo compiutamente… Epperò, cos’è quella mancanza? che vuol dire? non finire un romanzo, non pubblicarlo, non venderlo? o semplicemente non essere cacato da nessuno - nemmeno dai propri amici? Rossari sa che parlare di scrittori non è come parlare di ingegneri. O, ancor meno, di farmacisti. Ché poi la natura precaria degli scrittori dipende anche dai lettori (e mica sempre con la testa a posto pure loro, a cominciare dalle lettrici che si aspettano di essere scopate a sangue da un ficaccio col proprio nome stampato da qualche parte), dagli editori e via dicendo. Tutto questo complica la faccenda, già poco limpida di suo… Metti a scuola, che ci hanno raccontato di una certa tradizione romantica, che ci sarebbe come “un sentire” dello scrittore… Il narratore di Rossari sa per esempio di uno scrittore isolato in uno sperduto villaggio del cosiddetto Terzo mondo: be’, costui non aveva una penna né un foglio, forse nemmeno una lingua. Così, “se ne stava lì, seduto su una roccia, a contemplare il creato. Eppure era uno scrittore”. Umanità dalle strane caratteristiche, non c’è che dire. E c’era quell’altro – ancora - che “stroncava montagne e partoriva topolini”.

La parodia, modalità stilistica che oggi non gode di grandi apprezzamenti da parte della critica, salvo dimenticare che l’ottanta per cento dei romanzi italiani in circolazione sono involontariamente parodistici, nel libro di Rossari mostra come, nelle mani giuste, possa “dire” senza parere cose mica così frivoli. Non so se l’autore ha qualcosa in comune con lo scrittore-dandy cui l’editore che lo scopre suggerisce di scrivere aforismi, più che romanzi, perché ha un gran talento nello scatto, nella “definizione fulminante, nella battuta salace”. Non ho letto gli altri suoi libri. Certo, se Wilde non ebbe pari nel “paradosso spiazzante”, Rossari (fra l’altro, di questo ho contezza reiterata, ottimo traduttore) non scherza quanto a beffarda lapidarietà. Aspiranti o sfigati scrittori sappiatelo: ce n’era uno “che decise di vivere recluso e non pubblicare più. Nessuno venne a cercarlo”.

21 gen 2012

BERNARD QUIRINY

LE ASSETATE
Le assetate


Diciamolo subito, fosse stato scritto da una donna sarebbe stato diverso. Un bello strappo al piagnisteo – al dolorismo, come lo abbiamo definito altrove – di troppa letteratura femminile, una sana dimostrazione di coraggio, e di buon gusto perché no. Invece questa satira di un femminismo totalitario, realizzazione dai tratti fin troppo noti perché mutuati da esperienze storiche “reali” (credo che l’autore guardasse soprattutto ai paesi dell’est comunista) di un ordinamento distopico che rovescia il secolare potere del maschio è stata immaginata e scritta da un trentacinquenne scrittore belga di lingua francese, 
Bernard Quiriny, professore universitario di filosofia del diritto e bravo narratore, anche se improvvidamente paragonato all'inavvicinabile Bolaño. Siamo in Belgio. Anni ’70. Una rivoluzione femminista di dure e pure quant’altre mai prende il potere e instaura un regime totalitario incuneato nel centro dell’Europa ricca e avanzata. Ovviamente, gli intellettuali coevi – francesi, e non stupisce – trovano l’evento esaltante. Così, non vedono l’ora di andare a vedere di persona cosa accade a Viragoland (così come nella realtà si andava in Cina).
Le assetate di Quiriny (Transeuropa) è costruito con un montaggio che alterna la storia del viaggio (non priva di momenti esilaranti) di questi intellettuali francesi (parte della critica d’oltralpe ha voluto vedervi l’ombra caricaturale dei vari Bernard-Henri Lévy, Philippe Sollers, Julia Kristeva, ma giustamente l’autore nega, anche per non passare guai...) con il diario di una donna che vive  nel neo Impero. L’autrice del diario, un'infermiera, “sa” cosa deve fare per essere una brava militante ma “sa” anche quanto sia astuto il condizionamento che dall’alto pretende di ridurla a una serva del regime. Sarà anche per questo, perché la voce è costruita da un uomo, ma un romanzo potenzialmente esplosivo è in parte disinnescato da una disposizione didascalica, “esterna”, che l’ironia non riesce a nascondere. La faccenda è scoperta. Per dare un’idea, a pagina 20, la narratrice ritorna al momento della presa di potere delle donne a L’Aia, ubriache (eppure l’alcol verrà vietato, fatti salvi i privilegi della nomenklatura…), che si lasciarono andare a eccessi indicibili, “ebbre della loro potenza, braccando gli uomini”… E aggiunge:”questo non lo sentiremmo certo raccontare in televisione”. Esattamente come in qualsiasi dittatura più o meno totalitaria, ma scritto da un uomo la rivelazione in realtà appare, come usava dire fino a qualche tempo fa, “telefonata”… Manca in un certo senso la sorpresa, il valore aggiunto dato dalla scoperta di qualcosa che avremmo faticato a intuire. 
Detto dei limiti, il romanzo è godibile, la satira intelligente, gli intellettuali esagitati che vanno alla scoperta del luogo “magico” - ovviamente un inferno - sono ridicoli secondo lezione fin troppo metabolizzata negli ultimi decenni. Credono di tenere in tasca la verità, si entusiasmano per i motivi sbagliati, distinguono da savi il bene dal male, e quando complicano il codice lo fanno senza grandi necessità etiche o logiche, mostrando uno zelo rivoluzionario messo in crisi qua e là solo dal capriccio (sono intellettuali un po’ en artiste – eccetto le capesse iperfemministe: quelle sono le solite stronze e basta). Quando arrivano in Belgio, qualcuno di loro è scioccato dai metodi rudi delle soldatesse, locali “forze dell’ordine”, le femministe al seguito invece sono febbrili e non fanno un piega quando viene chiesto loro di consegnare orologi e macchine fotografiche. Altrettanto delle dirigenti, che non hanno bisogno eventualmente di esibire rudezza anche di mani, ma sono decisamente altere e carismatiche. Se ne accorge anche l'infermiera, per caso proiettata sui piani più alti della piramide in occasione di una celebrazione “di stato” in onore di Judith, figlia ed erede della Pastora Ingrid, papessa del regno di Viragoland, al cui culto è ovviamente immolato l’intero Impero. Un bell’avanzamento per lei, cui tempo prima avevano ucciso la madre, sospettata di aver tradito la Pastora, costretta a vivere in un regime di diffidenze, di spie appostate ovunque, qualcuna al corrente del fatto che la donna nasconde un figlio maschio in campagna.
Risultato del fanatismo progressista? Dinamiche poliziesche, censure di libri e giornali, divieti d’ogni tipo, inneschi psichici paranoici in virtù (si fa per dire) dei quali un bravo (brava) militante non deve farsi sorprendere da un mutamento in seno al regime (di opinione, di comportamento) perché dovrebbe intuirlo in anticipo da sé… Insomma, quel tratto che resta il più sinistro di ogni dispositivo totalitario, per il quale, passata la fase programmatica della violenza e del consenso, il lavaggio del cervello è arrivato alla conclusione “organica”: un’ideologia da connaturare all’individuo sì che il venir meno ai suoi dettami è pagato attraverso il più mortificante e suicidale senso di colpa. Il peggiore? Farsi passare per la testa che un maschio possa essere attraente, dunque altro dalla condizione di servitù cui è stato relegato. Ma agli intellettuali in trasferta interessa meno la verità che promuoversi come “esploratori” dell’utopia. Ne faranno un racconto non proprio fedele. Il romanzo di Quiriny più che ricordarci una stagione della storia occidentale, ci squaderna davanti un tipo d'"intellettuale" che conosciamo bene. E in fondo, non è colpa di Quiriny se un romanzo del genere non sia stato scritto da una donna.

11 gen 2012

Nabokov, l'incantatore

incantatore-adelphiÈ un bel brano di prosa russa, preciso e limpido”. Che l’autore se lo dica da solo, in astratto, potrebbe sembrare di cattivo gusto. Il fatto è che non puoi dargli torto. “L’incantatore“, piccolo romanzo che Nabokov scrisse nel 1939 nella sua lingua nativa, è persino qualcosa di più: un piccolo gioiello, magari con qualche accelerazione improvvisa, qualche slittamento di troppo negli snodi narrativi – per i quali il curatore e traduttore prima in inglese e poi in italiano Dmitri Nabokov, figlio del grande scrittore, chiama in causa le forme cinematografiche, passione ben nota dell’autore, nel cui racconto i riferimenti al cinema, almeno sul piano metaforico, si sprecano).


continua sul recensore.com

4 gen 2012

SCOTT IN ANTARTIDE


Era il giugno del 1910 quando la nave Terra Nova prese il largo da Londra, in direzione dell’Antartide. Trentuno uomini, selezionati con cura dal capo della spedizione, l’esploratore britannico Robert F. Scott, che azzeccò anche la scelta della nave. L’errore venne dopo, quando dal campo base si trattò di raggiungere il Polo Sud. Scott lo capì solo nel momento in cui il 18 gennaio 1912 fu abbagliato dai colori della bandiera norvegese che l’avversario Roald Amundsen aveva piantato un mese prima nel cuore del continente – e festeggiato la circostanza con bistecca  di foca. Vi era arrivato con sci e cani da slitta, adeguatamente equipaggiato. Scott invece no – preferì i pony della Manciuria e improbabili slitte a motore che avrebbero fatto drammaticamente cilecca. Purtroppo per lui, l’errore non gli costò tanto una sconfitta “sportiva” ma la vita – la vulgata assegna al norvegese uno spirito più competitivo, al britannico, che pure in Antartide era già arrivato una decina di anni prima, più disinteressate ambizioni scientifiche. Difficile dimenticare tuttavia che la sua impresa era, agli occhi dei suoi connazionali, da ascrivere alla mitologia dell’Impero, qualcosa a metà fra il beau geste e l’effrazione territoriale.
Organizzazione razionale contro un eccesso di romanticismo? Fatto sta che la marcia di ritorno fu troppo lenta, e le temperature letali. Scott non fu il solo a lasciarci la pelle. Lo stesso capitò ai quattro uomini che erano con lui.
Storie di un altro mondo, insomma. Per chi volesse farsene un’idea ecco un bel libro fotografico, Scott "In Antartide, La spedizione Terra Nova nelle fotografie di Herbert Ponting," edito da Nutrimenti, nella collana “Tusitala” a cura di Filippo Tuena (che accompagna il volume con un suo scritto, assieme a una brevissima prefazione dello storico Ranulph Fiennes e una nota biografica sul fotografo da parte di H. J. P. Arnold). Ponting partecipò per un bel pezzo alla spedizione. Ne registrò momenti, luoghi, oggetti, persone. La baracca meteorologica, il montaggio di una slitta, il cuoco che impasta il pane, chi cuce una tenda chi i sacchi a pelo. Capo Evans, il monte Erebus, il blizzard e i sastrugi. Le grotte nel ghiaccio, le capanne e le marce. I pony e le slitte. I gabbiani e i pinguini. Gli uomini, soprattutto.
Tuena costeggia le fotografie di Ponting nel suo racconto della spedizione impaginandolo non come una didascalia discorsiva ma come un “a parte” – favorito anche dal formato scelto per l’occasione: la narrazione e le immagini sono due “testi” che possono procedere per proprio conto e nello stesso tempo guadagnano dalla compresenza dell’altro. Ciò che ne emerge in entrambi i casi, a prescindere dal fatto che l’organizzazione norvegese fu alla prova dei fatti molto più efficace, è che un’avventura estrema, del genere di quelle che per loro natura evocano quasi un oltre della fisica proprio perché ne esplorano lo spazio liminare, ha bisogno tuttavia della più ferrea, robusta, minuziosa disposizione alla manovra materiale: al controllo di sé, del proprio corpo, e delle cose. Dal canto suo, Pointing era avvezzo agli spazi insoliti, alle zone pericolose, avendo documentato la guerra russo-giapponese del 1904-1905, perciò stesso meritandosi un’ottima reputazione. Ma la sua parte gloriosa nella storia della fotografia se la guadagnò in questa impresa. Vale la pena ricordare agli eventuali curiosi dell’argomento, che nelle ultime settimane, per il centenario, lo storico Roland Huntford, incline a ridimensionare i meriti di Scott mette a confronto i suoi diari con quelli di Amundsen. Il volume s’intitola "Race. Alla conquista del polo Sud" (Cavallo di Ferro, pagg. 416, euro 23). La battaglia è aperta.



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